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Full text of "Atti del Congresso internazionale di scienze storiche (Roma, 1-9 aprile 1903)"

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r^FIRERZE 

r  SOVIATORNABUONI 


ATTI 


DEL 


CONGRESSO  INTERNAZIONAJ.E 


DI 


SCIENZE    STORICHE 

(ROMA,  1-0  APRILE  1903) 


Volume  IV 


Atti  della  Sezione  III:  STORIA  DELLE  LETTERATURE. 


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V  e  [ 

ROMA  /    \  ^ 

TIPOGRAFIA    DELLA    R.    ACCADEMIA    DEI    LINCEI        "]    j 

l'BOPBlHTÀ   DKL   lAV.  VISCES/O  SALVll'CCl 

1904 


PARTE  PRIMA 


VERBALI  DELLE  SEDUTE 


PRIMA    SEDUTA 

Venerdì  3  aprile  1.903. 


Presidenza  'provvisoria  del  prof.  D'Ascosa. 

Il  3  aprile  1903,  in  una  sala  del  Collegio  Romano,  sede  generale  delle  varie 
Sezioni  del  Congresso  internazionale  di  scienze  storiche,  si  radunano  i  membri 
iscritti  alla  Sezione  III  (Storia  delle  letterature). 

Sono  presenti  buon  numero  di  congressisti,  sì  d'Italia  che  dell'estero  ('). 
Sono  rappresentate  o  iscritte  al  Congresso,  e  in  particolar  modo  alla  Sezione, 
VAccademia  della  Crusca  (Firenze),  la  Società  Dantesca  Italiana  (Firenze),  la 
Società  Bibliografica  Italiana  (Milano),  la  Società  Filologica  Romana  (Roma), 
e  molte  altre. 

Alle  ore  15  il  prof.  Alessandro  D'Ancona,  della  R.  Università  di  Pisa, 
nella  sua  qualità  di  membro  del  Comitato  ordinatore,  dichiara  aperto  il  Congresso 
per  la  Sezione  di  Storia  delle  letterature, 

D'Ancona,  assumendo  la  presidenza  provvisoria,  si  dice  lieto  di  inaugurare 
1  lavori  della  Sezione;  e  rivolge  un  caldo  e  nobile  saluto  a  tutti  gli  intervenuti. 
Lamenta  la  recente  perdita  dell'illustre  Gaston  Paris,  che  sarà  commemorato  da 
Paul  Meyer,  e  si  duole  che  a  questo  dotto  ed  eletto  convegno  manchi,  per  infer- 
mità, chi  consacrò  tanta  parte  dell'attività  sua  anche  agli  studi  storici  della  let- 
teratura, chi  per  noi,  italiani,  come  poeta  e  scrittore,  è  la  maggior  gloria  vivente  : 

(1)  Dall'albo  posto  all'ingresso  della  sala  durante  le  varie  sedate  possiamo  raccogliere  le  segnenti 
Arme  di  congressisti  intervenuti  ai  lavori  della  Sezione: 

Almagìì  (signora)  A..  Ancel  (signora).  Barbèra  P.,  Bandi  di  Vesnie  B.,  Beklemicheff  (signora)  E,. 
Benndorff  K.,  Berlingeri  A.,  Bertoldi  A.,  Biadene  L.,  Bocca  G.,  Bonnard  J.,  Bottlicher  G.,  Bouché-Le- 
clercq  A.,  Bovet  E.,  Brizzolara  G.,  Brown  H.  F.,  Cann  H.,  Canti  G.,  Casini  T.,  Cesareo  G.  A.,  Checchi  E.. 
Gian  V.,  Chiattone  D.,  Croce  B.,  Crocioni  G.,  Da  Cunha-Qerson  (signora)  A.,  D'Ancona  A..  Daridsohn  R., 
De  Gubematis  (contessa)  C,  Dejob  C,  Della  Giovanna  1.,  Derenbourg  H.,  De  RothschiH  (baronessa  )  J., 
Ehrlich  E.,  Feuillade  P.,  Flamini  F.,  Foerster  W.,  Gabrielli  A.,  Gallenga-Stuart  K.,  Gilletti  A.,  Gai- 
landaF.,  (inoli  conte  D.,  Hallberg  E.,  Harnack  0.,  Hassert  A.,  Hauvette  E.,  Hirriot  E.,  H!rsch-GereuUi 
(»on)  A.,  How  W.  W.,  Ive  A.,  Jablonowski  W.,  Jebb  .K^  Kurth  G..  Librone  E.,  Lindau  M.,  Litio  G.. 
Lnchaire  I.,  Luiso  F.  P.,  Macé  A.,  Maddalena  E..  Mantovani  D.,  Martluenche  E.,  Masi  E.,  Magioni  G., 
Medin  A.,  Mestica  G  ,  Meyer  P.,  Monod  G.,  Morfei  M.,  Muret  M.,  Novali  Fr.  Oehler  Q.,  Ovidi  E..  Padula  A., 
Papa  P.,  Pélissier  L.  *ì.,  Piaget  A..  Picot  E.,  Pierantoni-Mancini  (signora)  Grazia,  Romano  P.,  Rossi  G., 
Salazar-Sarsfteld  L.,  Sanesi  L,  Schept-levitch  I..,  Schueider  R.,  Segré  C.  Sforma  O,  Sorbelli  k^  Tancre  di  G 
Yianey  G..  Vossler  C,  Wiese  B.,  Wretschko  (von^  A.,  Zamboni  F.,  Zenattl  A,  Zuccaro  L. 

Prendono  parte,  inoltre,  ai  lavori  della  111  Sezione  molti  altri  congressisti  iscritti  in  particolare 
modo  in  altre  Sezioni. 


Giosuè  Cardi'CCI.  Propone  eli  sia  inviato  un  saluto  :  tutti  i  presenti  applaudono 
vivamente  e  calorosamente,  e  approvano  unanimi  la  proposta. 

D'Ancona  invita  la  Sezione  ad  eleggersi  un  jìresidente  ]<er  questa  prima 
adunanza:  sopra  sua  proposta,  vien  chiamato  per  acclamazione  alla  presidenza  il 
prof.  Pani  Meyer.  di  Parigi,  e  sono  eletti  a  ^nce-presidenti  i  professori  Hauvette, 
Landau,  Bovet.  Mazzoni  e  Novali;  a  segretari  si  elep^ono  i  professori  Della  Gio- 
vanna, Otto  Harnack  e  Lisi'». 

Presidenza  del  lìrof.  P.  Mi.yr.n. 

Il  presidente  Mever,  parlando  in  francese,  commemora  con  nobili  ed  elevate 
parole  Gaston  Paris,  che  fu  tra  i  primi  ad  iscriversi  al  Conj^resso,  e  che  molto 
probabilmente,  se  la  morte  non  l'avesse  troppo  presto  rapito  agli  studi,  avrebbe 
avuto  l'onore  e  la  soddisfazione  d'inauijurare  i  lavori  d(jlla  iSezione. 

L'affettuosa  ed  efficace  commemorazione  è  accolta  con  generali  applausi. 
Vedi:  Temi  e  comunicazioni,  n.  III). 

Il  PRESIDENTE  dà  in  seguito  la  parola  al  prof.  dott.  Otto  Harnack  (Darmstadt). 

Harnack  legge  in  tedesco  la  sua  comunicazione  Goethe  und  die  Renaissance 
(Vedi:  Temi  e  comunicazioni,  n.  IV)  È  ascoltata  con  molto  interesse,  e,  alla 
fine,  ap])laudita. 

Hanno  quindi  la  parola  : 

Piaget  prof.  Arturo  (Neucbatel),  che  parla  in  francese  sul  poema  di  Pierre 
Chastellain:  Le  temps  recouvré,  composto  a  Roma  nel  1451  (Vedi:  Temi  e 
comunicazioni,  n.  V).  (Approvazioni). 

ZuccARo  prof.  Luigi  (Alessandria),  che  discorre  delle  Colonie  provenzali  della 
Capitanata  (Vedi:  Temi  e  comunicazioni,  n.  VI).  (Approvazioni). 

P.  Meyer,  chiesta  la  i»arola,  fa  alcune  osservazioni,  ed  esprime  l'augurio 
che  sia  rijiresa  la  questione,  per  stabilire  se  quelle  colonie  siano  provenzali  o 
francesi. 

Padula  comm.  Antonio  (Napoli),  presenta  e  distribuisce  il  suo  lavoro  Teofilo 
BrcffO  e  la  Visione  de'  Tempi  {^);  e  nvvcttc  cha  ncWe  comunicazioni  ch'egli  deve 
svolgere  nella  sezione  II  accennerà  brevemente  anco  alla  storia  letteraria  del  Por- 
togallo. (Ringraziamenti  e  approvazioni). 

Il  PRESIDENTE,  ringraziati  gli  oratori,  invita  l'assemblea  a  voler  designare 
chi  debba  presiedere  la  successiva  seduta  :  sopra  sua  proposta  viene  eletto  il 
prof.  Charles  Dejob,  di  Parigi:  e  subito  dopo  è  dichiarata  sciolta  la  seduta  alle 
..r.'  17r:rt' 


(1)  Il  comm.  radula  diatribui  ai  presenli,  in  questa  e  In  altre  Sezioni,  alcuni  esemplari  di  tale 
ano  Ntodio  (Appunti  di  critica  e  saygio  di  Iraducione  dal  portoghese),  edito  in  omajfgio  al  Congresso 
(Napoli.  1902). 


SECONDA    SEDUTA 

Sabato  4  aprile  1903. 


Presiden:ia   del  prof.    Dfjoh. 

Prosiede  il  prof.  Dejob,  che  apre  la  seduta  alle  15,15',  e  fungono  da  segre- 
tari i  prof.  Lisio  e  Gallenga-Stuart,  quest'ultimo  nell'assenza  degli  altri  due 
segretari  eletti  nella  precedente  adunanza. 

Il  PRESIDENTE  dà  subito  la  parola  al 

Prof.  W.  Forster  (Bonn),  che  legge  la  sua  comunicazione:  Sull'autenticità 
de' codici  d'Arborea  (Vedi:  Temi  e  comunicazioni,  n.  VII).  Egli  conferma  la  fal- 
sità di  tali  codici,  in  seguito  ad  esame  fatto  da  lui  stesso,  avvalorato  con  altri 
documenti  sardi,  e  in  base  ad  elementi  esteriori  e  interiori  non  dubbi.  Prova,  tut- 
tavia, che  una  parte  di  queste  carte  ò  realmente  autentica,  ma  che  è  posteriore 
al  1438:  cosicché  rimane  per  lui  indiscutibile  la  condanna  pronunziata  dai  dotti 
berlinesi  e  dai  professori  Vitelli  e  D'Ancona  (Vivi  applausi). 

Casini  (Modena),  avuta  la  parola  sull'argomento,  riferisce  d'aver  veduto  a 
Oristano,  nella  biblioteca  di  quel  Ginnasio,  vari  grossi  volumi  dalle  cui  rilegature 
il  frate  Manca,  probabile  autore  delle  falsificazioni,  ritagliava  le  pergamene. 

Forster  annunzia  che  questi  volumi,  con  le  carte  d'Arborea,  furono,  in  se- 
guito a  lodevole  richiesta  del  Comitato  ordinatore,  e  por  gentile  concessione  del 
Ministero  della  pubblica  istruzione,  richiamati  provvisoriamente  dalla  Biblioteca 
di  Cagliari  e  depositati  alla  Biblioteca  Nazionale  di  Roma,  insieme  alle  altre  carte 
possedute  dalla  famiglia  Bandi  di  Vesme,  pure  gentilmente  concesse:  egli  invita 
i  congressisti  a  una  breve  conferenza  che  terrà  lunedi,  6  corrente,  in  una  sala 
della  Biblioteca  Nazionale,  per  dimostrare  meglio,  valendosi  dei  codici  stessi, 
quanto  ha  ora  comunicato  alla  Sezione  ('). 

11  presidente  dà  quindi  la  i)arola  al  pruf.  D'Ancona  per  svolgere  la  Rela- 
zione da  lui  preparata  insieme  al  dott.  Fumagalli,  che  è  assente,  per  la  proposta 
di  una  Bio-òibliografia  italiana  (Vedi:  Temi  e  comunicazioni,  n.  I). 

D'Ancona  dà  lettura  della  Relazione,  la  quale  termina  dimostrando  l'oppor- 
tunità «  che  il  Congresso  faccia  voti  aflìiichè  1'  iini)resa  veramente  nazionale  della 
bio-bibliografia  italiana  sia  direttamente  assunta  dal  Governo  ". 

Terminata  la  lettura,  si  apre  subito  una  viva  e  animata  discussione.  Ha  la 
parola  dapprima 

(1)  La  conferenza  ebbe  laogo,  infatti,  dinanzi  a  numeroso  uditorio  il  giorno  6  nella  B.  Biblio- 
teca V.  E.  Il  prof.  FOKRSTER,  in  questa  occasione.  Illustrò  più  ampiamente  e  più  rainatamente  l'argo- 
mento della  sua  Comunicazione,  e  aggiunse  molti  nuovi  particolari  e  complemi-nti.  che    saranno  oggetto 

di  speciali'  pubblicazione. 


—    vili    — 


Mazzoni  prof.  Guido  (Fironzc).  il  quale  ricorda  che  il  prof.  Solerti,  in  un  altro 
Conpresso,  aveva  proposto,  d'accordo  col  dott.  Fumagalli,  una  stampa  in  schede 
e  in  /opli  sciolti.  Espone  il  metodo,  da  estendersi  anche  ai  minori  e  ai  minimi 
scrittori.  Quel  Conpresso,  che  sì  tenne  a  Torino,  approvò  questa  forma,  ma 
l'opera,  dopo  un  primo  sappio,  non  ebbe  sepuito  per  la  mancanza  di  aiuti  supe- 
riori. Oonsiplia  alla  Seziono  di  far  voti  che  il  Governo  s' incarichi  dell'esecuzione 
della  proposta,  affidandola  aW Istituto  Storico  o  ai  Lincei,  che,  sotto  la  loro  sor- 
veplianza.  facciano  curare  il  lavoro  da  insepnanti  delle  nostre  scuole  secondarie 
0  da  funzionari  delle  nostre  biblioteche.  Così  l'Italia  avrà  l'inventario  del  suo 
ricco  patrimonio  letterario. 

Gian  prof.  Vittori"  (Pisa)  piudica  ottimo  il  fine,  ma  vorrebbe  escluso  tutto 
ci''  che  sa  d'uflìciale,  altrimenti  non  se  ne  farà  mai  nulla.  Crederebbe  oppor- 
tuno .'ii  formasse  una  Commissione  di  persone  tecniche,  che  si  ramificlii  in  tutta 
l'Italia;  tutti  pli  enti  locali  dovrebbero  mandare  i  rispettivi  elenchi  degli  scrit- 
tori alla  Commissione  centrale.  I  mezzi  dovrebbero  poi  esser  dati  da  un  editore 
0  da  una  federazione  di  case  editrici:  epli  crede  tale  idea  l'unica  pratica. 

1)'.\ncona  non  è  di  questo  parere;  perchè,  in  tal  caso,  chi  provvederebbe 
alle  ingenti  spese  d'impianto  e  di  compilazione?  Perciò  si  chiede  al  Ministero 
che  istituisca  un  ufficio  apposito  ed  assuma  esso  l' impresa,  che  ha  carattere  na- 
zionale. 

Barbèra  (Firenze)  opina  che  l'opera  del  dizionario  bio-bibliografico  sia  di 
tal  mole  e  di  tale  difficoltà,  da  richiedere  il  concorso  di  molti  cooperatori,  e  da 
non  potere  essere  assunta,  nelle  attuali  condizioni  del  commercio  librario  italiano, 
da  una  Casa  editrice;  e  non  solo  per  cosifatte  ragioni,  ma  anche  perchè  le  pro- 
babilità di  smercio  non  sono  tali  da  far  sperare,  anziché  un  guadagno,  neppure 
un  introito  da  bilanciare  le  spese  di  compilazione  e  di  stampa.  Ciò  premesso, 
plaudendo  anche  in  quest'occasione  all'idea  del  dizionario  bio-bibliografico,  come 
già  vi  aveva  fatto  plauso  quando  fu  oggetto  di  discussioni  in  recenti  riunioni  della 
Società  bibliografica  italiana,  egli  afferma  l'opinione  che  una  siffatta  iniziativa  si 
addica  alla  Società  stessa,  e  che  ad  essa  spetti  di  attuarla,  facendone  il  compito 
principale  della  sua  operosità;  ma  poiché  i  mezzi  finanziari  di  cui  la  nascente 
Società  può  disporre  sono  assolutamente  deficienti,  il  bilancio  nazionale  deve  for- 
nire tali  mezzi,  trattandosi  di  opera  di  pubblica  utilità  e  che  non  ha  cai"attere 
commerciale.  Coglie  frattanto  l'occasione  i)er  presentare  quale  omaggio  alla  Sezione 
il  saggio  del  Catalogo  ragionato  delle  edizioni  Barberiane:  (Vedi:  Temi  e  comu- 
nicazioni, n.  II),  parendogli  che  esso  possa  dare  qualche  ajuto  al  dizionario  di 
cui  oggi  si  discute. 

Casini  lamenta  e  biasima  che  sempre  ci  si  rivolga  al  Governo:  vorrebbe 
invece  che  il  Ministro  della  pubblica  istruzione  imponesse  alle  Società  di  Storia 
Patria  la  continuazione  almeno  della  bibliografia  del  Settecento. 

D'Ancona  riprende  la  parola  per  stabilire  la  differenza  tra  l'opera  proposta  da 
lui  e  dal  Fumagalli  e  quelle  d'Istituti  speciali,  delle  quali  è  pur  cospicuo  esempio  il 
recentissimo  saggio  modenese,  che  fa  seguito  all'opera  del  Tiraboschi  e  dei  suoi 
continuatori,  e  si  augura  che  altrettanto  facciano  gli  altri  consimili  Istituti.  Ma 
qui  si  tratta  di  altra  cosa:  è  necessaria  roi)era  nazionale,  non  regionale;  è  ne- 
cessario fondere  tutto;  al  Mazzuchelli,  repertorio  generale  che  arriva  solo  alla  letr 
tera  li,  ed  è  arretrato  di  un  secolo  e  piìi,  e  agli  altri  repertori  speciali  di  regioni, 
Provincie  o  municipi,  bisogna  che  si  sostituisca  un  repertorio  nazionale  e  che  tutto 


comprenda,  unificando  il  già  fatto,  correggendolo,  e  aggiungendovi  quanto  manca. 
Insiste  perciò  nel  senso  che  si  preghi  il  Ministro  di  studiare  se  la  proposta  D'An- 
cona-Fumagalli possa  e  debba  essere  attuata. 

Gian  parla  nuovamente  sui  mezzi  per  compiere  l'impresa:  ripete  che  la  Com- 
missione centrale  dovrebbe  diramare  circolari,  assicurare  cinquecento  sottoscrittori: 
dal  Governo  egli  è  convinto  che  non  si  possa  ottenere  nulla  di  concreto,  ove  ad 
esso  si  lasciasse  il  compito  di  dirigere  l'opera;  tutt'al  più  al  Governo  si  potreb- 
bero chiedere  soccorsi  pecuniari  e  nient'altro. 

MoRici  (Firenze)  ringrazia  il  prof.  Mazzoni  per  aver  accennato  a  una  sua 
antica  proposta  con  la  quale  esprimeva  il  desiderio  che  il  Ministero  della  pubblica 
istruzione  facesse  cenno,  nell'annuario  degli  insegnanti  delle  scuole  secondarie, 
delle  pubblicazioni  di  questi  ultimi.  Ciò  gli  sembrava  e  gli  sembra  tuttora  un  buono 
e  largo  contributo  alla  bibliografia  degli  scrittori  italiani  viventi. 

Parlano  ancora,  in  vario  senso,  il  prof.  Mazzoni,  che  riassume  le  proposte 
dei  relatori  in  un  ordine  del  gionio,  e  il  Barbèra;  e,  infine,  ha  la  parola  il 

Prof.  PicoT  (Parigi),  che  in  ottima  lingua  italiana,  sostiene  con  nobili  parole 
che  tra  i  progetti  sottoposti  al  presente  Congresso  di  scienze  storiche  ninno  sia 
forse  più  importante  di  quello  della  Bio-bibliografia  italiana.  Aggiunge  che 
questa  intrapresa  ha  un  interesse  di  primo  ordine  per  tutte  le  nazioni  dell'Europa, 
ed  il  promuoverla  dovrebbe  essere  scopo  di  tutti  gli  studiosi.  Non  crede  perù  che 
sia  possibile  di  discutere  adesso,  in  un'adunanza  intemazionale,  i  particolari  della 
esecuzio^ie:  essa  è  una  cosa  proprio  italiana.  Gli  pare  che  non  si  debba  altro  fare 
se  non  votare  le  proposte  degli  illustri  colleghi  signori  D'Ancona  e  Fumagalli. 
I  membri  stranieri  del  Congresso  potrebbero  poi  lavorare  alla  progettata  Bio-bi- 
bliografia, sia  formando  Comitati  per  ricevere  sottoscrizioni,  sia  radunando  docu- 
menti nelle  Biblioteche  estere. 

Chiusa  la  discussione,  la  Sezione  approva  ad  unanimità,  e  tra  vivissimi  ap- 
plausi al  relatore  prof.  D'Ancona,  l'ordine  del  giorno,  con  qualche  lieve  modifica- 
zione suggerita  dal  proponente  stesso  ;  esso  è  il  seguente  : 

«  La  Sezione  III  del  Congresso  Internazionale  di  Scienze  storiche  in  Roma, 
«  plaudendo  alle  proposte  fatte  dal  prof.  Alessandro  D'Ancona  e  dal  dott.  Giu- 
«  seppe  Fumagalli  intorno  a  un  Piepertorio  bio-biliografico  italiano,  fa  voti  a  S.  E. 
«  il  Ministro  dell'  istruzione  pubblica  perchè  con  ogni  possibile  aiuto  procuri  che 
«l'opera  sia  attuata  secondo  le  norme  della  Relazione  letta  dal  prof.  D'Ancona-». 

Hallberg  (Tolosa)  legge  in  seguito  una  sua  Nota  sulla  genesi  delle  quattro 
grandi  epopee  cristiane  (Vedi:  Temi  e  comunicazioni,  n.  Vili),  dimostrando  come 
si  sia  conservato  l'elemento  greco-romano,  e  più  particolarmente  virgiliano,  nella 
Divina  Commedia,  nella  Gerusalemme  Liberata,  nel  Paradiso  Perduto,  e  nella 
Messiade  (Approvazioni). 

Il  PRESIDENTE  da  poscia  la  parola  al  dott.  Leon  Schepélevitch,  consigliere 
di  Stato,  professore  nell'Università  imperiale  di  Kharcoff  (Russia). 

Schepélevitch  riassume,  in  lingua  italiana,  una  relazione  sugli  stadi  cui 
egli  attende  da  tempo  intorno  al  Cervantes  e  alle  sue  opere  e  sulla  letteritura 
dell'argomento.  In  particolar  modo  egli  si  riferisce  ai  due  volumi  di  recente  da 
lui  stesso  pubblicati  (I.  La  vita  del  Cervantes;  IL  //  Don  Quixote  del  Cervantes), 
che  sono  l'unica  opera  edita  in  Russia  sull'argomento. 

Le  pubblicazioni  fatte  dallo  Schepélevitcli,  e  gli  studi  cui  egli  attende,  di- 
mostrano che  l'architettura  interna,  la  cronologia  e  il  legame  intrinseco  delle  opero 


del  Cervantes  non  sono  ancora  abbastanza  noti,  mentre  la  maggior  parte  de'  bio- 
grafi del  Cervantes  si  è  finora  occupata,  anche  troppo,  degli  avvenimenti  esteriori 
della  sua  vita. 

Lo  Schepólevitcli.  addit;i,  conchiudendo,  i  risultati  più  importanti  de' suoi 
studi:  il  Bojardo  e  l'Ariosto  sono  fonti  di  alcune  commedie  del  Cervantes;  l'in- 
riusso  dcWOrlando  Furioso  è  notevole  nella  prima  parte  del  Don  Quixote,  ma 
nullo  nella  seconda  parte;  le  tragedie  del  Cervantes  derivano  dai  romanzieri  po- 
polari; il  Don  Quixote  è  un  romanzo  essenzialmente  realista;  il  Cervantes,  volendo 
demolire  l'ascendente  allora  esercitato  dai  romanzi  cavallcresclii,  fece  un  romanzo 
sublime,  avente  le  sue  radici  nella  vita  umana  ;  l' iconografia  del  Don  Quixote 
manca  di  buon  gusto  e  di  originalità;  lo  scrittore  russo  di  genio  che  più  si  av- 
vicina al  Cervantes  è  il  celebre  Gogol.  Termina  facondo  una  comparazione  fra 
il  Don  Quixote  del  Cervantes  e  le  Anitne  morte  del  fìogol  (Vivi  applausi  e  con- 
gratulazioni). 

Il  PRKSIDENTE  rileva,  dopo  ciò,  brevemente  l'importanza  della  odierna  discus- 
sione, e  ringrazia  gli  oratori:  e,  dopo  che  è  stato  designato  ed  eletto  alla  presi- 
denza per  la  successiva  adunanza  il  prof.  W.  Forster,  di  Bonn,  toglie  la  seduta 
alle  ore  18. 


TERZA    SEDUTA 

Lunedi  6  aprile  1903. 


Presidenza  del  irrof.   W.  Foerster. 

Presiede  il  prof.  W.  Foerster,  che  apre  la  seduta  alle  ore  15  ;  fungono  da 
segretari  i  professori  Lisio  e  Gallenga. 

Il  PRESIDENTE  dà  la  parola  al 

Prof.  Paul  Mkyer,  che  parla  sulla  Di/fusione  della  lingua  francese  in  Italia 
durante  Vetà  di  mezzo  (Vedi:  Temi  e  comunicazioni,  n.  IX). 

L'illustre  letterato  espone  per  quali  cause  e  per  quali  vie  la  lingua  francese 
si  è  propagata  in  Italia,  e  dimostra  in  qual  tempo  essa  divenisse  quasi  di  uso 
comune,  arrecando  a  conferma  numerose  ed  esaurienti  prove  (Vivi  applausi). 

Jablonowski  (Varsavia)  legge  quindi  una  sua  comunicazione  sullo  Stato 
presente  della  letteratura  in  Polonia  (Vedi:  Temi  e  comunicazioni,  n.  X),  trac- 
ciando un  quadro  della  vita  intellettuale,  storica,  artistica  e  filosofica  di  quella 
nazione  ;  accenna  allo  sviluppo  che  questa  ha  preso  a  contatto  della  civiltà  e  della 
scienza  contemporanea,  e  s'intrattiene  sopratutto  sull'originalità  della  letteratura 
polacca,  non  ostante  l'influenza  che  esercitarono  sopra  di  essa  le  letterature  stra- 
niere in  generale,  e  l'italiana  in  particolare  (Applausi). 

Ha  quindi  la  parola 

Croce  Benedetto  (Napoli)  che  riferisce  intorno  a  un  disegno  di  Storia  della 
critica  letteraria  in  Italia  (Vedi:  Temi  e  comunicazioni,  n.  XI)  indicando,  anzi- 
tutto, quali  differenze  corrano  fra  storia  vera  e  propria  della  critica  e  quelle  del- 
l'estetica, dell'erudizione  e  delle  vicende  del  gusto;  e  fermandosi  poi  a  discutere 
lungamente  sul  triplice  problema  che  la  storia  della  critica  deve,  a  suo  parere, 
risolvere  (Vivi  applausi). 

Lisio  (Como),  avuta  la  parola,  plaude  all'erudita  ed  acuta  comunicazione  del 
Croce,  ed  è  lieto  di  poter  confermare,  per  suoi  studi  iniziati,  ma  ancora  non  ma- 
turi, le  conclusioni  a  cui  è  giunto  il  dotto  oratore;  si  permette,  tuttavia,  di  retti- 
ficare alcune  lievi  asserzioni  che  non  gli  sembrarono  del  tutto  fondate. 

Le  rimanenti  comunicazioni  sono  rimandate  alla  successiva  seduta,  a  presie- 
dere la  quale  è  designato  il  prof.  Picot,  di  Parigi.  (Applausi). 

Il  PRESIDENTE  dichiara  quindi  sciolta  la  seduta  alle  ore  17,30'. 


—        XII        — 


QUARTA    SEDUTA 

3Iarte(li  7  aprile  1903. 


Presidenza  del  "prof.  E.  Picot. 

Si  apre  la  seduta  alle  ore  9,  sotto  la  iiresidenza  del  prof.  Picot,  che  fa 
«mesta  cortese  dichiarazione  :  <•  Prima  di  aprire  la  seduta  voglio  ringraziare  i  va- 
lenti maestri,  colleghi  ed  amici  italiani  del  grande  onore  che  mi  hanno  fatto, 
chiamandomi  alla  presidenza  della  Sezione.  Quest'onore  lo  potevano  fare  a  più 
degno,  ma  a  nessuno  che  più  di  me  amasse  l'Italia  n.  Funge  da  segretario  il 
dott.  Gallenga,  a  cui  si  aggiunge  poscia  il  prof.  Lisio. 

Lisio,  avuta  la  parola,  legge  una  comunicazione  intorno  ai  suoi  studt  sul- 
l'Ariosto, dando  notizie  e  giudizi  sui  rifacimenti  generali  e  parziali  àoWOrlando 
Furioso  e  su  le  carte  autografe  esistenti  nella  Biblioteca  di  Ferrara  e  nell'Am- 
brosiana di  Milano.  Dimostra  come  si  potrebbe  ricostruire  criticanaente  il  testo 
del  Furioso,  e  s' intrattiene  sulle  correzioni  ai  fogli  di  alcune  copie  dell'edizione 
detìnitiva  del  1532;  parla  quindi  del  tempo  in  cui  furono  composti  i  primi  canti, 
tra  il  1502  e '3  non  tra  il  1506  e '7,  come  si  crede,  e  della  ragione  politica  ed 
artistica  che  mosse  il  poeta  a  sostituire  al  frammento  epico  sulla  storia  d'Italia 
la  prima  parte  del  canto  33°  (Vedi:  Temi  e  comunicazioni,  n.  XII)  (Vivi  applausi). 

Il  prof.  Flamini  (Padova)  riferisce  alcune  nuove  osservazioni  intorno  alle 
imitazioni  e  ai  plagi  da  poeti  italiani  nel  Canzoniere  di  Giovanni  Antonio 
De  Baìfenelle  Poésies  Francaises  di  Giovatini  Passerai,  ed  espone  varie  consi- 
derazioni generali  sull'efiicacia  esercitata  dalla  letteratura  cinquecentistica  nel 
•lifFondere  il  culto  della  forma  presso  le  altre  nazioni  (Wnli  ;  Tetni  e  comunica- 
zioni, n.  XIII)  (Vivi  applausi). 

A  tal  proposito  chiede  la  parola  il 

Prof.  ViANEV  (Montpellier)  che  cita  altre  imitazioni  del  Bai'f,  sia  dalle  Rime 
diverse  edite  dal  Giolito,  sia  dal  Pontano,  dall'.Vriosto,  ecc. 

Ukjob  legge  poscia  la  sua  comunicazione  inturno  agli  esuli  italiani  in 
Francia  al  tempo  di  Luigi  Filippo,  e  particolarmente  si  ferma  a  discorrere  di 
Guglielmo  Libri  e  della  varia  fortuna  sua;  conchiude  augurandosi  che  gli  Italiani 
esplorino  iiccuratamente  gli  Archivi  di  Francia  (Vedi:  Temi  e  comunicazioni, 
n.  XIVj  (.\pplausi  vivissimi  e  prolungati). 

NovATi  prof.  Francesco  s'intrattiene  quindi  sopra /t' or/f^ini  musicali  della 
lirica  cortigiana  della  Provenza.  Giovandosi  di  recenti  studi  sulla  storia  delle 
forme  metriche  musicali  de' secoli  IX  e  X,  il  Novati  mette  in  evidenza  che  la 
irrande  fioritura  musirale  iniriatasi  in  S.  Gallo,  si  trasporta,  già  nel  secolo  X,  in 


—    XIII    — 


Aquitania,  dove  S.  Marziale  di  Limoges  diviene  per  tre  secoli  focolare  di  simile 
cultura.  S.  Marziale  si  trova  nel  cuore  di  quella  regione,  dove  alla  fine  del  se- 
colo XI  vediamo  sorgere  la  lirica  occitanica.  Per  questo,  e  per  l' interesse  che  i 
nobili  laici  di  Germania  e  di  Aquitania  dimostravano  verso  la  musica,  l'oratore 
conchiude  che  la  questione  dei  rapporti  tra  la  musica  ecclesiastica  dei  secoli  X 
e  XI  e  la  musica  trovadorica  del  secolo  XII  vuole  essere  riesaminata  da  capo  con 
diligenza  (Vivissimi,  ripetuti  applausi)  ('). 

Il  PRESIDENTE  dà  quindi  la  parola  a 

Maddalena  prof.  Edgardo  (Vienna)  che  parla  su  Lessing  e  V  Italia,  accen- 
nando al  viaggio  da  quegli  intrapreso  nel  1755  in  Italia,  alle  relazioni  tra  la  let- 
teratura italiana  e  le  opere  del  Lessing,  e  facendo  un  largo  esame  del  suo  teatro 
in  confronto  a  quello  italiano  e  straniero  (Vedi:  Temi  e  comunicazioni,  n.  XV) 
(Vivi  applausi). 

Si  annunzia  la  comunicazione  del  prof.  E.  Martinenche  (Bordeaux):  A  propos 
dea  études  comparées  des  littératures  méridionales,  che,  presente  ieri  alla  seduta, 
nella  quale  essa  avrebbe  dovuto  essere  svolta,  si  scusa  di  essere  stato  costretto  a 
partire  oggi  improvvisamente  da  Roma:  e  si  delibera  che  la  comunicazione  sia 
inserita  negli  atti  della  Sezione  (Vedi:  Temi  e  comunicazioni,  n.  XXIV). 

Chiude  la  seduta  il  presidente  prof.  Picot  alle  ore  12,  presentando  prima 
la  raccolta  completa  del  Bulletin  italien  di  Bordeaux  con  queste  parole: 

"  Ho  l'onore  di  presentare  alla  Sezione  le  prime  dispense  del  Bulletin  italien, 
rivista  trimestrale  pubblicata  dalle  Università  della  Francia  meridionale,  e  stam- 
pata a  Bordeaux  a  cura  del  signor  prof.  Radet.  Il  Bulletin  è  entrato  nell'anno 
terzo  della  sua  esistenza,  e  se  non  può  vantarsi  d'essere  un  organo  importante, 
attesta  però  il  progresso  degli  studi  italiani  al  di  là  delle  Alpi  ?». 

Per  la  successiva  seduta  è  acclamato  presidente  il  prof.  Wiese,  di  Halle. 


(1)  Il  prof.  NovATi,  come  già  ne  aveva  prevenuta  la  Sezione,  volle  semplicemente  dare  notizia 
preliminare  di  studi  da  lui  avviati,  ma  non  compiuti;  e  perciò  la  sna  comunicazione  non  si  pubblica  in 
questi  Atti. 


—    XIT    — 


QUINTA    SEDUTA 

MeiToledi  8  aprile  1903. 


Presidenza  del  prof.  lì.  Wìese. 

La  seduta  è  aperta  alle  ore  0,30';  fungono  da  segretari  i  professori  Lisio 
e  Gallenqa. 

Il  PRESIDENTE  invita  a  prendere  la  parola  il  prof.  Zuccaro,  che  comunica 
una  stia  nota  sopra  V.  Balaguer,  autore  de''  Recuerdos  de  Italia,  dimostrando 
tutto  l'amore  di  lui  all'Italia  e  le  relazioni  del  poeta  catalano  con  la  Provenza 
(Vedi:  Temi  e  comunicazioni,  n.  XVIl  Segue  il 

Prof.  Galletti  (Cremona)  che  parla  sulla  Storia  del  concetto  scientifico 
della  critica  letteraria,  ed  espone  quale  sia,  a  suo  parere,  la  vera  fonte  del  giu- 
dizio estetico  (Vedi:  Temi  e  comunicazioni,  n.  XVII)  (Applausi). 

Luiso  (Lucca)  riferisce  poi  su  un  commento  inedito  alla  Divina  Commedia, 
di  Jacopo  Alighieri,  figlio  del  poeta,  e  sostiene  che  quelle  note  gli  furono  pro- 
babilmente ispirate  dallo  stesso  Dante  (Vedi:  Temi  e  comunicazioni,  n.  XVIII) 
(Applausi). 

Tancredi  (Cosenza)  espone  la  sua  comunicazione  Su  tre  personaggi  dei 
poemi  del  Pulci,  del  Folengo  e  del  Rabelais,  volendo  dimostrare  la  derivazione 
del  Cingar  dal  Margutte,  e  del  Panurgo  dal  Cingar  (Vedi:  Temi  e  comunicazioni, 
n.  XIX). 

Chiattone  (Saluzzo)  legge  la  sua  comunicazione:  Per  V  u  autobiografia  ■" 
e  per  i  «  Costituti  »  di  Silvio  Pellico,  e  per  una  recente  riabilitazione  ;  egli 
rivela  l'esistenza  di  un'autobiografia  conservata  in  un  archivio  privato  a  Saluzzo; 
e  sulla  scorta  di  questa  e  dei  costituti  difende  il  Pellico  e  il  Maroncelli  dall'ac- 
cusa di  debolezza  verso  la  polizia  austriaca  e  verso  il  Salvotti  (Vedi:  Temi  e 
comunicazioni,  n.  XX)  (Vivi  applausi). 

hkVDi  DI  Vesmk  (Torino)  parla  sopra  La  leggenda  di  Aleramo,  sostenendo 
come  essa  abbia  fondamento  in  fatti  storici  (Vedi:  Temi  e  comu7iicazioni,  u.XW). 

Infine,  il  prof.  Mazzoni  presenta  il  sunto  d'una  comunicazione  che  avrebbe 
dovuto  fare  il  j>rof.  V.  Crescini  (Padova),  il  quale  è  assente,  intorno  ad  Alcune 
lettere  del  '.700  in  volgare  padovano  (Vedi:   Temi  e  comunicazioni,  n.  XXII). 

Prima  che  si  tolga  la  seduta,  il  prof.  Kla.mini  chiede  la  parola,  e,  anche  a 
non. e  dei  professori  Vossler  e  Hauvette,  propone  si  voti  il  seguente  ordine  del 
giori.o: 


u  La  Sezione  III  del  Congresso  internazionale  di  scienze  storiche,  fa  voti 
u  che  il  prestito  dei  Codici  tra  Stato  e  Stato,  che  ora  si  fa  pel  tramite  dei  Mi- 
«  nisteri  della  pubblica  istruzione  e  degli  affari  esteri,  sia  fatto  direttamente  tra 
«  le  Biblioteche  ». 

Esso  è  approvato  all'unanimità  ('). 

Il  PRESIDENTE  propone,  e  l'assemblea  approva,  come  presidente  per  la  pros- 
sima seduta,  il  prof.  (j.  Mazzoni  ;  ma  questi,  ringraziando,  si  scusa  di  non  poter 
accettare:  propone  invece,  che  si  designi  il  prof.  A.  D'Ancona.  Così  si  stabilisce 
per  acclamazione;  e  si  leva  dopo  ciò  la  seduta  alle  ore  11,30'. 

(1)  Tale  ordine  del  giorno  fu  parimenti  proposto  e  votato  in  altre  Sezioni  del  Congresso. 


—    XVI     — 


SESTA    SEDUTA 

Giovedì  y  aprile  190a. 


Presidenza  del  prof.  IImuwh,  Di.nEsiuvm.. 

Si  apre  la  seiliita  alle  ore  9;  e,  sopra  proposta  del  prol'.  D'Ancona,  f,'ià  de- 
signato quale  Presidente  il  giorno  innanzi,  ma  che  dichiara,  pure  ringraziando,  di 
non  potere  accettare,  è  chiamato  a  presiedere  il  prof.  Haktwig  Derenbourg  (Pa- 
rigi), che  pronunzia,  ascoltato  da  tutti  con  deferente  simpatia,  il  seguente  discorso: 

"  Avant  de  donner  la  parole  à  M.  le  professeur  Giuseppe  Lisio,  votre  pré- 
sident,  non  pas  seulement  du  dernier  jour,  mais  de  la  dernicre  houre,  vous  domande 
la  permission  de  vous  adresser  ses  remercìments  pour  le  grand  honneur  que  vous 
lui  avez  fait  en  l'appelunt  à  diriger  à  peine  «  l'espace  d'un  matin  n  vos  savantes 
didcussions.  Dans  votre  dernière  séance,  vous  n'aviez  pas  nommé,  vous  aviez  ac- 
ciaine nion  éminent  ami,  M.  le  professeur  Alessandro  D'Ancona  de  Pise,  pour  oc- 
cuper  aujourd'hui  ce  fauteuil.  Je  vois  à  mes  còtés  une  autre  gioire  littéraire  de 
l'Italie  actuelle,  M.  le  professeur  Guido  Mazzoni  de  Florence,  qui  eùt  été  plus 
designò-  que  moi  par  sa  compétence  et  son  autorità  pour  conduire  vos  débats.  Cesi 
à  votre  courtoisie,  toute  italienne,  envers  vos  hòtes,  trop  passagers  à  leur  gre, 
que  j'attribue  la  faveur  de  votre  choix  et  je  vous  en  exprime  ma  vivo  gratitude. 

u  Une  considération  qui,  dans  cette  section,  vous  a  guidés  particulièrement  à 
lui  donner,  de  propos  delibera,  méme  par  des  indices  extérieurs,  un  caractère  ré- 
Bolument  international,  c'est  revolution  de  la  critique  qui  ne  se  laissc  plus  arrèter 
par  les  frontières  d'un  pays,  ni  d'une  langue,  mais  qui  devient  de  plus  en  plus 
comparative,  psychologique,  synthétique.  Ce  n'est  pas  l'uniformité,  c'est  l'unite  de 
l'homme  pensant  qu'elle  recherche  dans  ses  manifestations  variées,  c'est  l'influence 
des  esprits  les  uns  sur  les  autres  qu'elle  surprend  avec  une  perspicacité  toujours 
en  éveil,  ce  sont  les  sillons  approfondis,  creusc-s  par  les  roues  ótrangòres,  dont 
elle  découvre  les  traces  dans  les  champs  cultivés  par  chaque  peuple.  Que  nous 
importeraient  les  langues  en  elles-mémes,  sinon  comme  des  phónomènes  linguistiques, 
si  elles  n'avaient  pas  été,  si  elles  n'étaient  pas  des  instrumcnts  maniés  avec  art 
par  les  penseurs  et  les  écrivains  pour  la  noble  propagande  des  idées  et  de  leur 
expression  ideale?  Il  y  a  eu  des  embryous  de  tentatives  au  WIII*^  et  dans  le  pre- 
mière moitii}  du  XIX'-  sièclc  pour  rcchercher  la  diflTusidn  au  dehors  de  ce  qui 
paraissait  l'apanage  exclusif  et  fermò  de  chaque  groupe  isoK-,  mais  un  signe  des 
teuips  c'est  que  l'histoire  de  chaque  littérature  ne  peut  plus  se  comprendre  que 
camme  un  chapitrc,  artificiellement  détaché  de  l'ensemble,  débordant  sur  les  autres 
par  des  rajtprochements,  par  des  dissemblances  et  par  des  actions    réflexes,  dont 


—    XVII    — 

la  constatation  constitue  un  progrès  marque  sur  les  ancìennes  statistiques,  volon- 
taireraent  bornées  et  étroites,  de  nos  prédecesseurs  immédiats. 

u  Mais  ce  ne  sont  pas  seuleraent  les  littératures  occidentales  dont  l'eipansion 
a  entraìné  des  contacts,  des  efFets  réciproques  et  des  répercussions  anx  chocs 
bienfaisants. 

u  La  coiitinuité  des  échanges  commerciaux  entre  les  populations  maritimes 
depuis  la  plus  haute  antiquité  et  le  mouvement  des  croisades  au  XII«  siècle  de 
notre  ère  ont  eu  pour  résnltat  que,  si  la  lumière  n'est  pas  venue  de  l'Orient, 
l'histoire  littéraire  de  l'Europe  ne  peat  se  dèsintéresser  des  apports  qa'elle  a  reyua 
de  l'Inde  et  da  monde  musulman.  Les  migrations  des  fables,  des  contes  et  des 
légendes,  leurs  parcours  capricieux,  leur  apparition  subite  à  fleur  de  terre  sans 
qu'on  ait  pu  suivre  de  l'oeil  leurs  méandres,  voilà  des  problèmes  que  n'a  pas  dé- 
daignés  la  curiosité  geniale  d'uu  Gaston  Paris.  C'est  sur  le  nom  de  ce  grand  maitre, 
de  cet  ami  de  l'Italie,  de  ce  patron,  aussi  cher  que  regretté,  qui  m'avait  fait  la 
gràce  de  ra'admettre  parrai  ses  clients,  que  je  termine  cette  allocution  »»  (Grandi  e 
ripetati  applausi). 

Funge  da  segretario  il  prof.  Gallenga.  —  Si  dà  subito  la  parola  al 

Prof.  Lisio,  che  legge  ana  nota  in  cui  dimostra  la  necessità  di  integrare  la 
storia  delle  letterature  con  l'analisi  del  periodo,  elemento  precipuo  della  bellezza 
formale.  Comprova  l'utilità  di  tale  stadio  con  i  risultati  storici  che  egli  trae  dal- 
l'analisi del  periodo  negli  scrittori  delle  origini,  in  Dante,  nel  Machiavelli,  e  negli 
scrittori  moderni,  dal  Parini  al  Carducci  (Vedi:  Temi  e  comunicazioni,  n.  XXIIl) 
(Vivi  applausi). 

Non  essendo  presenti  gli  autori  delle  poche  altre  comunicazioni  che  sareb- 
bero ancora  all'ordine  del  giorno,  e  fatta  qualche  riserva  per  la  loro  inserzione 
negli  Atti,  il  presidente  Derenboirg  riprende  la  parola,  e  chiude  la  seduta  cun 
questo  discorso,  non  meno  applaudito  del  precedente,  col  quale  presenta  alla  Se- 
zione alcuni  suoi  libri,  come  contributo  alla  storia  delle  letterature  comparate: 

u  En  assistant  à  l'autopsie  de  la  période  oratoire,  telle  que  l'a  pratiquée 
M.  le  professeur  Lisio  avec  un  sens  esthétique  si  prononcé,  je  ne  pouvais  m'erapé- 
cher  de  me  rappeler  la  phrase  sémitique  hachée,  menue,  sans  incises  ni  conjonc- 
tions,  dont  les  propositions  sont  parallèles,  juxtaposées,  nuUement  subordonnées, 
incapables  de  faire  figure  dans  une  période,  et  je  me  demandais  s'il  n'y  avait  pas 
là  une  indication  précieuse  pour  l'observateur. 

«  Mon  intention,  avant  de  lever  la  séance.  était  d'offrir  silencieusement  au 
Congrès  quelques-uns  de  mes  travaux  et  d'exprimer  seulement  mon  regret  de  ne 
pouvoir,  faute  d'exemplaires,  y  comprendre  les  trois  articles  que.  l'an  dernier,  j'ai 
consacrés  à  votre  illustre  historien,  arabisant  et  patriota,  Michele  Amari  {Journal 
des  Savants  de  1902,  p.  209-222;  486-498;  G08-C22).  Si  Allah  le  veut.  j'esjHjre 
reprendre  un  jour  et  terminer  cette  publication  interrompue  par  des  circonstances 
indépendantes  de  ma  volonté. 

a  Puisque  personne  ne  demande  la  parole,  je  risqae  un  commontaire  expli- 
catif  des  truis  opuscules  que  j'ai  déposés  sur  le  bureau.  IIs  rejiréseiitent  en  petit 
les  trois  grands  ópoques:  l'histoire  ancienne,  l'histoire  du  moyen  àge.  l'histoire 
moderne.  A  la  première  se  rapportent  mes  Nouveaux  tex'tes  y^me'nitt's  inédits 
(Paris,  1902,  avec  2  pi.).  Des  cinq  textes  qu'ils  renferinent.  le  premier  et  le 
cinquième  sont  sabèens.  Ics  trois  autres  enrichissent  l'ipigraphie.  pauvre  jusqu'alors, 
de  Katabùn.  L'inscription  royale  de  Saba'  (I)  n'a  pas  moins  de  20  lignes,  peut  ì'tre 


considérée  commo  du  III""-'  siòcle  de  notre  ère  environ  et  contient  à  la  fin  tout  un 
panthéon  do  dieux,  de  déesses,  que  termine  une  couple  inasculine  inséparable, 
'Athtar  et  Sakar,  dea  ^'óineaux  analogues  aux  Dioscures.  Le  monument  11  est  la 
dédicace  reconnaissante  d'un  roi-prètre  à  ses  dieux,  avec  invocation  à  ses  déesses 
et  à  ses  ancótros  diviiiisés. 

u  Je  transcris  le  titre  étendu  de  nion  deuxiòme  liommage:  Souvoiirs  histo- 
riques  et  récits  de  chasse  par  un  émir  syrien  du  douzihne  si?cle.  Autobiographie 
d'Outnma  Ibn  Mounkidh  intitulée:  L' instruction  par  les  exemples.  Traduction 
francaise  d'après  le  texte  arabe  par  H.  D.  (Paris,  1895).  Ce  texte  arabe,  je  l'ai 
publié  en  1886  d'après  le  mainiscrit  unique  que  j'avais  découvert  à  l'Escurial 
en  1880  et  je  l'ai  mis  à  la  base  do  ma  Vie  d'Ousdma,  (Paris,  1889-1893).  La 
traduction  intégrale  n'est  veime  qu'ensuite.  Vous  m'autoriserez,  je  l'espère,  à  vous 
en  lire  le  passage  suivant  (p.  187-188),  vous  comprendrez  aisément  pour  quel 
motif.  Cela  se  passait  vers  1140  de  notre  óre.  «  Je  m'étais  rendu,  dit  l'émir 
Oasàma,  avec  l'émir  Mou'ìn  ad-Din  [Anar]  (qu'Alh'ih  l'ait  en  pitie  !)  à  Acre  ('Akkà), 
auprì's  du  rei  des  Francs,  Foulques  fils  de  Foulques.  Nous  vìmes  un  (Jénois,  ré- 
ccmment  arrivò  du  pays  des  Francs,  qui  avait  avec  lui  un  faucon  de  grande  taille, 
ayant  mué  dans  la  maison,  faisant  la  chasse  aux  grues,  et  une  petite  chienne. 
Lorsqu'il  làchait  le  faucon  sur  les  grues,  la  chienne  courait  au  dessous;  puis,  le 
faucon  avait-il  saisi  la  grue  et  l'avait-il  posée  à  terre,  la  chienne  le  mordait,  sans 
lui  laisser  la  possibilità  de  s'échapper.  Le  Génois  nous  dit  :  "  Chez  nous,  le  faucon, 
pour  chasser  la  grue,  doit  avoir  sur  la  queue  treize  i)lumes  «.  Nous  fimes  le  compte 
des  plumes  sur  la  queue  de  ce  faucon.  Il  y  en  avait  treize.  L'émir  ^lou'in  ad-D!n 
(qu'AUàh  l'ait  en  pitie!)  demanda  ce  faucon  au  roi.  Celui-ci  le  prit,  ainsi  qae  la 
chienne,  au  Génois  qui  les  possédait  pour  en  faire  présent  à  Mou'ìn  ad-Dln.  Ce 
faucon,  sur  le  chemin,  sautait  sur  les  gazelles  comme  sur  une  pmie.  Une  fois 
arrivé  à  Damas,  il  n'y  vécut  pas  longtemps,  n'y  prit  point  part  aux  chasses  et 
y  mourut  bientòt  n.  Les  spécialistes  italiens  encadreront  sans  doute  cet  extrait  dans 
des  témoignages  locaux  concordants. 

«Cesi  un  contemporain  que  Maximin  Deloche,  mort  le  12  février  1900,  et 
le  hasard  des  ólections,  qui  a  fait  de  moi  son  successeur  à  l'Académie  des  inscrip- 
tions  et  belles-lettres,  a  fait  de  moi  par  le  méme  vote  son  biographe.  J'ai  été 
ainsi  amene  à  écrire  et  à  vous  soumettre  une  Notire  sur  la  vie  et  les  travaux 
de  ce  savant,  à  la  fois  musicien,  administratuur,  historien,  géograjìhe,  numismate, 
glyptologue,  sigillographe,  épigraphiste.  Il  vous  interesserà  d'apprendre  que,  dès  1860, 
Deloche,  dans  son  Principe  des  nationalités,  6'est  déclaré  un  ap-'-tre  enthousiaste 
de  l'unite  italienne,  à  l'epoque  où  les  idées  de  fédération  prévalaient  mfime  chez 
nombre  d' Italiens  et  des  meillcurs.  J'ai  eu  beaucoup  de  plaisir  et  de  profit  à 
m'échapper  de  mes  recherches  habituelles  d'orientaliste  pour  examiuer  et  pour 
décrire  cette  figure  originale  d'autodidacte  passionné  pour  la  géographie  du  Li- 
mousin,  pour  l'ótude  des  monnaies  et  des  anneaux  tant  earlovingiens  que  mérovin- 
giens.  Sa  vaste  érudition  acceptait  sans  défiance  les  débutants  et  les  nouveautés 
et  ne  se  montraitsccptique  qu'à  l'égard  des  orientalistes  et  de  l'orientalisme.  J'ai 
mis,  dans  ma  Notice,  une  certaine  cuquetterie  à  ne  pas  iiniter  à  rebours  ce  pré- 
jagé  incurable  n.  (Grandi  e  calorosi  applausi  salutano  la  fine  dell'eloquente  di- 
acorso). 

Il  iMiESiDENTE.  dopo  ci<'),  ringraziati  tutti  coloro  che  hanno  eflicacemente 
partecipato  o  contribuito  all'opera  della  Sezione,  dichiara  chiusi  i  lavori  della  Se- 


—    XIX    — 


zione  di  Storia  delle  letterature  del  Congresso  intemazionale  di  scienze  storiche, 
e  alle  ore  11  toglie  la  seduta  (■). 

(1)  Delle  Relazioni  e  Comunicazioni  contenute  nel  presente  volume,  col  consenso  della  Presidenza 
del  Congresso,  furono  editi  :  il  n.  I  e  relativa  Appendice  nella  divista  delle  Bibliotoche  e  deoU  Archivi, 
voi.  XIV,  anno  XIV,  n.  5;  il  n.  X  (tradotto)  e  XVIII  nella  Rivista  d'Italia,  fase,  marzo-aprile  1903;  il 
n.  XI  negli  Atti  dell'Accademia  Pontaniana  di  Napoli,  tomo  XXXI II.  Il  testo  qui  pubblicato  venne  dai 
rispettivi  Autori  qua  e  là  lievemente  ritoccato;  e  furono  aggiunte  alcune  note. 

Ha  qualche  attinenza  coi  lavori  della  -Sezione  III  la  comunicazione  che  il  prof.  V.  Waille  (Algeri) 
lesse  nella  Sezione  IV  (Storia  dell'arte)  col  titolo:  Xote  sur  les  Voyafjes  de  Rabelais  à  Rome,  che  sari 
inserita  nel  volume  VII  degli  Atti  del  Conyresso. 


PARTE  SECONDA 


TEMA   DI   DISCUSSIONE 


COMUNICAZIONI 


Seziono  111,  —  ,sv ->-•..,  .{^Hg  Lfttei;itHrt. 


T. 


TEMA. 

PROPOSTA  DI   UNA  BIO-BIBLIOGRAFIA  ITALIANA. 

Jtelazione  di  Alessandro  D'Ancona  e  Giuseppe  Fumagalli. 


Chiamati  a  riferire  sul  tema:  Proposta  di  ima  Bio-bibliografia  degli 
scrittori  italiani,  vi  sottoponiamo  queste  considerazioni.  Che  agli  stu- 
diosi in  generale  di  qualunque  disciplina  sia,  sopra  ogni  altro,  pre- 
zioso un  repertorio,  il  quale  dia  sicure  e  sufficienti  notizie  biografiche 
e  bibliografiche  sugli  autori  che  scrissero  su  qualunque  argomento, 
è  ovvio  :  come  è  ovvio  che  di  froute  alle  enormi  difficoltà  di  istituire 
dei  repertorj  universali,  si  sia  sentita  la  convenienza  che  questi  re- 
pertorj  siano  fatti  con  criterio  nazionale,  vale  a  dire  che  ogni  nazione 
pensi  a  compilare  i  repertori  della  propria  letteratura.  Al  bisogno  di 
questi  repertorj  bio-bibliogratìci  degli  scrittori  nazionali  si  è  nei  diversi 
paesi  provveduto  o  tentato  di  provvedere  con  espedienti  diversi. 

Il  tipo  più  antico  e  più  semplice  è  quello  di  compilazioni  prin- 
cipalmente biografiche,  fatte  in  sussidio  diretto  della  Storia  letteraria 
e  quindi  con  designazione  speciale  degli  autori  più  noti.  Abbiamo 
perciò  le  grandi  storie  letterarie  del  genere  ^q\Y  Histoire  littéraire 
de  la  France  ('),  cominciata  dai  Benedettini  della  Congregazione  di 
S.  Mauro,  continuata  dall'Accademia  parigina  delle  Iscrizioni  e  Belle 
Lettere,  e  di  cui  la  pubblicazione  non  è  ancora  compiuta  ;  e  citiamo 
soltanto  questa,  perchè,  pure  avendo  un  fine  essenzialmente  letterario, 
racchiude  abbondanti  e  precisi  ragguagli  bibliografici,  e  perchè  è  ve- 
ramente opera  nazionale;  omettendo  intenzionalmente  di  parlare  delle 
innumerevoli  storie  letterarie  di  compilazione  personale  e  privata.  Ac- 
canto a  queste  grandi  storie  letterarie  disposte  in  ordine  sistematico. 

(')  Histoire  littéraire  de  la  France.  l'aris.  17:vM808,  voi.  ;V2.  In  corso  tìi 
pubblicazione. 


-   4  — 

stanno  i  Dizionarj  alfabetici  generali  degli  scrittori,  come  il  nostro 
Mazzuchelli  ('),  pur  troppo  appena  iniziato  e  nondimeno  così  prezioso, 
il  Qut'rard,  che  nello  notissime  opere  La  Fraace  leltéraìre  e  La  Lit- 
téralure  francaiae  contemporaine  (quesf  ultima  solo  cominciata  da 
Ini,  continuata  e  compiuta  da  altri)  (-),  registra  con  diligenza  gran- 
dissima gli  autori  francesi  dal   17<>o  al  1849. 

Vi  sono  poi  le  compilazioni  prevalentemente  o  soltanto  biblio- 
grafiche, il  cui  carattere  sta  non  solo  nella  scarsità  o  mancanza  asso- 
luta di  informazioni  bio;,'raficlie  sugli  autori  citati,  ma  nell'accogliere 
tutte  le  informazioni  bibliografiche  venute  a  notizia  del  compilatore, 
senza  cernita  alcuna  di  importanza.  Poiché  uno  dei  criterj  seguiti  finora 
più  generalmente  in  bibliografia  (ne  staremo  qui  a  discutere  se  bene 
0  male)  era  che  il  bibliografo  dovesse  raccogliere  diligente  notizia  di 
tutti  i  libri,  buoni  o  cattivi,  che  rientravano  nel  quadro  dell'opera  da 
lui  vagheggiata,  senza  escluderne  alcuno  per  misero  che  fosse.  E 
un'altra  differenza  di  non  poco  momento  fra  le  opere  dei  due  tipi,  è 
questa:  le  prime  sono  composte  in  servizio  specialmente  della  storia 
letteraria,  e  quindi  s'indugiano  con  preferenza  a  parlare  dei  letterati: 
le  seconde  raccolgono  indifferentemente  tutti  gli  scrittori  in  qualunque 
ramo  della  coltura  si  siano  esercitati.  E  di  queste  compilazioni  biblii»- 
giafiche  si  hanno  pure  tipi  diversi,  ma  due  principalissimi,  e  in  primo 
luogo  i  Repertorj  bibliografici  generali,  di  cui  è  splendido  esempio  la 
Bibliogra/ihie  gcnórale  des  Paf/s-Bas  (■^),  pubblicata  a  Gand  dal  188<> 
in  avanti  per  iniziativa  e  sotto  la  direzione  di  Ferdinando  Van  der 
Haeghen.  bibliotecario  capo  di  quella  bibliotheca  universitaria,  opera 
lodatissima  e  sulla  quale  dovremo  tornare  più  avanti.  Ma  anche  altre 
nazioni  po>:sono  vantare  opere  simili,  per  quanto  inferiori  per  coraple- 

(>)  Mazzuchelli  <>.  U..  Gli  scrittori  d'Italia,  rioP  notizie  storiche  e  cri- 
tiche intorno  alle  vite  e  agli  scritti  dei  letterati  italiani.  Brescia,  175.3-1763. 
V'il.  2,  in  6  parti. 

(«)  QiJERA.Ro  .1.  M.,  La  France  littéraire  ou  Dictionnaire  bibliographique 
des  savants,  historxens  et  gens  de  lettres  de  la  France,  aitisi  que  des  Uttérateur.', 
Hrangers  qui  ont  écrit  en  Franca is,  plus  particuli^rement  pendant  les  XVI li' 
et  XIX'  sifclrs.  Paris,  1827-39,  voi.  10  et  2  de  suppl.-nient,  18.')4-64. 

La  Litti'ratitre  Francaise  contemporaine  (1827-1819).  Continuation  de  In 
France  littéraire.  Ouvrage  achevé  par  Ch.  Lfiuaiulre.  V.  Bour(|ueIot  et  A.  Maurv 
l'uris,  1842-57,  voi.  6. 

(3)  liibliotheca  /{rigira.  lìihliographie  generale  des  Pays-Bas,  publióo  j'ar 
le  bibliotlnicaire  en  olief  et  les  conscrvatoiirs  de  la  biblintlièquo  de  l'Universit- 
de  «J.ind.  K  completa  la  jirima  serie  in  27  volumetti:  tìaiid-La  Haye,  1880-1890. 
In  corHo  di  pubblicazione  la  seconda. 


-  5   - 

tezza,  per  esattezza  bibliografica  e  per  novità  di  metodo,  all'opera  dei 
bibliotecarj  di  Grand;  cosi  il  Belgio  stesso  lia  la  sua  liibliographie 
nationale  ('),  che  offre  l'indice  degli  scrittori  belgi  dalla  creazione  del 
nuovo  regno  (1830)  sino  al  1880,  e  il  catalogo  delle  loro  pubblica- 
zioni ;  la  Danimarca  ha  la  splendida  Bibliolheca  Daaica  del  Bruun  (-), 
che  prende  le  mosse  dal  1482;  l'Ungheria  la  bibliografia  generale  della 
letteratura  ungherese,  dal  1441  al  1876,  raccolta  da  K.  M.  Kertbeny  (3), 
e  via  discorrendo  (').  Abbiamo  in  secondo  luogo  i  Repertorj  ad   uso  del 

{})  Bibliographie  Nationale.  Dictionnaire  des  écrivains  belgea  et  catalogne 
de  leurs  publications.  Bruxelles,  1882-96.  voi.  3. 

(2)  Bruun  Ch.  V.,  BibUotheca  Daaica:  systematisk  Fortegnehe  over  den 
Danske  Literatur  fra  1482  til  1830.  KjObenhavn,  1876-96,  voi.  3. 

(2)  Kertbeny  K.  M.,  A  Magyar  nemzetì  és  nemzetkózi  irodalom  Konyveszete. 
Budapest,  1880.  Il  solo  primo  volume  (1454-1600).  È  anche  da  consultarsi  util- 
mente la  bibliografìa  dei  libri  pubblicati  in  Ungheria  sino  al  1711  di  K.  Szabó, 
Règi  Mdgyar-Konyvtar.  Budapest,  1884-85,  voi.  2. 

{'')  Senza  pretendere  di  dare  in  queste  note  una  completa  bibliografìa  dei 
repertorj  bio-bibliografici  nazionali,  nondimeno  facciamo  seguire  qui  appress<i  una 
breve  scelta  dei  più  importanti  e  più  utili,  non  ricordati  in  precedenza,  compren- 
dendovene  per  comodità  anche  qualcuno  di  carattere  puramente  bibliografico: 

Armenia:  Zarpanalian  R.  P.  C,  Bibliografia  Armena  (1565-1883).  Ve- 
nezia, 1883. 

Boemia:  Hanus  I.  J.,  Quellenkunde  und  Bibliographie  der  bòhmisch-slo- 
venischen  Literaturgeschichte  vom  Jahre  1348-1868.  Prag,  1868. 

Chile:  FiGUEROA  P.  P.,  Galeria  de  escritores  chilenos.  Santiago,  1885. 

Croazia:  Kuruljkvic  Iv.,  Bibliografija  Jugoslavenska.  I.  Bibliografija 
hrvatska.  Zagreb,  1860-63,  voi.  2. 

Grecia:  Sathas  K.  N.,  NeoeXkT]ytxij  4>i'/.o'/.oyia  ;  BtoyQaqiiKi  riòy  éy  Toìg 
yQicfifÀuat   ótaXautpciyrioy  'EXXrjyiay  (1453-1821).  Atene,  1868. 

Norvegia:  Halvorsen  J.  B.,  Xorsk  Forfatter-Lexikon  (1814-1880).  Chri- 
stiania,  1886-96,  voi.  4.  —  Botten-Hansen  P.,  La  iVorvège  littéraire  :  catalogue 
syslématique  et  rai&onné  de  tous  les  ouvrages  de  quelque  valeur  imprim>'s  en 
Norvège  ou  composés  par  des  auteurs  noroégiens  au  A'/.V*"  siede.  Christiania,  1868. 

Olanda:  Abkonde  (Van)  J.,  Naamregister  van  de  bekendste  Nederduitsche 
boeken  (1600-1761):  nu  overzien  en  tot  het  jaar  1787  vermeerderd  door  R.  Ar- 
renberg.  Rotterdam,  1788.  —  Vi  sono  poi  degli  ottimi  cataloghi  bibliografici, 
compilati  da  J.  de  Jong,  da  C.  L.  Brinkman  e  poi  da  R.  van  der  Meulen,  che 
abbracciano  la  produzione  libraria  olandese  senza  interruzione  dal  1790  ai  giorni 
nostri. 

Polonia:  Jocher  A.,  Obraz  bibliograficzno-historycsny  litcratury  i  nauk 
w  PoUce.  Wilno,  1840-1857,  voi.  3. 

Portogallo:    Da  Silva  I.  A.,  Diccionario  bibliografico  portuguez.  Lisboa, 

1852-65,  voi.  7.  Con  supplemento,  1867-93,  voi.  9. 

Russia:  SoiMKov  \'.,  Opyt  rossiiskoì  bibliografii.  Pietroburgo.  18l;i-lS21, 
voi.  5. 


comraeicio  librario,  compilati  {reueraliuento  cou  minori  pretese,  e  da 
fonti  iusiitìicienti.  e  che  abbracciano  assai  spesso  un  periodo  limitato 
di  tempo.  Non  è  ignoto  che  in  questo  campo  la  letteratura  tedesca  è 
largamente  provveduta,  e  l'abbondanza,  che  a  noi  può  parere  eccessiva, 
ili  simili  slrumeiiti  di  lavoro,  è  perfettamente  spiegata  dall'antica 
meravigliosa  organizzazione  del  commercio  librario  in  Germania.  I 
grandi  cataloghi  dell'Heinsius  (').  che  comprende  tutta  la  produzione 
bibliografica  tedesca  dal  1700  ai  giorni  nostri,  del  Kayser  (-),  che 
muove  dal  1750,  dellHinridis  (dal  1851  in  avanti),  sono  invidiati  a 
ragione  da  altre  nazioni,  assai  meno  fornite,  come  la  Francia,  la  quale 


Russia:  Mejov  V..  Sislematitcheskiì  katalog  russkikh  knig  (  1825-1 8G9).  Pie- 
tr"l»iiri:(i.   1869.  C<iii  supplementi  annuali  sino  al  1878. 

Serbia:  Novakovic  S..  Srpska  bibUjoijrufìja,  za    noviju   Knijzevnost  (1741- 
18ȓ7).  lUognidii,  ISGO. 

Spagna:  ultre  i  catalofjhi  puramente  bibliografici  del  «ìallardo  e  dell'Hi- 
dalgo (citato  più  avanti),  si  consulteranno  sempre  utilmente,  benché  vecchie,  le 
due  opere  seguenti:  Antonio  N.,  Bibliotheca  Ilispana  vetus  sire  Ilispani  seri- 
ptores  (juì  od  annum  lòOO  fìoruerunt.  Matriti,  1788,  voi.  2. 

Jiiòìiothera  Ilispana  nova  sive  Ilispanorum  scriptorum  (/ui  ab  anno  lòOO 
ad  ir,H1  /loruen'  notitia.  Matriti,  1783  1788,  voi.  2. 

Svezia:  Klemming  <t..  Anderson  A.,  Sveriges  Bibliografi  (1481-1600). 
Stockholm,  1889-1896.  voi.  2.. 

LinnstrOm  H.,  Svenskt  Boklexicon  {IS80-\SG5).  Stockholm.  1867-1884,  voi.  2. 
Continuato  .dallo  Svensk  Bok-Katalog  sino  al  1885. 

Non  possiamo  passare  sotto  silenzio  due  opere,  simili  di  genere  alla  Ilistoire 
litlérairc  de  la  France.  meno  note  di  essa  perchè  si  riferiscono  a  letterature 
minori,  ma  fors'anche  più  preziose  per  la  ricchezza  e  la  sicurezza  delle  informa- 
zioni bibliogr.ifiche,  e  sono: 

Sakarik  C,  Oeschichte  der  sùdslawischen  Litteratur.  Prag,  1865,  voi.  3. 

.liNr.MA.vN  J.,  //istorie  literatury  ceské.  Praze,  1840. 

Invece  tralasciamo  di  necessità  la  infinita  i»roduzione  delle  bibliografie  e 
storie  letterarie  di  scrittori  regionali,  fra  le  quali  vi  sono  opere  veramente  clas- 
siche e  preziose  come  quelle  (per  non  parlare  che  di  esempj  italiani)  dell'Argelati 
per  gli  scrittori  milanesi,  del  Ginanni  per  i  ravennati,  del  liarotti  pei  ferraresi, 
del  Tiraboschi  e  suoi  continuatori  per  i  modenesi,  del  Fantuzzi  per  i  bolognesi. 
deliWff'i  e  l'ezzana  per  i  parmigiani,  del  Vermiglioli  per  i  perugini,  del  Minieri- 
l'iccio  per  i  napoletani,  del  Narbone  pei  siciliani,  ecc.,  ecc. 

(')  Heinsius  W.,  Allgemeines  Biicher-Lexikon  oder  ooUstàndiges  alphabe- 
tisches  Verscichniss  der  von  1700  bis  su  l'Jnde  1810  erschienùnen  Bùcher... 
Leipzig,  1812-1813,  voi.  4.  Continuato  sino  ai  giorni  nostri  in  volumi  quinquen- 
nali per  cura  della  casa  F.  A.  Brockliaus  di  Lipsia. 

(*)  Kaysek  C.  C,  Index  locuplctissimus  librorum.  Leipzig,  1833-1835,  voi.  !'. 
Abbraccia  la  letteratura  tedesca  dal  1750  al  1832:  continuato  sino  ai  giorni  nostri 
fon  supplriiicnti  periodici. 


non  può  vantare  se  non  il  catalogo  del  Lorenz,  continuato  dal  Jordell  ('), 
che  in  più  serie  alfabetiche  registra  la  produzione  libraria  francese 
dal  1840  in  poi;  dall'Inghilterra,  la  cui  letteratura  è  elencata  dopo  il 
1835  nei  volumi  del  Sampsoii  Low  (-);  dairAmerica  del  Nord  ('0,  e  da 
altre  nazioni  anche  più  povere  in  sussidj  bibliografici  ad  uso  del  com- 
mercio librario,  fra  le  quali  va  pur  troppo  compresa  la  nostra  Italia, 
che  soltanto  in  questi  ultimi  anni,  per  iniziativa  della  benemerita  Asso- 
ciazione dei  tipografi  e  dei  librai  italiani,  ha  potuto  arricchirsi  di  un 
indice  della  produzione  libraria  della  seconda  metà  del  secolo,  compi- 
lato con  lodevole  diligenza  dal  bibliotecario  Pagliaini  {*). 

Non  si  citano  che  per  memoria  i  cataloghi  generali  di  libri  scelti 
0  rari,  come  l'Haym  {■')  e  il  Pontanini-Zeno  {^')  per  la  bibliografia  ita- 
liana, il  Lowndes  (")  per  l'inglese,  l'Hidalgo  (8)  per  la  spagnuola,  ecc., 
i  quali  non  possono  che  imperfettamente,  e  solo  in  determinati  casi, 
tener  luogo  di  un  vero  repertorio  bibliografico  nazionale.  Invece  me- 
ritano di  essere  rammentati  i  cataloghi  di  certe  grandissime  biblio- 
teche, le  quali  rappresentano,  per  così  dire,  il  tesoro  letterario  di  una 
nazione,  e  che  però  sostituiscono  fino  a  un  certo  punto  i  grandi  re- 
pertorj  bibliografici  nazionali.  Il  gigantesco  catalogo  degli  stampati  del 
Museo  Britannico  (").  di  cui  la  stampa  non  è  ancor  compiuta,  benché 
cominciata  nel  1881,  sarà  senza  dubbio  il  più  ricco  repertorio  biblio- 


{})  Lorenz  Otto,  Cataloffue  general  de  In  librairie  franfaise  pendant  2ò  ans 
(1840-1865).  Paris,  1867-1871,  voi,  4.  Continuato  sino  al  1885  in  4  voi.  (oltre  le 
tavole  per  materie);  poi  da  D.  Jordell  in  repertorj  quinquennali  o  decennali. 

(2)  The  Enqlish  Catalogne  of  books,  London,  Sampson  Low.  Il  volume  che 
comprende  la  letteratura  degli  anni  1835-1863,  comparve  nel  1864:  continua 
con  volumi  ordinariamente  decennali. 

(3)  The  American  Catalogne,  founded  by  F.  Leypoldt,  compiled  under  the 
editorial  direction  of  R.  R.  Boirker,  by  A.  L  Appleton  and  others.  New-York. 
1880  e  segg.  Il  primo  volume  contiene  l'indice  dei  libri  americani  in  commercio 
al  1°  luglio  1876:  continua  per  supplementi  quinquennali. 

(■*)  Pagi-iaini  Attilio,  Catalogo  generale  della  libreria  italiana  dalVanno 
1847  al  tutto  il  18'J9.  ^Milano,  1891  e  segg.  In  corso  di  stampa. 

(s)  Hay.\i  N.  F.,  Biblioteca  italiana  o  sia  notizia  de'  libri  rari  italiani. 
Milano,  1771-73,  voi.  2.  È  la  migliore  edizione. 

(*)  FoNTANiNi  G.,  Della  eloquenza  italiana  libri  tre,  con  le  annotazioni  di 
Apostolo  Zeno,  accresciuta  di  nuove  aggiunte,  l'arma,  1803-t.  voi.  2. 

C)  Lowndes  W.  T.,  The  lìibliographefs  Manunl  of  Engltsh  L Cerature. 
London,  1857-64. 

(S)  HiDALfio  D..  Diccionario  general  de  Bibliografia  espatìola.  Madrid. 
1862-1881,  voi.  7. 

{^)  General  Catalogue  of  the  Hntish  Museum  Library.  LonJli>n,  ISSI  segsr. 


—  8  — 

grafico  del  moDdo;  e  lo  studioso  che  può  consultarlo  (pur  troppo  in 
Italia  non  ce  n'è  nemmeno  un  esemplare),  sa  di  trovarvi  non  soltanto 
la  maggior  parte  dei  libri  importanti  pubblicati  in  tutti  i  paesi  su 
qualunque  soggetto,  ma  principalmente  l'indice  più  vasto  della  lette- 
ratura inglese  che  sia  mai  stato  fatto.  Perciò  con  l'intendimento  di 
giovare  più  direttamente  agli  studiosi  della  letteratura  nazionale,  l'am- 
ministrazione del  Museo  l^ritannico  ha  pubblicato  separatamente  il  ca- 
talogo delle  opere  stampate  nel  Regno  Unito  lino  al  1()40  ('). 

Ed  ugualmente  il  miglior  repertorio  per  la  letteratura  francese 
sarà  il  catalogo  generale  della  Biblioteca  Nazionale  di  Parigi,  la  più 
ricca  biblioteca  del  mondo,  di  cui  è  appena  cominciata  la  stampa,  da 
anni  preparata  con  amorosi  studj(-):  esso  si  comporrà  di  80  volumi 
di  S(M)  pagine  ciascuno  (circa  82,000  notizie  bibliogratiche  per  ogni 
volume);  e  il  più  vasto  e  pressoché  completo  indice  della  letteratura 
tedesca  consisterà  in  quel  catalogo  collettivo  delle  biblioteche  prus- 
siane, alla  cui  preparazione  attendeva  con  diligentissima  cura  il  valente 
bililiotecario  Dziatzko,  pur  troppo  rapito  agli  studj  nel  gennaio  di 
quest'anno.  Per  queste  considerazioni,  anche  in  Italia  si  è  più  volte 
suggerito  che  alla  compilazione  di  un  repertorio  bibliogratìco  generale 
degli  scrittori  dovesse  precedere  la  pubblicazione  del  catalogo  generale 
delle  biblioteche  italiane.  Lo  proponeva  tìn  dal  1882  Enrico  Narducci. 
dandone  pure  in  luce  un  breve  saggio,  limitato  alla  sillaba  AB('*): 
e  anche  ultimamente,  nel  primo  cojivegno  a  Milano  dei  bibliograti  e 
bibliotecari  italiani,  trattando  della  opportunità  di  dar  mano  a  una 
grande  bibliogratìa  nazionale,  nell'antica  proposta  del  bibliotecario  ro- 
mano insisteva  Gennaro  Buonanno  (  ').  Non  staremo  a  discutere  se  ve- 
ramente sia  necessario  ed  opportuno  che  all'opera  di  una  bibliogratìa 
nazionale  debba  precedere,  come  preparazione  ed  inizio,  un  altro  lavoro 
non  meno  ponderoso,  la  stampa  del  catalogo  generale  delle  biblioteche 
italiane,  poiché   una   sola   considerazione  atTatto   pratica  ci  obbliga   ;i 


(')  Catalogne  of  books  in  the  British  Muscum  printcd  in  Entjland,  Scotland 
and  Ireland,  and  of  books  in  Entjlish  jn-inted  abroad  to  the  year  Utili. 
London,  1884. 

(»)  Catalogne  general  des  tivres  im//nm':s  ,ie  la  liìblioth?qne  Nationalc.  Au- 
tcura.  l"»"  voi.  Paris,  1897. 

(3)  Nardu<ci  e.,  DeWuxu  <:  della  utilità  di  un  catalogo  generale  delle  bi- 
blioteche d'Jtalta.  Relazione  e  propost»,  aeguita  dalla  prima  sillaba  dello  stesso 
catalogo.  Roma,  1882. 

{*)  Atti  della  prima  Riunione  Bihliografira.  Milano,  23-25  settembre  1897, 
]..  77. 


—  r»  — 

mettere  senz'altro  in  disparte  la  proposta.  Un  lavoro  simile  non  po- 
trebbe essere  per  evidenti  ragioni  che  lavoro  di  Stato;  e  dall'erario 
italiano,  per  ora  e  pur  troppo  ancora  per  molti  anni,  temiamo  che  sia 
difficile  di  ottenere  i  milioni  che  occorrerebbero  alla  compilazione  e 
alla  stampa  di  questo  nuovo  catalogo. 

Ma,  occorre  di  ricordare  che  la  letteratura  italiana,  che  pure  tante 
altre  supera  per  ricchezza,  è  disgraziatamente  una  delle  più  scarse  in 
sussidi  bibliograftci  ?  Perciò  forse  più  vivo  ed  urgente  che  altrove  è 
per  noi  il  bisogno  di  un  grande  repertorio  nazionale;  e  se  dovremo 
averlo  fra  gli  ultimi,  ci  sarà  di  qualche  conforto  il  pensare  che  potremo 
profittare  dell'esperienza  fatta  presso  le  altre  nazioni,  e  farlo,  se  e  pos- 
sibile, meglio  che  le  altre.  Se  c'è  scusa  possibile  per  chi  arriva  tardi, 
è  di  superare  coloro  che  furono  più  solleciti.  Quindi  il  grande  reper- 
torio che  vagheggiamo  per  il  paese  nostro,  deve  per  completezza  di 
notizie,  per  correttezza  di  metodo,  e  anche  per  la  novità  e  praticità 
della  materiale  disposizione,  raccogliere  quanto  di  meglio  si  è  fatto 
altrove  ;  e,  per  prima  cosa,  non  può  essere  né  solamente  biogratico 
né  solamente  bibliografico,  ma  riunire  con  sobrio  accordo  i  dati  più 
importanti  dell'una  e  dell'altra  disciplina. 

Nel  Congresso  storico  tenuto  a  Genova  nel  1892  fu  fatta  formale 
proposta  che  l'opera  del  Mazzuchelli,  rimasta  interrotta  sul  principio, 
fosse  ripresa  e  condotta  a  termine  per  cura  delle  numerose  Deputazioni 
di  storia  patria  e  Società  storiche  regionali  italiane.  La  proposta  fu 
approvata  nonostante  che  presentasse  il  difetto  grandissimo  di  togliere 
ogni  unità,  anche  materiale,  al  lavoro  qual'era  suggerito  (');  e  fu  con- 
venuto che  tutte  le  Deputazioni  e  Società  vi  cooperassero  ciascuna  per 
la  sua  regione  ;  ma  pur  troppo  non  se  ne  vide  per  allora  in  pubblico 
nessun  frutto.  Nel  settembre  1897,  adunandosi  in  Milano  per  la  prima 
volta  i  cultori  italiani  degli  studj  bibliografici  sotto  gli  auspicj  della 
Società  Bibliografica  Italiana,  novellamente  sorta,  il  prof.  Angelo  So- 
lerti, facendo  sua  la  proposta,  già  pubblicamente  esposta  da  uno  di 
noi,  il  Fumagalli,  nel   189(3,  in  un  articolo  della  Rivista  delle  Biblio- 

(')  Atti  del  quinto  Congresso  storico  italiano  (Genova,  xix-xxvii  settembre 
MDCCCXCii).  Genova.  1893.  A  p.  110,  la  relazione  del  sig.  Giovanni  Sforza  (pro- 
ponente) sul  tema  III:  u  bell'utilità  di  dir  mano  a  una  biografia  degli  scrittori 
"  italiani,  compilata  por  regioni  con  uniformità  di  metodo,  e  da  stamparsi  in  uno 
«  stesso  formato  dalle  singole  Deputazioni  e  Società  storiche,  tenendo  prosente 
«  l'opera  del  Mazzuchelli  con  le  modificazioni  richieste  dai  progressi  ilella  critica  "; 
a  p.  130,  la  relazione  del  bar.  Ant.  Manno,  che  riferì  sul  teina  a  nome  della 
Commissione  incaricata  di  esaminarlo,  e  la  discussione. 


-  10  - 

teche  e  defili  Archivi  {^),  presentava  una  relazione  intorno  a  un  Dizio- 
nario bio-bibliogratico  degli  scrittori  d'Italia,  dalle  origini  al  1900,  che 
avrebbe  dovuto  pubblicarsi  a  cura  della  Societii  stessa  (-).  Il  Solerti, 
come  già  il  Fumagalli,  suggeriva  che  ad  imitazione  di  quel  che  si  era 
venuto  tentando  con  felice  successo  dalla  liihliographie  des  Pai/s-Bas, 
il  Dizionario  fosse  stampato  in  schede  o  fogli  separati,  ciascuno  dei 
quali  contenesse  una  distinta  notizia  bibliografica:  e  questi  fogli  po- 
tessero poi  essere  da  coloro  che  li  acquistano,  distribuiti  alfabetica- 
mente 0  secondo  altro  ordine,  o  in  buste  o  in  cassettine  o  entro 
legature  meccaniche.  E  così  la  compilazione  e  la  stampa  avrebbero 
potuto  procedere  sollecitamente,  senza  che  la  necessità  di  seguire  un 
ordine  alfabetico  o  cronologico  o  altro,  portasse  a  ritardarne  di  pa- 
irecchi  lustri  la  stampa,  e  quindi  la  lasciasse  troppo  a  lungo  in  pericolo 
che  gli  eventi  umani  sviassero  dall'intento  o  disanimassero  i  compila- 
tori. Cosi  si  escludeva  pure  la  necessità  di  appendici;  e  si  consentiva, 
quando  un  articolo  non  corrispondesse  piìi  alle  cognizioni  accresciute 
per  successive  scoperte,  di  poterlo  facilmente  rifare  e  ristampare  senza 
turbare  per  nulla  la  compagine  dellopera.  Ogjii  articolo  doveva  com- 
prendere una  breve  biogratìa,  la  bibliografia  dei  manoscritti  e  delle 
stampe,  e  la  bibliografia  della  critica:  doveva  portare  la  data  della 
pubblicazione  e  la  firma  dell'autore  che  ne  assumeva  la  responsabilità. 
Obbligo  nei  collaboratori  di  attenersi  a  quelle  norme,  anche  esteriori, 
che  per  uniformità  delle  diverse  notizie  la  Società  avrebbe  dovuto 
fissare. 

11  progetto  del  Solerti  fu  largamente  discusso  dai  bibliofili  con- 
venuti a  Milano,  i  quali  finirono  col  deliberare  che  la  Società  Biblio- 
grafica assumesse  la  direzione  del  proposto  Dizionario  ;  stabilirono  che 
esso  dovesse  abbracciare  tutti  gli  scrittori  italiani,  cioè  nati  o  vissuti 
entro  i  confini  geografici  d'Italia,  dalla  caduta  dell'Impero  romano 
sino  alla  metà  del  secolo  XIX;  che  vi  avessero  a  trovar  luogo  non 
soltanto  i  letterati,  ma  tutti  coloro  che  in  una  materia  o  nell'altra 
abbiano  lasciato  opere  degne  di  nota,  i  legisti  cioè,  i  medici,  gli  ar- 
tisti, ecc.;  che  più   che    agli  scrittori  grandi,  si  avesse  mente  sin  da 

(•)  FiiMAGAi.M  <J.,  La  Coiiferi'nza  internazionale  òiòliui/ni/K  n  iti  Bruxelles 
e.  il  Repertorio  IjiòUofìra/ico  universale.  Nella  Rivista  delle  Biblioteche  e  degli 
Archivi,  anno  VI,  1800,  nn.  9-10.  .specialinontc  a  j)}).  131   e  1:^2. 

(•)  Atti  della  prima  Riunione  Bibliografica.  Milano,  2'.V2h  settembre  1897. 
Vedi  a  pp.  64-67  la  discussione;  e  in  fine,  allegato  II.  la  Relazione  intorno  a  un 
Dizionario  bio-bibliotjrnfico  degli  scrittori  d'Italia  dalle  origini  sino  al  l'.ìflO, 
di  A.  Solerti. 


—  11  — 

principio  a  ricordare  soprattutto  i  minori  ed  i  minimi,  per  i  quali  è 
tanto  pili  difficile  che  per  altri  il  rintracciare  notizie;  infine  invita- 
vano il  Consiglio  direttivo  a  studiare  o  far  studiare  da  apposita  Com- 
missione le  forme  della  pubblicazione  stessa  e  a  presentarne  un  saggio 
alla  futura  riunione  della  Società.  E  coloro  che  presiedevano  allora 
alla  «  Bibliografica»,  fecero  il  loro  meglio  per  eseguire  il  mandato, 
che  l'assemblea  di  Milano  affidava  a  loro.  Aprirono  la  sottoscrizione. 
in  testa  alla  quale  si  vide  il  nome  dell'Augusta  Regina  Madre,  pa- 
trona della  Società;  studiarono  e  pubblicarono  delle  norme  molto 
precise,  che  regolavano  la  compilazione,  la  stampa,  la  vendita,  fin  la 
legatura  dell'opera;  e  finalmente  prepararono  e  presentarono  alla  riu- 
nione bibliografica  di  Torino  un  fascicolo  di  saggio  (').  che  conteneva 
21  monografie  di  scrittori  diversi  per  tempo,  per  patria,  per  genere 
di  studj,  compilate  da  10  autori. 

La  riunione  di  Torino,  avvenuta  nel  settembre  1898,  esaminò  quel 
saggio,  lo  approvò  (^)  e  dette  ancora  alla  Presidenza  ampio  mandato 
di  fiducia  per  continuare  la  pubblicazione;  e  la  Presidenza  infatti  fece 
quanto  stava  in  lei  nominando  una  Commissione  di  compilatori  (D'An- 
cona presidente,  Celoria,  Novati,  Vittorio  Rossi  e  Scherillo),  assicu- 
randole l'aiuto  di  un  gran  numero  di  consultori  in  ogni  regione  d'Italia, 
stringendo  accordi  con  librai  :  ma,  per  diverse  ragioni,  che  lungo  sa- 
rebbe di  specificare,  l'impresa  non  potè  aver  seguito.  Le  difficoltà  ap- 
parvero non  tanto  nell'opera  in  sé,  quanto  nel  fatto  che  essa  superava 
le  forze  di  una  privata  associazione  ;  fra  le  altre  considerazioni,  non 
ultima  questa,  clie  un  lavoro  simile  richiedeva^  l'assistenza  continua 
di  una  o  più  persone  che  a  lei  dessero  tutti  sé  stessi,  ma  che  d'altra 
parte  facendo  sacrificio  di  tutte  le  loro  forze  ad  un  solo  lavoro,  dove- 
vano avere  serj  affidamenti  di  un  onesto  emolumento,  ben  sicuro,  che 
•soltanto  un  istituto  pubblico  poteva  ofi'rire. 

Per  queste  ed  altre  considerazioni  ci  parve  unica  soluzione  di  pro- 
porre che  il  Governo  stesso  assumesse  quest'impresa,  veramente  nazio- 
nale, sia  direttamente,  sia,  meglio,  affidandola  a  qualche  corpo  ricono- 
sciuto, come  l'Accademia  dei  Lincei  (che  già  dal  Ministero  fu  delegata 
alla  compilazione   del    Catalogo   internazionale   scientifico   per   quella 

(')  Soru'M  Bibliof/ra/ira  Itul'uina.  Dizionario  bio-bibliO;fra/ico  degli  scrit- 
tori italiani.  Serie  I,  fase.  I  (fiiscicolo  di  sajjpio).  Miluin.,  presso  la  sede  tlellii 
Società  (Itibliuteca  di  Brera),  settembre  1808.  l'.erL'aino,  Olliciii."  diiri>titut  •  Ita- 
liano di  Arti  liratìche.  In  8°. 

(*)  Società  Bibliotjra/ìca  Italiana,  2"  nuniuit,  ■iciinULr  ((««kì  .m  ,.,.„.j 
(8-12  settembre  1898),  processi  verbali  e  relasioni.    Firenze.  18«JS,  p.  5  e  sesrj»- 


parte  ohe  coucerue  l'Italia),  o  l'Istituto  storico  italiano,  come  era 
nella  prima  proposta  del  Fumagalli.  Ad  uno  di  questi  istituti  il  Mi- 
nistero dell'istruzione  potrebbe  destinare  in  temporanea,  missione,  con 
lieve  agi,'ravio  del  bilancio,  due  o  più  valenti  giovani,  tolti  dal  per- 
sonale insegnante  delle  scuole  secondarie  o  da  quello  delle  pubbliche 
biblioteche,  forse  meglio  uno  dalle  prime,  l'altro  dalle  altre,  i  quali 
sotto  la  sorveglianza  diretta  dell'istituto  prescelto  o  di  un  comitato 
eletto  nel  suo  seno,  avrebbero  l'incarico  della  compilazione  del  Dizio- 
nario da  continuarsi  nelle  forme  già  stabilite  dalla  Società  Biblio- 
gratica,  e  che  sembrano  in  generale  buone  (').  E  anzitutto  non  si  do- 
vrebbe trascurare  di  invocare  la  coopera/ione  tanto  delle  Deputazioni 
e  Società  di  storia  patria,  quanto  delle  altre  minori  società  locali,  le 
quali  sollecitate  dal  Ministero  (e  il  Ministero  soltanto  potrebbe  farlo 
autorevolmente,  non  una  privata  società:  altra  grave  ragione  che  ci 
indusse  a  proporre  la  soluzione  presente)  potrebbero,  ciascuna  per  la 
parte  che  interessa  la  loro  regione,  fornire  ricchissimo  materiale.  Ma 
l'opera  collettiva  di  questi  corpi  andrebbe  sostituita,  ove  mancasse, 
integrata  dove  fosse  scarsa,  da  quella  dei  singoli  studiosi,  ai  quali  o 
volontariamente  offertisi  od  opportunamente  invitati  dai  compilatori,  si 
affiderebbe  la  redazione  delle  singole  notizie.  Così  il  materiale  per  il 
Dizionario  non  mancherebbe  mai,  e  ai  compilatori  resterebbe  il  compito, 
tutt'altro  che  facile,  di  coordinare  tutte  quelle  notizie,  e  ragguagliarle 
alle  norme  stabilite  precedentemente,  sia  nella  forma  letteraria,  sia  in 
quella  materiale,  e  curarne  infine  la  stampa. 

Cosi  soltanto  noi  crediamo  che  l'Italia  potrà  avere  quell'inven- 
tario delle  sue  ricchezze  e  delle  sue  glorie  letterarie,  che  gli  studiosi 
invocano. 


(')  Il  metodo  tli  stampa  a  inono^rafio  staccate,  proposto  dalla  Società  Bi- 
bliopratìca,  .suU'esempio  della  Bihliotheca  Belgica,  è  sepuito  all'estero  in  molle 
jrrandi  ]itibblicazioiii  biblioffrafìche.  In  Italia  vi  si  è  attenuto  con  buon  resultato 
il  8Ìp.  <ì.  L.  Passerini  nella  pubblicazione  da  lui  diielfa.  ma  non  ancora  compiuta: 
Dantisti  e  danLo /ili  dei  secoli  XVI II  e  XIX. 


1 1> 
—    lo    — 


APPENDICE 

del   prof.    A.    D'AiNcon a  (i). 


A  questa  relazione,  che  —  voglio  pur  dirlo  per  amor  del  vero  —  concertata 
insieme  tra  il  Fumagalli  e  me.  fu  stesa  però  da  lui,  e  da  me  soltanto  sottoscritfa. 
parmi  opportuno  aggiungere  alcune  notizie  e  considerazioni. 

Essa  venne  letta  nella  III  Sezione  del  Congresso  Storico  Internazionale  di 
Roma,  ai  4  dello  scorso  aprile;  e  dopo  esser  stata  discussa,  fu  approvata  col  se- 
guente ordine  del  giorno,  proposto  dal  prof.  Guido  Mazzoni  : 

«  La  Sezione  III  del  Congresso  Internazionale  di  Scienze  Storiche  in  Koma, 
plaudendo  alle  proposte  fatte  dal  prof.  Alessandro  D'Ancona  e  dal  dott.  Giuseppe 
Fumagalli,  intorno  a  un  Repertorio  bio-bihliografico  italiano,  fa  voti  a  S.  E.  il 
Ministro  della  istruzione  pubblica  perchè  con  ogni  possibile  aiuto  procuri  che 
l'opera  sia  attuata,  secondo  le  norme  della  relazione  letta  dal  prof.  D'Ancona  ". 

E  ora  giova  fare  un  po'  di  cronaca.  La  proposta  non  passò  senza  qualche 
contrasto.  Pareva  ad  alcuni  fra  i  presenti  che  con  essa  si  intralciasse  l'opera 
delle  Deputazioni  e  delle  Società  di  storia  patria,  e  di  quelle  specialmente  che  già 
davano  saggio  di  volere  imprendere  la  propria  bio-bibliografia  regionale  ;  ad  altri 
sembrava  che  si  dovesse  prescindere  dall'aiuto  governativo,  affidando  invece  la 
parte  del  compilare  ad  una  commissione,  e  quella  del  pubblicar  l'opera  ad  un 
editore. 

Il  dubbio  che  si  potesse  colla  nostra  proposta,  sopprimere,  assorbendolo,  il 
lavoro  efficace  delle  singole  Deputazioni  o  Società,  è  privo  al  tutto  di  fondamento. 
Notiamo,  prima  d'ogni  altra  cosa,  che  fra  le  tante  Deputazioni  e  Società  di  storia 
patria  del  regno,  una  sola  fino  al  di  d'oggi  si  è  prefisso  di  raccogliere  una  bin- 
bibliografia  regionale.  È  dessa  la  R.  Deputazione  modenese:  e  il  primo  fascìcolo 
della  «  Continuazione  «  della  Biblioteca,  iniziata  dal  Tiraboschi  e  da  altri  segui- 
tata, mi  stava  davanti  agli  occhi  quando  leggevo  la  relazione,  e  la  ricordai  nel 
corso  della  discussione,  cui  la  lettura  diede  luogo,  rendendo  all'opera  e  a  chi  la 
compila  le  meritate  lodi.  Ma  se  anche,  con  ottimo  divisamento,  altre  Deputazioni 
o  Società  0  Accademie  locali  si  proponessero  consimile  lavoro,  la  nostra  proposta 
di  una  generale  bio-bibliografia  italiana  non  sarebbe  perciò  meno  opportuna;  anzi, 
mentre  dal  lavoro  altrui  trarrebbe  soiniiui  vantaggio,  punto  non  lo  impedirebbe. 
Nel  saggio  offerto  dalla  R.  Deputazione  modenese,  seguendo  le  norme  del  Tira- 
boschi  e  dei  suoi  continuatori,  vien  dato  ampio  svolgimento  alle  notizie  biogra- 
fiche e  bibliografiche;  si  discutono  e  si  risolvono,  quando  è  possibile,  i  punti 
oscuri  della  vita  e  deiroi)erosità  di  ciascuno  scrittore,  si  ennmonino.  e  magari  sì 


(1)  La  presente  Appendice,  composta  ilopo  il  Congresso,  o  pubtilicata,  come  fu  avrertito,  nella  A*i- 
rùtii  delle  lìiblioteche  t  degli  Archivi,  voi.  XIV,  anno  XIV.  n.  :>.  servo    >U   commento  alla  discussione 
avvenuta  nel  Congresso.   Abbiamo  perciò  creduto  opportuno,  col  consenso  della  Dire/ione  di  delta  .'.'cf.-' 
di  inserirla  in  questi  Atti. 


—  14   - 

criticano,  i  friiidizj  diversi  i>r.iimnziati  sul  valere  dell'uomo  e  deirantore:  si  offre 
insomma  una  bio-bibl  io  «grafia  con  ricchezza  di  particolari  d'ojjni  sorta.  Che  cosa 
invece,  dovrebbe  fare,  secondo  il  veder  nostro,  chi  compilasse  la  bio-bibliogratìa 
generale?  Ricorrendo  alle  fonti,  debitamente  citate,  trarrebbe,  a  cos'i  dire,  il  succo 
dell'opera  altrui,  esponendo  ciò  che  di  ben  certo  resulta  da  quella,  sia  rispetto 
alla  vita,  sia  rispetto  apli  scritti,  rimandando  a«l  esse  per  ogni  controversia  di  fatti 
e  di  giudizj  chi  avesse  vaghezza  o  bisogno  di  maggiori  ragguagli.  Così  all'opera 
prima  rimarrebbe  il  pregio  e  l'utilità,  non  che  la  forma  propria,  che  le  spettano, 
e  il  nostro  Repertorio  risponderebbe  intanto,  e,  nel  più  dei  casi,  sufficientemente, 
a  un  bisogno  di  conoscere  date  e  dati,  ben  certi  o  sommamente  probabili. 

In  una  jiarola.  e  per  bene  intendersi,  è  certo  che  noi  abbiamo  quantità  di 
libri  bio-liibliografìci  siìcciali;  e  basta  dare  un'occhiata  al  Catalogo  della  biblio- 
teca del  dott.  Diomede  IJonamici,  per  conoscere  quanta  è  la  nostra  ricchezza  in 
simil  geuere.  Se  non  che  pii»  che  vera  ricchezza  si  direbbe  ingombro;  e  ad  ogni 
modo  non  è,  e  non  può  essere,  in  tutti  gli  scrigni.  Diamo  pegno  che  nessuna  bi- 
blioteca pubblica  possiede  tutte  le  opere  bio-bibliografìche  raccolte  nel  corso  di 
t.inti  anni  dal  nostro  amico,  e  da  lui  registrate  in  quel  CataìocfO  di  oltre  200  pa- 
•rine.  stampato  nel  1803  e  al  quale  egli  potrebbe  già  far  tante  aggiunte.  Goda 
l'egregio  amico  per  molti  anni  ancora  di  quest'accumulato  tesoro,  del  quale  libe- 
ralmente concede  l'uso  agli  studiosi,  e  voglia  il  cielo,  e  un  po'  il  possessore  stesso, 
che  un  giorno  non  vada  disperso.  ^la  intanto,  se  ad  alcuno  che  sta  in  Sicilia 
necessita  aver  notizie  di  uno  scrittore  nativo  di  Marostica,  o  ad  un  veneto  di  uno 
scrittore  nativo  di  Sciacca,  a  nessuno  dei  due  sarà  facile  trovar  nelle  biblioteche 
locali,  e  forse  neppur  sapere,  che  pei  Marosticensi  v'é  un  libro  di  Bartolommeo 
Franco,  per  gli  Sciacchensi  (dico  bene  ?)  uno  di  Vincenzo  Farina.  E  se  poi  altri 
volesse  ragguagli  di  uno  scrittore,  del  quale,  com'è  caso  frequente,  sapesse  bensì 
il  nome  ma  non  la  patria,  dovrebbe  andar  consultando  quantità  di  opere,  che 
presso  il  dott.  Bonamici  formano  una  bella  stanzata.  e  altrove  sono  disseminate 
in  tutte  le  sale  della  biblioteca,  perdendo  così  un  tempo  prezioso  nella  ricerca. 
Laddove,  quando  esistesse  la  nostra  desiderata  bio-bibliografia  generale,  a  questa 
sola  dovrebbe  ricorrere  e  trovarci  senza  troppa  fatica  ciò  che  lo  interessa. 

A  tante  opere  speciali,  la  proposta  nostra  vorrebbe  dunque  surrogare  un'opera 
sola:  in  molti  volumi,  è  certo,  ma  che  condotta  a  termine,  quando  la  sorte  vo- 
lesse, e  sempre  continuata,  registrerebbe  lutti  quanti  gli  scrittori  italiani,  dando 
di  essi  ragguagli  bio-bibliografici.  E  quanto  sarebbe  agevolato  il  lavoro,  se  ap- 
punto ogni  regione  o  provincia  o  municipio  o  ordine  monastico  o  Accademia 
potesse,  coll'opera  sua  speciale,  somministrare  materia  abbondante  e  sicura  al 
lavoro  generale!  Perciò  se  si  venisse  al  momento,  in  che  la  cosa  da  noi  propo.sta 
diventasse  una  istituzione  creata  e  mantenuta  dallo  Stato,  non  si  potrebbe  se  non 
desiderare  che  i  varj  sodalizi  regionali  avessero  seguito  il  nobile  esempio  della 
Deputazione  modenese. 

Veniamo  all'altra  opposizione,  della  quale  si  fece  intcrpetre  specialmenl''  il 
prof.  Gian,  colla  voce  nella  seduta  del  4  aprile,  colla  penna  nel  Fanfulla  della 
Dotìtt'nira  del  12.  Raccogliendo  ciò  che  l'egregio  amico  disse  e  scrisse,  ecco,  se 
Ilo  ben  inteso,  (jual  è  il  suo  concetto.  Proporrebbe  egli,  che  si  costituisse  una 
r'omniissione  di  studiosi,  la  quale  si  indirizzasse  alle  Deputazioni  e  Società  ili 
.storia  patria  e  ad  altre  consimili  aggregazioni  i»er  formare  comitati  e  sub-comitati: 
che  mediante  offerte  di  quegli  enti  e  anche  di  private  jiersnne  si  raccogliesse  un 


—  15  — 

fondo  per  le  prime  spese:  che  si  compilasse  da  cotesti  imclei  di  studiosi,  entro 
un  anno,  un  indice  alfabetico  degli  scrittori,  da  mandarsi  intanto  al  comitato  cen- 
trale, che  poi  lo  ritornerebbe  ai  comitati  e  sub-comitati  locali,  i  quali  entro  tre 
0  quattro  anni  dovrebbero  presentare  il  lavoro  fatto.  Dopo  di  che  si  cerchereb- 
bero sottoscrittori  per  la  pubblicazione  dell'opera,  rivolgendosi  anche  per  sussidj 
al  Ministero  e  alle  Accademie  ed  Istituti  storici,  e  si  andrebbe  in  traccia  di  un 
editore. 

Ma  a  questo  disegno  si  può  obbiettare:  1°  che  il  concorso  dei  corpi  scien- 
tifici, Istituti,  Accademie,  ecc.,  sarebbe  più  sicuro,  se  procurato  dall'autorità  del 
Ministero,  onde  dipendono,  anziché  fatto  per  invito  di  una  società  privata;  2' che 
l'editore  non  sarebbe  facile  a  trovarsi  :  e  difatti  due  editori,  fra  i  piìi  cospicui, 
che  erano  presenti  alla  seduta  —  l'Hoepli  e  il  Barbèra  —  fecero  chiaramente 
intendere  che  non  volevano  saperne;  dappoiché  si  tratterebbe  di  un  impegno  a 
lunga,  anzi  infinita  scadenza  con  una  società,  che  oggi  può  esserci  e  cessare  do- 
mani ;  3"  che  è  sfuggito  al  proponente  come  i  mezzi  ch'egli  propone  furono  già 
sperimentati,  e  sperimentati  invano,  qualunque  possa  esserne  la  cagione.  Si  sa 
invero,  e  anche  la  nostra  relazione  lo  rammenta,  che  vi  fu  un  tempo  in  che  la 
Società  Bibliografica  italiana  pensò  di  assumersi  la  pubblicazione  del  Repertorio, 
e  mandò  attorno  schede  di  sottoscrizione.  Or  bene?  I  soci  della  Bibliografica  sou 
molti,  e  tutti  brave  e  studiose  persone;  ma  sa  l'amico  Gian  quanti  risposero  alla 
chiamata?  Non  ricordo  bene,  ma  furono  verso  la  sessantina:  cifra  troppo  esigua 
ad  assicurare  tanta  impresa!  Aggiungo  ancora  che  fu  dalla  Società  Bibliografica 
eletta  una  Commissione,  ponendo  me  a  capo.  Si  era  nell'inverno  :  feci  sapere  che 
per  le  vacanze  pasquali  —  essendo  allora  professore  universitario,  non  potevo 
disporre  a  volontà  del  mio  tempo  —  sarei  andato  a  Milano,  e  credevo  che  facil- 
mente ci  saremmo  intesi  su  alcuni  particolari,  essendo  in  massima  d'accordo  su 
quanto  più  importava.  Mi  si  risparmiò  l'incomodo,  perchè  prima  di  Pasqua  già  tutti 
avevano  rinunziato. 

E  si  capisce.  Si  tratta  di  un  lavoro  lungo,  faticoso,  di  grave  responsabilità, 
e  che  perciò  richiede  forze  giovani  e  libere.  Quanti  siamo  in  Italia,  che  atten- 
dendo agli  studj,  vedremmo  volentieri  attuato  il  concetto  della  Bio-bibliografia, 
siamo  tutti  in  altro  occupati.  Qualunque  di  noi  si  assumesse  l'impegno  potrebbe 
far  qualche  cosa  di  suo  e  limosinare  qua  e  là  qualche  aiuto,  anche  compensato, 
come  era  nel  disegno  della  Società  Bibliografica;  ma  non  potrebbe  consacrarvisi 
tutto,  e  di  lena;  e  cosi  il  lavoro  procederebbe,  di  necessità,  stentatamente;  e  dopo 
un  po' si  arrenerebbe.  È  pertanto  inutile,  e  peggio  che  inutile,  ripetere  ciò  che 
alla  prova  non  è  riuscito. 

Ad  una  società  privata  è  dunque  da  sostituire  lo  Stato.  Io  non  sono  di  coloro, 
i  quali  vogliono  che  lo  Stato  faccia  tutto,  ma  neanche  di  quelli  che  professano 
che  lo  Stato  non  abbia  a  far  nulla,  fuori  della  cerchia  dell'amministrazione  p'> 
litica;  penso  invece  clie  vi  sono  imprese  d'interesse  e  d'utile  generale,  che  spet- 
tano a  lui,  e  a  lui  soltanto;  e  fra  queste  in  materia  di  cultura  e  di  aiuto  agli 
studiosi,  credo  debba  porsi  il  vagheggiato  Repertorio.  E  infatti,  non  poche  delle 
pubblicazioni  consimili,  che  nella  relazione  si  ricordano  per  ogni  paese  d'Europa. 
}ircvengono  direttamente  dallo  Stato  o  da  istituzioni  ch'esso  sovviene  a  tale  scopo. 

Che  cosa  adunque  chiedereumu»  al  Ministero  della  pubblica  istruzione?  Chie- 
deremmo che  creasse  un  uffizio  per  la  compilazione  della  Bìo-biblioiìrafia,  presso 
una  primaria  Accademia  o  presso  un  primario  Istituto  storico  :  che  vi  preponesse 


—  If.  - 

un  Comitato  di  letterati  e  scienziati,  i  quali  avessero  attitudini  e  studj  a  ciò,  e 
cui  spettasse  la  resjiunsabilità  dell'opera;  che,  infino,  ele«rf;esse  o  comandasse  al- 
cuni giovani  capaci  e  jjagfliardi,  i  quali  se  ne  occupassero  esclusivamente,  osser- 
vando le  norme  che  la  relazione  accenna,  e  che  potrebbero  anche  meglio  specificarsi. 
Questi  piovani  —  due  o  quattro  —  dovrebbero  esser  sicuri  che  l'uffizio  loro  fosse 
stabile,  sicché  se  vorranno  e  sapranno  fare  il  dover  loro,  saranno  equiparati  in 
tutto  agli  altri  impiegati  pubblici:  cotesta  sarà  la  loro  carriera,  non  diversa  da 
quante  si  aprono  alla  gioventù  nell'insegnamento  o  nelle  biblioteche.  Il  Ministero 
dovrebbe  inoltre  dar  l'incarico  ai  varj  corpi  scientifici,  che  da  lui  dipendono,  e 
che  perciò  non  vi  si  potranno  rifintare,  di  porgere  soccorso  al  nuovo  istituto  in  tutto 
ciò  che  occorresse,  sia  soniministrando  nuova  materia,  sia  rivedendo  quella  già 
nota  per  ridurla  a  maggior  perfezione.  Soltanto  a  spogliare  e  schedare  quest'ultima 
suppellettile,  sparsa  in  tante  speciali  jtubblicazioni,  è  facile  calcolare  che  si  richie- 
derebbe un  lavoro  assiduo  di  un  paio  d'anni,  e  più;  ma  tra  materiale  vecchio  da 
rivedere  e  materiale  nuovo,  presto  se  ne  avrebbe  tal  quantità,  da  potere  in  breve 
cominciare  la  stampa.  La  quale  si  ])otrebbe  condurre  innanzi,  sia  come  aveva  già 
fatto  la  Società  Bibliografica,  sull'esempio  del  Belgio,  in  schede  voliinti,  da  rior- 
ilinar.si  poi  o  per  secoli  o  per  paesi,  sia  per  volumi,  con  o  senza  successione  ]^er 
alfabeto:  e  in  quest'ultimo  caso  specialmente,  dopo  un  dieci  o  dodici  anni  si  po- 
trebbe dare  l'indice  di  tutti  gli  articoli  bio-bibliografici  fino  al  momento  pubbli- 
cati, e  rinnovarlo  dopo  altrettanto  tempo. 

Forse  si  dirà  che  ciò  porterebbe  una  gran  spesa;  ma  essa  sarà  minore  di 
quello  che  appaia  a  prima  vista.  Le  biblioteche,  le  accademie,  gli  studiosi  privati, 
d'ogni  disciplina,  associandosi  alla  pubblicazione  ne  coprirebbero  facilmente  le 
spese,  e  allo  stringer  dei  conti,  forse  lo  Stato  non  ci  rimetterebbe  un  soldo.  Un 
illustre  straniero  ed  insigne  bibliofilo,  l'amico  prof.  Emilio  l'icot,  che  prese"  parte 
alla  discussione  del  di  4  aprile,  ebbe  a  dirmi  che  se  la  cosa  si  effettuasse,  egli  cre- 
deva, ch<'  ninna  biblioteca  di  Francia  vorrebbe  far  a  meno  del  Hepertorio.  e  a  ciò 
si  sarebbe  etìicacomente  adojìerato.  E  così  farebbero  tutte  le  biblioteche  del  mondo 
civile,  perchè  l'iniziativa  e  la  direzione  dello  Stato  sarebbe  sicura  guarentigia 
ti.-lla  serietà  e  della  perennità  dell'opera. 

Dopo  di  che,  si  potrà  soltanto  obbiettare  che  questa  nostra  proposta,  per  la 
sua  stessa  ampiezza  è  un'utopia:  e  sia  pure,  ma  sarà,  come  diceva  il  Manzoni  a 
chi  dubitava  della  ])ossibiIe  attuazione  dell'unità  italiana,  sarà  un'utopia  bella. 

Del  resto,  non  potrebbe  asserirsi  che  mai  potrebbe  diventare  realtà,  quando 
abbiamo  in  contrario  gli  esempj  di  altri  paesi,  rammentati  nella  relazione.  Anche 
quella  del  Mazzuchelli  era  un'utopia,  e  non  poteva  sperarsi  arrivasse  alla  fine, 
perchè  né  l'uomo  né  le  associazioni  jirivate  sono  eterne.  Ma  un  frutto  lo  diede, 
limitatamente  al  possibile;  e  lo  darebbe  rertamente.  intero  e  copioso,  un  istituto 
fondato  dal  <ìoverno,  e  che  perciò  soj)ravviverebbe  agli  individui  e  al  mutare  degli 
eventi. 

Voglio  poi  far  noto  come  vi  è  stato  un  momento,  nel  ((uale  il  Ministero 
della  pubblica  istruzione  vagheggiò  quest'impresa.  Narrerò  un  fatto  che  pochi 
sanno,  ma  che  posso  riferire  perchè  non  è  un  segreto  di  Stato.  Nel  188(5,  quando 
Fi-rdinand"  Martini  era  segretario  generale  del  Ministero  di  ])ubblica  istruzione. 
r<tt'>  da  Michele  Oqipino,  mi  vidi  un  bel  giorno  arrivare  un  tlispaccio  dell'amie" 
con  preghiera  <li  andare  a  IJoma,  perchè  egli  aveva  bisogno  di  conferire  meco, 
l'artii  subito,  ed  egli  mi  disse  che  avrebbe  voluto  fondare  qualche  cosa  di  molto 


—  17    - 

simile  a  quello  che  ora  proponiamo,  cioè  un  Repertorio  bibliografico,  e  per  ci?» 
dimandava  il'parere  mio  e  il  concorso.  Naturalmente,  né  lui  né  io  ci  nasconde- 
vamo le  difficoltà  dell'impresa,  ma  l'uno  e  l'altro  riconoscevamo  la  utilità  di  una 
Bibliografia  Generale  Italiana:  l'uno  e  l'altro  eravamo  persuasi  che  se  la  mossa 
non  veniva  dall'alto,  dal  Ministero  cui  è  debito  promuovere  e  compiere  tutto  ciò 
che  ha  carattere  nazionale,  l'Italia  non  avrebbe  mai  avuta  per  altro  modo  un'opera 
cosiffatta.  Discussi  pertanto  i  criteri  fondamentali,  si  concluse  che  il  Ministero 
eleggesse  una  Commissione  per  studiare  la  cosa,  nella  quale  avrei  avuto  a  col- 
leghi il  dott.  Bonamici  e  Salvatore  Bongi.  Ma  ero  quasi  appena  tornato  a  casa, 
quando  il  Martini  dava  le  sue  dimissioni;  e  di  quel  disegno  non  fu  più  parlato. 
Intanto  il  Martini  governa  l'Eritrea,  il  povero  Bongi  è  morto,  io  sono  invecchiato, 
e  il  Bonamici  è  piìi  vecchio  di  me!  Ma  io  sono  incaponito  nell'idea  che  la  Bio- 
hihliografia  possa  e  debba  farsi,  e  mi  è  parso  opportuno  ricordare  come  a  un 
ministro  o  semi-ministro  italiano  della  pubblica  istruzione,  cadesse  una  volta  in 
mente  che  l'esecuzione  di  questo  nobile  disegno  non  era  fuori  degli  uffizj  perti- 
nenti allo  Stato,  e  che,  sol  che  si  volesse,  si  poteva  attuare. 

Ora,  lo  ripeto,  sono  in  là  cogli  anni,  e  con  questi  sono  svanite  molte  illu- 
sioni; ma  non  mi  stanco,  r.è  mi  stancherò  di  combattere  per  una  causa,  che  credo 
bella  e  giusta. 

E  la  Società  Bibliografica,  nel  prossimo  biennale  Congresso  in  Firenze, 
dovrebbe  confermare  la  deliberazione  votata  dalla  III  Sezione  del  Congresso  sto- 
rico internazionale,  e  ripresentarla  al  ministro,  rendendosi  per  tal  modo  benemerita 
della  cultura  nazionale  e  dogli  interessi  degli  studiosi  (').  Ad  ogni  modo:  pulsate, 
e,  speriamolo,  aperietur  vobis. 

(1)  E  questo  realmente  fu  tatto:  ina  senza  vederne,  per  adesso,  alcun  fratto. 


Sezione  111.  —  Storia  delle  Letteratnre. 


IL 


TEMA. 

PER  LA  PROPOSTA  DI  UNA  BIO-BIBLIOGRAFIA  ITALIANA: 
INTORNO    AL 

'NUOVO  SAGGIO  DEL  ('ATALOIIO  RAGIONATO  DELLE  EDIZIONI  DAKBÈKIANEM' 

Discorso  del  comm.  Piero  Barbèra. 


Quando  la  proposta  di  un  Dizionario  bio-bibliogratìco  italiano  fu 
due  volte  presentata  nelle  riunioni  della  Società  bibliogratica  italiana,  a 
me  parve  utile  e  bella,  e  che  dovesse  sostenersi. 

L'attuazione  di  essa  è  certo  piena  di  difficoltà,  trattandosi  di 
raccogliere  una  infinità  di  notizie  e  di  "dati  che  richiedono  lunghe 
indagini  e  verifiche. 

Pensai  che  il  concorso  degli  editori  sarebbe  necessario  per  acqui- 
sire alla  storia  della  letteratura,  e  quindi  alla  compilazione  di  reper- 
tori bibliografici,  una  quantità  di  dati  e  documenti  che  in  altro  modo 
resterebbero  ignorati  negli  archivi  delle  Case  editrici,  almeno  finché 
non  passino  per  donazione  od  acquisto  in  archivi  pubblici  o  biblio- 
teche, come  è  fortunatamente  accaduto  dei  carteggi  Vieusseux  e  Le 
Monnier. 

Per  parte  mia  mi  accinsi  a  un  lavoro  sulla  produzione  della  Casa 
editrice  cui  appartengo,  che  mi  pare,  se  riuscirò  a  ben  condurlo,  debba 
dar  lume  ed  esser  di  qualche  aiuto  alla  storia  della  letteratura  e  alla 
compilazione  di  quel  Dizionario  bio-bibliografico  che  ha  formato  oggetto 
della  relazione  del  prof.  D'Ancona  e  del  dott.  Fumagalli. 

Darò  qui  pertanto,  poiché  il  Presidente  m.'  ne  dà  cortese  assenso, 
breve  notizia  di  quel  lavoro,  che  non  è  forse  assolutamente  estraneo 
all'argomento  che  occupa  la  sezione  in  questo  momento. 

Si  tratta  di  un  Catalogo  ragionato,  per  ordine  cronologico,  delle 
edizioni  barbèriane,  e  il  mio  modo  di  ragionare  questo  Catalogo  con- 
siste anche  nel  riferire  ricordi  personali,  giacché,  sebbene  io  limiti  la 

(1)  Sopno  l'I  sviluppo  iltM  toma  precedente  (n.   I). 


_  2(t  — 


pubblicazioutì  agli  auni  dal  l8r>4  (fondazione  della  Casa  sotto  la  ditta 
HarMèra.  Bianchi  e  Comp.)  tino  al  maizo  1880,  in  cui  Gasparo  Barbèra 
morì,  fui  così  presto  iniziato  agli  affari  che  i  miei  ricordi  risalgono 
ai  primi  anni.  Questi  ricordi,  del  resto,  sono  confortati  da  documenti, 
da  lettere  degli  autori  e  delTeditore,  e  larchivio  della  Casa  è  ap- 
l)arso  così  ricco  dopo  che  fu  riordinato,  che  io  non  ho  in  generale  che 
l'imbarazzo  della  scelta. 

Sicché,  se  la  mia  compilazione  non  avrà  altra  importanza,  avrà 
almeno  quella  di  contenere  lettere  inedite  degli  scrittori  italiani  più 
illustri  del  secolo  XIX:  Tommaseo.  Gino  Capponi,  Massimo  D'Azeglio, 
Vito  Fornari.  Bonghi,  Padre  Tosti.  Augusto  Conti,  Cantù,  D'Ancona, 
Mamiani,  Aleardi,  Carducci;  di  quest'ultimo  specialmente,  nel  periodo 
dal  1858  al  1873. 

Contido  dunque  che  il  libro  darà  un  contributo  non  scarso,  con 
le  lettere  inedite  di  molti  letterati,  alla  storia  della  letteratura  ita- 
liana nella  seconda  metà  del  secolo  XIX,  e  allo  studio  del  carattere 
(li  molti  letterati,  che  scrivendo  al  loro  editore  si  mostrano,  direi 
(juasi.  in  veste  da  camera,  e  taluni  senza  la  posa  con  cui  ad  essi 
jiiacque  di  figurare  in  pubblico. 

Ma  specialmente  si  troveranno  notizie  biografiche  intorno  a  let- 
terati che  ebbero  relazione  con  G aspero  Barbèra,  non  già  ai  più  il- 
lustri e  noti,  'chè  non  vi  è  alcun  bisogno  e  sarebbe  come  accendere 
un  moccoletto  là  dove  splende  il  sole,  ma  intorno  ai  più  modesti  e 
dimenticati,  di  cui  né  le  storie  della  letteratura,  né  i  dizionari  bio- 
grafici danno  notizie;  ma  dovrà  darle  per  riuscir  veramente  utile  il 
disegnato  Dizionario  bibliografico,  e  lo  potrà  col  sussidio  di  lavori  come 
quello  al  quale  attendo. 

Oltre  a  quanto  ho  già  detto,  per  ogni  opera,  aggiungo  l'indica- 
zione veritiera  di  quante  edizioni  ne  furono  fatte,  notando  se  furono 
juire  e  semplici  ristampe,  ovvero  nuove  edizioni  rivedute  e  corrette, 
o  rifacimenti.  Indico  altresì  il  numero  di  esemplari  stampati,  e  quasi 
sempre  i  compensi  pagati  dall'editore  all'autore;  giacche  mi  è  sem- 
brato che  questi  elementi  possano  servire  alla  storia  della  Libreria 
italiana,  che  indubbiamente  si  collega  a  quella  della  cultura  nazionale. 

Pubblicherò  la  prima  parte  del  Catalogo  ragionato  il  1°  ottobre 
doll'aonu  prossimo,  quando  la  Casa  compirà  il  50"  anniversario  della 
sua  fondazione.  Questa  prima  parte  comprenderà  la  prodazione  edito- 
riale dal  1854  al  1880.  Altri  continuerà  l'opera  oltre  quest'anno,  in 
cui  io  assunsi  la  direzione  della  Casa,  ed  io  stesso  ne  ho  preparati  e 
ordinati  tutti  i  materiali  ;  ma  avendo  cominciato  ad  adoperarli,  me  ne 


—  21  - 

distolsi  presto,  giacché  se  tal  lavoro  mi  era  riuscito  grato  nel  periodo 
precedente,  mi  riusciva  assai  spiacevole  pel  periodo  successivo,  e  se  ne 
comprende  il  motivo.  La  maggior  parte  delle  imprese  editoriali  non  sono 
proficue,  ed  è  doloroso  a  chi  vebbe  parte,  e  forse  colpa,  il  riandare  la 
serie  di  tante  disfatte  di  fronte  ad  assai  meno  numerose  vittorie,  seb- 
bene l'esperienza  professionale  insegni  che  è  legge  naturale  nell'industria 
libraria  che  su  dieci  pubblicazioni,  forse  cinque  facciano  ciò  che  noi 
italiani  chiamiamo  un  fiasco,  tre  abbiano  un  esito  mediocre,  e  solo 
di  due  possa  l'editore  compiacersi. 

A  Gaspero  Barbèra,  che  si  allarmava  di  una  tale  proporzione,  il 
vecchio  Enrico  Brockhaus,  padre  degli  attuali  direttori  della  illustre 
Casa  di  Lipsia,  disse  che  bisognava  contentarsi  quando  la  proporzione 
era  quella  che  vi  ho  detta,  che  se  fosse  stata  migliore,  troppo  buona 
professione   sarebbe   quella   dell'editore  e  tutti  vorrebbero   esercitarla. 

Ringraziando  dell'  attenzione  che  mi  è  stata  concessa,  prego  la 
Sezione  di  accettare  l'omaggio  di  un  saggio  del  Catalogo  ragionalo 
delle  Edizioni  Barbèriane. 

Sono  i  primi  due  fogli  stampati;  e,  riferendosi  essi  ai  primi  mesi  di 
esistenza  di  Barbèra,  Bianchi  e  Comp.,  che  cominciarono  con  mezzi 
assai  modesti,  è  naturale  che  siano  i  meno  interessanti  ('). 

Confido  che  il  seguito  lo  sarà  di  più. 

(')  Il  comm.  Barbèra  presentò,  infatti,  nella  II  seduta  della  Sezione  alcuni 
esemplari  dei  due  primi  fogli  di  stampa  del  Catalogo. 


III. 


COMMEMORAZIONE  DI  GASTON  PARIS. 

Discorso  pronunziato  da  I'all  Meyer  nella  I  seduta  (3  aprile  190.SJ. 


Mon  premier  devoir,  en  ouvrant  cette  première  séance  de  la  section 
consacrée  à  l'histoiie  des  littératures,  est  d'adresser  mes  remerciments 
à  l'illustre  Président  de  ce  Congrès  et  ani  Membres  du  Comité  de  di- 
rection pour  riionneur  qui  m'est  fait.  Mais,  en  méme  temps,  il  m'est 
difficile  de  ne  pas  éprouver  un  sentiment  de  mélancolie  en  songeant 
que  l'an  dernier,  à  pareille  epoque,  je  me  trouvais  à  Rome  avec  un 
des  hommes  qui  ont  le  plus  contribué,  depuis  quaranta  ans,  au  pro- 
grès de  l'histoire  littéraire  du  moyen-àge,  avec  mon  arai  Gaston  Paris, 
qne  la  mort  nous  a  récemraent  enlevé,  en  pleine  activité  d'esprit,  alors 
qu'il  était  bien  loin  d'avoir  épuisé  le  trésor  de  connaissances  et  d'idées 
qu'il  avait  commencé  d'amasser  dès  sa  prime  jeunesse.  C'est  à  lui  que 
revenait  de  droit  la  place  que  j'occupe,  et,  toujours  prét  à  répondre 
favorablement  aux  sollicitations  qui  lui  étaient  adressées  par  ses  com- 
pagnons  d'étude,  nul  doute  qu'il  eiìt  enrichi  le  recueil  où  sera  résumée 
l'oeuvre  de  ce  Congrès  de  quelque  précieuse  communication.  Permettez- 
moi  du  moins,  pour  qu'il  ne  reste  pas  tout  à  fait  etranger  à  cette 
réunion,  d'indiquer  sommairement,  après  bien  d'autres  qui,  en  Italie 
ou  ailleurs,  ont  rendu  un  juste  liommage  ìi  sa  mémoire,  quelques-uns 
des  titres  par  lesquels  il  a  mérité  sa  glorieuse  renommée. 

Jusqu'en  ces  derniers  temps,  à  un  àge  où  les  savants,  pressés 
d'achever  les  travaux  commencés,  restreignent  leur  champ  d'études, 
limitent  de  plus  en  plus  leurs  recherclies,  et,  devenus  peu  soucieux  des 
oeuvres  d'autrui,  lisent  ìi  peiue  ce  qui  ne  leur  est  pas  d'une  utilite 
immediate,  G.  Paris,  conservait  pour  tout  l'ensemble  de  la  philologie 
du  moyen-àge  l'enthousiasme  de  sa  jeunesse.  A  l'epoque  déjil  loiutaiue 
où  il  avait  pris  raug  dans  la  scieuce,  de  nombroux  champs  d'elude 
étaient  encore  pour  ainsi  dire  eii  friclie.  et  on  n'avait  pas  besoin,  pour 
faire  des  découvertes,  de  se  cantouner  daiis  un   domaine   étroit.  Mais 


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le  inonitMit  arriva  oìi  seni  un  liumiiie  esoeptioiinellemeut  doué  pouvait 
dominer  un  territoire  dont  l'horizou  s'étendait  de  plus  eii  plus.  6.  Paris 
avait  vu  peu  à  peu  s'élever  autour  de  lui  de  jeunes  gónérations  d'éru- 
dìu,  dont  beaucoup  étaicnt  directement  ou  indirectement  ses  élèves, 
qui  s'eufonyaieut  ù  l'envi  dans  U's  régions  où  il  avait  trace  les  pre- 
mières  voies.  Lui  copeudant  suivait  leurs  travaux,  les  encourageait,  les 
critiquait  au  besoin,  laisant  i)n'uve  en  des  sujets  iiiHiiiment  variés  d'une 
ineontc'stablt'  couipétence.  Il  s'iutéressait  aux  reclierches  d'autrui  tout 
autant  qu'aux  siennes  propres.  Il  tiouvait  juste  qu'une  partie  uotable 
de  sa  vie  fùt  consacrée  ìi  taire  counaìtre  et  il  discuter  les  écrits  de  ses 
<^lèves  ou  de  ses  émules,  C'est  bien  souveut  dans  un  sinipl-  compte- 
reudu  qu'il  faut  chercher  la  trace  d'études  personnelles  qui  eussent  sans 
doute  abouti  à  quelque  lumineuse  dissertation,  si  une  plus  lougue  vie 
lui  avait  été  accordée. 

Dans  riiistoiro  des  littératures  les  intluences  réciproques  sont  si  t'ré- 
quentes  et  si  variées  qu'il  est  bien  souvent  impossible  d'étudier  un  sujet 
sans  se  voir  obligé  de  poursuivre  la  recberche  sur  des  domaines  voisins. 
Ce  n'était  point  là  un  obstacle  pour  G.  Paris.  Lorsqu'il  entreprit  ses  pre- 
miers  travaux  sur  la  littérature  du  moyen-àge,  il  possédait  une  prépara- 
tion  véritablement  exceptionnelle.  Au  collège  il  avait  appris  assez  bien 
l'anglais.  En  Alleniagne.  où  son  pére,  Paulin  Paris,  l'avait  envoyé  vers 
sa  dix-huitième  anui'e.  il  s'était  tamiliarisé  avec  l'allemand.  A  l'universiU' 
de  Gottingue  il  avait  poussé  assez  loin  l'étude  de  la  pliilologie  ger- 
luanique.  Il  lisait  le  hollandais  et  les  langues  scandinaves.  Il  avait 
une  teinture  du  russe,  ayant  passe  quelques  mois  à  Moscou.  Quaiit 
aux  langues  néo-latines,  elles  étaient  en  quelque  sorte  la  matière  méme 
de  ses  études.  Cette  variété  de  connaissances  linguistiques  était  eitré- 
mement  rare  en  France  vers  1860.  Et  de  plus  il  possédait  ces  dons 
d<'  nature  que  l'étude  peut  perfectionner,  mais  qu'elle  ne  donne  pas  : 
une  intelligence  très  vive,  un  esprit  clair,  également  apte  à  saisir  les 
rapports  et  à  constater  les  différences,  une  méinoire  très  tenace.  Lors- 
que  parut  son  Jlistoire  jìoétique  de  Charlemagne,  qui  est  une  explo- 
ration  generale  des  littératures  du  moyen-àge  ìi  un  point  de  vue  par- 
ticulier,  on  admira  avec  quelle  aisance  il  suivait  la  legende  carolingienne, 
non  seuleraent  en  France.  mais  en  Allemagne,  en  Angleterre,  en  Es- 
pagne, eii  Italie.  Pour  l'Italie  surtout.  où  la  matière  était  encore  très 
neuve,  ses  recherches  fureiit  jiarticulièrement  fécondes.  Non  que  tontes 
les  idées  qu'il  a  émises  sur  la  formatioii  de  la  littérature  épique  ou 
romanesque  en  Lombardie,  en  Yénétie,  en  Toscane  soient  encore  ac- 
ceptées  :  les  travaux  de  plusieurs  savants  italiens,  entre  lesquels  il  suf- 


—   2.= 


fira  de  nommer  M.  Rajna,  ont  conduit,  sur  certains  points,  à  des  cod- 
ceptions  assez  différentes  des  siennes.  mais  il  n'est  pas  conteste  qua 
les  vues  de  G.  Paris  sur  les  poèmes  franco-italiens,  sur  les  romans  toscans, 
en  prose  et  en  vers,  ont  été  le  point  de  départ  des  investigations  qui 
ont  amene  la  science  à  son  état  actuel,  et  que  la  solution  détìnitive 
de  questiona  singulièrement  complexes  a  été  grandement  facilitée  par 
la  netteté  avec  laquelle  elles  furent  posées  par  G.  Paris. 

Lui-méme  se  rendait  compte  des  moditications  profondes  qu'eùt 
exigées  une  seconde  édition.  Dans  sa  pensée  l'ouvrage  devait  subir  une 
complète  refonte  et  aurait  forme  deux  volumes.  Il  lui  aurait  fallu  deux 
années  pour  refaire  un  ouvrage  qu'il  n'avait  guère  mis  qu'un  an  à  com- 
poser.  Ces  deux  aniiées  il  ne  les  trouva  pas,  sans  cesse  préoccupé  de 
recherches  nouvelles,  et  de  plus  en  plus  absorbé  par  la  préparation  de 
ses  cours,  et  par  le  souci  de  se  tenir  au  courant  de  tout  ce  qui  pa- 
raissait  dans  le  domaine  toujours  giandissant  de  la  philologie  du 
moyen-àge. 

Pour  moi  j'ai  toujours  regardé  V Hisloire  iwétique  de  Charlemagae 
comme  le  chef-d'oeuvre  de  G.  Paris,  peut-étre  parce  que  je  l'ai  vue  se 
faire,  ou  aussi  parce  que,  occupé  en  ce  temps  d'études  particulières 
sur  quelques  points  du  méme  siijet  j'avais  pu  apprécier  la  diffìculté 
des  recherches  qu'il  avait  entreprises.  Plus  que  personne  j'ai  regretté 
que  cette  seconde  édition,  qui  eùt  été  un  livre  nouveau,  ne  nous  ait  pas 
été  donnée.  Mais  nous  avons  eu  des  compensations. 

Je  laisse  de  coté  les  éditions  nombreuses  d'ceuvres  franyaises  du 
moyen-àge  que  nous  lui  devons,  celle  de  la  vie  de  Saint  Alexis.  no- 
tamment,  qui  a  fait  epoque,  et  tant  d'autres  qui  sont  l'honneur  de  la 
Société  des  anciens  textes  fran^ais  fondée  en  1875,  en  grande  partie 
par  ses  efforts.  Je  passe  sous  silence,  parce  qu'il  s'agit  de  matières 
étrangères  à  l'objet  de  ce  Congrès,  ses  travaux  de  linguistique  franyaise, 
épars  dans  les  mémoires  de  la  Société  de  linguistique  de  Paris,  dans 
la  Revue  critique,  dans  la  lìomania,  mais  je  veux  au  moius  rappeler 
ses  importants  travaux  sur  les  romans  de  la  Table  ronde,  publiés  en 
partie  dans  la  Romania,  en  partie  dans  Y Hisloire  littéraire  de  la 
France,  dont  il  fut,  pendant  25  ans,  le  collaborateur  assida  ;  sa  petite 
histoire  de  la  littérature  fran(,aise  du  moyen-àge,  si  nourrie  de  faits, 
si  riche  en  idées  et  si  parfaitement  proportionnée  ;  entìn  ses  articles  de 
la  Revue  de  Paris  et  de  la  Reuiie  des  Deux  Mondes,  par  lesquels  son 
nom  a  franchi  les   limites  uecessairement  étroites  du  cercle  des  érudits. 

Je  veux  aussi,  en  termiuaul  cette  brève  allocution,  insister  sur  le 
sentiment  de  particulière  attection  que  G.  Paris  éprouvait  pour  l'Italie. 


—  2G  — 

Il  l'aimait  pour  ;iou  passe;  il  y  ótait  attirò  par  des  amities  préseutes. 
Il  lui  ilu  uoiiihre  de  ceni  qui  sureut  les  preiniers  reconuaitre  et  ap- 
précier  le  grand  mouvement  de  renaissance  critique  qui  s'est  produit 
en  Italie  dans  les  sciences  liistoriques  par  les  efforts  d'hoimues  émi- 
nents  dout  qiielques-iins  viveut  encore  et  sont  panni  les  organisateurs 
de  ce  Congrès.  Il  entretenait  des  rapports  cordiaux  avec  toiis  ceui  qui 
en  ce  pays  poursuivaient  des  études  analogues  aux  siennes.  Il  tenait  à 
honneur  de  présenter  leurs  travaux  au  public  franyais  dans  nos  revues 
savantes.  Qnelques-uns  de  ses  articles  les  plus  approfotidis  du  Journal 
dea  Sarants  sont  des  comptes-rendus  df  travaux  du  cointe  Nigra.  de 
M.  A.  d'Ancona,  de  M.  Toldo,  de  M.  Rajna.  Il  avait  visite  l'Italie, 
jeune  homme.  avec  un  ami,  il  y  a  plus  de  quarante  ans  et  en  avait 
rapporté  de  durables  iiupressions.  11  y  était  retourné  plusieurs  fois, 
uotamment  ;\  l'occasion  de  congrès,  à  Palerme  en  1875,  à  Bologne  en 
1888.  L'au  dernier,  coniine  je  le  disais  en  comnienyant,  j'ótais  avec 
lui  à  Rome.  Ce  fut  son  dernier  voyage,  et  il  en  avait  déjà  le  pres- 
sentiment.  Peu  après  son  retour,  sa  sauté  subit  des  atteintes  réitérées, 
et  cet  liiver,  alors  qu'ou  s'efforyait  de  lui  dissimuler  la  gravite  de  son 
état.  tout  en  l'engageant  à  preudre  du  repos,  il  m'avait  dit,  avec  un 
sentiment  de  regret,  quii  n'assisterait  pas  h  ce  Congrès.  Il  se  survivra 
par  ses  oeuvres.  Longtemps  après  que  ceux  qui  l'ont  connu,  qui  ont  été 
ses  arais  ou  ses  élèves,  auront  quitte  cette  vie,  on  citerà  et  on  discu- 
terà ses  opinions  partout  oìi  les  études  romanes  seront  en  honneur. 


IV. 


GOETHE    UNI)    DIE    RENAISSANCE. 
Comunicazione  del  dott.  Otto  Harnack  (Darmstadt). 


Die  Stellung  Goethes  inmitten  der  litterarischen  und  geistigen  Be- 
weguDg  der  Neiizeit  ist  eine  so  bedeutungsvolle.  dass  sein  Verhalten  zu 
den  einzelnen  grossen  geistigen  Machten  zur  Geschichte  dieser  Màchte 
selber  <jehòrt.  Wenn  icli  nini  sein  Verliàltniss  zur  Renaissance  unter- 
suchen  will,  so  habe  icli  hieljei  niclit  nur  die  grosse  Ciilturbewegung 
im  Auge,  die  im  15.  und  im  Anfang  des  16.  Jahihunderts  sich  vollzog. 
sondern  auch  die  aus  dieser  Bewegung  hervorgegangenen  geistigen  und 
kiinstlerischen  Anschauungsweisen,  welche  in  den  einzelnen  Làndern 
zwar  verschieden  ausgebildet,  im  Ganzen  aber  doch  einheitlich  die  Lit- 
teratur  und  Kunst  Europa's  bis  in's  18.  Jahrhundert  beherscht  haben, 
worauf  sie  dami  durch  die  eigenartigen  nationalen  und  spàter  roman- 
tischen  Stròmungen  verdriingt  wurden.  Das  Geraeinsame  dieser  Renais- 
sancelitteratur  und-  Kunst  ist  bekanntlich  die  Zuriickfiìhrung  aller 
geistigen  und  kiinstlerischen  AVerte  auf  die  Antike,  der  Glaube,  selbst 
von  der  Antike  bestandig  noch  zu  leben  und  in  ihreni  Sinn  weiter  zu 
schatten,  vvobei  natiirlich  der  wirkliche  Eintluss  das  klassischen  Alter- 
tums  von  sehr  wechselnder  Starke  war,  bisweilen  ein  lebendiger  und 
machtvoUor,  bisweilen  ein  schwiichlicber  und  conventioneller,  bisweilen 
auch  nur  ein  eiugebildeter.        ' 

Die  Universalitiit  Goetlieschen  Geistes  liat  ihn  iiiit  den  verschie- 
densten  Zweigen  dieser  Renaissancolitteratur  und  Kunst  in  niihere  oder 
fernere  Beriihrung  treten  las^eii,  und  eine  Reilie  seiner  eigeneu  Werke 
kann  in  diesem  Sinn  selbst  nodi  dor  Reiiaissanoclittoratur  zugerechnet 
werden.  Aber  seine  innere  Stellung,  die  weseutliche  Verwaudtschaft 
zwischen  ihm  und  jener  gewaltigen  Stromiing  ist  trotzdem  oft  verkanut 
worden.  Gerade  in  neuester  Zeit,  wo  liberali  das  Interesse  tur  volks- 
tiimliclie,  tur  national  und  lokalget'iirbte  Kunst  lebendig  geworden  ist. 
hat  man  oft   den    Dichter   des    Gotz    von    lierlichinuen    in  einseitiger 


—  28  — 

Weise  als  einen  Vorkampfer  dieser  Kmist  hinstellen  woUen.  und  hat 
ilin.  wo  er  sicli  ini  Sinne  der  iiberlieteitou  Keuaissancekunst  aussprach 
uud  wo  er  in  ihr  vtMwandter  Art  schuf,  eines  Abfalls  von  sich  selbst, 
eines  Riìckschritts  beschuldigon  wollen.  Abor  fiir  eine  objektive  Be- 
tiaclitnni?  eri,Mbt  sich  ini  Gegenteil,  dass  Goethe  diirch  Anlage  und 
duioh  die  Hilduiigseintiiisse  seiner  Jugend  dazu  getVihrt  wurde,  sich 
bewusst  iind  unbewusst  auf  die  Seite  der  Renaissanceiiberlieferung  zu 
stellen,  dass  es  nur  eine  knrze  Kpisode  von  f'iinf  Jaliren  ist.  in  denen 
er  sich  ihr  gegemiber  revolutiouiir  verhiilt.  Es  sind  bekanntlich  die  in 
Strassburg  nnd  Frankfurt  /ugebrachten  Jahre  von  1770-1775,  da  er 
sich  fiir  Hans  Sachs  und  Erwin  von  Steinbach  begeistert,  da  er  Got/ 
uud  Werther  dichtet  und  den  Faust  concipirt.  Er  wird  hier  teils  durch 
die  Kousseausche  Euiptindungsweise  der  Zeit  teils  durch  Herder's  Ein- 
tiuss  bestimmt,  zugleicli  aber  getriebeu  durcii  don  Drang  der  revolu- 
tiouiir gestimmten  eigenen  Seele,  die  sicli  in  oinera  entscheidenden 
Entwichlungsstadium  iiber  alle  ererbten  uud  iiberlieterteu  Schrauken 
hinwegsetzen  will.  Aber  auch  wahrend  dieser  Sturni-  und  Drangperiode 
bleibt  die  unbedingte  Verehrung  des  Griechentums  unangetastet,  und 
noeh  in  den  siebziger  Jahren  des  Jahrhunderts  wird  auch  Gefiihl  der 
Verwantschaft  luit  der  Kenaissancekultur  wieder  lebendig,  um  danu 
in  der  italienisclien  Reise  sich  luit  alles  besiegender  Kraft  durchzu- 
setzen. 

Da  Goethe  die  Renaissance  durchaus  als  Erneueruug  des  klassi- 
scheu  Altertums  auffasste,  so  ist  es  unumganglich,  Ihnen,  wenn  auch 
nur  durch  ein  schnell  geworfenes  Streitiicht,  zu  zeigen,  welch  hohe 
Stellung  in  seiner  Betrachtung  vor  Alleni  das  griechische  Altertum 
einnahm.  Er  fand  in  ihni  die  Bewahrung  gesunder  nienschlicher  Le- 
benskraft  und  Lebensentfaltuug;  in  den  Aeusseruugen  des  griechischen 
(ieistes  bewunderte  er  die  «  Gesundlieit  des  Moments  " ,  und  so  koniite  er 
sich  zu  dem  Wort  versteigen  :  «  Wenn  wir  uns  dem  Altertum  gegen- 
iiberstellen  und  es  erostlich  in  der  Absicht  anschauen  uns  daran  zu 
bilden,  so  gewinnen  wir  die  EuipHndung  als  ob  wir  erst  eigentlich  zu 
Menschen  wiirden.  Die  Klarlieit  der  Ansicht.  die  Heiterkeit  der  Auf- 
nahine,  die  Leichtigkeit  der  Mitteilung,  das  ist  was  uns  entziickt;  und 
wenn  wir  nun  behaupteu,  dieses  Alles  tinden  wir  in  den  ilchten  grie- 
chischen Werken,  und  zwar  geleisiet  ain  edelsten  StolT,  ani  wiirdigsten 
(jehalt,  init  sicherer  und  voUendcter  Ausfiilnung,  so  wird  man  uns  ver- 
stehen,  wenn  wir  imiuLT  von  dori  ausgelicii  und  immer  dort  binweisen. 
.K*<ler  sei  auf  scine  Art  ein  G rioche,  aber  er  sei's  -.  Und  die  kanonische 
Stellung,  die  er  dem  Griechentuni  zuweist,  spricht  sich  aufs  klarste  in 


—  29  - 

den  Worten  aus:  "  Im  Bedurfniss  von  etwas  Musterhaftem  mussen  wir 
immer  zu  dea  alten  Griechen  zuriickkehren,  in  deren  Werken  stets  der 
schòne  Mensch  dargestellt  ist.  Alles  iibrige  mussen  wir  nur  liistorisch 
betrachten  und  das  Gute,  soweit  es  gehen  will,  uns  daraus  aneignen  » . 
Wir  wissen,  der  weite  und  freie  Geist  Goethes  nahm  die  veischieden- 
sten  geistigen  Schòpfungen  mit  voUstem  Interesse  aiif;  aber  sie  alle 
mussten  zusehen,  wie  sie  sicli  rechtfertigten  ;  das  Griechische  allein 
brauchte  sicli  uicht  zu  rechtfertigen  ;  es  war  ein  fiir  allemal  legitimirt. 
Die  Bewunderung  fiir  das  Griechentum  iibertriig  Goethe  nun  zum 
Teil  auch  auf  das  Romertum,  liier  weuiger  durch  objektive  Erwàgung 
als  durch  persònliche  Sj'nipathie  bestimmt.  Alles  liòmische,  aeussert  er 
mit  halb  ernster,  halb  scherzliafter  Beziehung  auf  die  Lehre  von  der 
Seeleuwanderung,  —  ziehe  ihn  so  sehr  an,  dass  er  glaube,  er  habe 
schon  eiiimal  als  Romer,  etwa  unter  Kaiser  Hadrian,  gelebt. 

Bei  soldi;  r  Aulfassuiig  und  Empfinduug  ist  es  iiaturgemiiss,  dass 
ihm  das  Mittelalter  nur  als  Zeitalter  des  geistigen  Verfalls  erscheinen 
konnte,  da  «  alle  wahre  reine  Bildung  in  ihrem  Fortscliroiteii  fiir  lange 
Zeit  gehemmt  worden  »> .  In  der  Geschichte  der  Farbenlehre,  «  die  sich 
ihm  zu  einer  Geschichte  der  menschlichen  Geistesarbeit  iiberhaupt  er- 
weitert  hat,  erscheint  das  Mittelalter  schlechtweg  als  die  grosse  Liicke  -. 
Es  ist  hier  nicht  der  Ort  festzustellen,  inwieweit  dieses  Urteil  ein  un- 
gerechtes  ist;  es  handelt  sicli  hier  nur  um  die  Tatsache  des  Goe- 
the'schen  Urteils. 

Wie  musste  ihn  nun  jeiie  Epoche  fesseln  und  erheben,  in  der  durch 
die  Wiedererweckung  des  Altertums  sich  der  neue  Kulturgang  der 
Menschheit  entfaltete!  Dodi  gab  es  zu  seiner  Zeit  nodi  nicht  eine  ein- 
lieitliche  Erkenntniss  der  eigentiimliclien  Bedingungen  uml  Charakter- 
ziige  der  lienaissance  !  Es  ist  dcslialb  auch  nicht  eine  auf  bestiinuitr 
feste  Punkte  gerichtete  Bewunderung,  die  Goethe  dem  Zeitalter  des 
Humanismus  und  der  Renaissance  entgegenbringt  !  Und  wenn  wir  ihn 
in  eiiiem  kriiftigen  Verse  zuci  Korypliiion  des  Humanismus  bollaglieli 

riihmen  Inlren  : 

"  Selbst  Erasmus  gieng  den  Sjuiien 
Deu  Moria  scherzend  iiach 
Ulrich  Hutten  mit  Obskiireii 
I)erbe  Lanzeiikit'lo  bradi  n, 

so  liisst  auch  dies  doch  nodi  nicht  auf  eingehende  Boschiiftigung  luit 
ihren  Werken  schliossen.  Am  wenigsten  konnto  natiirlich  ihn  jeue  Lit- 
teratur  anzidirn,  die  sidi  rcin  nadiahiiiond  gegeniiber  dem  Altertuni 
verhielt,  wie  es  die  neulatoinische  Poesie  tat.  Nur  das  seliistàndig  Gè- 


-  30  — 

woideiie.  das  das  klassisclie  Erbe  nach  i'i>j:uer  Eiiisicht  und  eigner  Aula^'e 
verarlteitete,  kounte  si'ine  Scluitzun«r  gewinuen.  Uiid  so  sind  es  beson- 
ders  dio  uationaleu  LitttMatiireu  gowesen,  dio  auf  deui  Grunde  der  Re- 
naissaiH'i'  sioh  eiitwickelten,  welche  ihm  als  wertvolle  Bestandteile  der 
iieuereu  Kultur  ini  h«>chsten  Sinu  eischieneii. 

Vor  Alleni  gilt  dies  von  der  franzòsiscben  Litteratur,  deren  eut- 
scheidi'iidcr  niass<_febonder  EiiiHuss  so  lange  Zeit  als  nnwidorsprecblich 
galt,  daiiQ  endlicb  als  unertriiglicber  Druck  enipluiiden  uud  bekiiiupit 
wurde.  Goethe,  iu  franzosischér,  litterariscbei-  Sphiii-e  aufgewaclisen,  hat 
abgesehn  von  jenen  kurzeii  Stuini-  nnd  Drangjahren,  diese  leidenschaft- 
liclie  Antipatbio  nio  geteilt.  Von  Lessiiigs  Kampfesstimniiing  gegeii- 
iiber  dein  frauznsiscbi'U  Tbrator  ist  er  weit  ciitfernt;  cs  eisclieiiit  ihm 
in  seinen  Hauptvertretern  wie  in  seiner  feststehcnden  Art  verehrungs- 
wiudig.  Ich  will  iiicht  daraiif  grosses  Gewicht  legeii,  dass  er  Molière 
ira  hucbsten  Sinn  bewuuderte;  deiin  diese  Bewunderung  gilt  vor  Alleni 
«ler  Person,  dem  grossen  Kenner  nnd  Darsteller  der  Welt  nnd  der 
Menschen.  Aber  anf  eiiieni  ganz  anderen  Blatt  steht  es,  wenn  er  anch 
liacine  hoch  veiehrt  nnd  wenn  er  dies  nicht  personlich,  sondern  priii- 
zipiell  begnindet.  ••  Glanben  sie  niir  ^  aeiissert  er  ini  Alter  gegen  eiiieii 
Bewunderer  der  franzosischen  Roinantik,  «^  wiinschen  wir  nns  einen  neuen 
liacine.  aneli  mit  deii  Fehlerii  des  alteii  I  Die  Meisterwerke  der  fraii- 
zosisclien  Bufane  bleiben  Meisterwerke  fiir  inimer.  Ihre  Darstellnng  hat 
mich  selbst  in  jungen  Jahren  noch  in  Frankfnrt  hdchst  interessirt,  da- 
mals  fasste  ich  znerst  den  Gedanken,  Dramen  zn  schreiben.  Die  hentige 
Schnle  (die  sicli  an  Victor  Hugo  anschloas)  kann  fiir  die  Litteratur 
viel  tnn.  allein  nienials  soviel  als  die  friihero  getan  hat-.  Die  be- 
geisterte  Verehrung  Shakespeare's  hinderte  ihn  nicht  an  diesem  Ur- 
teil.  Sliak<'speare  schiitzte  er  als  Iiidividunm,  die  franzOsischen  Dra- 
luatikcr  aber  wegen  der  allgemeiiigiltigen  Form,  der  Tradition,  der 
Schnle.  So  hat  er  ja  anch  trotz  Schiller's  Bedenkeii  Voltaire"s  Maho- 
nief  und  Taiicred  mit  der  bewussten  Absicht,  daniit  fiir  die  dentsche 
Bufane  Nutzen  zu  stiften,  iil>ersetzt;  er  liess  den  Mabomet"  in  Weimar 
selbst  aulftiliren,  nm  dadurch  die  Scfaauspieler  "  zu  eineni  gemesseiieii 
Vortrag,  zn  einer  gelialtent-n  Aktion  -  zu  veranlassen.  Qud  so  betracli- 
tt'tc  er  aucfa  die  franzusisclie  Bufane  seiner  Zeit  ini  Ganzeii  mit  aiiiM- 
kenncndem,  in  gewissein  Sinn  mit  benei<leiidem  Blick.  Als  Willudm 
von  Humboldt  mit  seiner  gewohnten  Objektivitiit  ihm  aus  Paris  cine 
Schilderung  des  dortigen  Tlieatcìlebens  iibersandte,  nafam  er  sie  in  seiue 
«•  Projtylaen  -  auf,  gab  ifar  aber  /.ugb'icfa  den  cutscfaiedcn  ancrkennenden 
Charaktcr  durcfa   den    eiuleitenden  Satz,  jeder    Freiind    des  doutscfaen 


—  31   — 

Tlieaters  werde  wohl  wimschen,  «  dass  uiibeschadet  des  OriginalgaDges, 
den  wir  eingeschlageu  haben,  die  Vorzuge  des  franzosischen  Theaters 
auch  auf  das  unserige  herùbergeleitet  werden  mochten  » . 

Neben  der  franzosischen  Litteratur  war  es  vorzuglich  die  italie- 
nische,  die  fur  Goethe  hohe  Bedeutuug  gewann.  Ausser  der  Zeit  der  ita- 
lienischen  Reise  ist  es  besonders  das  erste  Jahrzehnt  des  neunzehnten 
Jahrhunderts  gewesen,  in  welchem  er  der  italienischen  Litteratur  ein 
eingehendes  Studium  zuwandte.  Er  beschàftigte  sich  mit  dem  Leben 
Pietro  Aretino's,  dem  Leo's  X,  und  um  sich  ganz  mit  den  Lebensfor- 
men  der  italienischen  Renaissance  bekannt  zìi  machen,  liest  er  den 
Cortigiano  des  Castiglione.  AVahrhaft  vertraut  war  er  mit  Ariost  und 
mit  Tasso,  «  dereii  jeder  uns  nach  Zeit  und  Umstànden,  nach  Lage  und 
Empfindimg  die  herrlichsten  Augenblicke  verlieheu,  uns  benihigt  und 
entziickt  haben  " .  Sein  eigenes  Tassodrama,  das  zwar  nicht  die  ^igent- 
liche  Zeitstimmung  widergibt,  lasst  doch  genugsam  erkt'nnen.  svie  das 
«  Befreite  Jerusaleni  «  dem  Deutschen  Dichter  lebendig  wai-,  und  gibt 
zugleich  durch  den  Mund  Antonio's  eine  iinùbertrettiiche  Charakteristik 
des  Saengers  des  «  Rasenden  Roland  » .  In  jener  spiiteren  Zeit  aber 
begniigt  er  sich  nicht  mit  diesen  weltbekannten  Werken  jener  Dichter; 
er  liest  den  «  Aminta  «  des  Tasso,  eine  Dichtung,  die  nur  aiis  dem  \ 
Geschmack  und  dem  Empfinden  der  Renaissancezeit  heraus  begreiflich 
ist;  er  beschiiftigt  sich  mit  Ariost's  Satiren  und  Sonetten.  Die  italie- 
nische  Sonettendichtung  interessirte  ihn  damals  besonders,  weil  ilas 
Sonett  durch  die  Bemiihungen  der  Romantiker  zu  jener  Zeit  heimisch 
gemacht  wurde,  und  er  sell)st  sich,  weiin  auch  nicht  allzu  eifrig,  in 
seiner  Dichtung  dieser  Form  zuwandte.  Auch  die  Gedichte  des  grossen 
Buonarotti  hat  er  gekannt,  und  ich  glaube  eine  unmittelbare  Einwir- 
kung  eines  derselbeu  in  dem  wun<lerbaren  Preisliede.  das  Epimetheus 
in  der  Pandora'  der  Schonheit  widmet,  nachweisen  zu  kOnneii.  Es  handelt 
sich  in  Beiden  um  die  Verehrung  des  abstrakten,  platonisch  aufge- 
fassten  Schòiiheitsideals.  Michelangelo  dichtet  (Madrigal  VII): 


Per  fido  esemplo  alla  mia  vocazione 
Nel  parto  mi  fu  data  la  bellezza, 
Che  d'ambo  arti  m'è  lucerna  e  specchio. 
S'altro  si  pensa,  è  falsa  l'opinione. 
Questo  sol  l'occhio  jtorta  a  quell'altezza, 
Ch'a  spinger  e  scolpir  qui  m'apparecchio. 
&'e  giudizii  temerari  e  sciocchi 
A\  senso  tiran  la  beltà,  che  muove 
E  porta  al  cielo  ogni  intelletto  sano, 


—  32   - 

Dal  iriortale  al  diviii  non  vanno  jjli  occhi 
Infermi,  e  fermi  sempre  pur  là  dove 
Ascender  senza  i^raz.ia  è  pcnsier  vaim. 

Und  iJen  Epimethens  lassi  Goethe  ausrufen  : 

Der  Seliijkeit  Filile,  die  luib'  ich  nnipfunden, 

Die  ScliOnheit  besass  ich,  eie  hat  mich  gebunden  ; 

Im  FrQhlinps  gefolge  trat  herrlich  sie  an, 

Sie  erkannt'  ich,  sie  ergriff  ich;  da  war  es  getan. 

Wie  Nebel  zerstiebte  triibsinniger  Wahn, 

Sie  zog  mieli  der  F.rd'  ab,  zuin  Hinniel  hinan. 

Diese  ideale  Autlassuiig  der  Scluiiihoitfaud  Goethe  aneli  bei  Wiiickel- 
mann  ;  der  zu  seiner  Zeit  der  Schopfer  eines  Neuklassizismus,  eiiier 
iieiien  Renaissancebeweguns:  wurde.  Hohe  personliche  Verehrung  wid- 
mete  er  ihm,  wie  es  das  eigne  ihm  gewidmete  Biich  heweist;  das 
Hdchste  aber,  was  er  voii  ihm  aiiszusagen  wusste,  war,  dass  er  sich 
selbst  ebenbiirtig  nebeu  die  Griecheiigestellt  habe.  «  Eine  solche  an- 
tikn  Natiir  war  in  Winckelmann  crschienen,  die  gleich  aiifangs  ihr  iin- 
geheures  Probestiick  ablegte,  dass  sie  durch  dreissig  Jahre  Niedrigkeit, 
Unbehagen  uud  Kiminier  nicht  gebiindigt,  niclit  aus  dem  Wege  ge- 
riickt,  nicht  abgestuinpft  werdeii  konnte.  Hatte  er  nun  im  Leben  einen 
wirklich  altertiimliclieu  Geist.  so  blieb  er  demselbeii  auch  in  seinen 
Stndien  getreu".  In  geringerem  Mass,  aber  in  gleichem  Sinne  hat 
Goetlie  auch  den  Kiinstlergenossen  Winckelmann's,  Raffael  Mengs  ge- 
schiitzt,  nicht  iiur  als  Maler.  sondern  auch  als  Kuiisttheorctiker,  von 
dessen  Aufstellungen  Goethe  nianches,  weiin  auch  in  vertiefender  Ver- 
arbeitung  in  seine  eigenen  Kunstanscìiauuiigen  heriibergenommen  hat. 
Und  so  war  ihm  auch  in  der  zeitgenossischen  Kunst  die  an  Winckel- 
mann und  Mengs  gen;ihrte,  der  Aiitike  nachstrebende  Richtung  die 
sympatliisclie  und  wcrtvoUt',  sowohl  was  den  Stotf  als  was  die  Form 
angieng.  >-  Die  Kunst  der  Alten,  betonte  er,  hat  in  dem  Kreis,  den 
Hoiner  uinsclilie.sst,  sich  cine  Welt  geschalfen,  wohiii  sich  jeder  iichtc 
moderne  Kiinstler  so  gern  versetzt,  wo  alle  seine  Muster,  scine  hoch- 
sten  Ziele  sich  befinden  ".  Und  wie  er  selbst  in  «  Hermann  und  Doro- 
thca  -  Homeride  sein  wollte,  so  rief  er  den  Kiinstlern  zu  ;  -  Deutsche 
Hildhauer,  es  wird  euch  nicht  schaden,  nach  deiu  Knliiu  der  letztcìi 
l'raxiteliden  zìi  strebeii-. 

Wie  viel  mehr  alter  imisstf  ihii  ln'i  solcher  Betrachtung  jene  Pe- 
riodi- der  Kunst  anzieiu-n,  die  nach  seiner  Auffassung  die  reinste  und 
wahrstf  Wiederboleliung  der  Antike  «larstellte:  die  italienische  Ucnais- 


—  33  — 

sance.  Nach  sorgfàltiger  Vorbereitiing  l»etrat  er  1786  das  Land  seiner 
Sehnsucht,  iind  der  dort  gewonnene  fesselnde  und  festhalten<le  Eindruck 
der  grossen  italienischen  Kunst  wirkte  sein  ganzes  Leben  hindurch 
nach.  In  seinen  Zeitschriften  «  Propyliieu  »  und  «  Ueber  Kunst  und 
Altertum  »  legte  er  die  Ergebnisse  fortdauernder  Studien  nieder,  die  ihn 
dazu  fiihrten,  allmahliche  mehr  und  mehr  von  dera  Studium  der  spà- 
teren  eklektischen  Kiinstler  hiniiberzugehen  zu  dem  der  friihem  Mei- 
ster,  denen  das  Verdienst  an  dcm  miihevollen  Aufsteigen  der  Kunst 
zu  vollendeter  Hòhe  zukomint.  Fiir  die  Art  uie  er  die  Vereinigiing  von 
selbstàndiger  Natur  mit  der  ehrfurchtvoUen  Erneucrung  antiker  Tradi- 
tion  wahrzuuehmen  glaubte  und  lebeiidig  nachenQpfand.  ist  besonders 
charakteristisch  sein  Urteil  iiber  Andrea  Mantegna,  dem  er  cine  um- 
fassende  Untersuchung  gewidmet  hat.  «  Das  Ideelle,  Hòhere  zeigt  sich 
in  der  Anlage,  in  Wert  und  Wiirde  des  Ganzen  ;  hier  offenbart  sich 
der  grosse  Sinn,  Absicht,  Grund  und  Halt.  Dagegen  dringt  aber  auch 
die  Natur  mit  urspriinglicher  Gewaltsamkeit  herein,  >vie  der  Bergstrom 
durch  alle  Zacken  des  Felsens  Wege  zu  finden  wiss.  Das  Studium  der 
Antike  gibt  die  Gestalt,  sodann  aber  die  Natur  Gewandtlieit  und  letztes 
Leben  «.  Mit  sicherer  Einsicht  wiirdigte  er  die  entscheidende  Bedeu- 
tung  Lionardo  da  Vinci's:  «  Wie  ihra  bei  augeborener  Kunstfertigkeit 
die  Natur  nachzuahmen  leicht  war,  so  bemerkte  sein  Tiefsinn  gar  bald , 
dass  hinter  der  àussereii  Erscheinung,  deren  Nachbildung  ihm  so  gliick- 
lich  geluiigen,  noch  manches  Geheimniss  verborgen  liege.  nach  dessen 
Erkenntniss  er  sich  unermiidet  bestreben  solite  ;  er  suchte  daher  die 
Gesetze  des  organischen  Banez  " .  Lionardo's  -  Musterschule  -  betonte 
Goethe  vorziiglich,  fand  dann  den  «  Gipfel  ^  alles  Grossartigen  in  Mi- 
chelangelo; sympathischer  aber,  mehr  seinem  eigenen  Kunstideal  ent- 
sprecliend  war  ihm  Raftael.  In  ihm  fand  er  das  Griechentum  niclit 
kiistlich  angeeignet,  nicht  miihsam  erworben,  sondern  iiaturhaft  wie- 
dergeboren.  ^  Er  griizisiert  iiirgends.  tuhlt,  denkt  und  handelt  aber 
durchaus  wie  ein  Grieche.  Wir  sehen  hier  das  hochste  Talent  zu  ebenso 
gliicklicher  Stunde  entwickelt  als  es  unter  ahnlichen  Umstaudon  und 
Bedingungen  zu  Perikles'  Zeiteu  geschah".  Keiu  neuor  Kiinstler,  ur- 
teilt  Goethe,  habe  so  rein  und  vollkommen  gedacht  als  er  und  sich  so 
klar  ausgesprochen.  Und  so  erhebt  er  sich  bis  zu  dem  Satze  unbedingter 
Selbsthingabe:  «  Katlael  hat  wie  die  Natur  jederzeit  recht  und  ebenda 
ara  Meisten,  wo  wir  ihn  am  wenigsten  begreifen  " , 

In  der  Architektur  der  Renaissance  ist  Goethe  vor  Alleni  nicht 
miide  geworden.  den  grossartigen  Totaleindruck  der  Petorskirche  zu 
riihmen.  Von  eiiizelneu  Kiiustlern  gehurte  scine  Bewunderuni;  vor  Alleni 

Stìiioiie  III.  —  Storia  delle  Lelleniture.  " 


—  :a  — 

deni  Palladio,  i-iu  Urteil,  das  iins,  die  wir  beute  in  Palladio's  Werkeii 
die  uuiiiittelbare  Lcbensfiille  vt'iinisscn.  niclit  niehr  ijanz  ver^taiidlicli 
ist.  Aber  Goetlie,  der  iselbst  deii  Vitriivins  -  iiiit  wahier  Audacht  "  las, 
land  bei  dem  Vicentine!'  eine  niit  klareni  iiiid  festeni  Wollen  diirch- 
LTetìihite  Einoiicrung  der  romisclieii  Aichitektur.  *  Palladio  war  diirch- 
ans  vou  der  Existeaz  dor  Alteu  diirchdruD^fcu  iiud  luiilte  die  Kleiiilitit 
iiiid  Enije  seiner  Zeit  wie  ein  ^rosser  Mensch,  der  sich  nicht  hinj^ebea, 
sondern  das  Uebliclie  soviet  als  moglich  nach  seinen  edeln  Uegriffea 
umbiUìea  will  • . 

Nach  dell  Eindriicken,  die  dieser  tiiichtige  Ueberblick  uns  gegeben, 
wird  es  nicht  iiberrascheii,  wenn  wir  wahrnehmen,  dass  Goethe  auch 
in  seinen  eigenen  Werken  dieser  Elufiircht  ver  grosser  Tradition,  die- 
sem  GetVihl  iunerer  Verwaudtschaft  mit  den  Miichten  dieser  Tradition 
oftmals  gefolgt  ist,  so  dass  von  dieser  Seite  sein  Schatten  selbst  noch 
als  ein  Glied  in  der  fortlaufenden  Kette  der  Renaissancekultur,  sein 
Dichtcn  als  Renaissancepoesie  erscheint.  Die  Wiedergeburt  griechischer 
Dichtung  erstrebte  er  am  entschiedensten  in  der  Achilleis',  luit  der  er 
tatsiichlich  in  «He  Bahn  Homers  eintreten  wollte;  auch  in  der  -  Iphi- 
genie  -  und  in  der  ^  Pandora  "  rufr  er  die  griechitiche  Welt  wieder 
hervor;  dodi  ist  in  dem  ersten  Werk  der  Stotì"  stark  in  christlicheiu 
Sinue  umgebildet,  in  dem  zweiten  die  Formgebuiig  stark  mit  roman- 
tischen  Elementen  diirchsetzt,  so  dass  hier  eine  Verschmelzung  antiker 
iind  neuerer  Elemente  vorliegt.  Ich  will  nicht  des  Weiteren  von  den 
zahlreiclien  Werken  Goethes  reden,  in  denen  nur  ein  antik-klassisches, 
àsthetisches  Prinzip  der  Gestaltung  des  der  Neuzeit  angehorigen  und 
modernen  Stolles  herscht,  will  auch  andrerseits  nicht  auf  das  der  Re- 
naissance-Welt,  freilich  der  absterbenden,  gewidmete  Tassodrama  ein- 
gehen  ;  aber  mit  um  so  grosserer  Entschiedenheit  muss  ich  daiauf  hin- 
weisen,  dass  Goethe  auch  seinem  Lebenswerk,  dem  Faust",  dessen  StotV 
und  Gehal.t  von  der  Antike  soweit  abliegt,  doch  fiir  notwendig  hiilt, 
die  antike  Episode,  die  sich  um  Helena  gruppirt,  einzngliedern.  Wohl 
war  die  Erscheinuiig  der  Helena  an  sich  sclioii  durch  die  alte  Volks- 
uberlieff'riing  gegeben  ;  aber  die  Bedeutuiig.  durch  wolche  die  Episode 
zum  nach  alien  Seiten  gesehenen  "•  Gipfel  "  dos  zweiten  Faustteils  wird. 
ist  ganz  und  gar  erst  Goethes  eigene  Schopfung.  Oline  die  Renaissance, 
die  er  hier  den  Menschheitsheldon  durchleben  liisst,  wjire  ihm  desseu 
Lebensgaiig  nur  Stiickwork  geblieben.  Und  tatsaclilicli  erst  nach  Ein- 
fiigung  dieses  IJestandteils  erfiillte  die  Faustdichtuiig  tatsiichlich,  was 
Wieland  schon  nach  dem  Erscheinen  des  ?]rsten  Toils  divinatorisch  dar- 
iiber  geurteilt.  dass  sic  dio  Tendenzen  aller  verwichenen  .Tahrhunderti' 


—  35  — 

seit  Aeschylos  bis  auf  unsere  Zeit  in  sicli  vereiaige.  Wie  Goethe  in 
dem  Helena-Akt  ein  Bild  der  eigenen  in  Italien  durchilebten  Renais- 
sance gibt,  so  zugleich  ein  Bild  der  im  Zeitalter  des  Humanismus  der 
deutsclien  Kultiir  zu  Teil  gewordenen  Wiedergeburt,  da  sich  das  deutsche 
Volk  einerseits  durch  die  Antike  beleben  und  befruchten  liess.  andrer- 
seits  aber  aiich  sich  ziim  Herrn  der  Antike  machte,  indem  es  sie  und 
ihren  Reichtum  sich  zura  eigenen  Besitz  umwandelte,  wie  Goethe  es 
Faust  seinen  Recken  zurufen  lasst,  indem  er  die  griechischen  Lande 
unter  sie  verteilt  : 

a  Germane  Du,  Corintlius  Buchten 
Verteidige  init  Wall  und  Schutz, 
Achaja  dann  mit  hundert  Schluchten 
Empfehr  idi,  Gote,  Deinem  Trutz. 
Dann  wird  ein  jeder  hauslich  wohnen, 
Nach  Aussen  richten  Kraft  und  Blitz  .... 
AH  einzeln  sollt  Ihr  dort  geniessen 
Des  Landes,  dem  kein  Wohl  gebricht". 


LE  TEMPS  RECOUVRE, 

POÈME  DE  PIERRE  CHASTELLAIN  COMPOSE  A  ROME  EN  1451. 

Comunicazione  del  prof.  Arthur  Piaget. 


Il  paraitra  sans  doute  téméraire  d'entretenir  la  troisième  Section 
du  Congrès  international  des  sciences  historiqiies  d'un  poète  aussi  in- 
fime que  Pierre  Chastellain.  Mais,  d'une  part.  l'ouvrage  sur  lequel 
je  voudrais  attirer  l'attention  est  encore  inédit  et  personne  que  je 
sache  n'en  a  parie  jusqu'ici,  et,  d'aiitre  part,  il  a  été  compose  à  Rome 
en  1451,  lors  du  Grand  Jubilé. 

L'auteur  de  ce  poème,  Pierre  Chastellain,  que  le  manuscrit  de  Turin 
L.  IV.  3  appelle  Pierre  Chastellain  dit  Vaillant  ('),  occupe  une  place 
très  modeste,  mais  assez  originale,  dans  l'histoire  de  la  poesie  fran- 
yaise  au  XV®  siècle  et  soulève  quelque  petits  problèmes  intéressants. 
L'étude  de  sa  vie  et  de  ses  oeuvres  nous  mènerait  trop  loin  et  j'en 
reste  au  poème  special  qui  fait  l'objet  de  cette  communication. 

Pierre  Chastellain,  quii  ne  faut  pas  confondre,  comuìe  ou  l'a  fait 
quelquefois,  avec  Georges  Chastellain,  est  l'auteur  de  deux  petits 
poèmes  en  rimes  équivoquées.  intitulés  l'un  le  Temps  perdu,  l'autre 
le   Temps  recouvré. 

Le  premier  a  été  publié  en  1869  par  M.  Jules  Petit  pour  la 
Société  des  Bibliophiles  de  Belgique  d'après  le  manuscrit  LV  de  la 
Bibliothèque  de  Stockholm  (-).  On  le  retrouve  dans  d'autres  manus- 
crits  à  Paris  (=<),  à  Turin  (•<),  à  Londres  (■•). 

(')  Voyez  Romania,  XXIII,  ]ip.  257-259. 

(*)  Le  Pas  de  la  Mort,  ponine  inèdit  de  Pierre  Michaut.  piiblio  par  Jiile.s 
Petit.  Bruxelles,  1869,  pp.  lxiii-lxxx. 

(3)  Bibliothèque  nationale.  lus.  Ir.  220G.  24J42.  ii.  ani.  <>■•  'i217;  Arcuai, 
ms.  3521  et  3523. 

(<)  Ms.  L.  IV.  3  (Pasini.   II,    1.^9). 

(5)  Brit.  Mus.  Ilari.  4397. 


—   iìS  — 

Le  secoiid  poème.  le  Tcmps  recoitorr.  long  d'eiivirou  deiix  mille 
vers.  est  inódit  et  se  trouve.  à  ma  coanais;sauee.  dans  trois  mauiiscrits: 
à  Paris.  Bibliothèque  nationale,  fr.  2266  et  uoiiv.  acq.  fr.  6217;àStock- 
holm,  ms.  LV  ('). 

Le  Tempn  perda  a  été  inspirò  à  Pierre  Cliastellain  par  un  poème 
qui  l'Ut  au  XV*  siècle  un  succòs  considérable.  le  Passe  temps  de 
Michaut  Taillevent.  Michaut  Taillevent,  qui  de  son  vrai  nom  s'ap- 
ptdait  Michaut  Le  Caron.  dit  Taillevent.  était  valet  de  chambre  et 
jotieur  de  farces  de  Philippe  le  Bon,  due  de  Hourgogne.  On  l'a  souvent 
ideutifié,  mais  ;\  tort,  avec  Pierre  Michaut,  secrétaire  du  comte  de 
Charolais.  J*ai  essayé  de  montrer.  dans  le  tome  XVIII  de  la  Ro- 
t/ìddia,  que  Michaut  Taillevent  était  un  auteur  de  la  première  moitié 
du  XV®  siècle,  qui  ne  manquait  ni  d'esprit  ni  d'originalité  et  auquel 
on  n'a  pas  jusqu'ici  suttisamment  rendu  justice,  tout  à  fait  ditférent 
de  Pierre  Michaut  qui  Horissait  vers  1470  (-). 

Michaut  Taillevent  avait  passe  tonte  sa  vie  à  la  cour  des  ducs 
de  Bourgogne  et  il  ne  s'3'  était  pas  enrichi.  Vieux  et  pauvre,  il  fait, 
dans  le  poème  du  Passe  temps,  un  retour  sur  lui-méme.  Il  regarde 
eu  arrière.  Il  se  revoit  tei  qu'il  était  dans  sa  jeunesse,  gai,  insou- 
ciant,  tout  occupé  ìi  "  rimoier  »,  à  faire  des  ballades  et  autres  dits 
amoureux. 

Helas!  sVcrie-t-il,  se  j'ousse  eu  cognoissance 
De  ce  que  j'ay  depuis  trouvé! 

Passe  encore  de  vieillir.  mais  ótre  pauvre I  Pauvreté,  dit  Taille- 
vent, est  pire  que  mort.  Et  le  poète  iious  décrit  la  triste  situation 
d'un  homme,  comma  lui,  vieux,  pauvre,  sans  parents  et  sans  amis. 

C'est  ce  poème  qui  a  inspiré  à  Pierre  Chastellaio  son  Temps 
perdu,  intitulé  dans  quelques  manuscrits  le  Coatre  passe  temps  Michaut. 
Chastellain  trouve  que  Michaut  Taillevent  a  tort  de  se  plaindre.  Tu 
te  plains,  lui  dit-il,  de  pauvreté  et  de  vieillesse.  Et  moi  donc?  Ne 
suis-je  pas  aussi  vieux  et  plus  pauvre  que  toi?  Et  Chastellain  laisse 
entendre  que  la  misere  du  vieux  joueur  de  farces  du  due  de  Bour- 
gogne est  imaginaire.  Dans  tous  les  cas,  s'écrie-t-il,  je  voudrais  bien 
étre  aussi  riche  que  toi! 

Nous  savons  d'autre  part.  ce  qui  vieudrait  il  première  vue  con- 
tirmer  les  insinuations  de  Pierre  Chastellain,  que  Micliaut  Taillevent, 


(•)  Voyez   Cdtaloijut'  de  (Jeorge  .Stei)lieii8.  Stuckhulin,  1847,  j).  188. 
{*)  Homanui.  XVIII.  i-p.   J.''.rt-ir,2. 


-  39  — 

outre  ses  gages  fixes  de  valet  de  chambre  et  de  farseur  du  due  de 
Boiirgogae,  avait  re9ii  et  recevait  à  chaqiie  instant  des  sommes  im- 
portantes,  corame  gratifications,  en  considération  de  ses  loDgs  et  loyaux 
Services.  En  1436,  le  due  de  Bourgogne  lui  fait  don  de  cent  francs 
«  pour  lui  aidier  à  supportar  les  frais  qu"  il  convient  avoir  à  son  Ser- 
vice ».  En  1437,  Michaut  Taillevent  re90it  «la  somme  de  cent 
livres,  pour  don  à  luy  fait  par  mondit  Seigneur  pour  une  fois,  en 
consideration  des  bons  et  agreables  services  qu'il  luy  a  fais  et  pour 
luy  aidier  à  supporter  les  frais  qu'il  luy  convient  avoir  oudit  service  » . 
En  1439,  Taillevent  re90it  trente  livres  <*  pour  luy  aidier  à  vivre  "et 
maintenir  son  estat  en  consideration  des  services  qu'il  a  fais  et  fait 
chascun  jour».  En  1443.  le  due  de  Bourgogne  fait  don  à  Michaut 
Le  Caron,  dit  Taillevent,  son  valet  de  chambre,  de  quarante  francs, 
n  pour  lui  aidier  à  ses  necessités,  à  ce  qu'il  se  puist  honnestement 
entretenir  en  son  service  »  (').  Toutes  ces  gratifications  du  due  de 
Bourgogne  à  son  valet  de  chambre  et  joueur  de  farces  nous  prouvent, 
contrairement  à  l'opinion  de  Pierre  Chastellain,  que  Michaut  Taille- 
vent avait  réellement  peine  à  vivre  et  à  »  maintenir  son  état  »  :  Pierre 
Chastellain  avait  probablement  tort  de  considérer  son  vieux  confrère 
comme  un  homme  de  lettres  particulièrement  bien  renté. 

Pierre  Chastellain  nous  raconte,  dans  le  Temps  perda,  sa  propre 
vie.  Dans  sa  jeunesse,  comme  Michaut  Taillevent,  il  n'avait  fait  que 
s'amuser.  Il  partageait  son  temps  entre  l'amour  et  la  musique.  Pos- 
sesseur  d'une  harpe,  il  ne  faisait  du  matin  au  soir  que  jouer  de  cet 
instruraent.  D'autres  renseignements  nous  apprennent  que  Pierre 
Chastellain  était  entré  au  service  du  roi  René  en  qualité  de  harpeur. 
En  1448,  il  reyoit,  comme  gratifica tion,  une  belle  harpe  achetée  dix-sept 
tìorins  six  gros  au  marchand  Véri  de  Médicis  (-).  La  musique,  plus 
encore  que  la  poesie  et  la  peinture,  était  un  art  eultivé  à  la  cour  du 
roi  de  Sicile.  Les  douze  chantres  de  sa  chapelle  passaient  pour  excel- 
lents.  Et  quand  le  roi  René,  toujours  à  court  d'argent,  faisait  des  gra- 
tifications, elles  s'adressaieut  le  plus  souvent  à  des  musiciens.  Mais 
on  ne  volt  pas  que  Pierre  Chastellain,  comme  Michaut  Taillevent  à 
la  cour  de  Bourgogne,    ait   souvent   reyu   des  dons  de  cent  francs  du 


(')  Voyez  CoMTE  de  Laborde,  Les  Ducs  de  BourcfOijne.  Paris,  1849,  t.  1, 
p.  ILI,  et  JuLES  Petit,  Le  Pas  de  la  Mort.  porrne  inédU  de  Pierre  Michault. 
Bruxelles,  1869,  p.  xiii. 

(*)  Voyez  Extraits  des  comptes  et  niémorinu.v  du  roi  fiené.  piiM.  par  A. 
T.ECOY  HK  LA  Marche.  Paris,  187.1,  p.  33t>. 


—  40    - 

bou  roi  René   '•  pour  lui  aidier.  comme  diseiit  les  comptes,  à  ses  ne- 
cessités  et  atìu  qu'il  se  puist  hounesteinent  eutretenir  »  ('). 

Pierre  Chastellaiu,  coutinuant  le  récit  véridique  et  sincère  de  sa 
vie,  nous  raconte  qne,  coinme  tout  le  monde,  il  se  maria.  Il  prit  pour 
l'emme  -  la  bouue  Jehanuette  »,  aniuióe  d'excellentes  iiiteutious  mais 
peu  habile  à  l'ouvrage.  Aussi  l'abondanoe  ne  régnait  pas  au  logis. 

'J'oujours  povreté  gouvernoit 
Demy  le  temps  notre  maison, 
Et  iR'Cessité  s'ivernoit 
Tout  le  beau  lonj;  de  la  saison. 

Quand  viureut  les  eufauts,  force  fui  à  notie  musicieu  de  plauter 
là  sa  harpe  et  de  trouver  un  gagne-pain  plus  lucratif.  11  se  tit 
«changeur",  et,  pendant  un  temps,  n'eut  que  comptes  et  chiffres 
en  téte : 

Par  cliiffrcs  et  par  argorisme 

Quatre  ans  je  coiiiptay  •■  ■  saiis  moiiiioye! 

A  unsf  chascun  je  semonnoye 

Faire  de  mes  comptes  service. 

^laib  les  atfaires  n  allaient  pas  brillamment  et  le  pauvre  Cbas- 
tellain  ne  gagnait  pas  mème  de  quoi  se  nourrir  au  jour  le  jour. 

Ainsi  ii'eusse  trouvt-  mou  compte, 
Car  tousjours,  de  soir  ou  de  maiii. 
Mettoye  ung  repas  eii  mescompte 
Et  l'atteiuloye  au  lendemain. 

La  boline  Jebannette  u'avait  pas  lieu  d'étre  contente  et  *.  ravaloit  » 
sou  bouime.  qui  tiiialemeut  diit  abandouuer  la  tiuauce.  Le  malbeureux 
tomba  de  mal  en  pis.  Il  se  bouta,  comme  il  dit,  en  l'alcbimie.  Et 
il  dépensa  beaucoup  d'argent,  qu'il  avait  eniprunté. 

Plus  pauvre  que  devant,  Chastellain  se  consola  en  pensant  au 
Fils  de  Dieu  qui  sur  terre  ne  possédait  rien  ;  il  se  consola  en  pensant 
aux  grands  trésors  qui  l'attendaient  dans  le  ciel. 

Ce  poème  est  date  de   144U.  Onze  ans  plus  tard.  en  1451,  Pierre 

(')  L.j  5  décembre  14 18.  l'ierre  Ciiastellain  reruit  duux  (iurius  et  six  grog, 
u  tant  pour  le  louaige  d'un  cheval  qu'il  a  loué  pour  .VI.  jours  entiers,  venaiit 
d'Ali  a  Tharascon  et  en  Avignon,  en  la  compajrnie  du  dit  Seigneur  fle  roi  de 
Sicile],  que  pour  la  despense  du  dit  cheval  par  le  dit  temps».  Voyez  Lecoy  dk 
LA  Marchk,  Exlraits  dex  comptes  et  mémoriaux  du  roi  René,  p.  314. 


-  41  — 

Chastellain,  toujours  misérable,  composa  un  nouveau  poèrae,  le  Terajjs 
recouvré,  inspiré,  cette  fois  encore,  par  sa  pauvreté. 

Maintes  fois  me  suis  debatu 

En  mon  caeur,  pour  la  grant  aspresse 

De  povreté,  et  esbatu 

En  mes  escriptz,  car  trop  fort  presse 

Ceulx  qu'elle  veult  tenir  en  presse, 

Et  encores  ne  rn'eii  puis  taire! 

Pierre  Chastellain  commence  le  Temps  recouvré  par  d'amères 
rétlexions  sur  sa  propre  misere,  et  sur  «  necessité  »  qui  trop  lui  est 
dure.  Il  est  vrai  que  les  portes  du  paradis  sont  fermées  à  l'homme  riche. 
Mais  cette  pensée  ne  suffit  pas  à  lui  donner  la  résignation.  Il  trouve, 
et  cela  depuis  son  t  jouvent  ",  que  la  vie  est  «  orde  et  immonde  », 
et  que  tout  ici-bas  n'est  que  «  neige  ou  vent  " . 

Ed  1450,  Fan  du  Grand  Jubilé,  Pierre  Chastellain  vint  à  Rome, 
pour  acquérir  les  indulgences  et  tàcher  de  faire  fortune. 

A  Romiue,  atout  mes  indigences, 
Fu  acquérir  les  indulgences. 

11  nous  raconte  quelques-unes  de  ses  aventures.  11  était,  nous 
dit-il,  «  vieil  et  casse  »,  tourmenté  à  la  pensée  de  ses  deiix  enfants 
qu'il  ne  parvenait  pas  à  tirer  de  misere.  Pendant  dix-huit  jours,  il 
parcourut  la  ville,  émerveillé  de  tout  ce  qu'il  voyait,  grands  palais  et 
vieilles  tours,  tautòt  faisant  des  chàteaux  en  Espague,  tantòt  contem- 
plant  sa  bourse  à  peii  près  vide.  Il  nous  fait  part  de  ses  rétlexions 
sur  sa  vie  perdue,  sur  la  mort,  sur  la  richesse,  sur  Espérance,  la  bonne 
dame  qui,  dit-il,  «  jadis  fu  ma  belle  hostesse  »,  et  qui  est  remplacée 
depuis  longtemps  par  Misere,  t^  qui  fait  vieille  troter  - .  Il  nous  laisse 
entrevoir  ce  qu'était  sa  vie  de  pauvreté  et  de  servitude  ìi  la  cour  du 
rei  René,  oìi  il  était  une  espèce  de  souffre-douleur  dont  chacun  se 
moquait. 

Je  pourroyi'  Salomon  estro; 
Si  povro  suis,  checun  se  mocque, 
A  court,  de  moy  et  de  inon  ostro. 
L'un  me  nicciue  ot  l'autre  me  nacque. 
Et  puis  l'iiutre  me  niequenooquo! 

Chastellain  était  descendu  dans  un  hotel  tenu  par  un  bourgeois 
de  Sienne.  et  il  prenait  de  uiaigres  repas  -  comnie  uug  simple  bergier  -, 


-   42  — 

Fante  «l'arirent  pouf  prolonger  son  séjour,  il  allait  regagner  la  Fianco, 
lorsiiiitì  le  patron  «le  l'hotel,  qui  avait  pris  Pierre  Chastellain  en 
atfection  à  causo  de  ses  "  gracieux  mots  "  et  de  ses  «  joyeux  nó- 
tables  -,  lui  api)iit  que  daiis  la  maison  se  trouvait,  inalade  d'une  ma- 
ladie  iiicurable,  un  grand  et  riche  personnage.  Oliastellaiu  n'hdsita  pas 
une  minute:  il  se  ftt  fort  de  guérir  ce  malade  que  tous  les  médecins 
avaient  abandonné.  Il  prepara  un  breuvage  qui  eut,  c'est  du  moius 
Chastellain  qui  le  prétend,  d'excellents  résultats.  Notre  médecin  im- 
provisi'  fut  généreuscment  récompensó.  Dans  sa  joie,  il  forma  le  projet 
de  Taire  un  pèlerinage  au  Saint  Sépulcre.  Mais  il  n'alia  pas  bien  loin. 
En  parcourant  les  rues  de  Rome,  il  ^  s'afolla  "  un  pied  :  *.  un  clou 
sul)til  plus  qu'une  aleyne  "    le  transperya  de  i)art  en  part. 

Pour  la  guérison  du  grand  personnage,  Pierre  Chastellain  avait 
re^ni,  comme  honoraires,  cent  ducats.  Sagement  il  n'en  garda  que  deux 
dans  sa  poche: 

Les  autros  furent  poiiit  pour  jioiiit 
Bien  cousues  en  nion  pourpoint. 

Chastellain  crut  posseder  une  fortune.  11  tit  boune  chère  et  vit 
la  vie  en  rose.  Il  est  plein  de  reconnaissance  envers  Dieu.  le  dispen- 
sateur  de  tous  les  biens.  Et  il  nous  apprend  que  c'est  précisément 
parce  qu'il  est  sorti  de  misere  qu'il  a  compose  à  Rome  le  Temp^ 
recouvré : 

Pourtaiit,  l'an  mil  qiiatre  cens 
Cinquanta  et  ung,  ce  petit  livre 
De  l'entenderaent  et  du  sens 
Que  Dieu  souvent  ìi  l'onime  livre 
Quand  de  misere  le  delivre, 
A  lìomme  fut  fait  et  ouvró. 
Apelle  mon   Temps  recouvré. 

Mais  sa  joie  ne  fut  pas  de  longue  durée  et  les  quatre-vingt-dix-huit 
ducats  ne  restèrent  pas  longtemps  cousus  dans  le  pourpoint.  Le  grand 
personnage  que  Pierre  Chastellain  avait  guéri  quitta  Rome,  ou,  plus 
probableraent,  mourut. 

Adonques,  dit  Chastellain,  le  sire  perdis 
Qu'a  lluniine  je  ressuscitay. 

Pour  comble  de  muux,  il  tomba  lui-méme  malade  et  redevint 
plus  misérable  que  iamais.    L'amerturae  au  ca-ur.  il  quitta  Rome    et 


—  43  - 

gagiia  la  Lombardie,  Il  y  exer9a  sa  nouvelle  profession  de  médecin  et 
il  trouva  un  autre  malade  à  soigner  qui.  comme  le  premier,  se  montra 
généreux. 

Mais  qaant  j'eu  assez  attendu 

Uiig  autre  sire  en  cure  pris, 

De  qui  je  fus  bien  entendu 

Et  dont  j'eu  los,  hoiinenr  et  pris  .  .  . 

Dont  uiig  an  ma  puvre  char  mise 

Fut  trois  fois  en  belle  chemise  ! 

En  Lombardie,  Pierre  Chastellain  avait  retrouvé  son  maitre,  le 
roi  de  Sicile,  qui  guerroyait  depuis  le  mois  d'aoùt  1453.  Mais,  fatigué 
et  malade,  notre  poète,  qui  errait  en  Italie  depuis  plus  de  quatre  ans, 
reiitra  en  France  sans  attendre  le  roi  René.  Il  s'en  eicuse.  Il  sera 
toujours  «i  l'humble  servant,  pauvre  et  loyal,  «  du  bon  roi  de  Sicile  ; 
mais  il  est  rassasié  des  voyages.  Et  la  nécessité  de  la  rime  lui  fait 
faire  incidemment  un  aveu  qui  explique  la  misere  ininterrompue  de 
Pierre  Chastellain  : 

Car  aussi  bien  quand  je  voyaj,'e 
Je  passe  temps  a  querre  vins! 
Sans  le  bon  sire  m'en  revins  . . . 

En  France,  Chastellain  se  remit  à  l'alchimie.  Dans  de  longues 
pages,  il  s'ertbrce  de  prouver  la  légitimité  de  cette  science.  Beaucoup 
de  gens,  dit-il,  la  traitent  de  folle.  Ce  sont  les  ignorante  qui  parlent 
de  la  sorte!  Jean  de  Meun  u'a-t-il  pas  dit,  dans  le  Roman  de  la 
Rose,  que 

Celui  qui  d'arquimye  est  uiaistre 
De  fin  arg^ent  fin  or  fait  naistre, 
Et  poids  et  coulour  y  ajoute 
De  chose  qui  gueres  ne  conte? 

Pierre  Chastellain  avait  quitte  Rome  aussi  pauvre  qu'avant  d  y 
etra  alle,  aussi  n'est-il  pas  teiidre  pour  la  Ville  Eternelle.  Son  poème 
est  rempli  de  violentes  satires  contro  Rome,  le  pape  et  les  cardinaux. 
L'Eglise  de  Saint-Pierre  lui  tìt  l'effet  de  devoir  s'ocrouler  ù  href  délai. 

Papes,  prelatz  et  cardinaulx 
Sont  tous  avcugles,  oar  dix  naulx 
D'or  et  d'argent  ne  leur  suflìst  . . . 
Qui  veult  co  qu'i'n  fait  en  enfor 
Savoir,  il  fault  a  lùminie  aller 


-  11  — 

l'our  traiisiiiuer  so»  or  en  fer, 

Travailler  soii  corps  et  haller. 

Et  polir  inontor  et  avaller  . .  . 

Rapine,  adultere  et  usure 

Y  regnent  comnie  fixe  estelle  ...  ' 

Ces  satjres  se  retrouveut  chez  tous  les  poètes  fran9ais  du  XV*  sie- 
de, méme  chez  des  ecclésiastiques,  comme  Martin  Le  Frane,  qui  fut 
protouotaire  apostolique  et  secrétaire  du  pape. 

Tel  est  le  Temps  recouvrc  de  Pierre  Chastellain,  compose  ou 
dii  inoins  commencé  à  Rome  en  1451.  On  n'y  respire  pas  im  idéal 
très  élevé;  on  y  relèvera  des  passages  d'un  réalisme  vulgaire  et  plat. 
Mais  cette  confession  sincère  et  personnelle  d'un  pauvre  diable  de 
rimeur,  un  peu  chevalier  d'industrie,  nous  repose,  dans  l'histoire  de 
la  poesie  au  XV®  siècle,  des  éternels  poèmes  amoureux  et  -  courtois  " . 
composés  suivant  les  rògles  mises  à  la  mode  par  Guillaume  de  Machaut. 
Peu  de  temps  apròs,  un  autre  poète,  un  vrai  cette  fois,  dont  la  vie 
fut  encore  nioins  édifiante  que  celle  de  Pierre  Chastellain,  Fran90is 
Villon,  nous  fera  lui  aussi  dans  des  vers  immortels  la  confession 
sincère  et  poignante  de  son   ^  temps  perdu  «  ('). 


(')  Mon  savant  arai,  M.  Guido  Mazzoni,  me  signale  une  curieuse  coinci- 
dence.  Un  poète  vénitien  de  la  seconde  nioitié  du  XIV^  siècle,  Sabelo  Michiel, 
est  l'auteur  de  deux  ouvrages,  aujourd'hui  perdus,  l'un  en  prose  11  Passatempo. 
l'autre  en  vers  //  Tempo  perso.  D'après  ce  que  nous  savons  de  ce  dernier.  il 
aurait  présente  quelque  analogie  avec  le  Temps  perdu  de  Pierre  Chastellain.  Mais 
il  est  jieu  probable  que  Chastellain  ait  jamais  connu  le  poèiiie  de  .Sabelo  Mii^lii.]. 


VI. 


LE  COLONIE  PROVENZALI  DELLA  CAPITANATA. 

Comunicazione  del  prof.  Luigi  Zlccaro. 


Dieci  anni  sono,  trovandomi,  per  ragioni  d'impiego,  nella  ospita- 
lisaima  Foggia,  capitale  della  Daunia  moderna,  la  Capitanata.  Foggia 
città  alla  quale  mi  stringono  tanti  v^incoli  di  affetto,  un  mio  discepolo, 
sentendomi  parlare  di  Provenza  e  di  letteratm'a  provenzale,  dissemi 
essere  anch'egli  un  po' provenzale;  e  fecemi  papere  ch'egli  era  d'un 
paese  poco  lontano  da  Lucerà,  e  ancor  meno  da  Troja  ;  d'un  paese  ove 
si  parlava  un  dialetto  chiamato,  da  tutti  i  vicini,  proDen:iale. 

Non  avendo  io,  fino  a  quel  di,  mai  sentito  parlare  di  colonie 
provenzali  in  Italia,  ne  rimasi  grandissimamente  meravigliato.  Poco 
dopo,  pregai  quel  giovane,  —  un  simpatico  biondino  che  seppi  poi  di 
famiglia  cospicua  della  Valmaggiore,  ossia  Valle  superiore  del  Ce- 
lano —  di  procurarmi  altre  informazioni  e  di  mettermi  in  relazione 
col  sindaco  del  suo  paese  o  col  parroco,  o  con  altra  persona  colta  e 
gentile. 

Il  signor  Finelli  (così  chiamavasi  quel  bravo  giovane)  mi  procurò 
ben  presto  delle  poesie  scritte  nel  dialetto  del  suo  paese,  Faeto  :  poco 
dopo,  una  breve  storia  di  Faeto  e  Celle,  vale  a  dire  de'  due  paesi  fon- 
dati dai  Provenzali  e  de'  quali  io  ho  ora  l'onore  di  parlarvi,  o  signori- 
Ebbi  in  seguito  la  fortuna  di  potermi  recare  io  stesso  sul  luogo 
e  di  fare  colassi!  la  personale  conoscenza  del  sig.  avv.  Finelli,  padre 
del  mio  alunno,  e  della  sua  bella  e  nobile  famiglia,  nonché  del  cor- 
tese ed  erudito  parroco  di  Faeto,  sig.  D.  Rocco  Gallucci,  appassionato 
cultore  della  storia  del  suo  paese  nativo. 

A  questi  signori  devo  io  l'aver  potuto  spigolare  le  poche  notizie 
di  cui  intratterrò  ora  i  miei  gentili  uditori. 

Ma  devo  pure  riconoscenza  al  più  caro  amico  e  collega  che  avessi 
io  allora  in  Foggia,  il  defunto  prof.  Quattrocchi,  napoletano,  uomo  dotto, 
filologo  profondo,  noto  anche  in  Inghilterra  e  negli  St;iti  Uniti  di  Ame- 


-   46  - 


rica.  Fu  egli  clie  mi  fece  sapere  che,  nel  libro  pubblicato  dal  Papanti 
qualche  anno  prima  (erasi  allora  nel  1898)  in  occasione  del  6"  cen- 
tenario del  boccaccio,  trovavasi  la  versione,  nell'  idioma  di  Facto  e 
Celle,  della  novella  IX.    P  giornata  del  Decameron. 

Se  la  notizia  avuta  dall'amico  diletto  mi  fece  piacere,  essa  però 
smorzò  alquanto  i  miei  ardori  di  scoprit(>re  che  sta  per  esclamare  Eu- 
reka! Ma  l'ottimo  collega  m'assicurava  che  ben  pochi  in  Italia,  mal- 
grado la  pubblicazione  del  Papanti,  conoscevano  l'esistenza  di  Faeto  e 
Celle,  0  sapevano  che  il  loro  linguaggio  era  provenzale. 

Ed  io  pure  m'accorgevo  che  il  Quattrocchi  diceva  il  vero,  che 
parecchi  miei  articoli  su  questo  argomento  pubblicati  sulla  centenaria 
Gazzetta  di  Venezia,  suU'.l/o//,  di  Avignone,  sul  Pensiero ,  ài  W\ii^ 
Marittiuia,  sulla  Geografìa  per  tutti,  di  Milano,  ecc.  ecc.,  destavano 
l'universale  meraviglia.  I  Foggiani  stessi,  per  la  maggior  parte  igno- 
ravano che  nel  loro  circondario  vi  fossero  seimila  persone  che  parlas- 
sero provenzale. 

Mi  decisi  allora  d^,  fare  un  lavoruccio  su  queste  colonie  proven- 
zali. Dedicai  la  modesta  opera  mia  a  quel  grande  letterato  e  uomo 
politico  clie  fu  Ruggero  Bonghi,  nato  da  famiglia  lucerina.  Egli  ne 
«'radi  la  dedica  e  parlò  del  mio  libretto  nella  sua  Coltura. 

Mi  aiutò  assai  col  consiglio  il  barone  L.  De  Berluc-Pérussis,  il 
forbito  scrittore  franco-provenzale,  il  brioso  poeta  che  ora  la  sua  Aix 
piange  troppo  presto  rapito  al  Félibrige,  di  cui  era  antica  e  salda 
colonna. 

Questo  illustre  discendente  delle  nobili  famiglie  Berlucchi,  di  Mi- 
lano, e  Peruzzi,  di  Firenze,  m"  incoraggiò  e  mi  diede  ottimi  suggeri- 
menti. Se  il  parroco  di  Faeto  mi  favoriva  preziosi  manoscritti  e  buone 
note  completanti  la  troppo  breve  storia  di  Faeto  e  Celle  del  prof. 
P.  Gallucci,  il  mio  illustre  e  diletto  amico  De  Berluc  mi  prodigava 
preziosissime  note  storiche  e  filologiche  sulle  colonie  provenzali,  specie 
sul  decreto  emanato  l'anno  1273  da  re  Carlo  I  d'Angiò,  per  invitare 
i  Provenzali  a  venire  a  ripopolare  le  terre  di  Lucerà,  dopo  l'estermi- 
nio  dei  Saraceni. 

K  mio  iucoraggiatore  e  protettore  fu  pure  l'onorevole  Eugenio 
Maur\,  deputato  di  Foggia,  il  quale  mi  promise  persino  di  farmi  dare 
dal   Ministero  I.  P.  qualche  sussidio  per  i  miei  umili  studi. 

L'oii.  Maury  mi  scriveva,  a  questo  proposito,  nell'aprile  del  1894: 
.  Lodo  grandemente  il  suo  desiderio  di  mantenere  vive  le  tradizioni 
storiche  delle  Puglie,  e  vorrei  che  Ella,  con  l'amore  allo  origini  della 
coltura  provenzale  die  tutti  le  riconoscono,  intraprendesse  una  raccolta 


—  47  — 

dei  vocaboli  della  lingua  ancora  parlata  a  Facto  e  Celle.  Fra  dieci 
anni,  l'istruzione  obbligatoria,  livellatrice  di  tutto,  ne  avrà  disperse 
forse  le  traccie.  Della  grande  fonte  originaria  della  coltura  proven- 
zale rimane  forse  ancora,  in  quelle  due  cittadine,  qualche  fresca  rimem- 
branza sia  nelle  leggende,  sia  nei  dictons.  Avevo  in  animo  di  pro- 
muovere ricerca  siffatta  dal  Minist.  I.  P.  —  Potendo  farle  dare  inco- 
raggiamento a  compierla,  accetterebbe  lei  l'incarico?...-'. 

Ne  incarico  né  sussidi  io  mi  ebbi  mai.  Feci  uscire  ugualmente 
il  mio  lavoro,  e  la  sola  .soddisfazione  ch'io  provai  fu  di  sentire  chela 
stampa  d'Italia  e  di  Provenza,  rappresentata  dai  giornali  più  seri  e  più 
importanti,  dalla  Gcu:;.  di  Venezia,  al  Pensiero  di  Nizza  (Marittima), 
e  à^W Aioli  di  Avignone,  <lalla  Opinione  di  Roma,  dalla  Sem  di  Mi- 
lano, 2i\X  Universui  di  Bukarest,  al  Secolo,  di  Lisbona,  ne  parlarono 
favorevolmente. 

Ed  ancora  ultimamente  il  Corr.  d' Ilalia,  di  Parigi,  riportava, 
colla  mia  poesia  al  Vecchio  Castel  Saraceno,  di  Lucerà,  dei  cenni  sul 
mio  povero  libruccio  delle  Colonie  Provenzali. 


Dirò  ora,  il  più  brevemente  che  mi  sarà  possibile,  come  i  Pro- 
venzali fondarono  Faeto  e  Celle. 

Tutti  sanno  che  Lucerà,  la  graziosa  cittadella  che,  sulle  prime 
alture  dei  contrafforti  dell'Appennino  Napoletano  o  meglio  Sannitico. 
getta  il  suo  sguardo  sull'immenso  Tavoliere  delle  Puglie,  il  vasto  e 
ricco  piano  che  misura  60  Km.  di  lungh.  (X  40  Km.  di  largh.  circa), 
Lucerà  che  sembra  voler  proteggere  quasi  naturale  custode,  da  secoli 
parecchi,  la  Capitanata  Daunia  —  tutti  sanno,  ripeto,  che  Lucerà  è 
un'antichissima  e  illustre  città,  antica  come  Arpi,  la  Foggia  dell'epoca 
romana,  antica  come  Siracusa,  come  Koma.  La  città,  ora  sede  dei  più 
alti  Tribunali  e  d'un  de'  più  rinomati  Collegi  nazionali  dell'Italia  me- 
ridionale, vuoisi  fondata  da  Diomede  uno  dei  principi  greci  che  pu- 
gnarono più  strenuamente  durante  la  guerra  di  Troia. 

Si  attribuiscono  pure  a  Diomede  le  fondazioni  di  Sipontinn.  di  Oa- 
nosa  e  di  Argyrippa,  o  Arpi.  Certo  è  che  Luceria  è  la  più  antica 
delle  città  della  Daunia.  Straboue  l'appella  la  Città  dei  Danni  ed 
Orazio  la  nobile.  Il  suo  nome  vuoisi  far  derivare  da  Luu\  e  cos'i  i>t'r 
indicare  ch'essa  era  la  luce  delle  Puglie,  che  allora  si  chiamavano 
Calabria. 

Durante  le  guerre  sanniticlie.  Luce  ria  rimase  fedele  ai  Romani, 
il  che  le  valse  una  terribile  punizione  da  parte  dei  Sanniti,  vincitori 


-  48  - 

alle  forche  Caudine.  L'anno  430  dopo  la  fondazione  di  Roma,  Luceria 
è  ricevuta  come  colonia  Romana.  Vi  si  inviarono  da  Roma  500  citta- 
dini per  ripopolare  la  città,  per  conservare  la  conquista  ed  avere  una 
piazza  forte  che  tenesse  in  soggezione  VApulia. 

Lucerà  si  ebbe  una  colonia  togata.  Da  Lucerà  uscirono  altre  co- 
nio, fra  cui  quella  detta  l aceri aa  inviata  in  Rumeliu  ad  edificarvi 
Alba  Julia,  sotto  Traiano. 

K  forse  dai  Lucerini,  dai  Danni,  i  nostri  fratelli  Rumeni  hanno 
ricevuto  quel  suono  strano,  speciale  che  s'avvicina  un  po'  a  quello  deìYoeu 
0  deir^'  semimuta  dei  Francesi,  suono  che  troviamo  nel  loro  stesso  nome 
Rumeni  o  Romàni.  Questo  suono  trovasi  in  tutto  il  Tavoliere  ancora 
oggidì. 

Pompeo  l'anno  49  av.  Cr.,  ebbe  dai  Lucerini  17,500  soldati.  Ot- 
taviano Augusto  creò  Lucerà  colonia  militare. 

Anche  sotto  Costantino,  anche  sotto  l'impero  bizantino  Lucerà  fu 
considerata  la  prima  città  delle  Puglie.  Non  fu  che  più  tardi  sotto  i 
Longobardi  ch'essa  cedette  il  primato  a  Bari. 

Sotto  l'imperatore  Federico  II  di  Svevia,  Lucerà  sembra  riprendere 
l'antico  splendore,  splendore  che  però  non  dura  che  durante  il  regno  del 
glande  monarca  svevo.  Lui  caduto,  cade  anch'essa,  e  invano  tentano 
di  farla  risorgere  Carlo  I  e  suo  tiglio  Carlo  II  d'Angiò,  il  quale  ultimo 
le  cambiò  persino  il  nome,  facendola  chiamare,  durante  il  suo  regno, 
Santa  Maria  della  Vittoria  »,  mal  sonandogli  all'orecchio  quel  nome 
di  y.  Lucerà  Saracenorum  «  che  i  Guelfi  avavan  dato  in  ispregio  alla 
città  stata  sempre  fedele  a  Federico  II. 

Pel  vecchio  castello  che  aveva  albergato,  al  dire  di  alcuni  sto- 
rici, oltre  ventimila  Arabi  fatti  venire  dalla  nativa  Sicilia  da  re  Fe- 
derico, era  ormai  sonata  l'ora  della  fine  ;  la  giornata  di  Benevento, 
in  cui  era  caduto  il  biondo  e  bello  Manfredi,  doveva  essere  fatale  a 
due  città  :  a  Lucerà,  la  città  fedele  agli  Svevi ,  a  Manfredonia,  la 
città  che  il  figlio  di  Federico  faceva  sorgere,  destinandola  a  degna 
capitale  delle  Puglie. 

Carlo  I  volle  finirla  coll'assedio  di  Lucerà  che,  già  da  sei  mesi, 
durava.  Nell'agosto  del  1269  i  Saraceni  finalmente  si  arresero.  I  su- 
perstiti furono  sparsi  per  tutte  le  provincio  del  Regno  di  Napoli,  ma 
i  Cristiani  che  vi  si  trovarono  non  furono  risparmiati  dai  vincitori,  elio 
li  passarono  a  fil  di  spada.  Dopo  allora  si  pensò  a  ripopolare  Lucerà 
e  i  suoi  dintorni  e  re  Carlo  pensa  di  farvi  venire  dei  Provenzali. 

Egli  olVriva  agli  immigranti  non  pochi  vantaggi:  »  Dabimus  ve- 
nientibus  de  Provincia  cum    uxoribus  et  familiis,  de  terris    eminatae 


-   49  — 

massiliensis  suo  seminando  frumento  et  hordeo  quadraginta  quinque  ad 
mensuram  Massiliae;  de  quibus  54  eminatis  seminabuntiir  anno  quo- 
libet  30,  et  reliquae  quindecim  remanebunt  seminando  anno  sequenti...  " . 

E,  oltre  i  8  ettari  e  60  are  di  terra  da  lavoro,  e  24  are  per  le 
vigne,  eran  concessi  a  coloro  che  venivano  a  Lucerà  senza  moglie  e 
famiglia,  trenta  emine  di  terreno,  con  certi  obblighi  ;  poi  legna  secca 
per  il  loro  uso,  legna  verde  per  le  case  da  costruirsi  nel  bosco  di  Al- 
berona  (lungo  due  leghe),  ed  avean  pure  pascoli  ed  acqua  pei  loro  ani- 
mali, e,  per  essi  e  loro  famiglie,  buon'acqua  di  pozzo,  ecc.  ecc. 

Furono  anche  date  ai  Provenzali  delle  casette  speciali  nel  Castello 
saraceno,  ristaurato  in  seguito. 

Ora  vediamo  come  siano  state  fondate  Faeto  e  Celle.  Il  Gallucci, 
ne'  suoi  Cenni  storici  dà  per  certo  che  questi  due  paesi  vennero  fon- 
dati dai  Provenzali  di  Lucerà.  Dice  che  tutti  questi  coloni,  mal  sop- 
portando i  grandi  calori  delle  Puglie,  già  pensavano  di  far  ritorno  alla 
loro  Provenza,  se  non  che  le  forti  spese  del  viaggio  loro  impedivano 
di  effettuare  il  loro  progetto. 

Allora  pensarono  di  rifugiarsi  sul  dorso  della  montagna  che  tro- 
vasi a  destra  del  torrente  Celone  e  che  va  scendendo  verso  Troia  ('), 
località  che  a  causa  dei  numerosi  faggi  di  cui  era  coperta  chiamavasi 
già  Faeto  o  Faggeto.  Una  parte  dei  Provenzali  fabbricarono  il  grosso 
paese  che  prese  il  nome  di  Faeto,  e  un'altra  parte,  in  numero  molto 
minore,  fabbricarono  Celle,  a  due  kilom.  di  distanza  dal  primo  paese 
e  che  già  aveva  un  convento  di  frati. 

È  positivo  che  già  prima  che  venissero  dalla  Provenza  tutte  queste 
famiglie,  tratte  a  Lucerà  dall'editto  di  Carlo  I  d'Angiò,  esistevano  a 
Crepacore  dugento  soldati  provenzali,  mandativi  da  detto  re  per  difen- 
dere quel  castello  dalle  frequenti  razzie  dei  Saraceni.  A  questi  soldati, 
re  Carlo  I  aveva  dato  terre  ed  aveva  fatto  diverse  concessioni,  specie 
de'  terreni  di  S.  Bartolomeo  in  Caldo,  grosso  comune  ove  esiste  ancor 
oggi  una  via  detta  dei  Provenzali.  Uno  storico  incerino  dice  che  i 
pochi  abitanti  di  casal  Crepacore  accolsero  come  fratelli  i  200  Pro- 
venzali e  si  unificarono  talmente  ai  nuovi  venuti,  da  adottarne  usi, 
costumi  e  linguaggio. 

È  dunque  presumibile  che  molti  di  questi  abbiano  concorso  ad 
edificare  e  ad  abitare  Faeto  e  Celle,  tanto  più  se  si  pensa  che  il 
castello  di  Crepacore,  essendo  presso  la  Via  Appia,   trovavasi   troppo 

(«)  Elevazione  ili  circa  S50  metri  sul  livello  ilei  mare,  e  contrafforte  ilei 
Monte  Perazzoli  clic  appartiene  alla  catena  dell'Appennino  Pugliese. 

Seziono  111.  —  Storia  delle  Letlertiture.  "* 


—   ÓO 


esposto  agli  attacchi  dei  ladroui  s^aiaceui  che  infestavano  quelle  con- 
trade, in  gran  numero  ancora. 

Il  panorama  che  godesi  da  Faeto  e  Celle  è  veramente  imponente. 
L'occhio  abbraccia  quasi  tutto  il  ridente  vallone  sotto  cui  scorrono  le 
acque  (poco  abbondanti  però  nella  stagione  estiva)  del  Gelone,  valle 
tutta  coltivata  a  biade  e  a  vigne  e  qua  e  colà  vestita  di  folti  boschetti. 
In  lontananza  scorgersi  la  grande  muraglia  del  Gargano,  che  va  a  finire 
quasi  a  picco  nell'Adriatico. 

La  tradizioni  ci  fa  sapere  che  le  prime  famiglie  Provenzali,  che 
andarono  ad  abitare  quelle  pittoresche  alture,  vissero  sempre  in  un 
invidiabile  accordo;  gli  uomini  di  Faeto  e  Colle  si  distinguevano  fra 
i  vicini  per  il  loro  valore  personale  e  per  una  certa  libertà  di  spirito, 
linoni  agricoltori,  di  terreni  incolti  e  di  boschi  quasi  selvaggi,  fecero 
diventare  quei  luoghi  ricchi  di  pascoli,  campi  fertili,  vigne  stupende. 

Insomma,  in  pochi  anni,  tutto  si  trasformò  colassìi;  i  due  villaggi 
in«aandirono  e  s'ebbero  vie  abbastanza  spaziose  e  belle  nell'interno  e 
strade  che  li  riunivano  a  Troja  ed  a  Lucem,  toccando  Castelluccio. 

I  Provenzali  di  Faeto  e  Celle,  come  i  Greci  e  gli  Albanesi  delle 
diverse  colonie  sparse  nel  Napoletano,  hanno  conservato  1"  idioma  dei 
loro  padri.  Non  voglio  però  con  questo  dire  che  l'antico  linguaggio  sia 
rimasto  incorrotto.  Ciò  sarebbe  impossibile:  molti  vocaboli  e  molte  frasi 
proprie  dei  dialetti  dei  paesi  circonvicini  e  della  lingua  italiana  devono 
per  forza  penetrare  in  queste  isole  etnologiche  ;  i  dialetti  di  Faeto  e  Celle 
ha  però  conservato  abbastanza  1"  impronta  del  linguaggio  dei  soldati 
e  dei  coloni  dell'epoca  angioina. 

Fra  i  soldati  e  gli  altri  coloni  di  Lucerà,  di  S.  Bartolomeo  in 
Galdo  e  di  Ariano  stessa,  dove  parecchie  lamiglie  provenzali  pure  si 
stabilirono,  v'era  gente  non  solo  della  vera  Provenza,  la  quale  esten- 
desi  da  Nizza  a  Marsiglia  o  poco  più  ad  ovest,  ma  eziandio  soldati 
di  paesi  centrali  di  Francia  o  del  DeUinato  i  quali  non  potevano  par- 
lare il  provenzale  di  Folchetto  o  di  Bertrand  de  Born. 

I  loro  nomi  pervennero  in  parte  fino  a  noi.  C'erano  in  Lucerà  e 
suoi  dintorni  dei  Gualterio,  degli  Angioini,  dei  Guillaume  de  Bly,  dei 
Jean  Maréchal  d'Arles,  un  Simon  de  Langrcs.  un  Guglielmo  Pelart,  im 
Toriac,  un  Tournoy,  un  de  Carbin.  un  d'Artois,  un  Kicliardo  de  Koiné, 
dei  De  Noercio,  degli  Exalarno,  dui  Picard,  dei  Burcier,  ecc.  ecc. 

Ancora  oggi  in  Faeto  abbiamo  i  seguenti  casati  evidentemente 
italianiz/.ati  :  Perua,  Gualtiero,  Frichione,  Petitto  o  Pettiti,  Girardo, 
Motta,  ecc. 

]•:  specialmente  nello   parole   più  domestiche  e  nei  numerali  che 


—  51  — 

il  dialetto  di  Faeto  e  Celle  rivela  chiaramente  le  sue  origini  proven- 
zali. Per  contare  da  1  a  20  si  dice  colassù:  un  (quasi  pron.  oung), 
do,  traie,  catte,  sink,  scie,  sett,  uit,  nuv,  dis,  iunz,  duz,  katorz,  chienz, 
sez,  diciasett,  dicciuitt,  dicianuv,  vini  (pronunziando  la  cons.  finale 
come  se  fosse  seguita  da  un'e  semimuta)  30  =  treBt;  40=karant; 
50  =  secant  ;  60  =  sessant  ;  70  =  settant  ;  80  =  uttant  ;  90  =  nuvant  ; 
100  =  sènt;  1000  =  mil. 

Per  dire  donna  =  fènne  ;  la  testa  =  la  téte  ;  la  fronte  =  lou  frount  ; 
gli  occhi  =:  les  iie  (e  semimuta);  le  orecchie  =  les  auregli^;  la  bocca  = 
la  boucle  ;  la  lingua  =  la  lènghe  ;  il  collo  =  lon  cou  ;  il  braccio  = 
lou  bras  ;  la  mano  =  la  man  ;  il  dito  =  lou  dai  ;  gli  ossi  =  los  ci  ;  il 
sangue  =^  lou  sang;  la  camicia  =  la  cemisg;  il  cappello  :=  lon  ciap- 
pèe  ;  i  pantaloni  =  lou  cauzoun,  ecc.  ecc. 

Chiuderò  questi  pochi  cenni  filologici  con  un  brano  della  bella 
traduzione  della  novella  IX,  giornata  prima  del  Decameron,  trad. 
■dovuta  al  già  lodato  Frane.  Ferrini  e  pubblicata  (come  dicemmo  sopra) 
nel  libro  del  Puccianti.  —  Teniamo  l'ortografia  italiana,  e  indichiamo 
Ve  semimuta  colla  dieresi  =  6": 

«  Gè  disce  dune  che  a  lu  tèn  de  lu  prèmié  ràie  de  Cipri*,  doppoi 
che  i  fi  pràie  la  Tèra  Sante  da  Guttéfré  de  Buglione,  avvénit  che  na 
gintilé  fènnft  de  Guascogne  illatté  pilliriné  a  lu  Subbulche,  discii 
turnan,  arrèva  che  i  fitte  a  Cipre,  da  parale  ma  'mmuen  i  fit  nammuor 
tri  bri  'ngirià:  pessù  igl'  ne  pregnittè  tan  e  tan  delàue,  ca  i  pensa 
d'alia  a  recuorré  a  lu  liàje  i  me  cacun  le  discitté  c'aièvé  tèn  perdi, 
pècche  ìé  gliève  de  cuor  tri  petitte  e  tri  pabbìin,  tan  che  nun  sulam- 
mèn  i  pregnivé  pà  dò  iustisé  la  vinnittè  de  lo  'ngiurie  de  los  ate,  me 
selle  tri  'nnamuor  che  i  fascivant  a  ìé,  se  la  prignivé  cu  tan  vie 
vituperie;  tan  lu  vàie  che  tutt  sellò  che  i  tenevant,  de  dir  cache 
ciuòsè  de  ìe,  i  sfugavant  pe  le  déuà  déspacìé  e  pe  lu  sbruignìé». 

Certo  il  dialetto  di  Faeto  e  Celle  ha  subito  delle  modificazioni 
certo  la  pronunzia  non  è  più  precisamente  quella  dei  Provenzali  del- 
l'epoca di  Carlo  I  d'Angiò  ;  molti  vocaboli  pugliesi  o  napoletani  si  sono 
introdotti  nel  parlare  di  quei  bravi  discendenti  dei  Provenzali  del  30U; 
ma  è  però  incontestabile  sempre  che  questo  fenomeno  di  conservare  il 
carattere  d'un  linguaggio  e  d'un  popolo  per  un  così  lungo  lasso  di 
tempo,  cioè  por  circa  seicento  anni,  è  cosa  meravigliosa. 

Io  mi  limito  ad  indicare  questo  fenomeno  a  voi,  illustri  signori, 
che  colla  vostra  presenza  tanto  mi  onorate.  Esso  è  non  troppo  dissi- 
mile da  quello  che  verificasi  nei  paesi  del  Basso  Danubio  colonizzato 
<lai  soldati  di  Trajano,  otto  secoli  prima    della  venuta  dei  Provenzali 


-  52  - 

a  Lucerà.  I  Rumeni,  fratelli  d' Italia,  i  Rumeni  che  in  Oriente  fanno 
il  giusto  pendant  di  quella  Italia  d'Occidente  cbo  è  l'Argentina,  con- 
seryano  ancora  una  forte  impronta  dell'idioma  delle  legioni  romane,  e 
coir  idioma  ossi  conservano  in  petto  l'amore  all'antica  e  gloriosa  patria 
dei  loro  progenitori.  Elibene,  anche  i  miei  Provenzali  della  verde  mon- 
tagna della  Vallo  del  Gelone,  si  gloriano  ancora  dello  loro  origini,  del 
valore  de'  loro  antenati  del  trecento  ed  oggi  ancora  amano  essere  chia- 
mati Provenzali. 

0  nobile  linguaggio  del  grande  poeta  di  Maillane,  o  dolce  idioma 
dei  trovatori,  nop  isdegnare  l'umile  vernacolo  che  lassù,  a  800  metri 
sul  livello  del  vicino  Adriatico,  fra  gente  di  stirpe  greco-latÌQa,  lassù 
ai  contini  del  Sannio,  è  ancora  oggi  parlato. 


VII. 

SULL'AUTENTICITÀ    DEI    CODICI    D'ARBOREA. 
Comunicazione  del  prof.  VV'.  Foerster  ('). 


Dal  1845  in  poi,  a  Cagliari,  un  frate  Cosimo  Manca  vendeva,  per 
r  intromissione  di  un  impiegato  dell'Archivio  di  Stato,  pergamene, 
carte,  fogli  cartacei,  che  salgono  forse  ad  una  cinquantina  di  numeri, 
de'  quali  la  più  gran  parte  fu  pubblicata  ed  illustrata  dal  Martini, 
uomo  pieno  di  zelo  e  di  buona  fede.  Le  spese,  per  la  maggior  parte, 
le  sostenne  il  conte  Baudi,  di  Vesme,  un  vero  gentiluomo  e  galan- 
tuomo senza  taccia.  Tutti  questi  codici  derivano  da  una  unica  fonte, 
ed  hanno  le  medesime  particolarità:  l'uno  si  appoggia  sempre  all'altro, 
costituendo,  fra  loro,  un  tutto  coerente.  Questi  codici,  della  provenienza 
de'  quali  non  si  è  mai  potuto  saper  nulla  di  sicuro  —  perchè  frate 
Manca,  quando  le  accuse  di  falsificazioni  sorséi-o  d'ogni  parte,  fu  man- 
dato sul  continente  —  attribuiscono  all'  isola  una  coltura  e  uno  splen- 
dore in  letteratura,  storia,  arte  e  antichità  sarde,  superiori  al  continente 
italiano.  Essi  offrono  lo  strano  spettacolo  di  un  Diez  sardo  nel  sec.  XII, 
il  quale  scopre  le  leggi  fondamentali  della  discendenza  delle  lingue 
neo-latine  dal  latino,  e  —  cosa  ancora  più  bella  —  svela  una  ricca  e 
rigogliosa  lirica  sul  principio  di  quel  medesimo  secolo,  la  quale  ne' 
suoi  nonetti  e  canzoni  mostra  già  l'aspirazione  ad  un'  Italia  unita. 

Nacquero  poscia  dubbi  ne'  dotti  di  tutti  i  paesi,  naturalmente 
prima  in  Italia.  Allora  il  Bandi,  pieno  di  fiducia  nella  autenticità 
de'  detti  codici,  ne  inviò  diversi  saggi  all'Accademia  delle  scienze  di 
Berlino,  la  quale  si  limitò  a  mandarli  in  esame  ad  alcuni  de'  propri 


(')  Il  prof.  Foerster  lui  avvertito  che  sta  preparando  suU'argomento  una 
speciale  o  ampia  pubblicazione.  Kiforiamu  qm  il  breve  riassunto  della  coniuniea- 
zione,  quale  fu  redatto  dallo  stesso  autore. 


—  54  — 

soci  più  competenti  in  materia.  Questi  pubblicarono  una  Relazione, 
nella  quale  eranvi  prove  irrefragabili  che  i  codici  erano  falsificati, 
tanto  per  ragioni  esteriori  (paleografiche)  come  per  ragioni  intrin- 
seche (di  lingua,  storia,  ecc.).  Basterà  un  esempio:  le  poesie  ita- 
liane sarde  mostrano  già  tutti  i  provenzalismi  e  francesismi  dei 
codici  continentali  {bealtate,  lausor.  sambra):  cosa  impossibile  in 
Sardegna,  mentre  nel  continente  due  secoli  più  tardi  la  cosa  è  natu- 
rale, la  lirica  italiana  essendo  derivata  dalla  provenzale.  Ancora  più 
strano  è  il  fatto  che  i  testi  sardi  mostrano  giìi  il  perfetto  moderno 
{cantesi),  mentre  gli  statuti  di  Sassari  (autentici),  che  sono  posteriori 
di  parecchi  secoli,  hanno  ancora  lantico  perfetto  latino  (canta{v)i). 

La  condanna,  pertanto,  pronunziata  contro  l'autenticità  de*  codici 
di  Arborea  è  irrevocabile.  Perchè  dunque  venire  qui  al  Congresso  in- 
ternazionale storico  di  Roma  a  trattare  di  nuovo  una  questione  già 
risoluta?  a  riferirvi  ancora  sopra  una  rcs  judicata? 

Fu  il  caso  clie  mi  fece  vedere  nell'aprile  1886  i  famosi  codici 
arboreani.  Rimasi  allora  subito  stupito  dalla  paleogi-afia  in  tutto  me- 
schina, mal  fatta,  ed  ho  facilmente  compreso  che  quasi  tutti,  senza 
eccezione,  appartenevano  ad  una  sola  e  medesima  mano.  Di  primo 
aspetto  mi  avvidi  che  le  pergamene  erano  state  staccate  da  copertine 
di  registri  ;  si  scorgevano  ancora  le  pieghe,  il  dorso,  i  buchi,  le  cor- 
dicelle; il  lato  esteriore,  grasso  per  essere  stato  maneggiato  dai  let- 
tori, è  vuoto,  perchè  l' inchiostro  non  si  fissa  sopra  il  grasso,  la  scrit- 
tura è  strana,  ignota  al  continente,  come  il  sistema  di  abbreviazioni, 
tutte  estranee  al  continente.  Il  corsivo,  dopo  alcune  pagine,  diventa 
per  il  più  una  specie  di  stenografia,  illeggibile  non  soltanto  a  lettori 
estranei  alle  falsificazioni,  ma  anco  a  colui  stesso  che  tracciò  quei  ca- 
ratteri, se  egli  non  ne  avesse  serbata  una  minuta  leggibile. 

Trattandosi,  secondo  il  mio  giudizio,  unicamente  di  questione 
paleografica,  avevo  escluso  appositamente,  nel  mio  esame,  il  contenuto 
de'  testi.  Sfogliando  così,  numero  per  numero,  m' imbattei  in  un  co- 
dicetto  clie  porta  il  N.  13,  il  quale,  tutto  intiero,  mi  parve  autentico 
per  la  sua  scrittura;  la  stessa  cosa  mi  accadde  col  seguente  n.  14: 
tra  r  uno  e  l'altro,  tali  due  codici  comprendono  una  cinquantina  di 
pagine,  più  alcune  altre,  che,  bianche  in  origine,  furono  poi  dal  fal- 
sificatore riempiute. 

In  seguito  a  questa  scoperta,  che  finora  non  era  stata  fatta  da 
altri,  mi  posi  a  studiare  anco  il  contenuto  di  quo'  due  codici,  e  mi 
persuasi,  con  grande  mia  soddisfazione,  che  in  essi  anche  la  lingua 
e  il  contenuto  erano  assolutamente    inappuntabili  e  inoppugnabili.  11 


codice  n.  13  contiene  le  norme  doganali  di  Castelsardo  del  1438  in 
lingua  sarda,  ed  il  n.  14  è  il  protocollo  di  un  notaio,  contenente  con- 
tratti ed  obbligazioni  di  privati,  anche  questo  di  tarda  età. 

Siffatto  esame  mi  condusse  ad  un  nuovo  risultato:  la  scrittura 
e  le  abbreviazioni  di  quei  due  codicetti  sardi  autentici  sono  total- 
mente identiche  a  quelle  de'  codici  del  continente,  sia  d' Italia,  che 
di  Francia,  di  Germania,  ecc.  Dall'altro  lato,  i  codici  sospettati,  o, 
meglio,  condannati,  hanno  tutti  scrittura  e  abbreviazioni,  che  sono 
assolutamente  estranee  a  quelle  del  continente.  Per  rendere  la  mia 
argomentazione  decisiva,  mi  accinsi  a  fare  una  controinchiesta.  Mi 
procurai,  cioè,  fotografie  di  tutti  i  codici  insulari  da  me  non  ancora 
veduti  :  e  così,  avendone  già  prima  studiato  un  rilevante  numero,  feci 
questa  nuova  scoperta:  tutti  i  codici  insulari,  che  non  hanno  niente 
che  fare  con  i  codici  arboreani  sospetti,  sono  in  tutto  uguali  ai  codici 
continentali. 

E  così  risalta  con  certezza  matematica  che  tutti  i  codici  arbo- 
reani sono  di  piena  necessità  falsificati.  E,  poiché  il  loro  contenuto 
è  in  contraddizione  assoluta  con  tutto  quello  che  sappiamo  delle 
altre  fonti  continentali  ed  insulari,  in  contraddizione  eziandio  con  la 
coltura  e  la  storia  e  lo  sviluppo  di  que'  tempi,  non  mi  parve  in  nessun 
modo  più  possibile  né  ammissibile  il  minimo  dubbio. 

Senonchè,  non  contento  di  ciò,  volli  fare  ancora  un  ultimo  ten- 
tativo. 

Esistono  ancora  due  codici  continentali  con  poesie  italiane,  conte- 
nenti i  medesimi  testi  o  nuovi  analoghi  alle  arboreane;  uno  conser- 
vato nell'Archivio  di  Stato  di  Firenze,  e  l'altro  nella  Biblioteca  co- 
munale di  Siena.  La  loro  provenienza  è  molto  sospetta.  Nel  1S60  ne 
fu  spedito  uno,  e  tre  anni  dopo  fu  spedito  l'altro  da  un  anonimo,  a 
mezzo  della  posta,  da  Palermo. 

Comprende  ognuno  di  leggieri  che  era  per  me  di  somma  impor- 
tanza l'accertarne  la  paleografia.  I  difensori  de'  codici  arboreani  ne 
avevano  levato  sempre  grande  rumore,  pretendendo  che  questi  due 
codici  non  avessero  niente  a  far  coll'ambiente  arboreauo.  L'amico  conte 
prof.  Pullè  me  ne  fece  egli  stesso  le  fotografie  ;  con  una  sola  occhiata 
riconobbi  subito  l' impossibile  corsivo  de' codici  arboreani  falsificati.  E, 
pertanto,  eccomi  all'  ultimo  risultato  da  me  raggiunto  :  anco  i  due 
codici  di  Firenze  e  Siena  sono  scritti  dalla  medesima  mano;  dunque 
anch'essi,  entrambi,  sono  arboreani  e  falsificati. 

«  Giacché  ne  ho  propizia  l'occasione,  ringrazio  i  molti  amici  sardi 
e  continentali  che  m' hanno  aiutato  in  tali  e  altre  mie  ricerche,  e  rivolgo 


—  56  — 

un  saluto  affettuoso  all'isola  superba  e  bella,  alla  cara  Sardigna,  la  quale 
non  ha  bisogno  di  lalsitìcazioni  per  aumentare  la  sua  gloria,  essa  che 
sarà  sempre  un  gioiello  della  Corona  d' Italia,  preclara  per  la  sua 
popolazione  forte,  tenace,  laboriosa,  di  acuto  ingegno;  essa  che  ha 
dato  al  Piemonte  o  all'  Italia  tanti  uomini  illustri  nelle  scienze,  nella 
storia,  nella  magistratura,  nelle  armi.  AH' isola  bene  amata...  vadano 
dunque  i  miei  migliori  auguri  di  prosperità  e  di  benessere!" 


vili. 

NOTE  SUR  LA  GENÈSE 
DES  QUATRE  P^POPÉES  CHRÉTIENNES. 

Comunicazione  del  dott.  E.  Hallberg. 


On  est  généralement  d'accord  pour  reconnaitre  qiie  l'epopee  mo- 
derne, —  l'epopèe  savaiite  oii  classique,  bien  entendu,  —  s'est  réglée, 
au  moins  à  ses  débuts,  sur  l'epopee  grecque  et  romaiiie.  Je  crois  que 
l'on  peut  aller  plus  loin  encore,  et  dire  que  les  quatre  épopées  chré- 
tiennes,  malgre'  l'inspiratioii  religieuse  qui  les  anime  au  fond,  ne  sont 
que  des  imitations  plus  ou  moins  lieureuses  d'Homère  et  de  Virgile, 
et  que  c'est  l'Italie  qui,  par  ses  deux  tentatives,  heureuses  en  somme, 
a  entrainé  l'Angleterre  et  l'AUemagne  dans  la  méme  voie.  Dante  et  le 
Tasse  ont  marche  sur  les  traces  des  Grecs  et  des  Latins  ;  Milton  et 
Klopstock  n'ont  fait  que  suivre,  directement  ou  indirectement,  l'impul- 
sion  donnée  par  la  Renaissance  italienne,  —  et  l'on  peut  considerar 
Dante  comme  le  ve'ritable  promoteur  de  cotte  Renaissance.  Je  me  bor- 
nerai  ici  à  donner  les  conclusions  auxquelles  on  arrive  forcément  après 
une  étude  approfondie  de  cette  catégorie  de  poèmes. 

C'est  bien  Homère,  on  peut  l'affirmer,  qui,  dans  les  littératures 
classiques,  modernes  aussi  bien  qu'anciennes,  incarne  le  genie  de  l'epo- 
pee et  a  inspiré  les  grands  poèmes  épiqnes,  quels  que  soieut  leurs  sujets 
et  leurs  caractères  distinctifs. 

Et  quand  ce  n'est  pas  lui  qui  les  inspiro  diiectement,  c'est  Vir- 
gile, son  imitateur  le  plus  heureux  et  son  héritier  le  plus  incontesté, 
qui  leur  a  servi  de  modèle  ou  dinitiateur,  qui  a  été  le  uiédiateur  entre 
l'antiquité  et  les  temps  modernes.  Donc  c'est  encore  Homère  qui  a 
provoqué  ces  tentatives  i,a-aiidioses  et  qui  semble  projeter  son  ombro 
colossale  sur  les  plus  illustres  poètes  des  àges  suivants. 

En  ce  qui  concerne  l'epopee  cbrétienne,  la  seule  qui  morite,  par 
la  perfection  de  sa  forme,  de  tìxer  notre  attention  et  de  représenter 
aussi  complètement  que  possiblo  le  genie  ópique  de  l'àge  classique 
moderne,  la  preuve  nous  paraìt  irréfutable.  La  Divina  Commedi  a,  la 


-  58  - 

Gerusalemme  liberata,  le  Paradise  lost  et  le  Messias  ne  sont,  en 
réalité,  que  des  échos  plus  ou  nioins  heureux  du  gt'nie  <,n-éco-latin,  des 
adaptatioos  modernes  de  l'anivre  d'Hoiiière  et  de  Virgile;  et,  malgié 
la  ditféreiice  de  la  matière,  des  idées  et  des  inanirs,  elles  ne  font  que 
consacrer  la  souveraineté  du  maitre  primitif  et  démontrer  l'impossibi- 
lité  de  réussir  autrement  qu'en  maichant  sur  ses  traces. 

Pour  Dante,  la  démoustiation  a  été  faite  depuis  longtemps,  et  le 
poòte  lui-méme  a  pris  soin  de  nous  y  aidei".  Yirgile  est  son  parrain  et 
son  guide,  et,  à  travers  Virgile,  c'est  Homère,  qu'il  ne  connaissait  pas, 
mais  qui  règne  néanmoiiis,  invisible  et  présent,  sur  son  ceuvre  entière. 

Le  Tasse,  plus  verse  que  lui  dans  la  connaissance  des  lettres  an- 
ciennes,  n'a  guère  protité  de  cet  avantage  pour  remonter  i\  la  source, 
et  s'est  contente  de  puiser  plus  largement  au  flenve  ou  aux  ruisseaux 
qui  en  découlent,  c'est  à  dire  à  Virgile  et  il  ses  iniitateurs.  Les  rémi- 
niscences  et  les  imitations  de  ce  poète  ou  de  ses  émules  romains  abon- 
dent  dans  son  poème,  et  sautent  aux  yeux. 

11  paraìt  plus  diltlcile,  au  premier  abord,  de  retrouver  l'imitation 
houK'rique  ou  virgilienne  chez  Milton  et  chez  Klopstock:  mais  le  lec- 
teur  attentif  n'a  pas  de  peiue  à  la  découvrir  aussi  chez  ces  deux  poètes, 
et,  lìi  encore,  c'est  Homère  ou  Virgile  qui  est  le  principal  inspirateur 
de  l'oeuvre  moderne. 

L'histoire  est  là,  du  reste,  pour  nous  dire  que  Milton,  dans  sa 
jeunesse,  s'était  nourri  de  la  poesie  grecque  et  romaine,  qu'il  savait 
Homère  par  coeur,  et  que  Klopstock,  fort  instruit,  lui  aussi,  dans  les 
lettres  anciennes,  avait  fixé  son  regard,  dès  l'origine,  sur  les  deux  gran- 
des  t'popc'es  que  nous  a  léguées  l'aiitiquité. 

D'ailleurs,  un  fait  s'impose,  qui,  à  lui  seni,  sufììrait  pour  établir 
clairement  la  genèse  greco-latine  du  Paradis  perda  et  du  Messie:  le 
poète  auglais,  et,  après  lui,  le  poète  allemand  se  sont  inspires  des  deux 
grands  maìtres  italiens,  et,  à  ce  titre,  ils  doivent  leur  inspiration  pre- 
mière aui  modèles  que  ces  maìtres  avaient  suivis  ;  en  cherchant  à  re- 
faire,  sur  d'autres  donnóes,  les  poèmes  chrótiens  de  l'Italie,  sans  pou- 
voir  les  surpasser  ni  méme  les  atteindre,  ils  out  consacré  la  paternità 
non  moins  que  la  gioire  de  leurs  devanciers. 

Si,  de  ces  considérations  gc'nrrales,  nous  passons  au  dt'tail  de  l'exé- 
cution,  nous  remarquerons  d'abord  que  la  marche  et  l'allure  des  quatre 
poèmes,  leurs  divisions,  l'enchaìnement  des  épisodes,  les  procédés  em- 
ployós,  jusquaii  ton  méme  de  la  langue  épique,  aux  invocations  du 
déhut,  il  la  mise  en  scène  des  personnagos,  aux  comparaisons  et  aux 
alK'gories,  aux  descriptions,  à  l'abus  méme  des  discours,  —  tout  fait 
pensar  aux  modèles  que  les  auteurs  s'étaient,  sciemment  ou  non,  proposés. 


-  Ó9  - 

Les  deiix  poètes  italiens  se  sont,  il  est  vrai,  écartés  de  ces  mo- 
dèles  polir  le  lythme  eraployé  :  le  tercet  de  Dante  et  Y ottava  rima 
du  Tasse  ne  rappelleut  guère  les  hexamòtres  d'Homère  ou  de  Virgile  ; 
et  pourtant  ne  doit-on  pas  y  recoiinaìtre,  presque  toujours,  le  soufflé  et 
la  niajesté  du  lythme  homérique  et  virgilien?  Ils  ont  le  style  épique, 
et  ce  style  est  bien  celui  des  anciens. 

Quant  à  Milton  et  à  Klopstock,  ils  ont  adopté,  autant  qu'il  était 
en  eux,  ce  rythrae  lui-méme,  l'un  avec  ses  vers  héroiques  non  riraés, 
aussi  voisins  que  possible  du  vers  hexamètre,  l'autre  avec  ses  hexamè- 
tres  péniblement  calqués  sur  ceux  d'Homère. 

Il  reste  à  montrer  comment  l'intervention  du  christianisme  n'a  pu 
que  modifier  superficiellement  le  caractère  vraiment  greco-latin  de  ces 
poèmes. 

Un  fait  incontestable,  c'est  que  l'idée  chrétienne  a  subi  des  évo- 
lutions  importantes  de  Dante  à  Klopstock;  cbacuu  des  quatre  poètes 
s'inspire  évidemment  de  sa  foi  religieuse  et  en  fait  la  pierre  angulaire 
de  son  oeuvre:  mais  chez  Dante,  au  moins  dans  son  Inferno,  la  partie 
capitale  ou  la  plus  populaire  de  son  poème,  l'élément  mythologique  et 
pa'ien  semble  contre-balancer  les  données  du  christianisme;  chez  le 
Tasse,  il  y  a  la  chevalerie  et  la  féerie  qui  viennent  diminuer  le  role 
de  cet  élément,  et  l'idée  chrétienne  refoule  assez  souvent  la  mythologie 
grecque,  sans  pourtant  la  faire  disparaìtre  entièrement;  chez  Milton, 
les  héros  et  les  moeurs,  malgré  leur  couleur  moderne  et  surtout  poli- 
tique,  malgré  le  sentiment  chrétien  ou  biblique  qui  les  anime,  con- 
servent  le  plus  souvent  ancore  quelque  chose  de  la  vigueur  antique  et 
du  caractère  paìen;  chez  Klopstock,  eufìn,  l'idéalisme,  j'oserai  presque 
dire  la  métaphysique  de  la  religion  chrétienne,  còtoie  sans  cesse  les 
fictions  anciennes  plus  ou  moins  démarquées  ou  défigurées,  mais  recon 
naissables  tout  de  méme.  Ya\  sorte  que  la  poesie,  ou,  si  l'on  aime  mieux. 
la  poesie  primitive  va  en  s'effarant  ou  en  se  modifiant  peu  il  peu.  de 
Dante  au  Tasse,  du  Tasse  à  Milton,  de  Milton  ìi  Klopstock,  et  semble 
se  refroidir  graduellement  au  soullie  des  idées  modernes. 

Et  pourtant,  si  l'on  va  au  fond  des  choses,  quoi  de  plus  antique, 
dans  le  sens  littéraire  du  mot,  que  les  personnages  surnaturels,  anges 
ou  démons,  —  et  Dieu  lui-méme,  — ;  de  Milton  et  do  Klopstock?  Il 
ne  faudrait  pas  creuser  longtemps  pour  retrouver,  sous  ces  enveloppes 
chrétiennes,  les  divinités  de  l'Olympo  ou  du  Tartare,  telles  que  Dante 
les  avait  oinpruntées  i\  Virgile.  Remarquous  pourtant,  ìi  la  gioire  do 
Dante,  que  jamais  poeto  n'a  donno  do  la  divinitó  une  imago  plus  gran- 
diose, plus  ideale  et  plus  vraiment  poétique,  que  celle  qu'il  nous  on 


—  tJO  — 

présente  <ians  son  Paradiso:  là  il  est  origiual,  et  aucim  poèta  posté- 
lieur  n'a  méme  essayé  de  l'imiter. 

Gomme  conclusion  à  ces  quelqiies  remarques,  nous  dirons  doDC 
qii'Homtre,  soit  par  lui-raéme,  soit  par  Virgile,  est  le  principal,  ou 
méme  ruiiique  initiateur  de  l'épopóe  chrótieime  ;  et  qiie,  après  lui  et 
Virgile,  Dante,  en  agissaut  il  distance  sur  le  Tasse,  sur  Milton  et  sur 
Klopstock,  qui  tous  trois,  à  des  degrés  différents,  procòdent  de  lui,  peut 
revendiquer  la  gioire  d'avoir  suscité  trois  oeuvres  grandioses,  imparfaites 
il  coup  sur,  iuférieures  à  la  sienne,  mais  sutfisantes  encore  pour  illus- 
tror  les  littératures  modernes. 


IX. 


DE  L'EXPANSION  DE  LA  LANGUE  FRAN^AISE  EN  ITALIE 
PENDANT  LE  MOYEN-AGE. 

Comunicazione   del   prof.   Paul    Meyer 


1.  Les  langues  européennes  qui  ont  actuellement  le  caractère  na- 
tioDal  furent  anciennement  des  idiomes  locaux,  parlés,  à  l'origine,  sur 
un  territoire  peu  étendu,  qui,  gràce  à  des  circonstances  diverses,  ga- 
gnèrent  du  terrain,  parvenant  peu  à  peu  à  se  substituer  dans  l'usage 
littéraire  et  dans  l'emploi  officici,  sinon  dans  la  conversation,  à  d'autres 
idiomes  moins  favorisés  des  circonstances.  L'espagnol  n'est  autre  chose 
quele  castillan  devena  la  langue  officielle  de  l'Espagne  entière;  l'italien 
est,  à  proprement  parler,  le  toscan  ;  le  fran9ais  est  la  langue  du  pays 
aui  limites  flottantes  qu'on  appelait  Trance  au  XIP  siede,  et  qui 
s'étendait  vers  le  nord  jusqu'au  Beauvaisis,  vers  l'ouest  jusqu'à  la  Nor- 
man die,  vers  le  sud-ouest  et  le  sud  jusqu'à  la  Touraine  et  à  l'Orléa- 
nais,  vers  l'est  jusqu'à  la  Champagne.  L'emploi  du  mot  i^  franyais  " , 
corame  désignation  d'une  certaine  variété  du  langage  roman,  n'est  ce- 
pendant  pas,  méme  au  XIP  siècle,  strictement  confine  à  ces  limites: 
la  langue  de  Chrétien  de  Troies  est  distinctement  qualitìéo  de  franyaise, 
et  il  ne  semble  pas  que  champenois  ait  jamais  été  applique  à  l'idiome 
qu'on  parlait  en  Champagne.  Peu  à  peu,  par  l'effet  d'intluences  litté- 
raires,  aidées  do  l'effort  administratif,  le  franyais  se  répandit  au  delà 
de  ses  limites  naturelles,  et,  à  la  fin  du  XV^  siècle,  il  était  devenu 
la  langue  comraune,  dans  les  choses  de  la  littérature  et  du  gouverne- 
ment,  de  toutes  les  provinces  soumises  à  l'autorité  du  roi  de  France. 
Au  XIIP  siècle  il  so  rópandait  dans  le  nord  de  l'Italie,  eu  un  temps 
oìi  son  action  commen^ait  ìi  peine  à  se  manifester  en  Bourgogne,  c'est 
à  dire  en  un  pays  qui  sóparait  précisément  l'Italie  soptentrionale  do 
la  rógion  proprement  franc^aise.  La  langue  de  Chrétion  do  Troies  et  do 
Villehardouin  avait  franchi  d'un  bond  une  largo  zone  de  terrain. 

2.  Avaut  d'ótudier  le  développement  du  fran(;ais  en  Italie.  Mijoi 
du  prósent  mémoire,  il  est  i\  propos  de  distinguer  les  conditious  dans 


-  G2  — 

lesquelles  un  idiome  peiit  se  piopager  au  détriment  d'autres  idiomes. 
Oes  conditions  peuvent  se  ramener  à  trois. 

A.  Transport  de  populations.  C'est  il  la  suite  d'un  transport 
de  populations,  d'une  éraigration,  si  l'on  veut,  qua  le  breton  s'est  im- 
planté.  vers  le  milieu  du  V''  siècle,  daus  l'extrémité  occidentale  de  la 
iìaule.  C'est  par  l'atllui  des  émigrants  venus,  non  seulemeut  de  la 
Normandie,  mais  encore  de  diverses  parties  de  la  France,  à  partir  de 
106G,  que  le  franyais  a  pris  pied  eu  Grande  Bretagne  au  point  d'y 
devenir,  dès  le  XIP  siècle,  la  langue  de  la  littérature,  la  langue  de 
la  classe  noble  et  mOme  de  la  classe  bourgeoise.  Des  émigrations  en- 
core ont  trausporté,  à  diverses  époques  du  moyen-àge  et  des  temps 
modernes,  un  dialecte  allemand  en  certains  districts  du  nord  de  l'Italie 
(les  Sept  communes  et  les  Treize  communes),  le  grec  vulgaire  et  l'al- 
banais  dans  le  sud  de  l'Italie  et  en  Sicile,  et  le  catalan  dans  la  Sar- 
daigne  occidentale.  L'italien  s'établit  actuellement  de  la  méme  manière 
en  diverses  parties  de  l'Amérique. 

B.  Propagalioìi  par  vote  Ultéraire  ou  administrative.  C'est 
le  mode  le  plus  fréquent.  L'usage  littéraire  précède  ordinairement  l'usage 
administratif.  Le  toscan  a  pris,  dans  la  littérature  de  l'Italie,  dòs  le 
XIV'"  siècle,  une  prépondérance  marquée:  il  n'a  été  employé  que  bien 
plus  tard  dans  les  actes  publics  et  privés,  qu'on  écrivait  de  préférence 
en  latin;  c'est  seulement  au  XVP  siècle  que,  sans  entente  préalable, 
par  suite  d'une  sorte  d'accord  tacite,  il  a  commencé  d'Otre  employé 
comme  langue  de  gouvernement  par  tous  les  états  de   la   Péninsule. 

C.  Propagatioìi  par  l'usage  orai.  Ce  mode  de  propagation,  qui 
est  ordinairement  tardif,  ne  s'observe  guère  que  pour  les  idiomes  qui 
ont  accompli,  dans  l'usage  littéraire  et  administratif,  d'importants  pro- 
grès. Cependaut  on  le  constate  parfois  à  l'occasion  d'idiomes  qui  n'out 
qu'une  faible  culture  littéraire  et  qui  n'ont  jamais  eu  d'existence  ollì- 
cielle.  C'est  notamment  le  cas  du  piémontais  de  Turin  qui  s'est  étendu 
jnsque  dans  certaines  vallées  alpines,  se  substituaut  plus  ou  moins  aux 
patois  locaux. 

11  ne  faut  pas  perdre  de  vue  que,  jusque  dans  le  courant  du 
XIX"  siècle,  la  propagation  des  idiomes  s'est  opérée,  si  l'on  pcut  ainsi 
parler,  par  voie  naturelle,  sans  intervention  d'ordre  gouvenemental.  Le 
franyais  progressait  en  France  et  dans  certains  états  voisins  (Belgique, 
Suisso,  Savoie,  Piémont)  par  le  simple  développement  do  l'instructiou, 
pénétrant  peu  à  peu  les  diverses  couches  de  la  population.  De  méme 
«,'n  Italie,  et,  en  dehors  des  états  italiens,  au  nord  et  à  l'est  do  l'Adria- 
tique:  le  toscan  gagnait  peu  ;i  peu  non    seulement  sur  les  patois  ro- 


-  G3  — 

mans,  mais  méme  sur  les  idiomes  slaves  de  l'Istrie  et  de  la  Dalmatie. 
La  lutte  des  langues,  qui  fait  rage  en  Belgique  et  sur  la  rive  orientale 
de  l'Adi'iatique,  était  inconnue.  L'autorité  administrative  u'intervenait 
pas  pour  imposer  une  langue  au  détriment  d'une  autre.  C'est  seule- 
ment  sous  le  second  empire,  aux  environs  de  18G0,  que  l'on  a  com- 
mencé  à  considérer  la  langue  comme  étant  le  signe  visible  de  la  na- 
tionalité;  c'est  depuis  cette  epoque  que  les  gouvernements  ont  pris  les 
mesures  nécessaires  pour  faire  prédominer  une  langue  unique  par  tout 
le  territoire  sur  lequel  s'étendait  leur  autorité,  en  méme  temps  que  -le 
service  mìlitaire  et  l'instruction  primaire  obligatoire  répandaient  dans 
toutes  les  classes  la  connaissance  de  l'idiome  littéraire  du  pays. 

Il  ne  semble  pas  qu'en  aucun  cas  et  à  aucun  moment  la  valeur, 
réelle  ou  supposée,  de  l'idiome  soit  entrée  en  ligne  de  compte.  Certains 
idiomes  ont  pu  Otre  regardés  comme  plus  parfaits  que  d'autres,  mais 
cette  opinion,  fondée  ou  non,  ne  paraìt  pas  avoir  eu  d'intluence  sur  leur 
progrès.  Q'a  été  l'erreur  de  liivarol,  en  son  célèbre  discours  sur  l'uni- 
versalité  de  la  langue  fran9aise  (1784),  erreiir  dont  on  trouve  encore 
la  trace  chez  certains  écrivains,  de  croire  que  la  grande  eitension  de 
la  langue  fran^aise  dans  les  derniers  siècles  était  due  à  des  qualités 
inhérentes  à  cette  variété  du  langage  roman.  Ces  qualités  appartiennent 
aux  écrivains  plutot  qu'à  l'idiome.  Les  écrivains  contribuent  certaiiie- 
ment  h  augmenter  la  richesse  du  vocabulaire,  à  donner  au  style  la  clarté  et 
l'élégance,  mais  il  n'est  pas  douteux  que  tous  les  idiomes  d'une  méme 
famille  sont  susceptibles  à  un  degré  égal  d'acquérir  ces  raérites. 

3.  Dans  notre  Europe  occidentale  tous  les  idiomes  qui  se  sont 
propagés  en  dehors  de  lenrs  limites  originaires  ont  eu  à  lutter  contro 
d'autres  idiomes  dont  la  force  de  résistance  a  été  très  variable.  Et 
d'abord  contre  le  latin.  A  une  epoque  où,  par  toute  la  France,  la  lit- 
térature  vulgaire,  surtout  en  sa  forme  poétique,  était  en  pleine  vigueur, 
le  latin  restait  non  seulement  la  langue  de  l'Eglise,  et  par  conséquent 
celle  de  toute  science,  mais  encore  il  était  partout  la  langue  des  gou- 
vernements, des  corps  administratifs  comme  des  assemblées  proviuciales 
ou  municipales.  Là  méme  où  on  délibérait  en  langue  vulgaire,  on  rédi- 
geait  les  délibérations  en  latin.  Toute  personne  qui  savait  lire  et  écrire 
possédait  nécessairemeut  une  certaine  connaissance  du  latin,  puisque 
«'était  dans  des  livres  latins  qu'on  apprenait  i\  lire.  La  France  est,  de 
tous  les  pays  romans,  colui  où  la  langue  vulgaire  arriva  le  plus  tòt  ìi 
se  faire  uno  place  à,  coté  du  latin.  Elle  s"y  tìt  une  placo  ìi  part,  ne  se 
substituant  pas  à  la  lauguo   savante   qui   restait  réservée   aux  études 


—  (;4  — 

poursuivies  dans  les  monastères,  daus  les  écoles  épiscopales,  dans  les 
universités,  mais  servant  d'expression  ìi  une  littératiire  d'agrément, 
d'éditìcatioD,  parfois  d'enseigneinent  clémeutaire,  à  l'usage  de  ceux  qui 
n'enteodaient  pas  le  latin.  Elle  fut  la  lumière  nouvelle,  le  soleil  nou- 
veau  de  ceux  pour  qui,  selon  la  forte  expression  de  Dante,  le  soleil 
ancien  (le  latin)  no  luisait  pas. 

4.  Les  idionies  qui  ont  franchi  leurs  limites  propres,  ont  eu  aussi 
à  lutter  coutre  ceux  des  pays  oìi  ils  tendaient  à  se  répandre.  La  ré- 
sistance  des  idiomes  locaux,  ainsi  envahis  sur  leur  propre  terrain,  est 
plus  ou  moins  forte,  selon  le  degré  de  culture  qu'ils  ont  atteint.  Cast 
ainsi  qu'il  fallut  plus  de  temps  au  langage  du  Latium  pour  conquérir 
l'Italie  centrale  et  meridionale  qiie  pour  s'implanter  en  Espagne,  en 
Gaule.  dans  l'Afrique  septentrionale.  Sur  le  territoire  de  l'ancienne 
Gaule,  le  progrès  du  franyais  de  Paris  et  d'Orléans  fut  assez  lent. 
C'est,  naturellement,  dans  la  littérature  que  ce  progrès  se  manifeste 
d'abord,  et  dans  ce  domaine,  il  commence  à  acquérir  une  certaine  su- 
périorité  dès  la  tìn  du  XIP  siècle.  Mais  en  Normandie,  en  Picardie» 
en  Artois,  en  Lorraine,  en  Bourgogne,  il  y  avait  dès  lors  des  foyers 
littéraii-es  d'une  certaine  intensité,  qui  maintenaient  l'usage  des  idio- 
mes locaux,  et  il  faut  attendre  au  moins  le  milieu  du  XIIl''  siècle 
pour  que  la  suprématie  du  franyais  propre  apparaisse  clairement.  Daus 
le  midi,  où,  depuis  l'onzième  siècle,  la  poesie  vulgaire  jetait  un  vif  éclat, 
Vadmission  du  franyais,  comme  idiome  littéraire  et  administratif,  fut 
beaucoup  plus  tardive. 

En  Italie,  la  résistance  du  latin  à  l'emploi  du  roman  comme  lan- 
gue  écrite  avait  été  très  forte.  Au  XIP  siècle,  lorsque  le  franyais  com- 
raenra  à  s'introduire  dans  les  pays  subalpins,  aucune  partie  de  la 
péninsule  n'avait  de  littérature  vulgaire,  et  cette  circonstance  favorisa 
grandement  la  propagation,  h  l'est  et  au  sud  des  Alpes,  des  idiomes 
venus  de  France.  Le  franyais  et  le  provenyal,  importés  par  les  jongleurs 
du  nord  et  du  midi,  occupèrent  un  terrain  vacant.  Le  provenyal  s'étei- 
gnit  de  lui-méme,  à  la  fin  du  XI II''  siècle,  à  uno  epoque  où  sa  litté- 
rature était  en  ploino  décadence  dans  son  pays  d'origine.  La  brillante 
poesie  à  laquelle  il  avait  servi  d'expression  se  continua  et  se  doveloppa 
sous  formo  italienne.  Lo  franyais  resista  mieux,  surtout  en  Lombardie, 
en  Vénótio,  on  Emilie.  Il  no  fut  détrónó  qu"à  la  fin  du  XIV'  siècle 
par  la  poussée  de  la  littérature  toscane.  Il  se  maintint  plus  longtomps 
on  Piémont  où  l'inlluence  toscane  fut  tardive,  et  où  la  concurrence  du 
dialecto  locai  avait  été  nulle. 


—  65  - 

5.  Cherchons  maintenant  à  déterminer  les  voies  par  lesquelles  1" 
frau^ais  et  sa  littératiire  pénétrèrent  en  Italie. 

Il  n'est  pas  douteux  que  les  Normands,  établis  en  Sicile  et  dans 
l'Italie  meridionale  au  XP  siècle,  y  introduisirent  une  certaine  con- 
naissance  de  la  poesie  francaise.  C'est  à  eux  que  l'on  doit  rapporter 
les  souvenirs  de  l'epopee  Carolingienne  et  méme  du  cycle  breton  que 
l'on  trouve  localisés  en  diverses  parties  de  la  région  qu'ils  ont  habi- 
tée  (').  Mais  il  ne  s'agit  ici  que  d'une  influence  passagère  dont  les 
traces  n'apparaissent  à  nos  yeux  que  bien  effacées  (-). 

Il  faut  attribuer  une  action  plus  puissante  et  plus  durable  à  l'af- 
fluence  des  pèlerins  venant  de  France,  et  se  rendant  en  Italie,  soit  par 
la  vallee  de  l'Isòre,  le  Petit  Saint-Bernard  et  le  Val  d'Aoste,  soit  par 
la  vallee  de  l'Are,  le  Mout  Cenis  et  la  vallee  de  la  Dora  riparia.  Les 
voyageurs  originaires  des  parties  méridionales  passaient  plus  au  sud 
par  le  mont  Genèvre,  par  le  col  de  Larche,  par  le  col  de  Tende,  par 
la  rive  de  mer  (Menton  et  Vintimille).  Les  jongleurs  accompagnaient 
volontiers  les  pèlerins.  Ils  abondaient  dans  tous  les  lieux  consacrés  :  au 
Puy-Notre-Dame,  à  Saint-Gilles,  à  Saint-Jacques  de  Galice.  Ils  fré- 
quentaient  la  voie  de  Rome  et  y  faisaient  de  nombreuses  stations  {^). 
C'est  par  eux  que  les  héros  carolingiens  et  arthuriens  devinrent  popu- 
laires  en  Italie,  dès  la  première  moitié  du  XIP  siècle,  et  c'est  d'Italie, 
en  compensation,  qu'ils  rapportèrent  les  notions  géographiques  plus  ou 

(»)  Voir  G.  Paris,  La  Sicile  dans  la  littérature  franfaise  du  moyen-àge, 
dans  Romania,  V,  110. 

(^)  On  adraet  cependant  que  les  rapports  entre  la  France  septentrionale  et 
les  Normands  de  la  Pouille  et  de  la  Sicile  durent  se  continue!  (voir  Michele  Ca- 
talano, La  venuta  dei  Normanni  in  Sicilia  nella  poesia  e  nella  leggenda,  Ca- 
tania, 1903,  p.  36),  mais  nous  ne  voyons  pas  claireraent  si  ces  rapports  eurent 
quelqne  effet  sur  Tusage  du  fran(;ais  dans  cette  région.  Nous  voyons  plus  distincte- 
ment  se  manifester  une  certaine  iiitiuence  de  la  littérature  fran^aise  au  temps  de 
Frédéric  II.  L'action  de  l'art  fran(;ais  est  plus  visible  encore. 

(3)  On  en  a  un  téinoignage  dans  lo  niiracle  du  «  Voult  de  Lucques  n  (i7  santo 
volto  de  Danto,  /«/".  XXI,  48).  On  cuntait  qu'un  jongleur  ayant  elianto  devant  un 
auditoire  qui  ne  lui  avait  rien  donno,  l'image  sacrée  lui  avait  en  compensation 
jetó  son  soulier,  qui  était  d'argent  et  qu'il  avait  fallu  ensuite  racheter  à  un  haut 
prix.  Il  est  question  de  ce  niiracle  en  certains  manuscrits  du  poème  à''Aliscans: 
voir  édit.  Guessard  et  iMontaiglon,  p.  209-301.  Le  troubadour  Peire  d'Auvergne 
dans  sa  pièce  Dieus  vera  vida  y  fait  une  allusion  qui  n'a  pas  étó  comprise.  On  a 
cru,  au  moyen-àge,  que  ce  jongleur  était  un  certain  (ìeneys.  En  effet,  dans  le 
chansonnier  provon<;al  85G  de  la  Bibliotbqòue  nationale  on  lit  (fol.  3G0  verso),  en 
tète  de  la  pièce  Deus  verays,  a  vos  mi  ren,  une  rubrique  ainsi  conine:  (ìeneys, 
lojoglars  a  cuy  lo  votiti  de  Lucas  donet  lo  sotlar  (cf.  la  table  du  commencemcnt. 
fol.  15  verso). 

Seziono  III.  —  Storia  delle  Letterature.  «^ 


-  66  - 

raoins  eiactes  qu'ils  firent  entrer  en  divers  poèmes,  par  exemple  dans 
Ogier  et  daus  le  Couronnemenl  de  Louis.  A  l'année  1131  ou  eiiviron 
remonte  la  célèbre  charte  lapidaire  de  Nepi,  qui  raenace  du  sort  de 
Ganelon  ceux  qui  manqueraient  au  sermeiit  par  lequel  sont  liés  les 
nobles  et  les  cousuls  de  la  cité.  Il  n"y  a  pas  lieu  dinsister  sur  ce 
précieux  docuiueat,  signalé  à  l'attention  depuis  trois  quarts  de  siècle 
et  si  richement  commentò  de  nos  jours  par  M.  llajna  ('),  qui,  à  l'eipli- 
cation  du  monument,  a  joint  des  recherclies  approfondies  sur  les  che- 
mins  que  les  pèlerius  suivaient  pour  se  rendre  il  Kome. 

Au  XIP  siècle  encore,  et,  selon  tonte  apparence,  ;ì  une  période 
ancienne  de  ce  siècle,  appartient  le  portali  septentrional  de  la  cathédrale 
de  Modène  sur  lequel  se  voient,  eu  bas  reliefs,  des  personnages  appar- 
tenaut  à  l'epopèe  bretonne:  Isdernus  (Ider),  Artus  de  Brelania,  Dar- 
maltm  (Durmart),  Winloge  (Guenloie).  Mardoc,  Carrado  (Caradoc), 
GalDagiìius  (Gauvain),   Galivariinn,   Che  (Kai,  le  sénéchal)  (-). 

Il  est  à  peine  besoin  de  rappeler  les  statues  de  Roland  et  d'Oli- 
vier, il  la  cathédrale  de  Verone,  qui  sont  du  XIP  siècle  {^).  D'autres 
témoiguages,  figurés  ou  écrits,  sur  l'epopèe  carolingienno  en  Italie,  ont 
été  recueillis  par  Eug.  Miintz  (')  et  par  MM.  d'Ancona  et  Monaci  (^). 
Dans  le  méme  ordre  de  recherches  M.  Kajna  a  montré  combien  étaient 
fréquents  eu  Italie,  dès  le  XIP  siècle,  les  noms  empruntés  aux  romans 
bretons  (").  On  con90Ìt  que  les  romans  du  cycle  carolingien  ont  dù  aussi 
fournir  leur  contingent  de  noms  ìi  l'onomastique  italienne,  encore  bien. 
comme  l'a  justemont  remarqué  M.  Rajna  ("),  qu'ici  la   part   de  l'in- 

(')  Un^ iscrizione  nepesina  del  11.31,  dans  VArchivio  storico  italiano  de  1887. 

(*)  B.  Golfi,  Di  una  recente  interpretazione  data  alle  sculture  delVarchi- 
vollo  nella  porta  settentrionale  del  duomo  di  Modena  (Modena,  Vincenzi,  1900; 
cf.  G.  Paris,  Romania,  XXIX,  485. 

('*)  Gravées  dans  la  Chanson  de  Roland,  de  L.  Gautier,  ódition  classique, 
2^  éclaircisseinent  (7^  (ódition,  ISSO,  p.  3S1). 

(■*)  La  legende  de  Charlemaipie  dans  l'art,  dans  Romania,  XIV,  321  et  suiv. 

(5)  D'Ancona  et  Monaci,  Una  leggenda  araldica  e  l'epopea  carolingia  nel- 
V Umbria  (Imola,  1880,  ;)er  nos^e  Meyer-Blackburn e);  D'Ancona,  Tradizioni  caro- 
lingie in  Italia,  dans  les  Rendiconti  della  R.  Accademia  dei  Lincei,  ci.  di  se. 
morali,  storiche  e  filolofjicbe,  17  mars  1889;  Ecidi,  Una  leggenda  carolingia 
nelle  Marche,  dans  le  Bull,  della  Soc.  filol.  rom  ,  III  (1902),  31. 

C^)  Romania,  XVII,  161,  335.  —  Que  les  romans  bretons  aient  penetrò  en 
Italie  dès  le  XII«  siècle,  c'est  à  dire  vers  le  tcmps  mC'ine  oìi  ils  fnrent  composés, 
c'cst  ce  qui  ne  .saurait  t'tre  Conteste,  mais  qu'ils  y  aient  dté  portt^s  par  les  trou- 
badours  comiiie  le  suppose  M.  Grak  (Giorn.  star,  della  Ictt.  italiana,  V,  81-2) 
c'est  ce  dnnt  il  est  perinis  de  douter. 

C)  Romania,  XVIII,  2. 


-  67  - 

fluence  fran9aise  soit  diffìcile  à  faire,  puisque  beaucoiip  des  noms  qui 

ont  pu  étre  portés  au  sud  des  Alpes  par  les  jongleurs  fran^-ais  exis- 

taient  déjà  en  Italie.   Diverses  localités  aussi  ont  re9u  des  noms  qui 
rappellent  des  souvenirs  de  l'epopèe  fran^aise  (^). 

6.  Mais,  dira-t-on,  tous  ces  faits  prouvent  que  des  créations  de  l'ima- 
gination  franyaise  circulaient  en  Italie.  Prouvent-ils  au  méme  degré 
que  la  langue  dans  laquelle  ces  créations  avaient  trouvé  leur  expres- 
sion  était  comprise  par  le  peuple,  ou  au  moins  par  certaines  classes  de 
la  société?  Non  pas  absolument.  Il  est  possible  quo,  dès  le  XIP  siècle, 
des  cantastorie  italiens,  ayant  une  certaine  connaissance  du  fran9ais, 
aient  répandu  parmi  leurs  compatriotes,  en  se  servant  de  leur  dialecte 
propre,  les  gestes  des  héros  carolingiens  ou  bretons.  Il  n'est  peut-étre 
pas  téméraire  de  supposer  l'existence  d'une  période  en  quelque  sorte 
préhistorique  de  la  littérature  italienne  où  ces  fabuleux  récits,  plus  ou 
moins  admis  comme  réels,  auraient  circulé  en  italien  par  voie  orale. 

Attendons  le  XIIP  siècle.  Alors,  sinon  plus  tòt,  nous  trouvons  des 
preuves  évidentes  d'une  connaissance  réelle  du  langage  (ou  des  langa- 
ges)  de  Franco  en  diverses  parties  de  l'Italie.  Il  ne  s'agit  plus  seule- 
ment  de  troupes  de  pèlerins  ou  de  jongleurs  fran9ais  parcourant  ù  petites 
journées  le  «  chemin  romain  »  et  faisant  des  stations  plus  ou  moins 
prolongées  dans  les  villes  de  la  ronte.  Dès  la  fin  du  XII*  siècle  il 
s'était  forme  en  Ligurie,  en  Lombardie,  en  Vénétie,  dans  les  cours- 
seigneuriales,  dans  certaines  cités,  des  centres  favorables  au  développe- 
ment  de  la  poesie  et  de  la  littérature  de  passe-temps.  Les  cours  de 
Montferrat  et  d'Este,  et  tonte  la  Marche  Trevisane  devinrent  un  pays 
d'élection  pour  les  troubadours,  surtout  à  partir  de  l'epoque  où  les  con- 
ditions  politiques  qui  résultèrent  de  la  croisade  albigeoise  forcèrent  un 
grand  norabre  d'entro  eux  à  s'expatrier.  Pendant  le  Xlir  siècle  la 
poesie  provengale,  cultivée  non  seulemeut  par  les  troubadours  fugitifs 
mais  aussi  par  les  Italiens,  fut  plus  tlorissante  dans  l'Italie  septentrio- 
nale  que  dans  son  paj^s  d'origine.  C'est  dans  cette  région.  probablement 
dans  la  Marche  Trevisane,  que,  aux  environs  de  1250,  fut  composée  la 
grammaire  connue  sous  le  nom  Je  Donat  proensal  à  la  domande  de 
deux  seignours  italiens.  Plus  tard,  peu  avant  1300,  Terramaguino  de 
Pise  paraphrasait  ou  vers  provon^aux  les  Rajos  de  trobar  de  Raimon 
Vidal  do  Bosaudun,  et  nous  savous  que,  vors  lo  memo  tomps  ou  peu 
après,  Danto  non  soulomont  lisait  les  troubadours,  mais  pouvait  ócriro 

(')  Voir  les  ócrits  cités  thins  la  note  Ò  ile  la  paije  prócodeiito. 


—  68  — 

en  leni"  langue.  Eufin,  et  c'est  l'uue  des  plus  t'ortes  preuves  qiie  l'on 
piiisse  apporter  du  succòs  de  la  poesie  provourale  en  Italie,  la  majeure 
partie  des  anthologies  qui  nous  oat  conserve  ce  qui  uous  est  parvenu 
des  coinpositions  des  troubadours  a  été  écrite  par  des  copistes  italiens. 
Mais  on  ne  se  propose  pas  ici  d'étudier  lo  mouvement  proven^al 
en  Italie,  sujet  sur  lequel  il  eiiste  déjà  de  nombreux  travaui  :  c'est 
de  l'eipausiou  du  franyais  que  nous  avons  à  nous  occuper. 

7.  Le  développenient  de  la  littérature  fraiu;aise  en  Italie  est  pa- 
rallèle à  celui  de  la  littérature  provengale.  Toutefois  il  paraìt  coni- 
mencer  un  peu  plus  tard  et  se  poursuit  assurément  plus  longtemps: 
jusqu'au  début  du  XV''  siècle.  Une  autre  ditférence  est  quii  ne  se  ma- 
nifeste pas  dans  les  memes  geures  littéraires.  L'eraploi  du  jìrovenyal 
est  à  peu  près  limite  à  la  poesie  krique,  cliansons,  sirventés,  ballades  ; 
les  compositions  destinées  à  étre  lues  ou  réoitées,  comrae  le  Tesaxr 
de  Sordel.  sont  assez  rares,  et  plus  rares  encore  les  écrits  en  prose. 
La  langue  fran(,'aise  péuòtre  en  Italie  avec  des  poèmes  variés:  chan- 
sons  de  geste,  romans  d'aventure,  légendes  de  saints,  et  avec  des  écrits 
en  prose  de  divers  genres.  C'est  une  littérature  moins  limitée  dans  son 
objet,  plus  généralement  accessible  par  son  earactòre,  et  capable  de  se 
répandre  en  dehors  d'un  petit  cercle  de  lettrés. 

Il  y  a  lieu  ici  de  passer  en  revue  trois  ordres  de  preuves,  qui 
nous  sont  fournies:  1°  par  les  témoignages  des  contemporains  sur  la 
connaissance  du  franyais  et  de  sa  littérature  ;  2°  par  les  transcriptions 
d'oeuvres  fran9aises  faites  en  Italie;  3"  par  les  oeuvres  fran9aises  qui 
ont  pour  auteurs  des  Italiens. 

Le  plus  précieux  des  témoignages  sur  l'usage  du  franyais  en 
Italie  serait  assurément,  si  on  pouvait  lui  accorder  une  entière  con- 
fiance,  celui  que  le  premier  biographe  de  Francois  d'Assise,  Thomas 
de  Celano,  nous  a  laissé  sur  son  héros,  qui,  nous  dit-il,  chantait  les 
louanges  du  Seigneur  «lingua  fraucigeua  " .  Bien  que  cette  assertion 
ait  été  répétée  par  d'anciens  biographes  et  qu'elle  paraisse  acceptée 
par  les  modernes  ('),  j'avoue  qu'elle  m'inspire  des  doutes.  Car,  dans 
la  partie  de  l'Italie  oìi  vivait  saint  Francois,  la  langue  l'ranyaise  n'a 
jamais  été  fort  répandue,  surtout  à,  la  fin  du  Xll"  siècle  et  dans  les 
premières  années  du  XIII",  et  d'autre  part  le  fait  que  le  pére  de  Fran- 
cois voyageait  souvent  en  Franco  ne  prouve  pas  que  le  tìls  ait  su  rimer 

(')  Della  tiiovANNx,  S.  Francesco  d'Assisi,  c/iullare,  dans  Giorn.  stor.  della 
kit.  ital,  XX V  (1895),  2. 


-  60   - 

en  fran9ais.  Si  Francois  avait  vécu  dans  l'Italie  septentrionale  on  pour- 
rait  se  montrer  moins  défiant  à  l'égard  de  biographes  dont  la  véracité 
n'est  nuUement  au  dessus  de  tonte  contestatiou. 

A  Bologne  le  jurisconsiilte  Odofiedo  (7  1265),  qui  professait  au 
milieu  du  XIIP  siècle,  nous  offre  un  témoignage  plus  siir,  quoique 
moins  précis.  Ce  maitre  se  plaisait  —  on  l'a  remarqué  depuis  long- 
temps  (•)  —  à  introduire  dans  ses  commentaires  sur  le  Code  et  sur 
le  Digeste,  l'espression  de  ses  sentiments  personnels  sur  les  hommes 
et  sur  les  choses  de  son  temps.  Il  nous  parie  des  joculatores  qui  lu- 
dunt  in  publico  causa  mercedis,  des  orbi  qui  vadunt  in  curia  com- 
mu/iis  Bono  aie  et  cantant  de  domino  Rolando  et  Oliverio  (-).  Il 
n'est  pas  dit  que  ces  joiigleurs,  aveugles  ou  non,  fussent  franrais,  mais 
il  n'est  pas  téméraire  de  le  supposer,  si  on  considero  que  vingt-cinq 
ou  trente  ans  plus  tard  les  magistrats  de  Bologne  fiirent  obligés  d'in- 
tervenir par  un  bando  célèbre  pour  défendre  les  attroupements  causés 
par  les  jongleurs  franyais. 

En  certains  cas  il  se  peut  que  les  circonstances  politiques  soient 
venues  en  aide  à  l'influence  littéraire.  Nous  verrons  quii  y  eut  à  Na- 
ples,  à  la  tin  du  XIIl  siècle,  un  faible  mouvement  littéraire  dans  le 
sens  fran9ais,  qui.  assurément,  ne  se  serait  pas  produit  sans  l'occupa- 
tion  du  pays  par  Charles  d'Anjou.  A  Florence  toutefois,  l'occupation 
tVan9aise,  qui  fut,  à  la  vérité,  très  courte  (1267),  n'eut  pas  un  effet 
appréciable  sur  la  propagation  du  franyais. 

8.  Le  fait  que  nous  possédons  encore  maintenant  de  nombreux 
manuscrits  fran^ais  qui  ont  été  exécutés  en  Italie  pour  le  public  italien 
conduit  à  des  conclusions  plus  précises  et  plus  sùres.  Quand,  dans  un 
pays,  on  recherche  les  livres  composés  en  une  langue  étrangère.  quand 
ou  s'applique  à  en  multiplier  les  copies.  on  peut  atìirmer  que  celta 
langue  y  est  répandue,  au  moins  dans  une  certaine  classe  de  la  société. 
Si  d'ailleurs  l'idiome  locai  ne  s'écrit  point  ou  s'écrit  peu,  on  peut  in- 
duire  de  cette  circonstance  que  c'est  l'idiome  étranger  qui  tend  ù  pren- 
dre  le  rang  de  langue  littéraire.  Au  XIII"*  siècle,  bien  des  ceuvres 
fran^aises  ont  été  goùtées,  imitées,  tinduites  en  Espagne  ou  sur  les 
bords  du  Rliin.  Il  ne  paraìt  pas  que  dans  les  mòiues  pays  ou  en  ait 
fait  des  copies.  La  littératuro  fraiiyaise  y  avait  péiiétré  dans  une  me- 
sure  variable:  elle  ne  s'y  était  pas  implantée.  Au  contraire,  TAugleterre 

(')  TiKABOscHi,  Stor.  della  lett.  ituL,  édit.  du  Milan,  IV.  -tOiì. 

(*)  Voir  N.  Tamassia,  Odofredo,  studio  storico  ifiuridico  (Bolotrna.  1S94), 
dans  les  Atti  e  memorie  della  R.  Deputasione  di  storia  patria  per  le  provtHCte 
di  Romagna,  S"""  sèrie,  t.  XI  et  XII. 


-  70  - 

toiit  d'abord,  l'Italie  septentrionale  et  les  pays  de  langue  flamande  à  un 
moindre  degré,  ont  été,  pendant  une  période  plus  ou  nioins  lougue,  au  point 
de  vile  de  la  littérature,  cornine  im  prolongement  de  la  terre  franyaise. 

Il  est  impossible.  dans  l'état  aetuel  de  nos  connaissances,  de  dres- 
ser  une  liste  taut  soit  peu  complète  des  livres  lVan9ais  qui  ont  été 
écrits  par  la  niain  de  copistes  italiens.  Non  qu'il  soit  difficile  à  un 
paléogiaplie  expérinienté  de  reconnaitre  le  pays  d'origine  d'un  manu- 
scrit:  la  forme  des  lettres  et  des  abréviations,  le  caractère  de  l'orne- 
mentation  fournissent  des  indices  auxquels  on  ne  peut  se  méprendre; 
mais  il  est  rare  qiie  ces  indices  aient  été  relevés  dans  les  catalogues, 
et  les  manuscrits  eux-mOmes,  dispersés  par  tonte  l'Europe,  écliappent 
facilemeut  aux  investigations.  Toutefois,  une  liste,  meme  iùiparfaite, 
peut  ótre  de  quelque  utilité  en  nous  montrant  quels  sont  les  ouvrages 
qui  ont  été  le  plus  goùtés  au  sud  des  Alpes.  Nous  placerons  en  pre- 
mier lieu  les  poemes  et  ensuite  les  écrits  en  prose. 

Les  cliansons  de  geste,  principalement  celles  du  cycle  de  Charle- 
magne,  ont  été  particulièrement  appréciées,  ce  que  pouvaient  d'ailleurs 
faire  presumer  les  témoignages  rappelés  plus  haut.  Plusieurs  des  ma- 
nuscrits que  nous  aurons  à  mentionner  proviennent  de  la  célèbre  bi- 
bliothèque  des  Gonzagues,  dont  le  catalogue,  pour  la  partie  fran9aise, 
a  été  publié  (').  Nous  ne  donnerons  pas  le  dépouillement  de  ce  cata- 
logue, non  plus  que  des  anciens  inventaires  de  la  bibliothèque  des 
d'Este,  oìi  sont  enregistrcs  beaucoup  de  livres  fran^ais  :  nous  nous  bor- 
nerons  à  mentionner  les  livres  qui  existent  encore  et  dont  il  a  été,  par 
suite,  possible  de  vérifier  l'origine  italienne. 

Roland.  Le  plus  ancien  et  le  plus  célèbre  de  nos  poèmes  épiques 
paraìt  avoir  été  copie  fréquemment  en  Italie.  Trois  de  ces  copies  nous 
sont  parvenues.  Toutes  trois  viennent  des  Gonzagues:  1°  Venise,  San 
Marco,  fr.  IV,  e' est,  pour  une  partie,  la  rédactiou  ancienne  (-)  ;  2°  San 
Marco,  Vili  (3);  8°  Bibl.  de  Chateauroux  ('). 

(')  Par  W.  Braghirolli,  Romania.  IX,  197  et  suiv.,  avec  comincntaires  \yàx 
les  éditeurs  de  ce  pcriodique.  Ce  catalogue  est  de  1407.  Cf.  Fr.  Novati,  /  codici 
francesi  de'  Gonzaga  secondo  nuovi  documenti,  dans  le  ménie  recucii,  XIX,  IGl.  — 
Oh  croit  que  la  collectiou  etait  entière  vers  1G25,  lorsque  plusieurs  volumes  pas- 
sèrent,  par  acquisition,  à  Turin.  Le  palais  ducal  des  Gonzagues  fut  mie  à  sac  en 
1630;  voir  les  Atti  de  l'Académie  des  sciences  de  Turin,  XIX,  756.  Beaucoup  dos 
livres  de  la  bibliothèque  durent  se  jìerdre.  Ce  qui  restait  fut  mis  en  vente  ìi  Ve- 
nise en  1708  (Romania,  IX,  4i)9). 

(*)  Catal.  de  1107,  n°  41;  Romania,  IX,  •'ili.  C'est  le  teste  imprimé  par 
Kclbing  en  1877. 

(3)  Catal.  de  1407,  n"  43;  Romania,  ibid. 

(<)  Catal.  de  1407,  n°  51;  Romania,  IX,  513. 


—  71  — 

Aspremont.  Cinq  des  seize  manusci-its  complets  ou  incomplets, 
qu'on  possedè  de  ce  poèma  ont  été  faits  en  Italie.  Voir  Romania,  XIX, 
201-3.  Deux  viennent  de  la  bibliothèque  des  Gonzagues  ('). 

Ogier  le  Danois.  Tours  938;  vient  de  la  collection  Lesdiguières.  On 
n'a  pas,  jusqu'à  présent,  reconnii  ce  ras.  corame  italiea.  Le  caractère 
de  l'écriture  rend  cette  origine  très  probable.  Ou  sait  d'ailleurs  qii  Ogier 
a  eu  beaucoup  de  succès  en  Italie  (-). 

Aliscaiis.  Venise,  San  Marco,  fr.  VIII  {^). 

Fouque  de  Candie.  Venise,  San  Marco,  fr.  XIX  et  XX  {*). 

Aie  d'Avignoii.  Deux  feiiillets  isolés  ayant  appartenu  aii  raérae 
raanuscrit,  et  conservés  l'un  à  Venise,  l'autre  à  Bruxelles.  Voir  Ro- 
mania, XXX,  490. 

Gui  de  Nanteuil.  Il  y  a  un  ras.  de  ce  poèrae,  suite  àH Aie  d'Avi- 
gnon,  à  Venise,  San  Marco,  fr.  X  (•'').  Ce  ras.  contient  un  prologue 
compose  en  fran^ais  par  im  italien  du  nom  de  T'enat.  Voir  raon  édi- 
tion  de  Gui  de  Nanteuil  (l^^Gl),  p.  xxxiij. 

Il  n'est  peut  étre  pas  hors  de  propos  de  raentionner  ici  le  Girart 
de  Roussilloìi  d'Oxford  C'),  quoique  ce  poème,  redige  en  Liraousin,  n'ap- 
partienne  pas  proprement  à  la  littérature  franyaise. 

Les  poòmes  du  cycle  Arthurien  ont  certainement  été  très  lus  et 
ont  du  étre  souvent  copiés  en  Italie.  Cependant  il  nous  en  est  parvenu 
bien  peu  de  copies  où  l'on  puisse  reconnaìtre  une  raain  italienne.  Les 
Gonzagues  avaient  un  Perceval  de  Chrétien  de  Troies,  avec  les  conti- 
nuations  (''),  qui  paraìt  perdu.  Les  seigneurs  de  la  maison  d'Este,  qui 
possédaient  tant  de  roraans  de  la  Table  ronde  en  prose,  n'avaient,  seni- 
ble-t-il,  aucun  roraan  en  vors  de  la  raérae  classe  (^).  Notons  toutefois 
qu'on  a  trouvé  à  Florence  un  fragraent  du  Cligès  de  Chrétien  de 
Troies  (^).  Le  ms.  de  Perceval,  qui  est  conserve  à  la  Riccardiana,  ne 
doit  pas  étre  cité  ici,  étant  de  raain  franyaise. 

(i)  Catal.  de  1407,  n""  41  et  42. 

(*)  Voir  Rajna,  Uggeri  il  danese  nella  lett.  romanzesca  degli  Italiani  (Ro- 
mania, II,  155;  III,  31;  IV,  398). 

(3)  Gonzaf^ue,  .Catal.  de  1107,  n"  47;  Romania,  IX,  512. 

(■*)  Gonzague,  Oatal.  de  1107,  n»»  45  et  49;  Romania,  ibid. 

{^)  Gonzague,  Catal.  de  1407,  n"  51;  Romania,  IX,  513. 

(^)  Bodleienne,  Canonici  mise.  G3,  provenant  des  Gonzagues  (n°  4S  du  Catal. 
de  1407),  Romania,  IX,  512. 

C)  Catal.  do  1407,  art.  39;  Romania,  IX,  510. 

(*)  Voy.  les  extraits  des  catalogues  de  la  bibliothì-quo  d'Este  publiés  par 
M.  Rajna,  Romania,  II,  50  et  suiv. 

(»)  Romania,  VIII,  266;  Zeitschr.  f.  rem.  Phd.,  Ili  31 1. 


—    rj   — 


Entre  Ics  romans  d'aventiire,  il  en  est  un  qui  semble  avoir  été 
particiilièrement  recherché:  c'est  le  romau  de  Florimont,  compose  par 
Aimes  de  Vareunes  en  1188,  dont  nous  possédoQS  trois  copies  écrites 
par  des  Italiens:  uu  ;\  Paris,  Bibl.  nat.  tV.  l'ilol;  un  à  Venise,  San 
Marco,  fr.  22;  un  à  Monza  (').  .Te  considero  comme  étant  aussi  d'ori- 
gine italienne  le  ms.  uniquo  du  roman  do  Joufroy  (-)  qui  est  conserve 
à  Copeuiiague.  .Te  u'ai  pas  vu  ce  manuscrit,  mais  je  remarque  dans  le 
teite  des  particularités  de  graphie  qui  ne  peuvent  venir  qùe  d'un  ita- 
lien.  L'un  des  mauuscrits  de  Parteuopeus  de  lilois  (Paris,  Bibl.  nat. 
nouv.  acq.  fr.  7516)  est  aussi  de  main  italienne.  Il  vient  des  Gon- 
zagues  (•^). 

Il  était  naturel  que,  dans  le  pays  qui  fiit  le  berceau  de  l'huma- 
nisme,  on  attachàt  un  pris  particulier  aux  compositious  poétiques  re- 
latives  à  l'antiquité.  Aussi  ne  sommes-nous  pas  surpris  de  constater 
que  sii  des  copies  du  Roman  de  Troie,  par  Benoìt  de  Sainte  More, 
sont  de  main  italienne  :  Milan,  Ambrosiana,  D  55  ;  Naples,  Biblioteca 
nazionale,  XIII.  C.  38;  Paris,  Bibl.  nat.,  nouvelles  acquisitions  fran- 
(,'aises  6774  {^)\  Rome.  Vat.,  Reg.  1506;  Venise,  San  Marco,  fr.  XVII, 
et  XVIII  {■').  Nous  aurons  a  fournir  plus  loin  d'autres  preuves  de  la 
popularité  de  ce  romau  en  Italie.  Du  Roman  d' Alexandre  nous  con- 
naissons  aussi  trois  copies  qui  ont  la  méme  origine:  Parme,  Bibl.  R. 
1206  CO;  Venise,  Musée  Correr,  B.  5.  8,  manuscrit  qui  présente  une 
rédaction  toute  particulière  (")  ;  Lugo,  fragment  qui  appartieni  à 
la  branche  du  Faerre  de  Gadres  (^).  Le  ras.  de  l'Arseual,  qui  con- 
tient  la  méme  rédaction  que  le  ms.  du  Musée  Correr,  peut  aussi  étre 
mentionné  ici,  parce  que  deux  de  ses  feuillets,  qui,  par  une  cause  quel- 


(')  Viiir  le  mémoire  de  M.  Fr.  Novati  sur  ce  ms.,  Revue  des  langues  ro- 
manes,  4"  sèrie,  t.  V,  p.  482. 

(*)  Joufrois,  altfranzosisches  Rittergedicht,  hgg.  von  K.  Ilofinanii  unJ 
Fr.  Muncker.  Halle,  1880. 

(3)  Catal.  de  1407,  n°  30;  Romania,  IX,  509.  Il  a  été  achetd  par  la  Biblio- 
thèque  nationale  en  1899  à  l'une  des  veiites  de  la  collection  Asliburiihain. 

(*)  Romania,  XXVIII,  574. 

(5)  Les  deux  mss.  de  Venise  ont  fait  partie  de  la  Bibliotlàquc  Gonzague, 
n°*  28  et  29  du  catal.  de  1407;  Romania,  IX,  509. 

(6)  Romania,  XI,  258. 

C)  Romania,  XI,  249.  J'ai  donne  de  ce  manuscrit  une  dcscription  dótaillée 
et  de  copieux  extraits  dans  mon  livre  sur  Alexandre  le  Grand  dans  la  litlér.  du 
moyen-df/e,  I,  237  et  suiv. 

(*)  Romania,  XI,  319;  reproduit  en  facsimile  dans  \es  Facsimili  di  antichi 
manoscritti  de  M.  Monaci,  planches  29-32. 


—  73  — 

conque,  avaient  disparu,  ont  été  rétablis,  au  XIV^  siede,  par  une  mairi 
italienne  ('). 

En  dehors  des  chansons  de  geste  et  des  romans,  aii  sens  oìi  nous 
entendoDS  ce  mot,  il  y  eut  en  France,  au  XIP  siede  et  siirtout  au  XIIP, 
une  puissante  iioraison  de  poésies  religieuses,  morales,  satiriques,  dont 
beaucoup  pénétròrent  en  Italie,  celles  particulièrement  qui  présen- 
taient  un  intérét  general.  La  plus  ancienne  copie  de  la  première  tra- 
duction  en  vers  du  lapidaire  de  Marbode,  le  ms.  14470  du  fonds  latin 
de  la  Bibliotìièque  nationale,  proveuant  de  l'abbaye  de  Saint-Victor, 
est,  à  mon  avis,  due  à  une  main  italienne.  Le  ms.  584  de  Lyon,  qui 
renferme  outre  un  poème  religieux  en  italien  dialectal  compose  ou  du 
moins  écrit  à  Verone  {■),  divers  {.oèmes  fran9ais  (une  passion  du  Christ, 
l'Assomption  de  la  Vierge  par  Wace,  etc.)  a  certainement  été  écrit  en 
Lombardie  ou  en  Vénétie.  Il  est  curieux  de  constater  que  ce  ms.  est 
de  la  main  qui  a  écrit  le  poème  de  Florimont  mentionné  plus  haut 
(Bibl.  nat.  fr.  15101)  et  un  des  manuscrits  de  \  Aspremo at  {^).  M.  Mus- 
satìa  {'^)  a  signalé  un  manuscrit  de  la  Bibliothèque  de  l'Arsenal 
(n"  3645)  contenant  :  P  une  longue  prière  en  tirades  monorimes  ;  2°  un 
poème  sur  l'Antéchrist  et  le  Jugement  dernier;  3°  une  vie  de  sainte 
Catherine,  en  fran^ais.  Ce  recueil  a  été  indubitablement  écrit  en  Italie. 
L'écriture  peut  étre  de  la  première  moitié  du  XIV'^  siede,  mais  le  poème 
sur  l'Antéchrist  a  siirement  été  copie  d'après  un  manuscrit  exécuté  à 
Verone  en  1251;  car  on  lit  à  la  fin  de  ce  poème  (fol.  24  y°)  la  note 
suivante:  ExpUcit  liber  de  Antechrist.  Alc^um  est  ìioc  .m.cc.lj ., 
die  Jovis  \_posr\  festum  sancii  Thomei  apostoli,  super  carcere  Po- 
lonim  in  contrada  (sic)  de  Montecalis  {^)  in    Verona. 

Il  est  digne  de  remarque  que  le  public  lettre  de  Tltalie.  à  qui 
nous  devons  la  conservation  d'un  si  grand  nombre  de  poésies  des  trou- 
badours,  semble  avoir  fait  peu  de  cas  de  celles  des  trouvères.  Entre 
nos  chansonniers  franyais,  ou  n'en  connaìt  qu'un  seul  qui  a  été  écrit 
en  Italie:  c'est  celui  qui  est  compris  dans  les  feuillets  218  à  238  du 
célèbre  recueil  de  poésies  proven9ales  conserve  à,  Modène,  et  qui  ren- 


(!)  Romania,  XI,  2t0. 

(«)  Publio  par  M.  W.  F(Krster,  Giornale  di  filologia  romanza,  I,  41.  CW  Ro- 
mania, IX,  162. 

(3)  Et  en  outre  un  des  deus  mss.  du  roinan  provens'al  de  Jaufré. 

(*)  /iur  Katharinenle(/eniìf,  dans  les  Coinptes-rendus  de  IWcadémìe-  des 
sciences  de  Vienne,  classe  de  pliil.  it  d'iiist.,  LXX\  ,  248. 

(5)  Montechi. 


—  74  — 

ferme  beancoiip  de  piècos  uniqiies  (').  Par  contre,  à  une  epoque  oìi  la 
poesie  des  troiivèros  franyais  était  partout  bien  oubliée,  c'est  à  dire  du 
XV*  au  XVII"-"  siede,  nous  voyons,  non  sans  surprise,  la  poesie  de  l'école 
de  Machaut  et  d'Eustache  Deschamps  (ballades,  rondels,  virelais,  etc), 
et  aussi  des  cbansons  ;i  forme  populaire,  recevoir  au  sud  des  Alpes 
l'accueil  le  plus  favoralde  et  prendro  place  à  coté  de  pièces  proprement 
italiennes  dans  des  recueils  notes  eu  musique  (-).  Il  est  bien  vraisera- 
blable  que  ce  retour  vers  la  poesie  franyaise,  oii  plutùt  vers  un  des 
geures  de  cette  poesie,  fut  cause  par  la  laveur  dont  jouissait  la  mu- 
sique qui  l'acconipagnait,  et  so  fortifia  par  suite  des  contacts  fréquents 
avecles  Franyais  au  XV*"  siècle  et  au  XVT.  Nous  devons  savoir  gre 
aux  Italiens  de  la  Renaissance  de  nous  avoir  conserve  beaucoup  de  poé- 
sies  que  nous  ne  retrouvous  plus  dans  les  recueils  d'origine  franyaise 
qui  nous  sont  parvenus. 

9.  Si  nous  passons  en  revue  les  ouvrages  en  prose  franyaise  dont 
nous  possédons  des  copies  de  main  italienne,  nous  nous  contìrmerons 
dans  la  pensée  que  les  lecteurs  à  qui  étaient  destinés  ces  écrits  étaient 
des  personnes  éclairées,  apparteuant  aux  classes  nobles  ou  bourgeoises, 
et  qui,  sans  dédaigner  les  oeuvres  de  passe-temps,  goiìtaieut  particuliè- 
rement  la  littérature  sérieuse  du  temps.  Cette  littérature  n'était  cer- 
tainement  pas  toujours  originale.  Elle  se  composait,  pour  une  grande 
part,  de  traductions.  Mais  ces  traductions,  qui  jouissaieut  en  Franco 
d'un  succès  considérable,  ne  sont  pas  sans  intérét,  parce  que,  indépen- 
damment  de  leur  valeur  comme  textes  de  langue,  elles  nous  font  con- 
naìtre  le  goùt  des  laiques  instruits  d'alors.  Les  oeuvres  destinées  à 
l'instruction  religieuse  et  à  l'édification  paraissent  avoir  été  les  plus 
répandues.  Citons  des  recueils  de  vies  des  saints  (^),  des  récits  concer- 

(')  Voir  Revue  des  langues  romanes,  4*^  serie,  V,  33G  (art.  de  M.  Camus), 
et  IX,  241  (art.  de  M.  Jeanroy). 

(*)  Voir  Romania,  Vili,  73  (poésies  d'un  ms.  de  Florence  p.  p.  Stickncy); 
XXVII,  138  (pièces  tirées  d'nn  ms.  de  Vicence,  date  de  14 IG,  par  M.  Novati); 
Miscellanea  Caia:- Cantilo,  p.  271  (R.  Renier,  Un  mazzetto  di  poesie  musicali 
francesi,  d'après  deux  mss.  de  Cortone;  cf.  Zeitschr.  f.  rem.  Phil.  XI,  371);  Bul- 
letin  de  la  SociiHé  des  anciens  textes  francais,  1882,  p.  09  (extraits  d'un  ms.  du 
Mus^e  britannique  fait  en  Italie)  etc. 

(3)  Trois  manuscrits  exf^cutés  en  Italie,  et  conservés  respectivement  à  Lyon, 
à  Tours  et  à  Modène,  renferment  un  recueil  forme  d'une  quinzaiiies  de  vies  de 
saints  en  francais.  Deux  d'entre  eux  ont  joint  à  ce  recueil  un  choix  de  lógendcs 
emprunt<5es  à  une  traduction  fran^aise,  d'ailleurs  inconnue,  de  la  Legenda  aurea 
de  Jacques  de  Varazze.  Voir  sur  ces  manuscrits  le  BuUetin  de  la  Società  des 
anciens  textes  franrais,  annécs  1888,  1897,  1902. 


-  75  - 

nant  les  Pères  du  désert,  et  tirés  de  \ Historia  monaehorum  de 
Rufin  e)  et  des  Verba  seniornm  attribués  au  diacre  Pélage  (2),  les 
vies  de  Paul  l'ermite,  du  moine  Malchus,  de  Fronton,  de  Fran90is 
d'Assise,  le  Dialogue  du  pape  saint  Grégoire  (^)  ;  l'Histoire  de  Barlaam 
et  de  Josaphat,  en  prose  (  ')  ;  les  Sermons  de  lévéque  de  Paris  Maurice 
de  Sully,  dont  on  conserve  à  Pise  une  copie  faite,  en  1288,  par  un 
certain  Taddeo,  «  in  carcere  Januenlium  »  (^)  ;  la  traduction  du  Mo- 
ralium  dogma  philosophorum,  de  Guillaume  de  Conches  (^').  Parrai 
les  écrits  proprement  didactiques,  on  peut  mentionner  le  Trésor  de 
Brunetto  Latini,  qui  devait  bientót  reparaìtre  en  version  italienne.  et 
un  lapidaire  en  prose  (').  Une  oeuvre  de  littérature  courtoise,  l'Arrière- 
ban,  ou  Bestiaire,  de  Richard  de  Fournival,  a  été  appréciée  en  Italie, 
où  nous  en  trouvons  deux  copies  (^).  Les  romans  de  la  Table  ronde, 
si  souvent  traduits  ou  imités  en  Italie,  y  ont  d'abord  pénétré  sous  leur 
forme  originale.  Nous  possédons  encore  des  copies  italiennes  du  Tristan 
en  prose,  du  Saint  Graào^  ""e  Merlin  (")  et  d'autres  romans  apparte- 
nant  à  la  matière  de  Bretagne  ('").  Il  existe  un  abrégé  en  prose  du 
Roman  de  Troie  par  Benoìt  de  Sainte  More,  qui  n'offrirait  guère  d'in- 
térét,  s'il  n'était  précède  d'une  très  curieuse  introduction  sur  les  pays 
où  l'on  parlait  grec  au  temps  où  vivait  l'abbréviateur,  c'est  à  dire  vers 


{})  Livre  III  des   Vitae  patrum  de  Rosweide  (Anvers,  1628). 

(*)  Livre  V  du  mème  ouvrage. 

(3)  Ces  divers  écrits  sont  réunis  dans  les  manuscrits  fran^ais  430  et  9760  de 
la  Bibl.  nat.  de  Paris,  faits  en  Italie. 

('')  Paris,  Bibl.  nat.,  fr.  187.  Ce  ms.  a  appartenu  à  Bianche  de  Savoie,  qui 
épousa  en  1350  le  due  de  Milan  Galéas  Visconti,  et  a  probablement  été  fait  pnur  elle. 

(^)  Romania,  XXIII,  18-1.  Le  ms.  187  mentionné  à  la  note  précédente  reH- 
ferme  aussi  les  mémes  sermons. 

(6)  Mss.  à  la  Laurentienne,  Plut.  XLI,  42,  et  LXXVI,  79  (Bulletin  de  la 
Société  des  anciens  texLes  francais,  1879,  p.  73).  Pour  l'attribution  de  l'originai 
latin  à  Guillaume  de  Conches,  voir  Hauréau,  Notices  et  extraits  de  quelques  mss. 
latins  de  la  Bibl.  nat.,  I,  108. 

C)  Laurentienne,  LXXVI,  79  {Bulletin  cité,  1879,  p.  79). 

(8)  Meme  manuscrit  [Bulletin,  pp.  74  et  83),  et  Ashburnham-Libri  123.  à 
la  Laurentienne  [Indici  e  cataloghi.  I  Codici  Ashburnhamiani  della  Bibl.  medie. 
Laur.,  I,  71). 

(9)  Bibl.  Riccardiana,  2759;  Ashbarnham,  labri  123. 

(•0)  La  bibliothòque  des  Gonzagues  (Catal.  de  1407,  n"»  60  à  67)  contenait 
plusieurs  mss.  de  Tristan  en  prose  (soit  celui  de  Luce  du  Gast,  soit  celni  d'Holie 
de  Borron),  dont  queli]aes-uns  nous  ont  sans  doute  été  conservés,  quoiqu'on  ne 
les  ait  pas  encore  identifiés.  Il  y  avait  aussi  des  mss.  de  Lancelot,  du  Saint  Ornai. 
de  Merlin,  dans  la  Bibliothòque  d'Este  (Romania,   II,  50  et  suiv.). 


-  76  - 

le  milieu  du  XIIP  siècle.  L'iin  des  mss.  de  cet  abrégé  (Bibl.  de  Gre- 
noble, n"  8G1)  a  été  fait  par  un  certain  -Johannes  de  Stennis  »  de 
Padoue,  en  1298,  dans  la  prison  de  Padoue  où  il  était  détenu,  pour 
le  podestat  de  cette  cité,  «  Huugarus  de  Hodis.  de  Perusio  » .  C'est 
l'année  mSme  où  Marco  Polo  dictait  dans  la  prison  de  Génes,  ses 
vovages  à  Uusticien  de  Pise.  L'liii>toire  n'était  pas  moins  en  honneur 
que  la  tìction.  On  possedè  deux  voluinineuses  compilations  fran^aises. 
l'une  qui  résumé  l'histoire  profane  jusqu'à  Cesar,  l'autre  qui  est  une 
vie  de  Cesar  d'après  Salliiste,  Cesar  lui-méme,  Ijucain  et  Suétone.  La 
première  a  été  rédigée  vers  1230,  la  seconde  est  un  peu  postérieure. 
De  ces  deui  ouvrages,  qui  ont  été  diversement  abrégés  et  traduits  en 
italien  {'),  nous  avons  de  très  nombreuses  copies  entre  lesquelles  plu- 
sieurs  ont  été  faites  en  Italie  (-).  L'histoire  d'Alexandre  en  prose  fran- 
^aise,  traduite  de  Y Historia  de  praeliis,  au  XIIP  siècle,  ligure  au 
catalogne  Gonzague  (n°  26).  Cette  copie,  d'une  ócriture  visiblement 
italienne.  est  maintenant  à  Berlin  (coUection  Hamilton).  N"oublions 
pas  non  plus  que  deux  des  meilleurs  manuscrits  de  Villehardouin,  tous 
deux  parfaitement  identiques,  ayaut  été  transcrits  d'après  le  méme  ori- 
ginai, nous  viennent  de  Venise  (^). 

10.  Si  l'on  met  à  part  les  chansonniers  musicaux  dont  il  a  été 
question  plus  haut,  il  ne  paraìt  pas  qu'aucun  des  manuscrits  faits  en 
Italie  qui  ont  été  cités  dans  les  pages  qui  précèdent  soit  plus  récent 
que  les  preraières  années  du  XV°  siècle,  ni  plus  ancien  que  le  milieu 
du  Xlir  ;  d'oìi  il  semblerait  légitime  de  conclure  que  la  période  pen- 
dant laquelle  le  franrais  a  été  à  la  mode  dans  l'Italie  septentrionale 
n'a  pas  dure  beaucoup  plus  d'un  siècle  et  demi.  Il  convient  cependant 

(')  Romania,  XIV,  31,  63;  Parodi,  Studi  di  filologia  romanza,  II,  166. 

(*)  Venise,  fr.  2  et  3  (Gonzague);  voir  ^t)»iflnia,  XIV,  3,  note  0;  51,  note  5; 
Londres,  Musée  brit..  roy.  20  D  I;  voir  Romania,  XIV,  50;  Paris,  Bibl.  nat. 
fr.  1386,  ibid.;  Dijon,  323,  ibid.  4!).  —  L'iin  des  mss.  de  l'histoire  de  Cesar 
(maintenant  à  Oxford,  Bodléienne,  Canonici  mise.  4.'»0)  date  de  1384,  contieni  un 
exidioit  ainsi  con(,u:  «  Ex])licit  liistoria  .Tuli!  Cesaris,  domini  Lodovici  comitis  de 
Porcilia,  lionorabilis  capitanei  civitatis  Vincentio,  prò  magnifico  Antonio  do  la  Scala, 
Verone  et  Vincentie  imperiali  vicario  generali.  Et  dictum  opus  expletum  fuit  per 
magistrum  Benedictum,  scriptorem  Verone,  de  millesimo  CCC  octuagesimo  quarto, 
VII  ind.,  in  die  Vcneris,  priniu  Ai)rilisn.  Au.  Bartoli,  /  viaggi  di  Marco  Polo, 
p.  Ixxij,  a  cru  que  ce  Lodovico  di  Torcia  (Stait  raulcur  du  livre,  tandis  qu'il  n'en  élait 
quo  le  possesseur.  Il  a  rectifió  plus  tard  Cctte  erreur,  [primi  due  Secoli,  ctc.  p.  108. 

(3)  Paris,  Bibl.  nat.  fr.  4972;  Oxford,  Bodléienne,  Laud  mise.  587:  voir  ódition 
N.  de  Wailiy,  p.  xiv. 


de  l'étendre  un  peu  dans  les  deux  sens,  car  d'une  part  il  est  prouvé 
par  d'irrécusables  témoignages  que  la  poesie  fran^aise  avait  pénétré  en 
Italie  dès  la  première  moitié  du  XIP  siècle,  et  d'autre  part  les  élé- 
ments  d'oìi  nous  tirons  nos  inforraations  sont  trop  incomplets  pour  per- 
mettre  des  coaclusions  d'une  rigiieur  absolue. 

Et  à  ce  propos,  il  y  a  lieu  de  faire  une  remarque  qui  aidera  à 
préeiser  un  peu  les  limites  du  territoire  auquel  peuvent  s'appliquer  nos 
conclusions.  Les  témoignages  que  nous  avons  recueillis,  se  rapportent 
généralement  à  la  Lombardie,  à  la  Véuétie,  à  l'Emilie.  Les  manuscrits 
fran9ais  où  nous  avons  reconnu  une  main  italienne  proviennent,  pour 
la  plupart,  des  mémes  provinces.  Est-ce  à  dire  qu'en  Piémont  on  se 
soit  montré  réfractaire  à  l'emploi  du  fran9ais?  Bien  au  contraire:  le 
Piémont  est,  de  toutes  les  régions  de  l'Italie  celle  où  le  fran9ais  s'est 
implanté  de  la  fa9on  la  plus  durable  et  où  le  toscan  a  pénétré  le  plus 
tardivement.  Seulement  il  est  vrai  qu'au  XIV"  siècle  la  littérature 
laique  y  était  moins  en  vogue  que  dans  les  provinces  situées  plus 
à  l'est.  D'autre  part  l'indice  paléographique  dont  nous  nous  sommes 
servis  pour  déterminer  l'origine  italienne  de  certains  manuscrits  nous 
fait  ici  défaut.  En  etì'et,  l'écriture  usitée  en  Piémont  au  moyen-àge  se 
rapproche  beaucoup  plus  de  l'écriture  fran9aise  que  de  l'écriture  lom- 
barde, vénitienne  ou  bolonaise;  de  sorte  que,  en  l'absence  d'indica- 
tions  précises,  qui  sont  rarement  fournies  par  les  copistes,  on  est  exposé 
à  considérer  comme  écrits  en  France  ou  en  Savoie  des  livres  écrits  en 
Piémont.  L'iiistoire  de  la  pénétration  du  fran9ais  en  Piémont  demande 
à  étre  traitée  à  part. 

Nous  arriverons  à  compléter  et  à  préeiser  les  notions  résumées  dans 
les  pages  qui  précèdent  en  étudiant  les  oeuvres  fran9aises  non  plus 
seulement  transcrites,  mais  composées  en  Italie.  Cette  étude,  nécessai- 
rement  très  sommaire,  n'aura  nuUement  le  caractère  d'une  histoire  lit- 
téraire,  notre  but  étant  simplement  de  tixer  les  conditions  de  temps 
et  de  lieu  dans  lesquelles  le  fran9ais  a  été  employé. 

Quand  a-t-on  commencé,  au  sud  des  Alpes,  à  composer  en  fran- 
9ais?  Il  est  ditiicile  de  le  dire:  les  dates  mauqueut,  et  probablement 
aussi  les  premiers  essais.  Tout  ce  qu'on  peut  aflirmer,  e' est  que  les 
premiers  documents  connus  de  la  littérature  fi-anco-italienne  ne  sont 
pas  de  beaucoup  autérieurs  au  milieu  du  XIII"  siècle.  Il  ne  serait  pas 
moins  malaisé  de  décider  si  l'emploi  du  i'raii9ais  a  commencé  par  les 
vers  ou  par  la  prose.  Cette  recherche  aurait,  du  reste,  assez  peu  d'iu- 
téròt.  Il  est  bien  évident  que  les  Italiens  ont  dù  adopter  lusage  fran- 
yais  tei  quii  existait  de  leur  temps,  c'est  à  dire  qu'ils  ont,  selou  les 


—  78  — 

sujets,  emplojé  soit  la  prose,  soit  les  vers,  comme  on  faisait  en  France. 
Toutefois,  si  on  considero  qua  la  langiie  au  d"au  delà  des  Alpes  a  penetrò 
en  Italie  avec  les  récits  en  vers  colportés  par  les  jongleurs,  on  incli- 
nerà peut-étre  à  pensar  que  l'idiome  importa  flit  plus  probablement, 
à  l'origine,  applique  à  des  compositions  poétiques. 

Seulement,  s'il  en  fut  ainsi,  il  faut  reconnaìtro  que  ces  premières 
compositions  poétiques  ne  nous  sont  pas  parvenues,  ou  que  nous  ne 
sommes  pas  en  état  de  les  distinguer  et  de  les  rapporter  à  leur  date, 
car,  dans  l'état  de  uos  connaissances,  il  paraìt  bien  que  les  plus  an- 
ciens  écrits  franyais  dùs  à  des  Italiens  sont  des  écrits  en  prose.  C'est 
dono  par  ceux-là  que  nous  allons  commencer. 

11.  Le  plus  ancien  écrit  franyais  dù  à  un  Italien  et  date  qui  nous 
soit  parvenu  paraìt  etra  la  traduction  de  deux  traités  de  fauconnerie 
faite  par  un  certain  Daniel  de  Crémone  pour  le  fils  naturel  de  l'eni- 
perem-  Frédéric  II,  Enzio,  roi  de  Sardaigne  (1238-1249).  Le  manuscrit 
de  cetta  traduction  est  à  Venise,  San  Marco,  CIV,  7.  On  lit  dans  le 
prologue  que  les  originaux  de  ces  daux  traités  ont  été  écrits  en  hé- 
bren  par  «  Moamyn  "  et  par  «  Mestre  Tariph  de  Perse  »  ('),  qu'ils 
furent  translatés  d'hébreu  en  latin  par  maitre  Théodore,  par  le  com- 
mandement  de  l'empereur  Frédéric  IL  Daniel  de  Crémone,  qui  sa  dé- 
clare  modestement  «  de  povre  lectreiire  et  de  povre  science  »,  s'excuse 
d'avoir  entrepris  ce  travail,  bien  qu  il  soit,  dit-il,  «  greveuse  chose  à 
ma  langue  protl'ere  le  di'oit  franceis,  por  ce  que  Lombard  sui".  Sa 
langue.  cependant,  autant  qua  nous  en  pouvons  juger  par  le  peu  que 
nous  connaissons  de  sa  traduction  (-),  est  assez  correcte. 

Un  autre  traité  compose  pour  Frédéric  II  est  le  Liber  marescal- 
cice  de  Jordanus  Rufus,  calabrais  (^),  qui  l'ut  tiaduit  en  franyais,  en  pro- 
vanyal.  en  italien.  11  en  existe  au  moins  trois  traductions  franyaises  (^), 


(')  Voir  sur  ces  deux  écrivains  et  sur  les  traductions  qu'on  possedè  de  leurs 
a'uvres,  Zeitschr.  f.  rom.  P/iilolo(jie,  XII,  171-8. 

(«)  Voir  D.  CiAMi'OLi,  /  codici  francesi  della  R.  Bibl.  naz.  di  S.  Marco  »m 
Venezia  descritti  e  illustrati,  Venezia,  1897,  pp.  112-4.  Les  extraits  cités  dans 
cet  ouvraj^e  sont  imprimds  d'une  manière  très  fautive. 

(3)  Voir  pour  les  éditions  du  texte  latin  et  des  versions  italiennes  le  Manuel 
du  libraire  de  Brunet,  sous  Rukkus,  et  Zamhrini,  Le  opere  vohjari  a  stampa 
dei  sec.  XIII  e  XIV,  sous  Russo.  On  en  a  trouvò  rt'ceminent  une  version  sicilienno 
sur  laquellc  M.  le  prof.  Do  Gregorio  va  publier  une  noticc. 

(*)  Voir  Romania,  XXIII,  355,  et  la  notice  de  M.  E.  Langlois  sur  le  ms. 
Vat.  Re^'.  1212,  dans  les  Notices  et  extraits  des  manuscrits,  XXXIII,  2^  partic,  p.  100. 


—  79  — 

dont  l'ime  nous  est  parvenue  par  une  copie  eiécutée  en  Italie  à  la 
fin  du  XIIP  siècle  ou  au  commencement  du  XIV*.  Elle  est  en  assez 
bon  fran9ais  :  toutefois  certaines  expressions  plutót  italiennes  que  fran- 
9aises  me  portent  à  croire  qii'elle  a  été  non  seiilement  copiée  mais 
encore  composée  en  Italie  (').  Mais,  jusqu'à  présent,  tout  indice  de  la 
date  nous  manque. 

11  paraìt  légitime  de  piacer  vers  le  milieu  du  XIIP  siècle  une 
compilation  medicale  en  quatre  livres,  rédigée  en  franr-ais  par  un  mé- 
decin  Horentin  ou  siennois  appelé  Aldebrand  ou  Hallebraadin.  Les  ma- 
nuscrits  ne  sont  d'accord  ni  sur  le  nom  de  l'auteur,  ni  sur  le  titre  de 
l'ouvrage,  ni  sur  les  circonstances  dans  lesquelles  il  fut  compose.  Si 
on  laisse  de  coté  diverses  copies  qui  n'ont  ni  titre  ni  prologue,  on 
trouve  d'abord  quatre  manuscrits  pourvus  d'un  prologue  où  il  est  dit 
que  n  Maistre  Alebrans  de  Florence  "  fit  ce  livre  en  1256,  à  la  re- 
quéte  de  Béatrix  de  Savoie,  femme  de  Raimon  Bérenger  IV  corate  de 
Province,  mère  de  Marguerite  femme  de  saint  Louis,  d'Eléonore  femme 
de  Henri  III  d'Angleterre,  de  Sancia  femme  de  Richard  d'Angleterre, 
corate  de  Cornouailles,  et  de  Béatrix  femme  de  Charles  d'Anjou  (*). 
Ce  sont  là  des  renseignements  précis  et  qui  paraissent  digues  de  con- 
fiance,  d'autant  plus  que  les  manuscrits  qui  contiennent  ce  prologue 
sont  de  la  fin  du  XIIP  siècle  ou  du  coraraencement  du  XIV^.  Une 
autre  copie  (■')  porte  que  le  traité  fut  traduit  du  latin  par  ordre  de 
la  reine  Bianche,  mère  de  saint  Louis,  ce  qui  ne  contredit  pas  Tindi- 
cation  donnée  par  les  quatre  copies  précitées.  Le  ms.  Bibl.  nat.  fr.  2022 
appelle  l'auteur  «  médecin  du  roi  de  Franco  « ,  ce  qui  est  d'accord  avec 
l'ancienne  édition  citée  plus  bas.  Le  roi  de  France  ne  peut  ètre  que 
le  tìls  de  la  reine  Bianche,  saint  Louis.  D'autre  part  deux  raanuscrits, 
qui  ne  sont  à  la  vérité  que  du  XV*"  siècle,  ont  un  prologue  entière- 
ment  ditférent,  et  qui  ne  peut  éraaner  de  l'auteur,  où  il  est  dit  que 
Frédéric,  «■  qui  fu  jadis  eraperieres  de  Rome  et  fut  puis  coudampnez 
a  Lyon  sur  le  Rosne  de  pape  Innocent  en  concile  general ....  tist  cest 
present  livre  translater  de  grec  en  latin  et  de  latin  en  franyois,  et  le 
translata  raaistre  Halebrandis  de  Seenne;  et  fut  taicte  ceste  transla- 


(')  Lo  débnt  de  cotto  version  est  publié  dans  la  Romania,  X.XllI,  o5G. 

(2)  Paris,  Bibl.  nat.  fr.  2021  ;  Arsenal,  2814;  Rome,  Vat.,  Ro^».  1451:  Ashburn- 
ham,  coUection  Barrois  n°  2G5,  venda  en  1901  (n°  G  du  cataloiruo  de  vente).  — 
Ce  prolof^jue  a  été  publié  d'aprì-s  le  premier  de  ces  niss.  par  .Vd.  B.xrtoh.  I primi 
due  secoli  della  letteratura  italiana,  p.  91  ;  cf.  Storia  della  leti,  itai,  III,  l'J. 

(3)  Paris,  Arsenal,  2039.  fol.  179. 


—  so  — 


tion  en  l'an  de  l'incarnation  Nostre  Seigneur  Jhesu  Christ  mcc  xxxiii»(')- 
EutÌD,  CD  téte  du  ms.  Sloane  2435  du  Miist'^e  britaunique,  on  lit:  «  Chi 
comence  li  livres  pour  la  sante  garder  de  toiit  le  cors  ensemble  et  de 
cascim  membro  par  sol,  ke  maistre  Aldobrandins  de  Sieune  tìst  por 
Benoit  de  Florenclie  "  (-).  Le  nom  d'Alebrandin  do  Sionne  pourrait 
eucore  s'autorisor  de  lancionue  ver^iioii  italienue  de  Zucchero  Beuci- 
venni.  dont  plusieurs  extraits  oiit  été  publiés  (^).  Mais  ici  la  variété 
du  nom  est  insignitìante  ;  la  memo  porsonne  poiivait  tirer  son  siirnom 
de  deiix  villes  ditférentes  (').  La  ditteronce  des  titres,  <•  livre  de  phj- 
siqiie  ",  «  regime  de  sante  »,  etc,  est  aiissi  déniiée  d'importance:  ce 
que  nous  désirerions  savoir,  c'est  si  l'ouvrage  flit  compose  en  1256  ou 
en  1284.  poiir  Fródóric  II  ou  pour  la  reine  de  France  Marguerite,  ou 
pour  Bianche  do  Oastille,  la  belle-mère  de  coUe-ci.  La  balauce  poncho 
sensiblement  en  faveur  de  la  première  attribution.  En  ce  cas,  le  traité 
aurait  été  vraisemblablement  compose  en  France,  ce  qui  expliquerait 
la  qualité  de  "  médecin  du  roi  de  France  "  donne  à  l'autour  par  un 
des  manuscrits  et  par  l'ancienne  ódition.  Toutefois  il  n'est  peut-étre 
pas  impossible  de  concilier  ces  divergences.  Il  se  pourrait  que,  com- 
pose d'abord  à  la  demando  de  Frédéric  li,  le  traité  ait  ensuite  été 
présente,  avec  le  prologue  special  qui  manque  en  beaucoup  de  maiius- 
crit,  à  Marguerite  de  Provence  et  à  Bianche  de  Castille.  Peut-étre 
móme  a-t-il  été  offort  aussi  à  ce  Benoit  de  Florence  inconnu,  men- 
tionné  en  un  de  nos  manuscrits.  Notons  en  passant  que  nous  avons  à 
Paris  (Arsenal  2511)  une  copie  faite  en  Italie  au  XIV  siede.  Elle  est 
dépourvue  de  prologue  {•'). 


(>)  Lìttró,  dans  VHistoire  litléraire  de  la  France,  XXI,  416,  d'apròs  le  iiis. 
de  la  Bibl.  nat.  de  Paris,  fr.  1288.  Antro  ms.  avec  le  mème  prologue,  Vatican, 
Reg.  1334. 

(*)  C'est  à  peu  près  (sauf  la  fin)  le  titre  de  l'ancienne  óditinn  (vers  1480, 
voir  Bru.net,  Manuel,  sous  Aldebrandin):  «Le  livre  poor  la  sante  du  corps 
garder  et  de  chascun  nienibre  pour  sui  garder  et  conserver  la  sante  »,  et  à  la  fin: 
«  Ci  finist  le  livre  que  maistre  Aldobrandin  fist  a  la  requeste  du  roy  de  France 
pour  la  conservation  de  la  sante  du  corps  huinain  «. 

(3)  Voir  Zambhim,  Le  opere  volgari  a  stampa,  sous  Ai.dourandino  da  Siena. 

{*)  Il  n'y  a  aucun  compte  à  tenir  de  l'attribution  à  Ricbard  de  Fouruival 
fi'urnie  ])ar  une  copie  écrite  en  .\iigleterre  à  la  fin  du  XIV^  siede  (Musée  bril., 
Sloane  280G). 

(^)  Sur  l'identité  possible,  mais  nullement  demontrt'e,  du  médecin  Aldcbran  de 
Sienne  ou  de  Florence  avec  un  «  .Mdobrando  da  Siena  ",  dont  quelques  poesies 
italienncs  sont  conservc'es  dans  un  ms.  des  Archivos  d'Etat  de  Florence,  voir  Ad. 
Uartoli,  /  viaj/f/i  di  Marco  Polo,  ]>.  l.\ij-lxv. 


—  81  - 

Entre  les  Lombards,  comme  on  disait  jadis,  qui,  avant  le  milieu 
du  Xlir-  siècle,  firent  usage  de  la  langue  franyaise,  et  tout  au  pre- 
mier rang,  tapt  pour  l'importance  historique  que  pour  le  mérite  litté- 
raire,  il  faut  mettre  un  écrivain  qui  fut  bon  guerrier,  bon  légiste,  et 
diplomate  habile,  qui  eut  une  valeur  réelle  comme  historien  et  comme 
moraliste,  qui  peut  méme  prétendre  au  renom  de  poète.  Je  veux  parler 
de  ce  Philippe  de  Novare  qui,  né  vers  1195,  écrivit,  entre  1243  et 
1247,  l'histoire  de  la  guerre  de  Frédéric  II  et  de  Jean  d'Ibelin,  sei- 
gneur  de  Baruth  ('),  plus  tard  le  Traile  de  forme  de  "plaid  et  des  us 
et  eouslumes  des  Assises  d'Oulremer  et  de  Jherusalem  et  de  Cypre  (-), 
et  enfio,  dans  sa  vieillesse,  vers  1265,  l'aimable  livre  des  Quatre  lemps 
de  l'àge  de  l'homme  (•^),  sans  parler  de  nombreuses  poésies  dont  quel- 
ques-unes  seulement  nous  sont  parvenues.  Longtemps  on  l'avait  con- 
sidéré  comme  franyais,  l'erreur  d'un  copiste  ayant  déguisé  sa  personna- 
lité  sous  le  nom  de  Philippe  de  Navarre:  c'est  à  Gaston  Paris  qu'ap- 
partient  le  mérite  d'avoir  rétabli  son  surnom  de  Novare,  et  de  lui  avoir 
rendu  sa  nationalité  ('').  Disons  cependant  que,  pour  étre  né  en  Lom- 
bardie, Philippe  de  Novare  n'en  appartient  pas  moins  à  la  littérature 
franyaise,  puisqu'il  passa  presque  tonte  sa  vie  en  Terre  Sainte  et  en 
Chypre,  dans  un  milieu  franyais,  et  qu'il  fait  assez  voir,  par  les  cita- 
tions  et  les  allusions  littéraires  qui  abondent  en  certains  de  ses  écrits, 
que  son  éducation  avait  été  purement  franyaise. 

Brunetto  Latini,  dont  on  cite  ordinairement  le  Trésor  comme  une 
preuve  de  l'usage  du  francais  par  les  Italiens,  ne  doit  pas  étre  allégué 
ici,  car,  si  la  phrase  célèbre  «  por  ce  que  la  parleiire  est  plus  delitable 
et  plus  commune  a  toutes  gens  »  prouve  l'estime  en  laquelle  on  teuait 
notre  langue,  elle  ne  prouve  rien  en  particulier  pour  l'Italie,  d'autant 
que  l'auteur  a  bien  soin  d'ajouter  un  autre  motif  pour  justifier  le  choii 
du  franyais:  c'est  qu'il  écrit  en  France.  Martino  da  Canale  a  pour  notre 
recherche  une  bien  autre  importance.  11  était  véuitien;  il  écrivait  sa 
Chronique  des  Vénitiens  (vers  1275)  à  Veuise,  pour  ses  compatriotes, 
et  il  n'hésita  pas  à  l'écrire  en  franyais,  répétant,  avec  une  légère  va- 

(')  Fait  partie  de  la  compilation  publiée  par  M.  G.  Raynaud  sous  le  titrf 
(le  Gesles  des  Chiprois.  Genève,  1887,  Socifté  de  l'Orient  latin. 

(*)  Imprimé  par  Beugnot  dans  les  Assiscs  de  Jt'rusaU'in  (in  fol ,  li?-ll,  pu- 
blication  de  l'Académie  dos  Inscriptions  et  BcUes-lcttres). 

(3)  Piiblié  en  1888,  par  la  Società  dos  aiicions  textos  francais  par  M.  M.irocl 
de  Fróville. 

(♦)  Romania,  XIX,  00;  ci",  nne  autre  etude  du  nu-nie,  intitulée  Les  mémoires 
de  Philippe  de  Xouare,  dans  la  Revue  de  VOrient  latin,  IX.  lOJ. 

Sezione  III.  —  Storia  delle  LetleralHi't  " 


—  82    - 

riante,  la  parole  de  son  contemporaiu  Brunetto  Latini:  ^  por  ce  que  la 
len«,'ue  franceise  cort  parmi  le  monde  et  est  (la)  plus  delitable  a  lire 
et  a  oir  que  nule  autre  " .  Sa  langue  est  du  reste  rolativemeut  pure. 
Si  l'on  met  à  part  Brunetto,  vivant  ìi  Paris,  et  Philippe  de  Novare, 
qui  passa  la  plus  grando  partie  de  son  existeiico  panni  des  gens  de 
FrancL',  on  peut  dire  quo  Martin  da  Canale  lìit,  entro  los  Italions  qui 
écrivirent  en  fraujais,  l'un  de  ceux  dont  la  langue  est  la  plus  cor- 
recte.  Il  ne  se  contentait  pas  d'écrire  en  prose;  il  se  luélait  aussi  de 
».  trouver  »  en  vers:  sa  prióre  h  saint  Marc,  patron  de  Venise,  est  d'une 
bonne  facture,  et  les  fautes  qu'on  3'  peut  relever  peuvent  ótre  avec 
probabilité  attribuées  à  l'iuattention  du  copiste  qui  nous  a  conserve 
l'uniquo  copie  de  la  Clironique  des  Vénitiens. 

Od  peut  classer  ici  uno  sorte  d'euseigneuiont  inorai  quo  nous  a 
conserve  un  ms.  de  Vienne  date  de  1287.  L'auteur,  un  cortain  ^  Enan- 
cliet  »  ou  "  Annanchot  "  (car  le  nom  se  trouve  écrit  des  deux  fa^ons), 
sur  lequel  nous  n'avons  aucune  Information,  s'adresse  à  son  tils,  à  qui, 
dans  une  première  partie,  il  donne  de  sages  instructions.  La  seconde 
partie.  qui  forme  peut-étre  un  ouvrage  distinct,  est  intitulé  «  la  doc- 
trine  d'amor  ",  et  n'est  qu'une  traductiou  partielle  du  célèbre  Tractalus 
amor/s  d'André  le  Cliapolain.  Cortainos  particularités  du  langage  don- 
nent  à  croire  que  l'auteur  était  lombard  ou  vénitieu  ('). 

Vénitien  aussi  était  Marco  Polo  qui,  en  1298,  dieta  dans  la  pri- 
son  de  Génes  ses  merveilleux  voyagos  à  Kusticien  de  Pise.  La  rédaction 
appartient  visiblcmeut  à  ce  dernier  qui,  dans  le  prologue  où  il  se 
nomme  a  reproduit  la  forme  méme  du  préambule  que  vingt-cinq  ans 
plus  tot  il  avait  mis  en  tote  d'un  abrégé  de  certains  roraans  de  la 
Table  ronde  fait  apparemmont  pour  Edouard  I  d'Angleterre,  au  temps 
(1270-1271)  où  celui-ci,  non  encore  roi,  se  rendit  à  la  Croisade  (-). 
La  langue  de  cet  abrégé,  qui  commenco  par  l'histoire  de  Méliadus  et 
de  Guiron  le  courtois,  paraìt  sans  doute  fort  ditì'érente  de  celle  des 
Voyages  de  Marco  Polo.  Mais  il  n'y  a  lù,  qu'une  simple  apparence. 
Les  Voyages  de  Marco  Polo  nous  sont  parvenus  par  un  uuiiiuscrit  ita- 

(')  Voir  Ad.  Mi  ssakia.,  daiis  Comptes-rendus  de  VAcad.  de  Vienne,  ci.  de 
jihil.  et  d'hist.,  XXXIX,  546-53  (1862);  Wolk,  Memoires  do  la  muine  Acadéniie, 
XIII,  l'-'-'^  jiartie,  p.  178;  Rajna,  Studi  di  FU.  rom.,  V,  208.  —  Il  y  a  cnviron 
25  ans,  M.  MussaJia  avait  coiinm'iicé  riiiipression  ile  l'opusculo  d'Eiianclict.  Il  Ta 
interroinpu  à  la  requéte  d'un  collòfjue  qui  se  réserve  d'en  faire  un  jour  l'édifioii. 

(*)  Voir  Ad.  BARTOi.t,  /  viaggi  di  Marco  Polo,  ]>.  Ivj.  Cf.  P.  I'akis,  JI/o- 
nuscrits  franfois  de  la  Bill,  roy.,  TI,  356.  et  Wakd,  Calai,  of  romances  in  the 
drp.  of  mss.  in  the  British  Afuseum,  l,  367. 


-  83  - 

lien  (')  et  dans  la  forme  méme  (sauf  qnelques  détails  d'écriture)  que 
leur  a  donnée  Rusticien,  tandis  que  les  fragments  qu'on  a  publiés  de 
MeLiadus  sont  tirés  de  manuscrits  exécutés  en  Franca  et  où  la  lan- 
gue  de  l'auteur  a  été  plus  ou  moins  corrigée.  Que  l'on  prenne  un  ma- 
nuscrit  fait  en  Italie,  et  on  verrà  la  ditìérence  disparaitre  (-').  Nous 
savons  peu  de  chose  de  l'histoire  de  Kusticien.  Nous  pouvons  supposer, 
toutefois,  quii  avait  séjourné  dans  le  nord  de  l'Italie  et  peut-étre  en 
France,  car  qe  nest  vraisemblablement  pas  à  Pise,  en  pays  toscan, 
qu'il  eùt  pu  se  familiariser  avec  la  langue  francyaise. 

Si  nous  avons  peu  de  renseignements  sur  Rusticien  de  Pise,  nous 
n'en  avons  aucun  sur  l'écrivain  italien  qui  mit  en  fran9ais,  pour  un 
cointe  de  «  Militrée  » ,  qu'on  n'a  pas  encore  réussi  à  identitier,  la  chro- 
nique  d'Isidoro,  celles  d'Eutrope  et  de  Paul  Diacre,  et  entin  la  chro- 
nique,  perdue  en  originai,  d'Aimé,  moine  du  Mont-Cassin,  sur  les  Nor- 
mands  d'Italie,  jusqu'en  1078  (^).  Cotte  traduction  a  peut-étre  été  faite 
dans  le  rovaume  de  Naples,  qu'elle  devait  intéresser  particulièrement. 
Elle  est  d'un  style  très  lourd  et  d'une  langue  très  incorrecte.  On  peut 
l'attribuer  à  la  seconde  moitié  du  XIIP  siècle. 


(')  Paris,  Bibl,  nat.  fr.  1116,  public  en  1824  par  la  Société  de  géo^aphie; 
■extraits  dans  l'appendice  aux    Viaggi  di  Marco  Polo,  édition  Bartoli. 

(*)  Voici,  come  preuve,  le  prologue  de  Meliadus  d'après  un  ms.  (Bibl.  nat. 
fr.  1463)  exécuté  en  Italie  et  probablement  à  Génes.  L'écriture  parait  ótre  de  la 
fin  du  XlIJe  siècle  :  «  Seingneur,  enperaor  et  rois  et  princes  et  dux  et  quens  et  baronz, 
civalier  et  vauvasor  et  borgiois,  et  tous  le  preudome  de  ce  monde  que  avés  talenz 
de  delitier  voz  en  romainz,  ci  prenés  ceste  et  le  feites  lire  de  chief  en  chief;  »i 
i  troverés  toutes  lez  granz  aventures  qui  avindrent  entre  li  chevaliers  herrant  don 
tenz  li  roi  Huterpandragon  jusque  au  tenz  li  roi  Artus  son  fis,  et  des  compains 
de  la  table  reonde.  Et  sachiez  tot  voirement  que  cestu  romainz  fu  treslaités  dou 
livre  monseingneur  Odoard  li  roi  d'Engleterre  a  celui  tenz  qu'il  passe  houtre  la 
mer  en  servise  nostre  sire  Damedeu  pour  conquister  le  Saint  sepoucre,  et  maistro 
RusTiciANS  de  Pise,  liquels  est  imaginés  desoure,  compilé  ceste  romainz,  car  il  en 
treslaité  toutes  les  tres  mervillieuse  novelles  qu'il  truevé  en  celui  livre  et  traitcra 
tot  sonmeoinant  de  toutes  les  granz  aventures  dou  monde  ;  mais  si  sachiez  qu'il 
traitera  plus  de  monseingneur  Lanselotli  o  dou  Lac  et  de  monseingneur  Tristam.  le 
fiz  au  roi  Meliadus  de  Lconois  que  de  nul  autre,  por  ce  que  san  faille  il  furent 
li  meillor  chevaliers  que  fussent  a  lour'tenz  en  terre.  Et  li  maistre  dira  de  ci>t 
deus  plusor  choses  et  plusor  battailles  que  furent  entr'aus  que  ne  trueverés  escrit 
en  trestous  Ics  autres  livres,  pour  ce  que  li  maistre  le  truevé  escrit  en  livre  dou 
roi  d'Engleterre... 

(3)  Ce  dernier  ouvrage  a  été  publié  deux  fi>is:  en  dernier  lieu  par  Tabi»- 
Delarc,  Ystore  de  li  Normant  par  Aitné,  évéque  et  moine  au  .ì/ont-Cassin, 
Kouen,  1892. 


—  84   - 

Cesi  à  la  luéme  epoque,  et  à  l'Italie  septentrionale  qu'il  convient 
de  rapporter  une  petite  composition  franvaise,  qui  n'a  étó  jusqu'à  pré- 
seiit  sigiialée  qu'en  passant,  ilaiis  uu  opuscule  de  circoiistauce  ('),  et 
qui  n'est  pas  sans  intérét  pour  l'histoire  de  la  littórature  toscane  du 
XI IT'  siècle.  A  la  fin  de  ce  siècle  appartient  le  cnrieux  lecueil  de 
coates  rouiauesques  enipiuntés  Ji  des  sources  frauyaisos  et  proven^ales 
en  partie  perdues  (-),  que  Fanfani  a  publiés  en  1851  sous  le  titre  de 
Coiiti  di  antichi  cavalieri,  d'après  un  nis.  de  la  faniille  Martelli. 
Depuis  lors,  une  édition  plus  exacte  a  été  faite  du  nióme  texte  par 
M.  Pasquale  Papa  (•'),  et  un  deuxiènie  ms..  assez  sensiblement  diffé- 
rent  du  précédent,  a  été  découvert  à  la  Hibl.  nat.  de  Florence  ("'). 
Or  il  existe  de  plusieurs  de  ces  contes  un  texte  franyais,  assurément 
redige  dans  l'Italie  septentrionale.  Ce  sont  les  contes  numérotés,  dans 
Pédition  de  Fanfani,  XVI  (Cesar),  XVII  (Regulus),  XVIII  (Brutus), 
I-IX  (Saladin  et  le  jeune  roi),  XIX  (Bruner).  Ce  n'est  pas  ici  le  lieu 
de  discuter  les  questions  que  soulève  cet  opuscule:  je  me  contenterai 
d'eu  donner  en  note  un  court  échantillon  {•'). 

11  a  pii  arri  ver  que  le  mtMue  écrivain  se  soit  servi  de  la  laugue 
fran9aise  ou  de  son  dialecte  propre,  selon  les  personnes  pour  qui  il  écri- 


(')  Compose^  en  proven<;^al  et  tiri'  à  liG  cxemplaires,  à  l'occasion  du  premier 
inariage  de  <J.  Paris,  en  1885. 

(*)  Quelqnes-uns  de  ces  contes,  relatifs  à  l'histoire  romainc,  ont  une  source 
latine.  Vi>y.  E.  Monaci,  Sul  u  Liòer  ystoriarum  Romanorum  n ,  dans  Archivio 
della  li.  Società  Romana  di  Storia  patria,  XII  (1889),  176. 

(')  Giorn.  stor.  della  lett.  ital,  III.  102. 

(*)  Ibid.,  Vili,  487. 

(^)  Je  choisis  le  chap.  VI  de  Fanfani: 

liibl.  nat.,  fr.  686,  fol.  247.  Giorn.  stor.,  Ili,  202. 

Un  9or,  deniorant  le  roi  Jólians  con  Un  di,  stando  el  re  giovene  con  altri 

autres  cevaliers,  [vint]  dcvant  suen  pier  ;  cavaliere,  venne   donante  al    padre,  ed 

il  cstoit  jovne,  orni  clic  il  n'fstoit  ancor  era  anelli  giovene,  si  che  cavalieri  non 

chevalier.    Un  chevalier  molt  cremose-  era.    Uno   cavalieri    venne   denan^e    al 

ment  demanda  un  don  ao  roi.    Le  roi  padre  e  temorosamentc  li  domandò  un 

ne  respondoit,  ond  le   chevalier,  aten-  dono.  El  re  non  respondendo,  ci  cava- 

dant   la  response,  se   vergogna   davant  liere    molto  temorosainente  la  risposta 

lui.  E  li  chevaliers  che  estoient  au  roi  aspectando  stava  avaiite  lui.  K  cavalieri 

Johans  li  distrt-nt  tous  ensamble:  «  Voir  ch'erano  collo  re  gioveiie  l'ora  dissero 

est  che  la  gregnor  vergogne  don  monde  tucti:  «  Vero  ò  che  la  majure  vergogna 

est  a  chcrir  l'autrui  ».  Le  rois  Johans  rh'al  mondo   sia  è  da  dimandare  l'al- 

rcspondi:  «  fìrcgnor  vergogne  est  a  non  Imi  n.  El  re  giovcnc  rispuse:  «  Magiur 

doner  a  cui  hesogne  ».  vergogna  ì-  a  cui  bisongna  non  dar  lo  n. 


—  85  — 

vait.  Le  ms.  fr.  821  de  la  Bibliothèque  nationale  de  Paris,  écrit  dans 
le  nord  de  l'Italie  aiix  environs  de  l'an  1300,  renferrae,  entre  autres 
opuscules,  une  traduction  en  prose  de  la  Consolation  de  Boéce  dont 
l'auteur  s'exprime  ainsi  dans  son  préambule  :  «et  por  ce  lai  translaté 
en  vulgar  fran90is,  si  come  autrefois  l'ai  rais  (na  vulgar  latin  » .  Evi- 
demment  le   «  vulgar  latin  »   désigne  un  dialecte  italien  ('). 

12.  Bien  que  les  póèmes  franco-italiens  aient  été  l'objet  de  plu- 
sieurs  bons  travaux,  il  n'en  est  pas  moins  vrai  qu'il  est  difficile,  en 
certains  cas  impossible,  d'en  fixer  la  succession  dans  l'ordre  des  temps. 
L'état  de  la  langue  n'est  pas  ici  un  indice  sur,  puisqu'il  dépend  sur- 
tout  du  degré  d'instruction  des  écrivains,  et  par  conséquent  peut  va- 
rier  considérablement  à  la  méme  epoque  et  dans  le  mérae  pays.  Es- 
sayons  cependant  de  ranger  ces  poèmes  dans  l'ordre  de  leur  apparition. 

Le  ras.  3645  de  la  Bibliothèque  de  l'Arsenal,  dont  nous  avons 
parie  plus  haut  (§  8),  renferrae  trois  poèraes  en  franyais  :  1°  une  prióre 
à  Jésus-Christ,  à  la  Vierge  et  à  saint  Michel,  en  tirades  raonorimes 
coraposées  de  vers  alexandrins  ;  2°  un  poèma  sur  l'Antéchrist  et  le 
Jugement  dernier  en  vers  octosyllabiques;  3°  une  vie  de  sainte  Cathe- 
rine dans  la  méme  forme.  Le  premier  article  n'appartient  certainement 
pas  à  la  littérature  franco-italienne  :  c'estune  poesie  composée  en  France 
et  transcrite  par  un  italien.  Pour  le  second  poènie,  il  y  a  doute.  La 
langue  en  est  fort  correcte.  Ce  qui  pourrait  conduire  à  y  voir  l'oeuvre 
d'un  italien,  c'est  qu'il  est  précède  d'un  court  prologue  dont  l'auteur 
s'excuse  en  quelque  sorte  d'eraployer  le  fran9ais,  en  disant  qu'il  lui 
semblerait  étrange  de  ne  pas  se  servir  de  cotte  langue  qu'il  a  apprise 
en  son  enfance.  Quelque  opinion  qu'ou  adopte  sur  l'origine  du  poème, 
dont  nous  ne  connaissons  aucune  autre  copie,  ce  prologue  merita  d'etra 
imprimé  ici  : 

l'or  ce  que  je  say  le  franfois 
Et  que  je  soy  parler  aiifois 
Franchois  que  nul  altre  lengaje, 
Si  me  samble  straii<je  e  sauvaje 
De  ce  que  j'apris  eii  enfanve  (*) 
Laiser,  car  lo  Iaugai,'cs  de  Fraiive 
Est  (3)  tels,  qi  en  primer  l'aprent 
Ja  n'i  pora  mais  autremeiit 

(')  Om  peut  voir  sur  cotte  version  P.  Paris,  Manuscriti    frvncois,  V.  344-»^ 
et  L.  \)Ei.isLE,Biòlioth.  de  VEcole  des  eh.,  X\\l\  (1873),  16-7. 
(*)  Le  ms.  porto  De  ce  que  je  ai  pris  en  enfrance. 
(3)  Ms.  <-«. 


—  86  — 

Parler  ne  aiitre  lan^ue  aprendre. 
Por  ce  ne  me  doit  nus  reprendre 
Qui  m'oie  parler  en  franfois 
Que  j'apris  [a]  parler  anchois. 

Ces  vers,  un  peu  pónibles,  sont  bien  d'un  italien.  Le  poeinu  qui 
suit  a-t-il  la  mèiue  oritj^ine,  quoique  d'un  lueilleur  style?  Il  le  semble 
bieo,  puisque  l'auteur  du  prologue  se  donne  aussi  pour  l'auteur  du 
poèma.  Kn  outre  dès  le  premier  vers,  le  poète  insiste  sur  l'idée  qu'il 
f'crit  en  franyais: 

Or  vos  voil  en  fran(;ois  rctraliire 
'i'el  cliouse  qe  moni  pora  faire 
Grant  bien  a  ceus  qi  l'entendront 
Et  qi  en  memoire  tcndront 
L'istoire  qe  j'ai  en  talcnt 
A  dire  por  Deu  solement. 

Et  plus  loin,  indiquant  sommairement  les  sources  latines  oìi  il  a  puisé, 
le  poète  dit  : 

E  sai  ce  que  Sebile  eii  dit 
En  un  libre  qui  est  escrit 
A  Rome  o  je  l'ai  bien  veti. 

Ce  qui  donne  à  catte  composition  un  intérét  particulier,  c'est  que  uous 
savons  qu'elle  est  antérieure  à  1251.  A  la  suite,  en  etfet,  se  trouve 
l'explicit  transerit  plus  haut,  qui  vient  óvidemment  d'un  ms.  antérieur, 
la  copie  de  l'Arsenal  étant  des  dernières  années  du  XIIP  siècle  ou  du 
commencement  du  XIV''.  Evidemment  cet  eiplicit  a  été  copie  d'après 
le  ms.  qui  sarvait  de  modèle. 

La  vie  de  sainte  Catherine  qui  suit  est-elle  du  méme  auteur?  Je 
n'oserais  l'anirmer;  toutcfois  l'origine  italienne  n'en  saurait  étre  mise 
en  doute.  L'auteur  avait  trouvé  à  Rome,  dans  un  «  passionai  »,  la  ma- 
tière  de  son  récit  : 

Je  vi  a  gan  Silvestre,  a  Rome, 

En  un  passionai  escrite 

La  passion  tota  e  la  vite . . . 

En  col  tens  que  Ten  vos  a  dit, 

Si  com  je  trovai  escrit 

El  libre  que  je  vi  a  Rome  ... 

Jc  'ii'en  dirai  pas  plus  sur  catte  vie  de  sainte  Catherine,  dont  on  a 
publié  des  fragments  ('),  et  je  passe  à  des  poòmes  dont  la  langue  est 
plus  mélangée  de  formes  italiennes. 

(')  M.  le  ])r<'f.  iMi)ss.\FiA,  dans  son  mémoirc  Xur  A'alkarinenlegende  (ComitteB' 
rcndas  de  TAc.  deu  scienccs  de  Vienin-,  class,  de  i>liil.  et  d'iiist.,  !-X\V,  )>.  219), 


-  87  — 

Le  ms.  Bibl.  nat.  fr.  821,  déjà  citò  dans  les  pages  précédentes, 
renferme  (fol.  52  et  suiv.)  un  poème  sur  la  passion  du  Christ  que  pré- 
cède cette  rubrique  :  «  Ceste  est  la  ystoire  dou  nostre  seignor  Jhesu 
n  Crist,  et  coment  il  soufri  passion  et  torment  et  mort  por  sauvement 
«  de  la  humaine  generation,  et  por  gieter  les  armes  liors  dou  limbe 
«  d'enfer  qui  estoient  en  tenebres".  Les  vers  sont,  en  principe,  octo- 
sj'llabiques,  mais,  en  fait,  beaucoup  dépassent  cette  mesure.  Les  rimes 
manifestent  souvent  des  incorrections  dont  il  n'est  pas  pemnis  de  char- 
ger  le  copiste.  Une  courte  citation,  prise  du  commencement,  donnera 
une  idée  du  style  et  de  la  langue  de  l'auteur,  et  nous  fera  savoir 
qu'il  a  entrepris  cette  composition  en  l'honneur  de  sa  dame  : 

Celi  qe  sa  qe  tot  est  nient 

Se  no  a  servir  au  roi  omnipotent, 

M'a  fait  garder  en  ma  raemoire, 

Tant  ai  eslit  toutes  les  ystoire, 

La  plus  veraie  et  la  meilor  : 

Ce  est  celle  dou  nostre  seitrnor 

Jhesu  Crist,  le  douz  fil  Marie, 

Qi  a  dou  tout  sa  seignorie  ; 

Et  jou  por  li  espanderoie 

Avant  ce  que  je  savroie. 

Por  ce  qe  tuit  poissent  anprendre. 

Se  il  vuelent  garder  et  entendre  ; 

Et  se  il  ne  vuelent  je  n'en  pois  mais, 

Estier  tant  qe  je  prierais 

Le  douz  Seignor  por  sa  merce, 

Lequel  est  mais  que  nuls  hom  ne  ere 

Pleins  de  dou^or  et  de  fin  amor. 


Aisi  coni  l'ai  apris  en  la  scriture, 

L'ai  mis  en  roman  tout  a  droiture 

Por  la  meiiibrance  d'une  pucele 

Qi  est  franche,  cortoise  et  belle: 

Ce  est  ma  dame,  de  cui  hom  sui, 

Ca  ne  vois,  la  sage,  et  por  cui 

Avront  les  buens  joie  et  confort 

De  garentir  ses  armes  (s'armc?)  de  mort. 


Les  derniers  vers  sont  obscurs.  Que  signitie  ca  ne  vois?  Faut-il  lire 
[(/<?]   CancDois  (le  vers   serait  trop   long,  mais    ici    co   n"est   pas  une 


où  il  a  monfn''  que  cette  vie  (Vanco-italicnne  ctait  la  source  d'une  rédaction  ita- 
lienne  l'aite  au  XIV»  siede.  Et  depuis  on  oii  a  Iruuve  un  uutre  rifacimento  en 
italien  {Stutlj  di  filologia  romanza,  VIL  1). 


objection),  et  faut-il  siipposer  que  la  «  pucelle  »  dont  l'auteur  se  dé- 
clare  le  vassal  était  dame  du  Canat^ese?  Noiis  sijrnalous  ce  petit  pro- 
Meme  Il  l'attention  des  érudits  corapétents.  Bornous-nous  à  dire  que 
le  poèma  ne  peut  guère  étre  postérieur  ani  dernières  années  du  XIIP  sie- 
de, le  mauuscrit  étant  visiblement  du  commoiieement  du  XIV, 

Nous  connaistious  deux  autres  poèmes  franco-italiens  sur  la  Pas- 
siou  du  Christ:  l'un  par  Nicolas  de  Verone  sera  mentionné  plus  loin; 
il  appartient  vraisemblablement  au  milieu  du  XIV'^  siècle;  l'autre,  qui 
paraìt  étre  du  méme  temps  ou  un  peu  postérieur,  est  en  vers  de  dii 
syllabes  (sauf  nombreuses  irrégularités).  Il  est  parsemé  de  citations 
latines  et  la  langue  en  est  très  barbare.  Le  ms.  est  date  de  1371  ('). 

Nous  avous  maiiitenant  ù  énumérer  quelques  OMivres  profanes  qui, 
au  point  de  vue  de  l'bistoire  littéraire,  ollVent  plus  d'intérét  que  les 
compositions  religieuses. 

Nous  avons  vu  plus  baut  que  le  Roman  de  Troie,  par  Benoit  de 
Sainte  More,  avait  été  fort  répandu  eu  Italie.  C'est  comme  une  sorte 
d'appendice  à  ce  célèbre  poème  que  fut  compose,  apparamment  dans 
la  seconde  moitié  du  XII I"  siècle,  et  siìrement  en  Lombardie  ou  en 
Vénétie.  un  roman  en  vers  octosyllabiques  qui  peut  étre  intitulé  indif- 
féremment  roman  d'Hector  ou  roman  d'Hercule.  On  en  trouve  des  co- 
pies  à  Venise  (-),  à  Florence  (3),  à  Paris  ('),  à  Oxford  (•').  La  langue 
en  est  peu  correcte:  elle  l'est  cependant  plus  que  celle  de  la  plupart 
des  poèmes  que  nous  allons  passer  en  revue. 

L'epopèe  carolingienne,  de  bonne  heure  importée  de  France,  avait 
trop  vivement  frappé  l'imagination  des  Italiens,  pour  qu'on  n'essayàt 
pas  en  Lombardie  et  en  Vénétie  de  composer  de  nouveaux  poèmes  sur 
la  matière  de  Franco,  et,   uaturellement,  on   les   composa  d'al»ord  en 

(')  Venise,  San  Marco,  fr.  VI.  Vient  des  Gonzague  (n"  42  du  catal.  de  1407). 
Ad.  Keller  en  a  public  une  centaine  de  vers  dans  sou  Romvart,  pp.  23-26  et 
BoucHERiE  en  a  donne  le  teste  entier,  d'apròs  une  copie  fournie  par  l'abbé  Va- 
lentinelli,  le  conservateur  de  la  Marciana,  dans  lo  t.  I  de  la  Revue  des  lanques 
rornanes. 

Ci  San  Marco,  fr.  XVIII.  Vient  de  la  Bibliotliì-que  des  Gonzagnes  (catal. 
de  1407,  n"  29);  cf.  Romania,  IX,  509.  Le  poènie  a  Oté  piibli<^  d'après  ce  ms. 
par  A.  Bartoli,  [codici  francesi  della  Bibl.  Marciana,  p.  11  (Extrait  de  V  Ar- 
chivio veneto,  t.  HI).  Cf.  Gorra,  Testi  inediti  di  Storia  Troiana,  p.  204. 

(3)  Riccardiana,  2433. 

(*)  Bibl.  nat.,  fr.  821. 

(*)  Bodli'icnnc,  Canonici  mii^c.  450;  vi'ir  1'.  Mkyer,  Documents  mss.  de  Vane, 
littér.  de  la  France  conserot^s  dans  les  Ihòliothèqucs  de  la  Grande  Bretagne, 
pp.  159  et  245. 


-  89  - 

fran9ais.  Mais  les  «  troiiveurs  »  de  ces  pays,  qui  imitèrent  de  plus  oii 
moins  loin  nos  chansous  de  geste,  avaient,  pour  la  pliipart,  peu  de  ta- 
lent,  et  ne  possédaient  du  franyais  qu'une  connaissance  bien  superfi- 
cielle.  Après  tout  leur  languc  fortement  imprégnée  d'italien  devait  étre 
plus  intelligible  à  leurs  compatriotes  que  le  pur  fran^ais;  il  se  peut 
raérae  que  ce  jargon  liybride  ait  contribué  au  succès  de  ces  médiocres 
compositions  ('). 

On  peut  distinguer  ici  deux  classes:  1"  les  poèmes  qui  suivent  de 
plus  ou  moins  près  les  modèles  franyais,  qui  en  reproduisent  la  sub- 
stance  sous  une  autre  forme;  2°  les  poèmes  originaux  qui,  bien  qu'in- 
spirés  des  ceuvres  franyaises,  ne  sont  cependant  pas  dépourvus  d'inven- 
tion  (-).  Dans  la  première  classe  prend  place  le  ms.  fr.  XIII  de  Venise 
(première  moitié  du  XIV"  siècle),  maintes  fois  étudié  et  dont  on  a 
publié  ou  analysé  d'importauts  morceaux:  Beuve  cV Haastone  (•"'),  Berle 
au  grand  pied  (^),  Karlelo  ("'),  Berte  et  Milon  ('•),  Ogier  le  Danois  ("), 
Macaire  (^).  Dans  la  clasee  des  poèmes  yéritablement  originaux  il  faut 

(')  Dans  certains  poèmes  la  proportion  do  l'italien  (il  s'a^'it  bien  entendu 
de  l'italien  du  nord,  non  du  toscan)  est  notablement  plus  forte  que  celle  du  fran^ais. 
Telle  est  la  langue  de  certains  poèmes  religieux  publiés  par  M.  Ml'SSafia  dans 
ses  Monumenti  antichi  di  dialetti  italiani  (1864,  Académìe  de  Vienne). 

(*)  Voir  GijESSARD,  dans  la  Bibl.  de  VEcole  des  Charles,  4«  sèrie,  t.  Ili, 
p.  393.  La  description  donnée  par  Guessard  doit  ètre  complétée  par  les  observations 
de  G.  Paris,  Ilist.  poétique  de  Charlemagne,  p.  166  et  suiv. 

(3)  G,  Paris  i,Hist.  poét.  de  Charl.,  p,  166)  croyait  que  ce  poèrae  était  la 
transcription  d'une  chanson  de  geste  franfaise,  mais  M.  Rajna  a  mentre  que  c'était 
le  remanienient  très  libre  d'une  ancienne  rédaction  fran(;ai&e,  et  non  une  copie. 
{Rivista  filolof/ico-letteraria,  t.  II,  p.  65  et  suiv.;  Ricerche  intorno  ai  Reali  di 
Filanda,  I,  141).  Des  frusjments  d'une  autre  rédaction  franco-italienne  ont  été 
trouvés  à  Udine  et  à  Florence  (le  fragment  de  Florence  est  plus  italien  que  celui 
d'Udine)  et  ont  été  publiés  par  M.  Rajna,  Zeitschr.  /'.  rom.  PhiL,  XI,  152  et  suiv. 

(*)  Poème  publié  par  M.  Mussafia,  Romania,  III,  339. 

(*)  Remanienient  d'un  poème  francjais  de  Mainet  dont  nous  n'avons  plus  que 
des  fragments.  Voir  G.  Paris,  Ilist.  poét.  de  Charl.,  p.  169.  et  Romania,  IV,  307. 
Le  Karleto  a  étó  analysé  en  détail  par  M.  Rajna,  dans  un  article  {La  leggenda 
della  gioventù  di  Carlo  Magno)  de  la  Rivista  filologico-letteraria,  II  (1872),  65. 

(«)  G.  Paris,  Ilist.  poH.  de  Charl.,  p.  170. 

(^)  Voir  Rajna,  Romania,  II,  153  et  suiv. 

(*)  Poènie  publié  ])ar  ]\I.  Missakia  {Altfranzhsisehc  Gedichte  aus  ]'ene-sia- 
ìiischen  //andschriften,]W"ìen,  ISdl)  et  par  Gukssakd,  dans  le  Re--ued  des  anciens 
poHes  de  la  France,  t.  IX,  1866.  Guessard  croyait  que  le  teste  do  Venise  était 
simplement  la  copie  dénatnrée  d'un  poème  franrais,  et  il  en  a  en  conséquence 
tenté  la  restitution  en  regard  du  texte  l'ranco-it..lien;  mais  cette  restitution  inème, 
qui  contieni  dos  rimes  tout  à  fait  inadniissibles,  prouve  que  la  le«,'on  de  Venise 
était  un  remanienient  très  libre  ot  non  dépourvu  d'originalité. 


—  90  — 

ranger  Y  Entrée  de  Spagne,  par  un  padouan  anonyme  ('^,  et  sa  conti- 
Duation,  la  Prise  de  Pampeluiie,  par  Nicolas  de  Verone  (-').  Ce  Nicolas 
est,  entre  les  aiiteurs  de  poèmes  franco-italiens,  celui  sur  lequel  nous 
possédons  le  plus  de  renseignements  précis.  Nous  savons  qu'il  composa 
un  poème  sur  la  passion  dn  Christ,  au  début  duquel  il  fait  une  vague 
allusion  à  de  précédents  oiivrages  coniposés  par  Ini  en  tVanyais  : 

Seignour,  je  vous  ai  ja,  pour  vers  e  pour  sentance, 
Contié  maintes  istoires  en  la  lingue  de  foranee  (•''). 

Mais  il  a  compose  un  troisième  poème,  la  Pharsale  (■*),  oìi  il  a  eu  le 
bon  esprit  de  nous  donner  des  détails  circonstanciés  sur  lui-mOme.  Il 


(')  Poòme  analysé  par  L.  Gautier,  BiblwthPque  de  VEcole  des  Charles, 
4*=  sèrie,  t.  IV,  p.  217.  Une  <5dition  de  cet  ouvrage  sera  publiée.  prochainement 
par  la  Sociétó  des  anciens  textes  fran<;ais.  L'unique  nis.  qui  en  subsisto  est  le  ms. 
fr.  XXI  de  San  Marco  qui  vient  des  Gonzagues  (catal.  de  1407,  n°  63).  Les  Gon- 
zagues  possédaient  deus  autres  mss.  du  méme  poème  (u°^  54-57)  que  nous  n'avons 
plus.  Les  n°s  54-56  (dans  l'ordre  suivant:  56,  55,  54)  formaient  un  seul  exemplaire. 
Voir  A.  Thomas,  Nouvelles  recherches  sur  VEntrée  de  Spagne,  Paris,  1882,  p.  34. 

(*)  Venise,  San  Marco,  fr.  V,  ms.  Gonzague  (catal.  de  1407,  n"  58).  G.  Paris 
a  crii  que  ce  i)ocuie  et  VEntrée  de  Spagne,  étaient  du  méme  auteur  qu'il  appelait 
Nicolas  de  Padoue  [Hist.  poét.  de  CliarL,  pp.  173-4),  se  fondant  sur  une  identite 
du  langage  qui  est  purenient  imaginaire.  Cette  opinion  fut  aussitòt  contestée  par 
des  arguments  dócisifs  (P.  Meyer,  Recherches  sur  Vépopée  francaise  dans  la  BibL 
de  VEcole  des  Charles,  6*^  sèrie,  t.  Ili,  p.  312-015).  Dcpuis,  M.  Thomas  a  prouvé 
définitivement  ([ue  les  deus  j)oèmes  sont  de  deu-v  autturs  bien  distincts;  le  poeto 
de  Entrée  d' Espagne  était  de  Padoue  et  a  gardé  l'anonyme  ;  le  poète  de  la  Prise 
de  Pampelune  était  Nicolas  de  Verone  {Nouvelles  recherches,  etc,  p.  15  et  suiv.; 
cf.  le  compte-rendu  de  ce  mémoire  par  G.  Paris,  Romania,  XI,  147). 

(3)  Le  manuscrit  unique  de  cette  Passion  vient  des  Gonzagues  (n"  8  du  catal. 
de  1407).  A  la  suite  de  vicissitudes  qui  ne  nous  sont  pas  conuues,  il  était  entrò 
dans  la  Hibliothéque  de  feu  Rouard,  conservateur  de  la  Bibliothéque  Méjanes,  à 
Aix  en  Provence.  Je  l'eus  quelques  jours  entre  les  mains  lors  de  la  vente  des 
Jivres  de  Rouard  en  1879  (n°  1479  du  catalogue  de  vente,  chez  Morgand  et  Fatout) 
et  j'en  copiai  les  195  premiers  vers  que  M.  Thomas  a  ])ubliés  dans  ses  Nouvelles 
recherches  sur  VEntrée  de  Spagne,  p.  23  et  suiv.  Il  a  été  achcté  en  1893  par  la 
Marciana,  voir  Ciampi-i,  /  rodici  francesi  della  R.  liiblioteca  di  San  Marco,  p.  172. 

(■♦)  Le  inanu.scrit  ajipartient  à  la  Bibliothéque  de  Genève.  Il  avait  autrefois 
fait  partie  de  la  collection  des  Gonzagues  (n°  li).  Voìr  Die  Pharsale  des  Nicolas 
von  Verona,  von  H.  Wahle,  Marburg,  1888,  et  cf.  A.  Thomas,  Romania,  XVIII,  104. 
La  publication  de  la  Pharsale  a  été.  pour  M.  le  prof.  V.  Crescini,  l'occasion  de 
nouvelles  recherches  sur  Nicolas  de  Verone.  D'un  document  publié  par  ce  savant 
il  résulte  que  cct  écrivain  était  «  legum  doctor  «  et  faisait  partie  du  collège  des 
juristes  de  Padoue  (Di  Nicolo  da  Verona,  dans  les  Atti  delVlstiluto  Veneto  di 
scienze,  lettere  ed  arti,  7«  sèrie,  t.  VIII). 


-  91   - 

noiis  apprend  en  effet  qu'il  a  compose  la  Pharsale  en  1343  poiir  son 
seigneur  Nicolas  d'Este  (f  1345).  Il  écrivait  donc  dans  la  première 
moitié  du  XIV®  siècle,  et  par  suite  nous  devons  admettre  qua  V  En- 
trée de  Spagne,  qu'il  a  entrepris  de  continuer,  devait  étre  quelque  peu 
antérieure. 

En  1358,  quinze  ans  après  l'epoque  où  Nicolas  de  Verone  dédiait 
sa  Pharsale  à  un  prince  de  la  maison  d'Este,  un  autre  Nicolas,  ce- 
lui-ci  surnommé  de  Casola,  notaire  bolonais,  otfrait  à  Aldobrandino  III 
d'Este  son  vaste  poèma  d'Attila,  en  un  franyais  étrangement  corrompa, 
connu  jusqu'à  présent  par  de  courts  extraits.  mais  sur  lequel  M.  Giulio 
Bertoni,  de  Modène,  annonce  une  publication  prochaine  ('). 

Il  est,  dans  l'état  actuel  de  nos  connaissances,  assez  difficile  de 
classer  le  poème  de  Huon  d'Auvergne  (ou  de  Ugo  d'Alvergna)  dont 
il  nous  est  parvenu  deux  rédactions  franco-italiennes.  La  première  est 
conservée  en  deux  mss.  :  l'un,  le  plus  ancien  (il  est  date  de  1341)  et 
le  meilleur,  fait  partie  de  la  coUection  Hamilton  à  Berlin  (-),  l'autre 
appartient  à  la  Bibliothèque  nationale  de  Turin  (^).  Ces  deux  mss.  iie 
renferment  que  la  seconde  partie  de  l'ouvrage.  L'autre  rédaction  est 
représentée  par  un  ms.  de  Padoue  (^).  Assurémeut  ce  poème  est  imité 
d'un  originai  fran9ais,  sur  lequel  nous  possédons  divers  témoignages. 
Il  y  a  plus:  le  remanieur  italien  cite  l'auteur  de  cet  originai,  un  cer- 
tain  Odinel  (•'■),  mais  dans  quelle  mesure  a-t-il  imité,  dans  quelle 
mesure  a-t-il  fait  oeuvre  personnelle,  nous  ne  pouvons  le  savoir,  puisque 
le  poème  fran9ais  est  perdu. 

(■)  La  Biblioteca  Estense  e  la  coltura  ferrarese  ai  tempi  del  duca  Ercole  I, 
Torino,  1903,  p.  5,  note  3.  Signalé  au  XVIIP  siècle  par  Quadrio,  Storia  e  ra- 
gione crogni  poesia,  IV,  588,  puis  par  Tiraboschi,  ed.  de  Milan,  V  700,  le  ms. 
unique  de  ce  poème,  qui  appartient  à  la  Bibliothèque  d'Este,  à  Modène,  a  étt- 
décrit  par  P.  Heyse,  Romanische  inedita  aus  italicnischen  Bibliotheken,  Berlin, 
1856,  p.  163;  et  par  M.  J.  Camus,  Revue  des  lani/ues  romanes,  4*=  serie,  t.  IV, 
p.  185.  Un  épisode  en  a  été  public  par  M.  Fr.  d'Ovidio,  //  pad i(/l ione  di  Foresto, 
dall'Attila  flagellum  Dei,  poema  di  Niccolò  da  Casola,  bolognese.  Imola,  1S71, 
per  nozze  d' Ancona-Nissim. 

(2)  C'est  un  ms.  Gonzague:  n"  21  du  catal.  de  1407  (Roviania.W,  b08).  Il 
a  été  l'objet  d'une  nutice  par  M.  Tobler,  Oomptes-rendus  de  l'Ac.  de  Berlin,  classe 
de  phil.  et  d'hist.,  sé:uice  du  29  mai,  1884.  Ci".  Rajna,  Zeitschr.  f.  rom.  Phtl.  XI, 
157,  note  1. 

(=•)  Etudié  par  M.  C.rap,  Giornale  di  filologia  romanza,  1,  92,  à  une  epoque 
où  le  ms  Hamilton  n'avait  pas  encore  été  signalé.  Cf.  Ci.  Pari.^.  Romania,  VII,  626. 

{*)  Voir  Crescim,  Propuijnatore,  XIII,  2.  Une  édition  de  lluon  dWuveriint-, 
par  M.  Crescini,  a  été  aniioncóe  jadis,  Giorn.  stor.  della  letterat.  italiana,  III.  t75. 

(5)  Tohler,  Ménioire  cité,  p.  617  (p.  13  du  tirage  i\  part). 


-  92  — 

La  méme  questiou  se  pose  pour  le  lìainaldo  e  Liseìigrino  public 
par  M.  Teza,  d'apròs  un  ms.  Canonici  de  la  Bodléienne  (Pise,  1869), 
et  dont  une  autre  rédactiou  a  été  publiée,  eu  1879,  par  M.  Putelli, 
d'après  uu  ins.  d'Udine  (').  Le  premier  de  ces  textes  est  déjà  à  peu 
près  aussi  italien  que  franyais:  le  second,  qui  a  conserve  plus  ou  nioins 
modifiés  beaucoup  de  vers  du  premier,  est  presque  totalement  italien, 
ou,  pour  parler  avec  plus  de  précision,  vénitien.  Nous  avons  là  un  curieux 
exemple  (et  ce  n'est  pas  le  seul)  du  peu  de  stabilite  de  ces  textes 
franco-italiens,  que  les  copistes  tendaient  à  rapprocher  de  plus  en  plus 
du  diak'cte  locai.  Il  est  certaiu  que  ces  deux  rédactions  reproduisent 
pour  la  teneur  generale  du  récit,  l'un  des  plus  anciens  contes  de 
Renart,  celui  de  la  branche  I  de  l'éditioii  Martin.  Mais  ils  n'en  dé- 
rivent  pas:  ils  en  représentent  un  état  plus  ancien.  Si  on  admet 
l'opinion  de  M.  Martin,  selon  laquelle  ce  récit  aurait  pénétré  en  Italie 
par  voio  orale  ('),  il  faudra  accorder  au  rimeur  italien  auteur  de  la 
rédaction  la  plus  ancienne  (celle  qu'a  publiée  M.  Teza),  une  assez 
grand  part  d'originalité. 

Beaucouj/  des  poèmes  que  nous  yenons  de  passer  en  revue  u'exis- 
tent  plus  que  dans  un  ms.  unique  :  leur  conservation  à  travers  des 
àges  où  on  les  lisait  plus  est  due  à  des  circonstances  fortuites:  à  la 
beante  des  miniatures  qui  les  ornaient,  au  goùt  pour  les  livres  qu'avaient 
certains  seigneurs.  Il  y  avait  de  nombreuses  chances  pour  qu'ils  fiissent 
depecés  et  utilisés  par  les  relieurs  —  tei  a  été  le  cas  de  plusieurs  ma- 
nuscrits  dont  nous  n'avons  plus  que  des  fragments  —  ou  pour  qu'ils 
disparussent  sans  laisser  de  traces.  Ceux  qui  ont  subsisté  sout  évi- 
demment  le  petit  nombre.  La  publication  des  anciens  catalogues  a 
montré  que  des  bibliothèques  des  Gonzagues,  des  seigneurs  de  Milau 
et  d'Este,  nous  n'avons  plus  que  la  moindre  partie,  et  pourtant  ces 
collections  princiòres  furent  longtemps  entourées  de  soins.  Quo  penser 
des  collections  inoins  importantes  ou  des  manuscrits  isolés  !  Plus  on 
étudie  ce  qui  nous  reste  de  la  littérature  franco-italienne,  plus  on  y 
reconnaìt  de  lacunes  (•').   Toutefois   les   éléments  dont   nous  disposons 

{')  Giornale  di  /ììolof/ia  romanza,  II,  153.  Les  deux  textes  ont  éte  róinipriinés 
en  regjirrl  l'nn  de  l'autre  par  M.  E.  Martin  dans  son  edition  du  Roman  de  Renart, 
I,  358  et  suiv. 

(*)  Observations  sur  le  Roman  de  Renart,  Strasbourg  et  Paris,  1887,  p.  99. 
Cette  opinion  a  été  contestée  par  M.  h^rouK,  Les  xources  du  Roman  de  Renart, 
Paris,  180.'3,  pp.  91-2. 

(3)  Voir,  par  exemple,  Rajna,  Propugnatore,  III,  1'"  jiartie,  p.  213,  et  suiv., 
2*^  partie,  p.  58  et  suiv. 


—  93   - 

sufifisieiit   à  dólimiter  ù   peu    près    la   ptniode  oìi  cette   littératui-e  flit 
florissante. 

L'examen  des  ouvrages  composés  ou  simplement  remaniés  par  des 
écrivains  italiens  nous  amène  à  lixer  approximativ^ement  entre  les  années 
1230  et  1350  Tépoque  où  le  franfais  fut  langue  littéraire  poiir  l'Italie 
septentrionale.  C'est  la  conclusion  à  laquelle  nous  étions  déjà  parvenus 
en  chei'chant  à  déterminer  le  temps  où  avaient  été  exécutés  les  raa- 
nuscrits  franfais  dont  l'écriture  trahit  une  main  italienne.  Ainsi  l'his- 
toire  et  la  paléograpliie  coiidiiisent  aux  niémes  résultats.  Et  déjà,  en- 
1332,  le  témoignage  du  juriste  padoiiaii  Antonio  da  Tempo  attestait 
que  la  langue  toscane  n  était  plus  appropriée  à  la  littérature  que  les 
autres  langues  "  ('),  où  il  faut  sous-entendre  «  en  Italie  ".  Mais  toutes 
les  armées  ont  leurs  traìnards;  tous  les  genres  littéraires  ont  leurs 
tidèles  attardés.  Au  temps  de  Molière  certains  faisaient  encore  des 
ballades,  et  le  XIX^  siècle  a  vu  paraitre  bien  des  poèmes  épiques  en 
douze  chants.  De  méme  en  Italie.  En  1379  un  certaiu  Raphael  Mar- 
mora,  que  l'on  suppose  avoir^été  véronais,  entreprit,  vraisemblablement 
pour  sa  satisfaction  personnelle,  car  l'uiiique  manuscrit  de  son  anivre 
ne  porte  aucune  dédicace,  un  vaste  roman  en  prose,  dont  le  héros  était 
Aquilon  de  Bavière,  fils  du  due  Naime.  Il  le  donne  comme  traduit 
d'un  écrit  «  in  lingue  africhane  "  et  de  Turpin.  En  fait  c'est  une 
oeuvre  de  pure  imagination,  fort  mediocre  comme  invention  et  comme 
style,  curieuse  seulement  par  les  allusions  très  nombreuses  qui  y  sont 
faites  à  des  ceuvres  franyaises  ou  franco-italiennes,  dont  beaucoup  ne 
sont  pas  parvenues  jusqu'à  nous.  Il  n'apporta  pas  une  grande  activité 
à  la  rédaction  de  son  roman,  car  il  ne  la  termina  qu'en  l4o7.  M.  Ant. 
Thomas,  qui  a  découvert  ce  singulier  ouvrage  et  l'a  fait  connaitre  par 
ime  analyse  très  précise,  accompagnée  de  savantes  remarques  (-),  l'a 
judicieuseraent  apprécié.  Il  y  voit  avec  raison  la  fin  d'une  littérature. 
Au  temps  meme  où  Raphael  Marmora  écrivait,  les  compositions  fran- 
^aises  n'étaient  plus  à  la  mode.  On  se  délectait  encore  à  entendre 
l'histoire  romanesque  de  Charlemagne  et  de  ses  héroìques  compagnons 
d'armes,  mais  déjà  on  la  contait  en  pur  toscan,  soit  en  prose,  soit  en 
vers.  Marmora  n'a  pu  l'ignorer,  puisque,  par  une  concession  au  nouvel 
usage,  il  a  ajouté  ù,  son  oeuvre  un  prologue  et  un  épilogue  en  octaves 
italieimes. 

(')  «  Liiig;na  tusca  magis  apta  est  ad  littoram  .sivo  literaturam  quam  aliae 
lingaae  n.  Delle  rime  volgari,  ed.  Grion,  p.  171.  Il  fuut  diro  qu'Antonio  da  Tempo 
avait  surtout  on  vuo  les  poésies  à  forme  strcphique. 

(*)  Romania,  XI,  538.  Lo  ms.  est  au  Vatican,  fonds  Urbinas,  n"  881. 


04   — 


13.  Toutes  les  oeuvres  que  nous  avons  passées  en  revue  appar- 
tienneut  à  l'Italie  du  Nord  ('),  sauf  peut-Oti-e  la  traduction  de  la  Chro- 
iiique  du  ]\Ioiit-Cassin  sur  l'origine  de  laquelle  nous  sommes  mal  ren- 
seignés,  et  qu'on  ne  serait  pas  éloigné,  en  raison  du  sujet,  d'attribuer 
à  l'Italie  meridionale.  Nous  avons  dit  próeódemnient  que  l'établissement 
des  Angevins  à  Naples  ne  paraissait  pas  avoir  eu  pour  résultat  la 
formation  d'un  centre  littéraire  franyais  bien  actif  daus  la  régiou  ua- 
politaine.  Cependant  il  y  faut  revenir  atìu  de  résiinier  le  peu  que  nous 
savons  de  l'emploi  du  frau(,niis  ìi  la  cour  de  (Charles  d'Anjou  et  de 
ses  successeurs. 

A  partir  de  1205  l'immigration  franyaise  fut  considérable  dans 
l'Italie  meridionale.  Ecoutons  M.  Durrieu,  luu  des  hommes  qui  ont  le 
plus  et  le  niieux  étudié  les  archives  des  Angevins,  à  Naples.  <-  Le 
-  succès  de  lentreprise  de  Charles  d'Anjou  n'a  pas  seulement  eu  pour 
«  résultat  d'amener  un  cliaiigement  de  dyuastie,  de  substituer,  sur  le 
•  tróne  de  Naples,  des  Capétiens  aui  princes  de  la  maison  de  Souabe  ; 
<*  il  a  encore  determinò  un  véritable  essai  di  colonisation  par  les  Fran^ais 
^  des  provinces  méridionales  de  l'Italie.  Une  fois  vainqueur,  le  frère 
u  de  Saint  Louis  s'est  efìbrcé,  par  ses  largesses,  de  fixer  aupròs  de  lui, 
fc  dans  ses  nouveaux  états,  tous  ces  compagnons  darmes  qui  l'avaieut 
u  si  vaillamment  seconde.  Plus  tard,  il  n'a  jamais  laissé  échapper  l'oc- 
**  casion  d'augmenter  le  chiffre  de  ces  immigrés,  comblant  do  dons  et 
«  d'honneurs  les  chevaliers  qui  venaient  le  rejoindre  dans  la  Péninsule, 
u  faisaut  transporter  en  bloc,  de  Provence,  des  groupes  de  familles 
«  bourgeoises  destinées  à  peupler  Lucerà  (•'),  ou  encore  adressant  des 
..  circulaires  aux  étudiants  de  Paris  et  d'Orléans,  atin  d'essayer  de  les 
"  attirer  à  Naples  «  (^). 


(')  Xotons  en  passaiit  (|Uf  Tusage  de  composer  en  fran^ais  ne  senible  pas 
s'ètre  établi  en  Toscane  (Rusticien  de  Pise  parait  avoir  vécu  dans  l'Italie  du  nord), 
de  sorte  .|ue  la  fière  invective  de  Dante  {Conv.,  1,  xi)  contre  les  «malvagi  uomini 
d'Italia,  che  commendono  lo  volgare  altrui  e  lo  proprio  dispregiano»,  ne  s'adresse 
j)a8  il  oes  compatriotes. 

(«)  A  l'appui  de  cette  assertion  de  M.  l>inrii.u  «'ii  peut  rappeler  que  deux 
villagcs  de  la  province  de  Foggia,  à  savoir  Faeto  et  Celle,  conservent  encore  l'u- 
sage  d'un  dialecte  certainement  importò  de  France  au  temps  de  Charles  I®"".  Voir 
MoKOSi,  Jl  Jialetlo  franco-jirovenznlc  di  Faeto  e  Celle  nell'Italia  7neridionale 
(Arch.  aioit.,  XII,  33). 

(3)  P.  DiiRRiEf ,  Les  Archives  atKjevines  de  Naples.  Etude  sur  Ics  registres 
du  roi  Charles  /"•,  1265-1285  (in-8",  2  volumes,  Biòliothf'que  des  Ikoles  fran^aises 
dWthfncs  et  de  Rome,  fa.sc.   16  et  51),  t.  II,  p.  217. 


—  f)3  — 

Ainsi  s'exprime  M.  Durrieii,  et  son  second  volume,  dont  une  grande 
partie  est  occupée  par  des  listes  de  Fran9ais  établis,  à  des  titres  divers, 
dans  le  royaume  de  Sicile  sous  Charles  P"",  montre  quelle  extension 
prit  l'occupation  franyaise. 

Le  gouvernement  étant  en  des  mains  fran9aises,  il  ne  faut  pas 
s'étonner  si  la  langue  des  conquérants  fut  emplovée  pour  l'usage  admi- 
nistratif  dans  la  méme  mesure  qu'en  Prance.  Le  latin  restali  la  langue 
des  actes  solennels  et  des  correspondances  officielles,  mais  les  comptes, 
les  simples  mandements,  les  quittances  étaient  rédigés  en  fran9ais  (J). 
Ce  n'est  pas  là  une  preuve  de  l'expansion  du  fran9ais,  car  les  écrivains 
de  qui  émanent  ces  documents  avaient  été  araenés  de  France,  comme 
on  peut  le  véritier  par  les  fac-similés  de  deux  pages  de  comptes  joints 
par  M.  Durrieu  à  sa  publication  {-).  On  trouverait  un  argument  plus  sur 
de  l'emploi  du  fran9ais  comme  langue  officielle  dans  le  fait  que  lorsque, 
au  milieu  du  XIV'"  siècle,  à  une  epoque  oìi  la  dynastie  angevine  était 
pour  ainsi  dire  devenue  italienne,  fut  fonde  par  Louis  d'Anjou,  prince 
de  Tarente,  époux  de  la  reine  Jeanne,  l'ordre  du  Saint-Espiit,  e' est 
en  frau9ais  que  les  Statuts  fnrent  rédigés  (■^).  Toutefois,  c'est  là  un 
témoignage  bien  isole,  car,  sous  Charles  II  déjà,  dans  les  dernières 
années  du  XIII''  siècle,  beaucoup  de  familles  fran9aises  s'étaient  éteintes 
ou  avaient  quitte  le  pays,  et  le  fran9ais  était  de  moins  en  moins  em- 
ployé  dans  l'usage  administratif  {*). 

Il  ne  parait  pas,  du  reste,  que  les  princes  de  la  maison  d"Anjou 
aieat  exercé  dans  le  sud  de  l'Italie  aucune  influence  littéraire.  Je  n'ai 
trouvé  jusqu'à  présent  qu'un  seul  ouvrage  fian9ais  compose  dans  le 
royaume  de  Naples:  c'est  une  traduction  des  lettres  de  Sénèque,  faite 


(')  P.  Durrieu,  Notice  sur  les  ref/istres  anc/evins  en  langue  francaise  con- 
servés  dans  ìes  archives  de  Naples,  (dans  les  Mélanges  d'archeologie  et  d^histoire 
p.  p.  VEcole  francaise  de  Rome,  i.  III).  Cf.  le  mème  Arch.  angev.  de,  Xaples,  II,  8. 

(2)  Arch.  angev.  de  Naples,  plaiiches  IV  et  V  du  t.  II. 

(3)  Statuls  de  Vordre  du  Saint-Esprit,  inslitué  à  Naples  en  13Ò'J  par  Louis 
d'Anjou,  roi  de  Naples  et  de  Jérusalem;  maiiuscrit  du  milieu  du  XIV''  siècle  con- 
serve au  Louvre,  dans  le  Musée  des  Souveraiiis  fraiivais,  reproduction  fac-simile  en 
or  et  en  couleurs.  avec  uno  notice  sur  la  pcinture  des  niiiiiatures  et  de  la  des- 
cription  du  manuscrit,  par  le  comte  Horace  dk  Vielcastel,  Paris,  185:>,  in  M. 
Le  Musée  des  souverains,  création  éphéinère  du  second  empire,  fut  supprimo  en 
1872  et  le  ms.  des  Statuts  fut  rendu  à  la  Uibliotlàque  nationale,  d'oìi  il  avait 
été  enlcvé,  lors  de  la  crealion  du  Musée.  (."est  le  n"  1271  du  fonds  franvai.<. 
L'écriture  et  l'ornemention  sunt  italiennes. 

(*)  Voir  les  dernières  pages  de  la  notice  de  M.  Purrieu  sur  les  rtgistres 
angevins  en  langiie  francaise. 


—  06  — 

par  un  italien  à  la  (iemande  de  -  Bartholoniy  Sygoilfe,  de  Njiples,  comte 
de  Caserta  et  graut  chambellau  du  roiaume  de  Sezille  «.  Ce  personuage 
n'est  poiut  incoDuu,  et  il  est  par  suite  facile  de  déterrainer,  avec  uue 
approximation  suftìsante,  la  date  de  la  traductiou.  Bartolomeo  Sigiuulto 
appartenait  à  une  grande  fainille.  Il  était  frère  de  Sergio  Siginulfo  qui 
fui  grand  auiiral  de  mai  l'.M)b  jusqu'à  sa  mort,  eu  juin  130(3  (').  Il 
parait  méme  avoir  étó  titulaire,  pendant  quelques  mois,  de  catte  méme 
charge  sans  toHtcfois  en  exercor  les  fonctions  (-').  Il  possédait  en  effet, 
un  autre  office:  celili  de  grand  chambrier,  siipprimé  à  la  mort  du  der- 
nier  titulaire.  Jean  de  Monfort  {V  décemhre  1300),  mais  rétabli  pour 
lui  en  1302  (•'). 

Ce  Siginulfo  eut  une  carrière  agilf'e.  iii-on  Cadier  résumé  aiusi 
qu'il  suit  son  hi^toire,  d'après  les  travaux  de  Camera  {AanaU  delle 
due  Sicilie),  Tutini  {Degli  ammiranti),  Minieri  Riccio  (Saggio  di 
codice  diplomatico,  De'  grandi  u/flziali,  etc):  -  Bartolomeo  Siginulfo 
-  était  d'abord  entré  dans  les  ordres  et  avait  obtenu  un  canonicat  à 
«  la  cathédrale  de  Naples,  puis  avait  été  nommé  abbé  de  S.  Andrea 
i.  di  Capua.  Ayant  quitte  l'état  ecclésiastique,  il  fut  nommé  valet  de 
«  la  chambre  du  roi  Charles  IL  II  avait  été  élové  par  le  roi  comme 
«  son  propre  tìls  et  avait  été  l'objet  de  ses  faveurs  spéciales,  et  le 
•  prince  Philippe  avait  servi  de  parrain  ù  ses  enfants.  Accuse  d'adul- 
"  tère  avec  Thamar,  première  femme  du  prince  de  'Parente,  il  avait 
»  réiissi  à  se  disculper.  Mais,  après  la  mort  du  roi  Charles  II,  il  fut 
«  convaincu  d'avoir  tenté  de  faire  assassiner  le  prince  da  Tarante,  c^- 
«  pitaine  general  du  royaume,  et,  cité  à  comparaìtre  devant  la  cour, 
«  il  se  réfugia  dans  son  chfiteau  de  Saint  Angelo,  près  de  Pouzzoles, 
«  fut  déclaré  contumace,  et  condamné  au  banuissement  et  à  2000  onces 
«  d'amende  (30  décembre  1310).  Ses  biens  furent  confisqués.  B.  Si- 
li ginulfo  se  réfugia  en  Sicile  auprès  <lii  roi  Frédéric  et  mourut 
«  vers  131G  «  (^). 

Dans  le  prologue  cité  plus  haut,  il  est  qualitié  de  comte  da 
Caserta  et  de  grand  charaboUan  du  royaume.  Il  faut  donc  que  la 
traduction  des  lettres  da  Sénèque  lui  ait  été  présentée  entre  le  30  sep- 


Cj  L.  Caimkr,  Esani  sur  ì'aJinuiislrdiitin  du  rtnjaHmc  de  Sicile  sous 
Charles  1'"'  et.  Charles  II  cCAnjou  (1801,  Bibliolhì'que  des  Ecoles  fran{-aises 
d'Alhì'nes  et  de  Rome,  fase.  \A\).  j.p.  180  .'t,  102. 

{*)  L.  Cii.lier,  1».  102. 

(»)  L.  Cadi.r,  pj).  22:J-4. 

(*)  L.  Cadier,  j..  221. 


—  97  — 

tembre  1308,  jour  où  il  obtint  le  comté  de  Caserte  (')  et  décembre  1310, 
epoque  de  sa  disgrace.  Le  fait  qii'il  est  qualifié  de  grand  chambellan 
et  non  de  grand  chambrier  n'a  pas  d'importance:  il  était  en  fait  grand 
chambellan  à  l'epoque  où  l'office  de  grand  chambrier,  momentanément 
supprimé  en  1300,  avait  été  rétabli  pour  lui  eu  1302  (-).  Il  est 
probable  qu'on  le  désignait  indifféremment  sous  l'un  ou  l'autre  de 
ces  titres. 

Il  ne  sera  pas  inopportun  de  transcrire  ici  le  prologue  et  les 
premières  lignes  de  cette  version.  Nous  en  avons  deux  mss.,  l'un  à 
Paris,  l'autre  a  Londres,  tout  à  fait  pareilsf'*).  Je  fais  usage  du  ms. 
de  Paris. 

Seneques  fu  un  sages  hons,  disciples  d'un  phylosofe  qui  ot  a  num  Photion, 
de  la  sucte  des  stuciens,  qui  disoit  que  verta  est  soverain  bien  et  que  nul  ne  pùet 
estre  beneiirés  sans  vertu.  Et  neporquant  il  met  sovent  entre  scs  dis  les  sentences 
d'un  phylosofe  qui  ot  num  Epycurus,  qui  disoit  que  delit  estoit  soverain  bien, 
ensint  totevoies  que  ce  tornast  a  honeste.  Et  si  fu  ciz  Epicurus  hons  de  trés  grant 
abstinence,  et  le  plus  de  sa  vie  ne  menjoit  que  pain  et  ève  et  herbes  crues.  Ciz 
Seneques  fu  nez  d'Espaigne,  d'une  cité  qui  s'apele  Cordube,  et  fu  onclez  de  Lucain 
le  poste,  et  fu  home  de  haute  letreiire  et  de  grant  abstinence,  et  raestres  de  Neron 
le  cruel  empereor  de  Rome,  qui  le  fist  ocirre.  Cil  avoit  un  trés  chier  ami  qui  avoit 
a  num  Lucilie,  qui  fu  nez  d'une  contrée  qui  lors  s'appeloit  Champaigne,  qui  main- 
tenant  est  appelée  terre  de  Labour,  d'une  cité  qui  a  num  Pompeii,  seant  assés 
pròs  de  Naples,  laquele  abissa,  si  comme  Seneques  meismes  le  raconte  ou  livre 
des  Questions  natureles.  Ciz  Lucilie  estoit  procureor  du  senat  et  du  pueple  de 
Rome  en  l'isle  de  Sedile,  a  cui  Seneques  transraist  pluseurs  epistres  plaines  de 
bons  ensengnemens,  lesqueles  s'ensivent  ci  desous,  translatées  de  latin  en  fran^ois. 
Et  por  ce  que  cil  qui  les  translata  ne  fu  pas  de  la  langue  fran^oise  ne  de  si  hant 
enging  ne  de  si  parfonde  science  come  a  la  matiere  afiert,  il  s'escuse  a  tous  ceulz 
qui  l'uevre  verront,  que  il  ne  le  blasment,  se  il  a  fallii  en  aucune  part  de  la  pro- 
prieté  de  la  langue  ou  aus  sentences  de  l'aucteur,  et  leur  prie  humblement  que, 
par  leur  bonté  et  par  leur  fraiichise  l'en  vueillent  corrigier  et  amender  en  l'un  et 
en  l'autre,  car  il  confesse  bien  que  ce  fu  trop  grant  presumption  d'emprendre  si 
haute  chose  a  translater.  Mès  il  ne  le  fist  pas  de  son  gre,  car  misire  Bartho- 
lomy  Singnilerfe  de  Naples,  conte  de  Caserte  et  grant  chambellenc  du  roiaume  de 
Cezile,  l'en  pria  et  li  commanda.  Et  por  ce  que  il  le  tenoit  a  son  seignor,  il  ne 
l'osa  refuser,  ains  emprist  a  fere  chose  contre  son  pooir  et  contre  sa  force. 

En  téte  do  chacune  des  lettres  est  placò  un  court  argument  suivi 
des  premiers  mots  du  latin.  Ainsi  pour  la  première  lettre  : 

(!)  L.  Cadier,  p.  22t,  n.  7. 

(2)  Paris.  Bibl.  nat.  ir.  122;?r)  (cf.  P.  Paris.  Manuscrits  francois,  III,  305): 
Musée  britannique,  Addit.  1.M31. 

(3)  L.  Cadier,  p.  221. 

Sezione  III.  —  Storia  delti  Ltlterature.  < 


-  08  — 

Qiie  Ten  doit  recuillir  et  rctenir  la  fin  du  tens,  et  que  cil  n'est  pas  povres  a 
cai  poi  de  chose  soufit.  et  que  l'en  doit  le  tens  dilijaumeut  garder,  lequel  se  pert 
et .  iij  .  manieres 

Ita  fac,  mi  Lucilli,  etc. 

Ensi  fai.  mon  ami  Lucilie:  recuevre  toi  a  toi  ineVsnics  et  recueill  et  garde 
le  tens  qui  <;&  en  arrieres  t'estoit  tolu  ou  emblé  ou  te  eschapoit  par  ta  folie,  et 
croi  inoi  que  il  est  ensint  cornine  je  t'escri  :  aucun  tens  nos  est  tolu.  aucun  tens 
nos  est  erabló.  aucun  nos  eschapc,  incs  seur  tous  est  lionteus  le  domage  du  tens 
que  nos  perdons  par  nostre  negligence  . .  . 

Il  est  intóressant  de  romarqner  que  catte  tradiiction  des  lettres 
de  Sóuèque  fut.  au  XV^  siede,  tradiiite  en  catalan  (').  Nous  ne  savons 

ni  en  quellfs  circonstauces  ni  en  quel  lieu  w  travail  fut  exécuté;  fut-ce 
on  Italie,  après  rotablissemeut  des  Aragonais  dans  le  royaume  de 
Naples?  Est-ce  dans  le  royame  de  Valence,  oìi  quelque  exeraplaire  de  la 
version  faite  pour  Bartolomeo  Siginulfo  peut  avoir  ótó  porte?  Nous 
l'ignorons.  Toujours  est-il  que,  à  partir  de  Toccupation  du  royaume  de 
Naples  par  Alphonse  d'Aragon,  la  connaissance  du  fran^ais  et  de  sa 
littérature  dut  baisser  singulièrement.  La  riche  bibliothèque  formée 
par  Alphonse  P""  et  ses  successeurs  Ferdinand  P"'  et  Alpliouse  II  nous 
est  bien  connue.  Elle  a  óté  l'objet  de  recherches  approfondies,  et  beau- 
coup  des  livres  qui  s'y  trouvaient  nous  ont  été  conservés  (-)  :  on  n'y 
voit  pas  figuror  de  manuscrits  franjais. 

14.  En  Piémont  Tusage  du  fran9.ais  a  commencé  dans  de  tout 
autres  conditions  que  dans  le  reste  de  la  Haute  Italie  et  s'est  con- 
tinue beaucoup  plus  tard.  En  Lombardie,  en  Vénétie,  en  Emilie,  le 
tìanvais  a  ('tt'  porte  par  inlluencc  littéraire.  A  Naples  il  s'établit  avec 
une  dynastie  franyaise,  donc  par  immigration.  En  Piémont  il  se  pro- 
page lentement,  à  titre  d'idiome  litU-raire,  absolument  cornine  en  Dau- 
phiné  et  en  Savoie.  Le  Piémont,  à  cet  égard,  est  comme  un  prolonge- 


(')  «  Lo  libre  de  Seneca,  do  les  epistoles  que  el  tranios  a  Lucili,  transladades 
de  lati  en  frances  e  puys  de  Irancs  en  cathala  ».  Bibl.  nat.,  n"  8'2  du  Catalogne 
des  manuscrits  espagnols  de  M.  Morel-Fatio. 

(«)  L.  Delisi-e.  Le  cabinet  des  manuscrits  de  la  Bibliothèque  imperiale, 
1.217;  IH,  357.  -  Mazzati.vti,  La  Biblioteca  dei  re  d'Aragona  in  Napoli,  1897.— 
l'ERCoi'o.  Rassegna  critica  della  letteratura  italiana,  \897, lì,  120.—  Omont,  Z-a 
Bibliothhiue  d\Angilberto  del  Balzo,  due  de  Nardo  et  comte  d'ilgento,  au  royaume 
de  Naples,  dans  la  Bibl.  de  VEcole  des  chartes,  t.  LXIL  —  Certains  niss.  des 
rois  Aragonais  de  Naples  sont  passés  à  la  Biblintbòque  de  Valence  où  jc  les  ai 
VHS  jadis:  aucun  n'est  francais. 


—  99  — 

ment  de  la  France,  et  si  l'établisseinent  du  fran9ais  n'y  a  pas  e'té 
de'fìnitif,  sauf  en  quelques  valle'es  des  Alpes,  c'est  qu'il  a  eu  à  subir, 
à  partir  du  XV^  siècle,  la  concurrence  du  toscan.  L'histoire  de  la  con- 
currence  (car  il  y  eut  concurrence  et  non  pas  lutte)  du  fran^ais  et  du 
toscan  dans  la  valle'e  du  Po  et  dans  les  vallées  adjacentes,  serait  un 
bieo  intéressant  sujet  d'études,  si  ou  voulait  la  poursuivre  jusqu'à  notre 
epoque.  On  verrait  que  le  pays  qui,  au  milieu  du  XIX®  siècle,  fut  pro- 
prement  le  fondement  de  l'unito  italienne,  a  été  de  toutes  les  régions 
de  l'Italie  celle  qui,  dans  l'usage  littéraire  comme  dans  l'usage  coù- 
rant,  resista  le  plus  longtemps  à  la  poussée  du  toscan.  Meme  à  l'epoque 
présente  on  ne  peut  pas  dire  que  la  résistance  ait  cesse  partout,  puis- 
que  la  vallee  d'Aoste  était,  il  y  a  peu  d'anne'es,  ofiiciellement  de  langue 
fran9aise  et  l'est  encore  de  fait  actuellement. 

Je  n'ai  pas  l'intention  de  traiter  ce  sujet,  qui  demanderait  tout 
un  livre.  Outre  que  beaucoup  de  documents  me  feraient  défaut,  je  dé- 
sire,  comme  dans  les  parties  précédentes  de  ce  méuioire,  limiter  mes 
observations  à  la  période  du  moyen-age.  Or  il  se  trouve  que,  pour  cette 
période,  les  inforraations  dont  nous  disposons  sont  fort  rares.  Je  serai 
donc  force'ment  très  bref. 

Le  Piémont  fut,  durant  le  moyen-àge,  une  terre  sterile  pour  la 
littérature  vulgaire.  Celle-ci  n'y  apparaìt  guère  que  vers  le  XV®  siècle, 
et  elle  ne  jaillit  pas  du  sol:  elle  vient  de  France  et  de  Toscane.  Le 
Piémont  est  le  terrain  où  le  tran9ais  et  le  toscan  se  rencontrent,  et  co- 
existent  longtemps  sur  un  pied  d'égalité,  le  franfais  ayant  décidément 
l'avantage  dans  les  hautes  vallées.  Le  dialecte  locai  n'entre  pas  en 
ligne  de  compte.  On  ne  l'écrit  pas,  ou  du  moins  on  l'écrit  si  peu  que 
son  ròle,  dans  l'usage  soit  littéraire  soit  administratif,  est  à  peu  près 
nul.  On  cite  comme  une  grande  curiosité  les  statuts  de  l'hospice  de 
Chieri,  datés  de  1321,  qui,  signalés  en  1788  par  Maurice  Pipino  dans 
sa  grammaire  piémontaise,  fureiit  publiés  en  entier  par  L.  Cibrario 
dans  le  second  volume  de  son  histoire  de  Chieri  (1827).  Mais  la  date 
de  1321  est  celle  de  l'originai  qui  était  fort  probablement  en  latin, 
et  il  ne  paraìt  pas  probable  quo  la  traduction  soit  antérieuro  au 
XV®  siècle.  Plus  intéressant,  parce  que  la  date  en  est  plus  sùre,  est 
le  court  poème  (24  vers)  en  assonnances  sur  la  priso  de  Pancalieri  ('). 
Enfin,  comme  testo  di  lingua   on   peut   mettro   au   premier  rang  une 


(1)  Plusieurs  t'ois  juiblié,  on  deniier  lieu,  par  le  baron  de  Saint-Pierre,  Ai'ch. 
star,  ital.,  i"  serie,  II  (1878),  379,  et  par  le  comte  Niora,  Romania,  XIII,  Ut'; 
cf.  XIV,   135. 


—  100    - 

senteoce  assez  longue  (elle  occupe  daus  riniprimé  une  centaine  de 
lignes)  datée  de  1446,  et  piibliée  par  le  suriuteiidaut  des  archives 
piÓLUontaises,  barou  de  SaiutPicrre  (').  L'emploi  do  la  laugue  viilgaire 
dans  uu  dociimeut  de  ce  gonre,  est  bien  exceptionnel,  Tusage  Constant, 
jiisqu'à  une  epoque  avancée  du  XVI®  siede,  ótant  de  rediger  en  latin 
les  actes  judiciaires.  Vient  ensuite  dans  l'ordre  des  temps  une  "  la- 
mentation  ^  sur  la  passion  du  Ciirist,  en  quatrains  de  vers  décasylla- 
biques,  forme  visibleinent  l'origine  fran9aise,  conservée  dans  une  copie 
de  l'an  1517.  à  Chieri  (-).  Au  XV1«  siede  et  au  XVIIP  les  docu- 
ments  littóraires  vont  se  multipliant,  mais  ce  n'est  guère  qu'au  XIX" 
que  la  littérature  dialectale  prend  en  Piémont  un  développement  de 
quelque  importance  {^}. 

L'intìuence  toscane  se  manifeste  dès  les  dernières  années  du 
XIV®  siede  par  des  Laudi,  composées  en  toscan  imprégné  de  pié- 
montais  ("').  A  la  fin  du  XV®,  la  Passione  di  Gesù  Cristo,  jouée  à  Re- 
vello, dans  le  marquisat  de  Saluces  (^),  et  e'crite  en  un  italien  où  les 
formes  du  pionioutais  font  de  fréquentes  apparitions,  attesto  le  progrès 
du  toscan,  puisqu'on  pouvait  employer  cette  langue  dans  des  représenta- 
tions  destinées  au  peuple.  Mais  il  faut  ici  se  garder  de  conci iisions  exa- 
gerées,  car,  d'une  part,  ce  mystère,  envisagé  au  point  de  vue  de  la 
composition,  a  tout  à  fait  le  caractère  fran9ais,  corame  l'a  monlré 
G.  Paris  (^),  et  d'autre  part  l'auteur,  qui  n'était  sans  doute  pas  ori- 
ginaire  du  marquisat  de  Saluces  (car  il  eùt  écrit  en  fran9ais),  avoue 
lui-méme  que  la  langue  dont  il  se  sert  est  «  da  noi  poco  usitata  ", 
et  il  s'excuse  pour  les  incorrections  qu'il   a   pu   laisser   échapper  ("). 


(')  Arch.  stor.  Hai,  voi.  cité,  p.  380-2. 

(2)  C.  S.\LvioNi,  Lamentazione  metrica  sulla  passione  di  N.  S.,  in  antico 
dialetto  pedemontano,  Torino,  tip.  Vinc.  Bona.  Nel  25°  anniversario  cattedratico  di 
G.  I.  Ascoli,  25  nov.  1886. 

(')  Voir  entre  autres  ouvrages  qu'on  puurniit  citer,  Delkino  Orsi,  //  teatro 
tn  dialetto  piemontese,  Milano,   1890. 

{*)  D.  Orsi,  ouvra<,'e  cito,  p.  10  e  suiv. 

['•>)  La  Passione  di  Gesù  Cristo,  rappresentazione  sarra  in  Piemonte  nel 
sec.  XV,  edita  da  V.  Promis,  Torino,  1888. 

(8)  Journal  des  savants,  1888,  p.  522. 

C)  V^ers  2373  et  suiv.  Sur  la  lanfjue  de  cotte  Passion,  qui  n'e.st  ci-rtainenicnt 
pas  le  pur  toscan,  on  pout  voir  les  observatioiis  de  M.  d'.VNCONA,  Oiorn.  stor.  della 
leti,  itai,  XIV,  180.  —  Je  sais  bien  qu'on  invoque,  pnur  appuyer  l'idée  que  l'italien 
aurait  penetri-  dès  la  seconde  moitié  du  XV«  siùcle  dans  le  marquisat  de  Saluces, 
le  commentaire  de  la  Divine  Coinédie  publié  (jiar  Promis  et  Negmni,  18>C)  s  ais 
le  nom  de  Stefano  Talice,  iiatif  de  Riculdone  (province  d'Acqui),  qui  serait  le  re- 


-  101  — 

D'ailleurs  on  sait  bien  que  des  représentations  dramatiques  en  fran^-ais 
eurent  lieu  en  certaines  parties  dii  Piémont,  notamment  dans  les  vallées 
alpines,  pendant  le  XVP  siècle  et  méme  jusqu'au  commencement 
du  XIX^  (').  Il  ne  pouvait  giière  en  étre  autreraent,  si  on  considère 
combien  les  repre'sentations  de  ce  genre  ont  e'té  fréquentes  en  Dauphiné 
et  en  Savoie  au  XV®  siècle  et  au  XVI®. 

En  dehors  des  mystères,  on  n'a  guère  de  te'moignages  sur  la  pro- 
pagation  de  la  littérature  fran9aise  en  Piémont,  ni  sur  l'usage  de  com- 
poser  en  fran^ais.  Les  princes  de  la  maison  de  Savoie  avaient  une  riehe 
collection  de  manuscrits  fran9ais  dont  nous  avons  des  inventaires  de- 
puis  1479  ("-)  et  dont  beaucoup  sont  conservés  à  Turin  (•').  mais  ces 
livres  avaient  e'té,  pour  la  plupart,  recueillis  en  Trance.  Farmi  les  nom- 
breux  manuscrits  fran9ais  que  j'ai  vus  à  la  Bibliothèque  nationale  de 
Turin,  je  ne  me  souviens  pas  d'en  avoir  remarqué  aucun  qui  alt  été 
fait  en  Piémont.  Mais  cela  ne  veut  pas  dire  qu'il  n'y  en  ait  pas. 

D'ouvrages  franfais  que  l'on  sacbe  pertinemmeiit  avoir  été  com- 
posés  en  Piémont  pendant  le  moyen-àge.  il  n'y  en  a  guère,  mais  n'ou- 
blions  pas  qu'on  en  pourrait  dire  autant  de  la  Savoie,  du  Dauphiné 
et  d'autres  provinces  encore  où  indubitablement  la  langue  littéraire  et, 
jusqu'à  un  certain  point  oflfìcielle,  a  été,  dès  le  XV®  siècle,  le  fran^ais. 
En  Piémont  pourtant  nous  trouvons  le  poème,  d'environ  700  vers,  sur 
la  bataille   de  Gamenario  (1315),  compose,  selon  tonte  apparence,   à 


sultat  de  lectures  sur  Dante  faites  à  Lagnasco,  dans  la  province  de  Saluces.  Mais 
la  question  est  précisément  de  savoir  si  Stefano  Talice  est  bien  l'auteur  de  ce 
corainentaire.  Il  semble  probable  qu'il  n'en  ait  été  que  le  copisto.  Voir  sur  ce  point 
les  travaux  cités  dans  le  Giorn.  stor.  della  lett.  ital.,  XXI,  462. 

//(')  Voir  l'appendice  (p.  225  et  suiv.)  de  la  publication,  par  M.  R.  Remer, 
du  Gelindo,  dranie  mi-parti  de  piémontais  et  de  toscan  (Il  Gelindo.  dramma  sacro 
piemontese  della  Natività  di  Cristo,  edito  con  illustrazioni  linguistiche  e  letterarie 
da  Rod.  Renier.  Segue  un'appendice  sulle  reliquie  del  dramma  sacro  in  Piemonte. 
Torino,  1896).  —  Je  ne  sais  si  la  farce  fran(,\aise  des  trois  commères  que  j'ai 
publiée  en  1881  d'apròs  un  ms.  de  Turin  {Romania,  X,  533)  a  été  composée  en 
Piémont,  je  la  crois  plutòt  d'origine  savoyarde  ou  dauphinoise,  mais  il  est  certain 
que  le  manuscrit  dans  lequel  elle  a  pris  place  à  la  fin  da  XV"-"  siècle  a  été  exo- 
cuté  dans  la  Haute  Italie. 

(*)  Voir  l'inventaire  (1479-1482)  des  livres  et  objets  précieus  conservés  à 
Moncalieri,  publié  par  le  Baron  de  Saint-Pierre,  dans  la  Miscellanea  di  storia 
italiana,  2»  sèrie,  t.  VII,  et  les  inventaires  des  chùteaux  de  Chambéry,  Turin  et 
Pont-d'Ain,  publiés  par  M.  P.  Vayr.\  dans  le  moine  volume.  Ci.  F.  Iìabotto,  Lo 
stato  Sabaudo  da  Amedeo   Vili  ad  Emmanude  Filiberto,  III,  240  et  suiv. 

(^)  Il  scrait  malheureusement  plus  exact  de  dire  u  étaient  conservés  •»,  depuis 
le  funeste  incendie  de  la  Hibliothèque  nationale  de  Turin. 


102  — 


Moutferrat,  aiissitòt  après  les  événements  qui  y  sont  relatés  (').  La 
laugue  en  est  géuéralement  correcte,  sauf  quelques  riiues  qui  n'auraient 
saus  doute  pas  été  admises  par  un  fraiiyais.  A  la  fin  du  XIV*'  siècle, 
eiactement  en  1395  (-),  fut  écrit  à  Turin  un  ronian  qui,  malgrc  tous 
ses  dófauts,  mèrito  d'occuper  une  place  importante  dans  la  littérature 
franyaise,  le   Checalier  crraat,  partie  en  vers  t-t  parile  en  prose. 

Ce  n'est  qua  partir  de  1577  que  l'italien  reyut  en  Piémont  une 
sorte  de  consécratiou  otìicielle.  Voici  en  quelles  circonstauces.  En  1560, 
le  due  Emmanuel  Philibert,  dans  un  édit  contìrmaut  l'érection  du  sé- 
nat  de  Savoie,  ordonna  que  «  tant  en  nostre  dit  sénat  de  Savoye  qu'en 
.  tous  autres  tribunaux  et  jurisdictions  de  nos  pays,  tous  procès  et 
.  procódures,  enquestes,  sentences  et  arrests,  en  toutes  matieres  civiles 
«  et  criminelles,  seront  faittes  et  prononcées  en  langage  vulgaire  et  le 
«  plus  clairement  que  faire  se  pourra  «  (•').  Par  le  »  langage  vulgaire  « . 
il  faut  ici  entendre  le  franvais.  En  1577,  dans  un  édit  redige  en  ita- 
lien,  Emmanuel  Philibert  reproduit  les  mémes  dispositions  :   -  Ancora 

-  che.  doppo  la  felice  restitutione  de'  nostri  stati,  havessimo  ordinalo 
«  per  editto  publico  et  perpetuo  che  tutti  li  processi  si  dovessero  fare 
*.  in  lingua  volgare,  accioche  le  parti  potessero  intendere  ogni  cosa  et 
«  ridur'a  memoria  li  loro  avvocati  et  procuratori,  se  facevano  alcuna 
•^  omissione  nelle  narrationi  del  fatto,  nondimeno  siamo  informati  che 
«  li  avvocati  et  procuratori,  litigando,  in  voce  narrano  il  fatto  princi- 
<.  pale  et  il  sopra  più  de  li  processi  in  lingua   latina,  il  che  è  stato 

«  et  è  contra  la  mente  et  l'intentione  nostra imperò  c'è  parso 

^  di  stabilire  et  ordinare  . . .  che  d'hor'inanti  tutti  li  avvocati  et  pro- 
«  curatori,  li  quali  litigaranno  si  avanti  il  senato  et  camera  de'  conti 
«  come  avanti  li  prefetti,  giudici  ordinarli  et  d'appellatione  o  delegati 
«  et  arbitri,  haveranno  da  esplicarsi,  tanto  in  voce  come  in  scritto,  in 

-  lingua  volgare,  massime  nelle  narrationi  del  fatto,  senza  tramezzarvi 
«  parole  latine,  eccetto  nelle  allegationi  de  dottori  et  recitationi  delle 
«  leggi,  sotto  pena  a  chi  contraverrà  di   scuti   cinque  cento  per  ogni 

-  uno  et  ogni  volta  che  contrafarà,  applicabili  al  nostro  fisco  "  (')• 

(>)  Ce  poèmc  est  instare,  à  sa  date,  dans  rHistuirc  de  Moutferrat  par  ben- 
venuto di  S.  Georgio,  Muratori,  Scriptorcs  rcr.  Ita!.,  XXIII,  4<8  et  siiiv.  Ilé.-dité 
à  part  dans  les  Atti  della  Società  ligure  di  storia  patria,  2»  sèrie,  t.  XVII,  1886. 

(«)  N.  JoRGA,  Thomas  III,  marquis  de  Saluces,  1893,  p.  83;  cf.  (iabotto, 
Oiorn.  star,  della  lett.  ital.,  XXIV,  282-3. 

(3)  Kicc,  11  février  ]r)GO  (ano.  st).  'l'urin,  Archivio  di  Stato,  Materie  giu- 
ridiche, mazzo  1,  n"  2  (Senato  di  Savoia). 

(*)  Turin,  Tj  décembre  1577.  Arcliivio  di  Stato,  Editti,  mazzo  3,  n"  37. 
Kiemplairo  imprimé. 


—  103  — 

La  <»  lingua  volgare  "  n'est  pas  spécifiée,  non  plus  que  dans  l'édit 
en  fran9ais  de  1560,  mais,  dans  la  plus  grande  partie  du  Piémont,  on 
entendit  qu'il  s'agissait  de  l'italien  (toscan),  qui  dès  lors  devint  langue 
officielle,  sauf  dans  les  hautes  vallees  (').  Les  édits  précités  n'avaient 
en  vue  que  les  actes  judiciaires,  mais  on  leur  donna  peu  à  peu  une 
extension  plus  grande.  La  méme  conséquence  s'était  produite  en  France 
à  la  suite  de  l'édit  de  Villers-Cotteret  (1539)  qui  contient  une  dispo- 
sition  en  faveur  de  l'emploi  du  fran^ais  dans  les  cours  de  justice:  dès 
l'année  suivante  on  vit  en  plusieurs  provinces  (notamment  en  Dauphiné) 
le  fran9ais  se  substituer  au  latin  pour  la  rédaction  de  documents  qui 
n'avaient  nuUement  le  caractère  judiciaire. 

Mais,  si,  à  partir  de  1577  environ.  l'italien  est  devenu  la  langue 
administrative  de  la  capitale  et  de  la  presque  totalite'  du  Piémont,  le 
fran9ais  est  reste  beaucoup  plus  tard  la  langue  de  la  société.  Uva 
einquante  ans  on  parlait  au  moins  autant  franyais  qu'italien  à  Turin 
—  à  vrai  dire,  méme  dans  les  hautes  classes,  on  parlait  surtout  pié- 
montais  —  et  les  Autografi  dei  principi  sovrani  della  Casa  di  Savoia 
(1248-1859),  publiés  par  P.  Vayra  {-),  qui  se  terminent  par  une  lettre 
en  fran9ais  de  Victor-Emmanuel  à  Cavour,  ne  contiennent  que  trois 
lettres  en  italien  (1574,  1610,  1631).  Les  mémoires  de  l'Académie 
des  Sciences  de  Turin  renferment,  jusque  vers  le  milieu  du  XIX'^  sie- 
de, mais  surtout  au  XVIIP,  une  assez  forte  proportion  de  mémoires 
fran9ais.  Ceux  mémes  qui  aspiraient  à  l'unite  de  l'Italie  ne  se  crojaient 

(1)  Pour  la  persistance  de  l'usage  du  francais  dans  les  vallées,  on  peut  voir 
H.  Gaidoz,  Les  vallées  francaises  du  Piémont  {Annales  de  VEcole  libre  des 
Sciences  politiques,  année  1887,  cf.  mes  observations  dans  la  Romania,  XVI,  632); 
et  Paul  Melon,  Le  francais  dans  les  vallées  vaudoises  du  Piémont  {Reiue  chré- 
tienne,  1900.  —  Dans  la  vallee  de  la  Dora  Riparia  (Cezanne,  Oulx,  etc),  le  francais 
est  reste  lansfue  officielle  jusqu'en  1860.  Je  suppose  bien  que  les  conseillers  mu- 
nicipaux,  déliberaient,  conime  ils  le  font  encore  maintenant,  en  patois,  mais  les 
registres  étaient  rédit^és  en  francais.  On  sait  que  cette  vallèe,  dans  sa  partie  haute, 
a  fait  partie  du  Dauphiné  jusqu'en  1713,  epoque  où  elle  l'ut  échangée  avec  le  roi 
de  Sardaigne  pour  la  valle'e  de  Barcelonnette.  Le  Val  d'Aoste  a  resisto  plus  long- 
temps  (jusqu'en  1882),  à  l'intrusion  de  l'italien,  et  il  y  a  déployé  une  grande 
energie.  Voir  la  brochure  du  chanoiuo  Bék\rd  (f  8  février  1889),  intitulée  La 
langue  franf-aise  dans  le  Val  d'Aoste.  Réponse  d  M.  le  cheva'.ier  Vegessi-Ruscalla, 
Aoste,  impr.  Liboz,  1862;  Paul  Mklo.n,  Le  francais  dans  la  Vallèe  d'Aoste,  at- 
tachement  des  Valdótains  à  leur  lanyue  maternelle  {Nouvelle  Revue,  1901).  Il 
existe  une  carte  du  dópartement  du  Po,  dressée  en  1S07,  où  sont  raarquées  d'un 
signe  special  les  communes  de  langue  fran(;aiso.  Ce  sont  les  cominunes  de  la  partie 
occidentale  des  arrondissenients  de  Suse  et  de  Pignerol. 

(*)  Fratelli  Bocca.  Konia,  Torino.  Firenze,  1883. 


—  104  — 

pas  obligés  de  préférer  Titalien  au  franjais.  Ce  n'est  giièie  qiie  depuis 
une  cinquantaine  d'années  qiie,  reprenant  inconscieniment  l'idée  de 
Dante,  on  a  commencé  à  considérer  la  laugue  coiume  le  signe  de  la 
nationalité. 

Le  présent  mémoiio  u'a  nullement  prétention  d'épuiser  un  siijet 
dont  on  est  encore  loin  d'avoir  réuni  tous  les  éléraents.  Mon  biit  prin- 
cipal  a  été  de  groiiper  métiiodiqiiement  les  faits  connus.  et  de  tracer 
un  cadre  dans  lequel  viendront  so  classer  de  uouveaui  témoignages, 
de  noiiveaux  matériaux,  que  des  recherches  ultérieures  ne  manqueront 
pas  de  faire  apparaitre  à  la  lumière. 


X. 


LA  LETTERATURA  POLACCA  CONTEMPORANEA. 

Comunicazione  di  W.  Jablonowski. 


Non  si  è  ancora  «  scoperta  '  nell'Europa  occidentale  la  letteratui-a 
ideila  Polonia  contemporanea,  come  è  avvenuto  per  la  letteratura  russa 
»  scoperta  "  da  poco  tempo  da  Melchior  de  Vogùé  nella  sua  opera  ca- 
pitale: //  romanzo  russo.  Ma  nell'Europa  occidentale  ci  se  n'occupa 
ora  più  sistematicamente  di  prima  :  si  traducono  in  tutte  le  lingue 
del  mondo  civile  i  libri  degli  scrittori  polacchi  ;  si  possono  citare  anche, 
fra  i  rappresentanti  più  autorevoli  della  vita  letteraria  contemporanea, 
Antonio  Fogazzaro,  Georges  Brandes,  G.  Sarazin,  e  molti  altri  che  ri- 
conoscono l'alto  valore  di  alcune  qualità  e  tratti  caratteristici  del 
nostro  genio  creatore.  In  ogni  caso,  son  persuaso  che  quello  che  dovrò 
dire  ai  miei  ascoltatori  non  sarà  loro  affatto  sconosciuto.  Io  non  farò  una 
lunga  enumerazione  di  nomi  di  autori  e  delle  loro  opere,  ciò  sarebbe 
superfluo:  alcuni  sono  in  parte  conosciuti,  altri,  forse,  non  lo  saranno 
mai.  Preferisco  fare  un  rapido  quadro  dei  tratti  generali  della  lette- 
ratura polacca,  del  suo  carattere,  delle  sue  principali  tendenze. 

Gli  avvenimenti,  come  l' insurrezione  del  18(33,  e  tutte  le  cala- 
mità che  ne  derivarono,  svegliarono  nella  società  polacca,  in  cerca  di 
vie  di  adattamento  al  nuovo  regime  sociale  e  politico,  delle  disposi- 
zioni diametralmente  opposte  agli  sforzi  sfrenati  della  immaginazione, 
alle  eccitazioni  febbrili  del  sentimento  che  hanno  caratterizzato  il  pe- 
riodo precedente  della  nostra  vita  nazionale,  l'epoca  del  romanticismo. 

Fu  allora  il  regno  del  sentimento,  il  disprezzo  della  fredda  ra- 
gione, che  non  si  occupava  se  non  di  cose  volgari.  Dopo  la  crisi  del  1863' 
dopo  tanti  disinganni  e  delusioni,  sotto  l' influenza  delle  più  dure  ne- 
cessità della  vita,  si  finì  per  denigrare  il  valore  del  sentimento  nella 
lotta  per  l'esistenza  e  si  proclamò  la  ragione  pratica  come  la  più  si- 
cura guida  nel  dominio  della  vita  nazionale.  La  società  polacca  inscrisse 
allora  nel  suo  stendardo  una  formula  magica  espressa  da  queste  due 
parole;  «lavoro  organico",  con  hi  qualo  essa  entra  nel  nuovo  periodo 
della  vita  sociale,  che  si  chiama  da  noi  il  periodo  positivista  utilitario. 


-  106  — 

Le  correnti  delle  idee  filosoficlie,  allora  in  voga  in  tutta  l'Europa 
occidentale,  dettero  un  forte  appoggio  a  queste  tendenze  nato  dopo  gli 
avvenimenti  del  18G3.  Erano  delle  idee  evocate  dall'ingrandimento 
del  dominio  scientifico,  dall'applicazione  del  metodo  sperimentale  per 
gli  studi  sullo  spirito  e  sulla  materia. 

La  nostra  vita  intellettuale  d'allora  fu  impregnata  dalle  idee  filo- 
sofiche del  Darwin,  dello  Spencer,  del  Taine,  di  Claude  Bernard,  del 
Biichner,  del  Moleschott,  dell'Ardigò  e  di  tanti  altri  eminenti  inve- 
stigatori e  pensatori  che  fornirono  argomenti  nuovi  alla  lotta  con  l'an- 
tico regime  e  con  tutto  ciò  che  si  opponeva  a  fondare  la  vita  su  delle 
verità  scientificamente  provate.  La  nostra  letteratura  segue  questo  mo- 
vimento d' idee  e  lo  riflette  nelle  sue  opere  ;  essa  puro  diviene  posi- 
tivista e  critica:  gli  storici  combattono  le  tradizioni  dei  complotti 
politici;  la  stampa  proclama  il  principio  della  rinascenza  nazionale 
per  l'accumulazione  dei  beni  materiali  ;  la  poesia  rinnega  il  flutto  tu- 
multuoso dell'  immaginazione  ed  i  libri  divengono  circospetti  nell'espres- 
sione dei  sentimenti;  il  romanzo  finalmente  non  s'interessa  che  alle 
cose  della  realtà  immediata  e  procura  di  esaminarle  strettamente.  Il 
movimento  letterario  che  si  produsse  in  Polonia  fra  il  1870  e  il  1880, 
sotto  r  influenza  della  tìlosofia  positiva  e  dell'  ideale  sociale  espresso 
con  queste  due  parole  :  ^  lavoro  organico  " ,  ha  molta  analogia  col  mo- 
vimento letterario  dell'Europa  occidentale.  I  nostri  poeti  di  quell'epoca 
hanno  una  certa  rassomiglianza  con  i  *.  parnasiani  «  francesi  e  con  i 
poeti  italiani  della  scuola  di  Bologna;  i  nostri  romanzieri  ricordano, 
sotto  molti  rapporti,  gli  scrittori  naturalisti  francesi,  oppure  i  veristi 
italiani.  L'arte  polacca,  come  l'arto  occidentale,  provava  allora  il  prin- 
cipio dell'obbiettivismo  artistico  e  si  sforzava  di  riprodurre  imparzial- 
mente le  realtà  esteriori.  Il  suo  ideale  sociale  è  democratico,  in  fatto 
di  religione  è  libero  pensatore;  il  suo  ideale  filosofico  si  basa  sul  culto 
delle  verità  relative  conquistate  dall'esperienza  e  dallo  spirito  anali- 
tico. Esso  ha  però  tendenze  più  decise  che  l'arte  occidentale;  è  più 
utilitario,  tutto  preoccupato  delle  deliberazioni  da  prendersi  riguardo 
alle  questioni  che  la  vita  stessa  nel  nostro  paese  pone  all'ordine  del 
giorno. 

Da  ciò  proviene  il  suo  carattere  più  sociale  che  artistico,  e  noi 
a  ciò  dobbiamo  il  carattere  particolare  che  l'elemento  sentimentale  che 
si  voleva  per  principio  sostituire  con  la  ragione  logica,  cerca  spesso 
ricovero  sotto  la  maschera  di  una  tendenza  voluta.  Ed  ecco  perchè  i 
nostri  scrittori  di  quel  periodo,  malgrado  i  principi  ammessi  dal  rea- 
lismo estetico,  non  poterono  elevarsi  a  quell'obbiettivismo  artistico  che 


—  107  — 

riproduce  indifferentemente  ogni  realtà  ;  essi  non  ebbero  per  il  mondo 
esterno  l' indifferenza  di  molti  naturalisti  francesi  e  non  credettero  mai 
che  tutto  nella  natura  fosse  degno  della  loro  arte.  La  letteratura  di 
questo  periodo  positivo  e  realista  presenta  una  lista  di  autori  come: 
Asnyk,  Madame  Konopnicka,  Swietochowski,  B.  Prus,  H.  Sienkiewich  e 
molti  altri.  Essi  incarnano  le  idee  correnti  dell'epoca;  nelle  loro  opere 
sono  concentrate  tutte  le  aspirazioni  di  questa  generazione  che  detro- 
nizza r  immaginazione  esuberante  e  l'ardito  sentimento  per  porre  al 
loro  posto  la  ragione.  Il  culto  per  la  scienza  esatta,  la  fede  nello  spi- 
rito liberato  da  ogni  pregiudizio  legato  dalle  generazioni  precedenti, 
l'amore  della  vita  immediata,  dei  sogni  che  non  vanno  al  di  là  del 
presente,  la  critica  del  passato  e  delle  tradizioni  nazionali,  l'ebbrezza 
prodotta  dall'  idea  del  progresso  e  finalmente  un  sentimentalismo  de- 
mocratico attirante  l'attenzione  sulle  classi  diseredate:  ecco  ciò  che 
si  trova  nell'opera  di  questi  scrittori. 

Il  loro  grande  ingegno  che  sdegnava  le  rigidezze  dottrinali,  e  più 
ancora  lo  sviluppo  ulteriore  della  vita  nazionale,  salvaguardarono  questi 
autori  dai  pericoli  dell'obbiettivismo  artistico  preso  troppo  alla  lettera 
e  non  permisero  loro  di  rinchiudersi  esclusivamente  nella  sfera  del- 
l' ideale  più  sopra  menzionato,  di  frenare  troppo  gli  slanci  del  pen- 
siero e  le  aspirazioni  del  sentimento.  Quelli  che  da  noi  proclamarono 
il  programma  del  «  lavoro  organico  "  e  che  desiderarono  la  rinascenza 
della  nazione  per  mezzo  dello  spirito  calmo  e  freddo,  secondato  dalla 
scienza  esatta  dell'universo,  quelli  s' ingannavano  nobilmente  nella  loro 
fede  ;  essi  pensavano  che  si  poteva  —  in  grazia  dei  principi  già  indi- 
cati —  aumentare  all'  infinito  tutte  le  «  possibilità  "  d'una  esistenza 
migliore  e  in  grazia  dell'allargamento  della  sfera  degl'  interessi  mate- 
riali, esser  felici  almeno  in  casa  propria,  nella  piccola  cellula  perso- 
nale, qualunque  fossero  le  condizioni  della  vita  generale  della  nazione! 
Ma  da  noi  è  impossibile  lasciarsi  lungamente  cullare  da  simili  illu- 
sioni. La  vita  sociale  e  nazionale  provava  ogni  giorno  che  queste  «  pos- 
sibilità »  d'nn'osistenza  più  completa  si  dileguano  troppo  presto;  essa 
dimostrava  che  la  felicità  individuale  di  ognuno  è  infinitamente  dimi- 
nuita e  ristretta  dall'andamento  generale  delle  cose  nel  paese,  che  infine 
la  vita  fondata  solamente  sulla  ragione,  sulle  astrazioni  aventi  lo  stesso 
valore  per  tutto  e  sempre,  respinge  spesso  l' individuo  al  di  là  della 
sfera  d'azione  del  gruppo  etnico  e  nazionale  al  quale  appartiene  e  di 
cui  egli  deve  dividere  la  sorte  secondo  le  leggi  del  fatalismo  storico. 
Per  non  soccombere  definitivamente  bisognerebbe  lottare  contro  di  esso, 
non  solamente  con  la  forza  della  fredda  ragione,  ma  anche  con  la  pò- 


—  108  — 

tenza  più  viva  dell'anima:  col  sentimeuto,  con  la  passione,  con  l'emo- 
zione del  cuore. 

Ecco  ciò  che  la  società  polacca  comincia  a  comprendei'e,  ecco  clie 
<riunge  lora  della  reazione  contro  la  prepotenza  della  ragione  e  del 
<»  lavoro  or<:janico  "  che  si  nobilita  con  la  presentazione  di  un  ideale 
più  elevato  che  oltrepassa  il  confine  della  sfera  del  benessere  mate- 
riale. Fu  dopo  l'anno  1880  che  questa  reazione  comparve  nella  lette- 
ratura polacca;  essa  è  servita  in  patria  dalla  penna  di  quelli  stessi 
che  brillarono  per  il  loro  ingegno  nell'epoca  precedente  del  positivismo 
utilitario.  I  romanzi  storici  del  Sieukiewich  danno  un  esempio  splen- 
dido di  questa  inversione  d'idee. 

Il  passato  della  nazione,  già  così  severamente  criticato,  è  ora  evo- 
cato dalla  nuova  immaginazione,  dall'emozione  del  cuore.  Se  l'autore 
riattacca  cosi  il  passato  al  presente,  non  è  allo  scopo  di  venerare  senza 
restrizioni  tutto  ciò  che  ha  servito  a  formare  la  trama  della  storia 
nazionale,  ma  per  dimostrare  come  nelle  epoche  d'abbassamento  e  di 
decomposizione  morale  della  repubblica  nuove  forze  vi  nascevano  e 
salvavano  la  patria  in  pericolo. 

Non  è  soltanto  il  riflesso  della  gloria  nazionale  —  che  si  con- 
templa con  tanta  soddisfazione  nei  giorni  di  sventura  —  che  ci  danno 
i  romanzi  del  Sienkiewich,  essi  hanno  per  noi  altre  qualità:  prima  di 
tutto  essi  ci  danno  una  incarnazione  palpitante  delle  virtù  attive  che 
aumentano  la  vitalità  della  nazione,  e  un  <.  memento  "  sfolgoreggiante, 
poiché  le  corde  che  vibravano  prima  così  potentemente  debbano  vibrare 
ancora  con  la  stessa  forza  in  altre  condizioni  dell'esistenza  nazionale. 

Altri  scrittori,  contemporanei  del  Sieukiewich,  trattano  lo  stesso 
soggetto  in  altra  maniera.  B.  Prus,  nel  suo  eccellente  romanzo  La  ve- 
detta, dimostra  come  l' istinto  irragionevole  dell'amore  del  suolo  nativo 
presso  il  popolo  può  essere  una  forza  potente  nella  lotta  per  la  vita 
nazionale.  In  un  altro  romanzo  celebre.  La  bambola,  lo  stesso  autore 
contrappone  ai  rappresentanti  d'una  società  egoista  degli  uomini  di 
cuore  ardente  e  disinteressati;  egli  vi  sottolinea  molto  chiaramente 
due  qualità  dell'anima  polacca:  il  rimpianto  profondo  lasciato  dall'epoca 
eroica  d'altri  tempi  ed  il  potere  di  far  sacritizio  dei  vantaggi  del  tempo 
presente  in  favore  di  un  ideale  incerto  dell'avvenire.  Altri  scrittori 
ancora,  come  Mme  Orzeszkowa  et  Mine  Konopnicka  si  sforzano  a  con- 
ciliare le  aspirazioni  contrarie  della  nostra  vita  intellettuale,  le  ten- 
denze positive  dell'epoca  con  la  vita  spontanea  e  disinteressata  del  cuore. 

Verso  l'anno  1890  una  nuova  serio  di  giovani  autori  apparve  a 
lato  degli  scrittori  della  generazione   precedente.  Questi  spingono  più 


—  109  — 

lontano  la  reazione  cominciata.  (Qui  ben  inteso  ho  in  vista,  non  la 
reazione  retrograda,  sinonima  dell'  ignoranza  che  acclama  con  gioia 
a  il  fallimento  della  scienza  »,  ma  quella  che  vorrebbe  muovere  le  ric- 
chezze della  ragione  con  la  forza  del  cuore).  L'entrata  dei  giovani 
nell'agone  letterario  fa  vibrare  i  più  disinteressati  sentimenti  ed  i  più 
ardenti  desideri  di  sacrifizio;  il  sogno  ingrandisce  l'orizzonte  di  con- 
cezioni creatrici,  anche  se  qualche  cosa  d"  imprevisto  apparisce  alla 
ragione  calcolatrice.  Questa  gioventù  entrava  in  lizza,  già  piena  essa 
stessa  di  delusioni,  di  scoraggiamenti  cagionati  da  questo  lavoro  di 
formiche  ragionevoli,  lavoro  il  cui  risultato  dava  troppo  poco  alla  so- 
cietà ed  invece  arricchiva  spesso  oltre  misura  l'individuo  particolare; 
ed  essa  era  pure  meno  equilibrata  della  generazione  precedente  dei 
«  positivisti  1 ,  più  snervata  per  la  disproporzione  che  esiste  da  noi  fra 
la  vitalità  degl'individui  sensibili  ed  ardenti  e  la  strettezza  della  loro 
sfera  d'azione. 

Le  opere  «  dei  giovani  »  denotano  la  coscienza  della  loro  impotenza 
personale  di  fronte  alla  fatalità  della  sorte,  il  desiderio  ardente  d'ab- 
battere l'ostacolo  che  loro  sbarra  la  via  e  diminuisce  il  loro  ì;  io  ».  Un 
lamento  sordo  d'anime  bramose  d'azione,  palpitanti  pel  desiderio  di 
una  vita  sbarazzata  da  ogni  pastoia,  riempie  le  opere  loro.  Esse  riflet- 
tono inoltre  una  grande  e  dolorosa  sensibilità  svegliata  da  tutte  le  cause 
che  disorganizzano  la  vita  della  comunità  che  impedisce  loro  di  span- 
dersi secondo  i  propri  istinti  e  la  concezione  delle  forme  più  perfette 
della  vita  sociale. 

Ecco  le  disposizioni  di  spirito  che  caratterizzano  la  maggior  parte 
dei  giovani  poeti,  come  Kasprowich,  Tetmajer,  Lange,  Xowicki, 
Wyspiaiiski  ;  romanzieri  come  Szymanski,  Zerowski,  Reymont  Se- 
roszewski,  Weyssenhof  e  molti  altri  che  formano  la  gloriosa  pleiade 
della  letteratura  polacca  dell'ora  presente.  I  loro  sforzi  hanno  vinto  il 
razionalismo  positivista  e  l'opportunismo  nelle  idee  che  da  noi  hanno 
dato  la  vita  alla  rassegnazione  e  al  calcolo  gioioso  del  benessere  am- 
massato dai  particolari,  benessere  che  doveva  reintegrare  la  nazione 
delle  sue  perdite,  del  dominio  della  vita  civile,  della  mancanza  di 
coudizioni  favorevoli  allo  sviluppo  della  sua  propria  personalità  morale. 

La  nostra  letteratura  presente  non- si  erige  più  a  campione  d'una 
sola  classe  qualunque  della  società,  lo  sue  aspirazioni  abbracciano  di 
nuovo  ii  le  generazioni  passate  e  future  della  nazione  »  come  diceva  il 
capo  della  nostra  scuola  romantica,  il  poeta  A.  Mickiewich. 

T  nostri  scrittori  contemporanei  realizzano  questa  sintesi  per  vie 
differenti:  gli  uni  vanno   tliritti  allo  scopo,  gli  altri  vi  i,Mungono    por 


—  110  — 

ogni  sorta  di  giri.  Si  trovano  fra  essi  dei  soggettivisti  appassionati 
che  ricercano  il  più  alto  ideale  di  felicità  personale,  ma  essi  non  sono 
che  il  riflesso,  la  cristallizzazione  delle  aspirazioni  generali  e  più  vaste. 

Gli  acri  pessimisti  non  mancano:  essi  esprimono  la  loro  dispera- 
zione, il  loro  dolore  estremo  cagionato  dalla  miseria  dell'esistenza,  ma 
ciò  non  è  che  l'eco  sonora,  chiusa  nei  limiti  di  una  sola  anima,  del 
dolore  che  pesa  sulle  anime  che  la  circondano.  Noi  alibiamo  degli  al- 
truisti evangelici  che  portano  il  perdono  a  tutti  :  questi  sono  gli  apo- 
stoli della  fraternità  universale.  Ma  quest'altruismo  è  semplicemente 
l'espansione  delle  anime  che  vedono  nell'amore  universale  la  loro  spe- 
ranza suprema  di  diminuire  il  male  più  prossimo.  Altri  infine  hanno 
una  fede  profonda  nella  vitalità  e  nella  potenza  elementare  della  loro 
razza;  su  questa  base  essi  costruiscono  l'avvenire  benedetto  dal  sogno 
di  una  vita  migliore. 

In  seguito  a  simili  influenze  tutti  i  generi  letterari  si  trasformano. 
La  poesia  lirica,  negletta  particolarmente  durante  il  regno  del^iositi- 
vismo,  rifulse  di  nuovo  con  una  forza  e  ricchezza  di  sentimento  da 
ricordare  il  tempo  del  romanticismo.  Nel  romanzo  il  genere  psicolo- 
gico, poco  coltivato  da  noi,  acquista  un  certo  sviluppo;  il  romanzo 
realista,  descrittivo,  abbraccia  non  solamente  i  fenomeni  esteriori  che 
colpiscono  principalmente  i  sensi  elementari,  ma  procura  pure  di  pe- 
netrare fino  a  quelle  forze  profonde  che  sono  la  causa  della  vita.  Il 
dramma  cessa  d'essere  un'arte  ritraente  il  volgare  tran  tran  dell'esi- 
stenza e  si  sforza  di  combinare  insieme  situazioni  più  tragiche  del- 
l'anima individuale  e  dell'anima  nazionale.  Il  fiume  della  vita  lette- 
raria ha  ora  correnti  estremamente  eterogenee  ;  il  suo  lotto  diventa 
più  tortuoso  che  durante  l'epoca  precedente;  vi  è  più  libertà  nella 
scelta  dei  mezzi  artistici  e  meno  prescrizioni  dottrinali.  Le  dottrine 
esistono  sempre,  ma  sono  meno  categoriche,  meno  monotone  di  prima. 
Si  fa  spesso  sentire  nella  nostra  letteratura  contemporanea  la  nota  del 
misticismo,  il  quale  non  e'  imbarazza  atfatto  perchè  non  è  un  prodotto 
artificiale. 

I  nostri  grandi  poeti  dell'epoca  romantica,  Mickiewich,  Slowacki 
ed  altri  ancora,  erano  mistici  nel  più  alto  significato  della  parola: 
essi  si  elevavano  al  disopra  delle  cose  della  vita  temporanea  colla 
forza  dello  spirito  liberato  dagli  elementi  terrestri;  essi  desideravano 
conquistare  un  mondo  migliore  per  il  loro  prossimo.  Per  essi  il  mi- 
stero dell'esistenza  ora  l'avvenire  della  nazione.  Il  nostro  misticismo 
attualo  sgorga  dalle  stesse  sorgenti.  Esso  non  è  una  paura  inferma 
del  cuore    scosso  nelle  sue  credenze,  non  è  nemmeno  religione    senza 


-  Ili  - 

fede,  come  ha  detto  J.  Lemaitre,  caratterizzando  il  misticismo  del  suo 
paese.  Si  tratta  del  rinascimento  idealista  dell'arte:  i  nostri  artisti 
son  di  parere  che  si  può  raggiungerlo  col  desiderio  sincero  di  riavvi- 
■  cinarsi  all'  Inconoscibile,  cioè  a  dire  a  tutto  quello  che  ci  è  nascosto 
dalle  apparenze  ordinarie  della  vita  esteriore.  Il  simbolismo  ha  pure 
trovato  alcuni  ardenti  adepti  fra  i  nostri  autori  ;  esso  è  ancora  un  se- 
guito delle  tradizioni  della  nostra  grande  arte  dell'epoca  romantica, 
Non  vi  è  dunque  niente  di  straordinario  che  coloro  i  quali  ai  nostri 
giorni  reagiscono  contro  l'arte  troppo  oggettiva,  non  approvando  chei 
mezzi  diretti  d'espressione,  accettino  i  simboli,  ossia  i  segni  e  le  ima- 
gini  soggettive,  dando  indirettamente  con  le  idee  la  concezione  delle  cose. 

La  questione  dell'  ^  arte  per  arte  ^  era  spesso  combattuta  nella 
nostra  letteratura  contemporanea.  Gli  uni  sognano  un'arte  che  si  oc- 
cupi della  vita  immediata,  un'arte  che  serva  di  strumento  ai  moralisti 
per  raggiungere  i  loro  scopi  particolari;  altri  tentano  di  liberarla  da 
ogni  preoccupazione  passeggera,  quotidiana  e  d' impiegarla  alla  crea- 
zione del  bello  assoluto.  Spesso  non  è  che  una  vana  lotta  di  parole 
fra  differenti  temperamenti  artistici  che  non  possono  reciprocamente 
comprendersi.  Del  resto  si  comincia  a  intendere  che  il  settarismo  este- 
tico da  noi  è  dannoso  all'arte  e  il  pubblico  adotta  a  poco  a  poco  questa 
opinione  che  i  deboli  e  gì'  infecondi  fanno  della  teoria  oggetto  di  di- 
scussione, mentre  che  i  forti,  pieni  di  vita,  producono  e  conseguono  il 
bello  assoluto  nelle  forme  proprie  ad  ogni  individualità  artistica.  Nei 
paesi  dove,  come  da  noi,  l'atmosfera  morale  divenendo  qualche  volta 
troppo  pesante,  indebolisce  la  volontà  e  addormenta  il  sentimento,  che 
vi  è  da  meravigliarsi  se  questa  debolezza,  questo  deviamento  del  senso 
della  vita  come  l'ipertrofia  dell'io  umano  dia  uscita  a  ciò  che  si  cliiama 
la  «  decadenza  »  nell'arte?  Ma  questi  non  sono  che  flutti  passeggeri 
che  si  dileguano  presto  nelle  correnti  delle  tendenze  potenti,  eroiclie 
provenienti    dall'amore  di  patria  e  dalla  forza  congenita  della    razza. 

Grazie  a  queste  disposizioni  di  spirito  l' insieme  della  nostra  let- 
teratura presenta  un  aspetto  molto  complicato  ;  i  i^  tutti  d'un  pezzo  " 
vi  sono  più  rari  che  or  non  è  molto  e  vi  si  vedono  ora  più  elementi 
eterogenei;  lo  spiritualismo  come  il  naturalismo,  il  soggettivismo  e 
l'oggettivismo  si  sono  amalgamati,  perdio  l'uomo  contemporaneo  da 
noi,  come  nell'occidente,  ama  già  —  come  l'ha  osservato  il  Taino  — 
il  bello  dove  si  trova  e  non  vuole  con  dello  ripulse  o  dei  bandi  ar- 
tificiali imbruttire  la  natura. 

Sotto  questo  rapporto,  come  io  ho  già  detto,  è  lo  stesso  da  noi 
come  nell'Europa  occidentale.  Qual"  è  dunque  il  rapporto  fra  la  lotto- 


112  — 


ratura  occidentale  e  la  nostra?  Da  secoli  noi  siamo  in  buoni  rapporti 
con  essa,  anzi  richiamerò  qui  il  fatto  che  nel  XVI  e  XVI l  secolo  nella 
città  eterna  s' incoronavano  già  i  nostri  poeti,  a  quanto  pare,  a  causa 
dellaffinità  di  cultura,  e  questi  legami  non  hanno  cessato  di  esistere. 
Allorché  si  formava  in  occidente  un  nuovo  centro  di  vita  intellettuale 
od  artistica  o  qualche  nuovo  astro  illuminava  le  vie  dell'avvenire,  noi 
lo  salutavamo  con  gioia  e  senza  prevenzioni.  E  sopratutto  noi  non  pre- 
stiamo fede  alla  decadenza  latina  atìermata  pertanto  qua  e  là;  noi  non 
pensiamo  che  la  razza  e  la  civiltà  dei  popoli  latini  non  possano  darci 
Itili  niente  ed  abbiano  detto  la  loro  ultima  parola.  Noi  non  sappiamo 
qual  gruppo  dell'umanità  ci  darà  la  formula  magica  della  rinascenza 
futura;  in  ogni  caso  noi  non  vediamo  ancora  in  nessuna  parte  questo 
gruppo  così  predestinato  da  farci  già  dimenticare  le  nostre  antiche 
simpatie  e  trasportare  le  nostre  speranze  non  si  sa  in  qual  luogo  e  in 
qual  direzione.  Noi  non  ci  difendiamo  cosi  energicamente  contro  le 
influenze  delle  letterature  straniere  come  si  fa  qualche  volta  in  occi- 
dente per  timore  delle  invasioni  delle  letterature  del  nord,  perchè  noi 
abbiamo  fede  che  sul  tronco  solido  della  letteratura  nazionale  si  svi- 
lupperanno soltanto  quegl'  innesti  stranieri  capaci  di  coprirlo  più  abbon- 
dantemente di  fronde.  E  forse  gì'  Italiani  non  sanno  quanti  traduttori 
abbian  trovato  presso  di  noi  il  loro  Dante  e  il  loro  Petrarca,  a  qual 
punto  è  presso  noi  popolare  il  loro  Leopardi,  qual  rispetto  e'  incuta  l'arte 
di  Giosuè  Carducci  così  originale  d'idee,  così  nobile  di  forma,  o  quanto 
noi  sappiamo  stimare  nel  suo  giusto  valore  Taristocratismo  estetico  di 
Gabriele  d'Annunzio.  Né  sanno  forse  i  Francesi  quanto  le  loro  teorie 
estetiche  e  la  loro  critica  letteraria  ci  abbian  giovato,  né  i  Belgi  quale 
impressione  abbia  fatto  su  noi  il  dramma  di  M.  Maeterlinck, ...  e 
così  di  seguito. 

Ma  io  avevo  invece  il  dovere,  sia  pure  meno  gradito,  di  parlare 
di  noi;  dovere  al  quale  non  mi  potrò  sottrarre:  e  ben  venga  quel 
giorno,  se  non  quando  1'  Europa  occidentale  avrà  scoperto  la  letteratura 
polacca  contemporanea.  E  con  tale  augurio  pongo  Hne  a  questa  ras- 
segna, tanto  più  che  non  si  tratta  soltanto  della  scoperta  di  belle 
forme  artistiche,  ma  puranchc  della  vita  di  una  nazione  che  sa  vivere 
nella  beltà,  nonostante  le  incertezze  della  sua  sorte. 


XI. 


PER    LA    STORIA    DELLA    CRITICA 
E  STORIOGRAFIA  LETTERARIA. 

Comunicazione  di  Benedetto  Croce. 


I. 

Le  trattazioni  e  i  saggi  a  me  noti  di  storia  della  Critica  lette- 
raria, italiani  e  stranieri,  mi  sembrano  in  genere,  pel  modo  in  cui 
sono  condotti  e  malgrado  gli  ottimi  particolari  di  cui  abbondano,  poco 
soddisfacenti.  Senza  entrare  in  un  esame  minuto  di  quelle  opere,  io 
desidero  qui  accennare  sommariamente  quale  deve  essere,  a  mio  parere, 
il  contenuto  proprio  di  una  «  storia  della  Critica  letteraria  ",  e  da 
quali  pericoli  bisogna  più  attentamente  guardarsi  e  quali  avvertenze 
usare,  perchè  il  lavoro  riceva  il  suo  adeguato  svolgimento. 

Accade  spesso  che  la  storia  della  Critica  letteraria  venga  sca.-n- 
biata,  0  inesattamente  connessa,  con  la  Storia  delle  teorie  critiche  e 
letterarie.  È  evidente  tuttavia,  sol  che  vi  si  rifletta  un  momento, 
che  altro  è  la  storia  della  Critica,  altro  quella  delle  teorie  sulla 
Critica.  La  seconda  è  un  capitolo  della  storia  della  Poetica,  ossia  del- 
l'p]stetica,  e  trova  in  questa  i  suoi  fondamenti  e  le  sue  ragioni:  la 
storia  della  Critica,  invece,  deve  concernere  la  critica  in  atto,  non  la 
coscienza  teorica  dell'atto:  dev'essere  la  storia  della  produzione  effet- 
tiva dello  spirito  critico  nella  sua  vita  concreta.  La  diversità  delle 
due  materie  può  essere  illustrata  da  due  esempì  estremi.  S'immagini 
uno  storico  eccellente  della  letteratura,  che  alla  sua  opera,  ricca  di 
sapere  e  buon  gusto,  premetta  un'introdu/ione  sugli  uffici  del  critico, 
del  tutto  sbagliata  e  alla  quale  l'opera  sua  oontradica  col  fatto,  senza 
ch'egli  se  ne  accorga.  Il  caso  si  è  dato  più  volte.  E  non  meno  fre- 
quente è  l'altro  caso  di  uno  storico  che  faccia  professione  di  ottimi  e 
ben  ragionati  principi  critici,  e  nel  fatto  si  contradica  per  deticienvia 
di  attitudine,  o  perchè  ceda  a  latenti  proconcetti  politici  e  filosotici.  o 
per  fretta  e  superticialitìi,  o  per  altra  cagione.  I  due  scrittori  dellipo- 

Sezione  111.  —  Storia  delle  LetUraturt.  8 


-  114  - 

tesi  sarebbero  ciascuno  giudicabile  a  volta  a  volta  in  due  sedi  diverse: 
il  primo  sarebbe  segnato  di  cattiva  nota  in  una  storia  dell'  Estetica, 
dove  l'altro  avrebbe  un  bel  posto;  mentre  poi,  in  una  storia  della  Cri- 
tica in  atto,  il  giudizio  dovrebbe  esattamente  invertirsi. 

Come  la  funzione  della  poesia  e  dell'arte  in  genere  nasce  prima 
della  teoria  della  poesia  e  dell'arte,  cos'i  anche  la  funzione  della  Cri- 
tica letteraria  ed  artistica  nasce  prima  della  teorica  della  Critica 
(Estetica).  Perciò,  le  due  storie  sono  intimamente  distinte.  Ma,  fissata 
la  distinzione,  non  bisogna  poi  trascurare  la  grande  efficacia  che  lo 
svolgersi  della  teoria  ha  sulla  stessa  funzione  critica. 

—  0  come  mai?  —  si  dirà.  —  Non  si  è  or  ora  asserito  che  il 
fatto  nasce  prima  della  teoria,  e  che  perciò  la  teoria  non  è  in  grado 
di  generare  il  fatto?  —  Ciò  è  sempre  verissimo:  ma,  se  la  teoria  non 
ha  nessun  potere  a  rendere  artista  chi  non  ha  disposizione  artistica, 
e  critico  d'arte  chi  non  ha  disposizione  di  critico  d'arte,  ha  un  grande 
potere  nello  scacciare  dalle  menti  teorie  erronee  e  pregiudizi,  che  so- 
gliono essere  di  grave  inciampo  e  all'artista  e  al  critico.  Essa  opera  non 
già  direttamente  sulla  funzione  artistica  o  critica,  ma  sulle  circostanze 
esterne,  per  cos'i  dire,  di  entrambe.  Un  artista  o  un  critico,  ben  dotati 
da  natura,  e  rimasti  in  quello  stato  di  verginità,  che  nel  primo  si 
chiama  spontaneità  e  nel  secondo  immediatezza  o  spregiudicatezza,  po- 
tranno certamente  far  di  meno  d'ogni  teorica;  ma,  quando  l'artista  e 
il  critico  si  son  messi  a  filosofare  ed  hanno  accolto,  o  si  son  formati, 
idee  storte  sull'arte  e  sulla  critica,  per  loro  non  c'è  salute  se  non  in  uno 
di  questi  due  partiti  :  o  che  gettino  a  mare  senz'altro  tutto  il  loro  far- 
dello filosofico  e  si  lascino  guidare  dall'  ispirazione;  ovvero  che  laborio- 
samente, sciolgano  e  depurino  quel  fardello,  criticando  con  miglior  filosofia 
ciò  che  con  una  meno  buona  hanno  accettato  o  costruito.  E  vi  ha  chi  ha 
abbracciato  il  primo  partito  e  chi  il  secondo;  e  più  spesso  il  primo, 
ma  solo  a  mezzo  :  onde  il  miscuglio  di  artificio  e  di  genialità  che  si 
trova  in  molti  artisti,  di  pregiudizi  e  di  buon  senso,  cl\e  si  trova  in 
molti  critici. 

Pregiudizi  e  lotta  contro  i  pregiudizi  accompagnano  ad  ogni  passo 
la  storia  della  produzione  critica:  non  sono  rari  episodi,  sono  insidie 
e  lotte  giornaliere,  che,  ai  tempi  nostri,  in  tanto  progresso  di  studi, 
non  son  peranco  cessate.  Di  qui  la  grande  importanza  che  ha,  in  una 
storia  della  Critica,  l'esposizione  dell'  inlluenza  delle  teorie  sulla  pra- 
tica (clvi)  poi  in  fondo,  come  abbiamo  mostrato,  infiuenza  dello  teorie 
sulle  teorie).  Essa  corrisponde  a  quella  parte  che  nella  storia  della 
letteratura  si  dedica  alle  idee  teoriche  dei  poeti  ;  non  essendo    possi- 


—  115  — 

bile  esporre  lo  svolgersi  dello  spirito  poetico  di  Dante  o  di  Manzoni 
senza  tener  conto  delle  loro  idee  intorno  alla  poesia  ed  all'arte,  quando 
non  restarono  già  relegate  in  una  lontana  regione  del  loro  cervello,  ma 
furono  in  essi  incitamento,  o,  meglio,  impedimento,  a  percorrere  la 
loro  via  artistica.  Ma  come  non  perciò  la  storia  della  letteratura  si 
annette  inorganicamente  una  storia  dell'Estetica,  cosi  nella  storia  della 
Critica  l'esposizione  delle  idee  teoriche  va  fatta  soltanto  riguardo  alla 
loro  injiueiua  sulla  pratica,  e  quindi  la  prospettiva  (cioè,  la  scelta 
del  materiale  e  l'ampiezza)  dell'esposizione  è  affatto  diversa  da  quella 
che  sarebbe  in  una  storia  dell'Estetica:  qui,  argomento  principale; 
colà,  trattazione  sussidiaria. 

Per  tal  modo  la  sturia  delle  teorie  non  resta  qualcosa  di  estrin- 
seco 0  di  somministrato  per  grazia,  ma  viene  intrinsecamente  connessa 
con  l'oggetto  proprio  della  storia  della  Critica,  eh'  è,  come  abbiamo 
detto,  lo  spirito  critico  in  atto.  Ma  con  questo  non  abbiamo  eliminato 
tutti  i  pericoli  di  confusione  e  di  scambi.  Noi  sappiamo  che  ogni 
lavoro  critico  si  distingue  in  tre  momenti  successivi:  1°  erudizione  sto- 
rica, occorrente  all'  intendimento  di  un'opera  d'arte  (di  uno  scrittore, 
di  un'epoca,  di  una  letteratura);  2°  riproduzione  fantastica  dell'opera 
d'arte  (giudizio  e  compiacimento  estetico);  3°  rappresentazione  riflessa 
di  quest'opera  d'arte  quale  essa  è  (critica,  e  storiografia  artistica  e 
letteraria)  e ).  Ora  la  storia  della  Critica  studierà  parallelamente  questi 
tre  momenti?  0  alcuni  d'essi  si  ed  altri  no?  E  come?  — Alle  quali 
domande  ci  sembra  dover  rispendere:  che  l'oggetto  della  storia  della 
Critica  non  è  la  somma,  ma  il  insultalo  dei  tre  momenti,  ossia  il 
terzo  momento,  che  comprende  in  sé  i  due  precedenti.  Chi  tratta  i  due 
primi,  0  uno  dei  due  primi  soltanto,  isolandoli  del  terzo,  esce  fuori 
dalla  storia  vera  e  propria  della  Critica. 

Infatti,  una  storia  dell'erudizione  letterarie  per  sé  pres:i  imvn  la 
sua  forma  naturale  in  una  bibliografia  che  sia  ragionata,  cioè  non 
arida  e  non  consistente  in  soli  titoli  di  libri.  Una  storia  del  gustò 
per  sé  preso  non  può  essere  se  non  una  storia  delle  vici'nde  delle  opere 
letterarie,  come  se  ne  hanno  saggi  per  la  fortuna  e  sfortuna  di  Dante  : 
si  tratta  di  fermare  quali  opere  letterarie *sieno  piaciute  e  quali  di- 
spiaciute in  una  data  epoca,  e  d'investigar  le  cause  psicologiche  e 
sociali  del  favore  e  del  disfavore.  E  si  risolvo  quindi  in  un  contributo 


e)  Vedi  sul  proposito  la  mia  Estetica,  parto  i>rimu.  capp.  X\  I  e  XVU.  Ni- 
nno precedente  libretto  sulla  Critica  letteraria  (1805)  i  tre  mouienti  non  erano 
sempre  ben  definiti,  nò  se  ne  stabiliva  conesattozza  la  connessione  e  saccessiiinP. 


—  IIG  — 

a  ciò  che  modernamente,  e  alla  tedesca,  si  denomina  Cultiirgeschlchte  ; 
ossia  a  quella  investigazione  più  minuta  ed  intima  della  storia  dei 
popoli,  prima  guardata,  di  solito,  soltanto  nella  parte  che  si  dice  più 
strettamente  politica. 

Pure,  se  il  progresso  dell'erudizione  e  le  vicende  del  gusto  non 
sono  direttamente  oggetto  della  storia  della  Critica,  in  questa  non  si 
può  non  tenerne  conto,  al  modo  stesso  in  cui  si  deve  tener  conto  dello 
svolgimento  delle  teorie;  ossia  noi  rispetto  dell'efììcacia  che  erudizione 
e  gusto  possono  esercitare  sulla  vita  della  Critica.  Abbiamo  visto  che 
un  giudizio  erroneo  di  un'opera  d'arte  può  aver  la  sua  causa  in  uu 
pregiudizio  teorico.  Egualmente,  altri  errori  possono  trovare  origine  nelle 
condizioni  dell'erudizione,  nella  manchevole  conoscenza  dell'ambiente 
storico  in  cui  sorsero  le  opere  d'arte  che  si  esaminano.  Così  e  Omero 
e  Dante  e  Shakespeare  furono  nel  secolo  XVIII  tacciati  di  sconcezza 
e  di  barbarie,  perchè  non  riusciva  ai  lettori  di  allora  di  trasportarsi 
nelle  condizioni  psicologiclie  dell'  p]lhide  primitiva,  del  medioevo,  e  del- 
l'Inghilterra del  rinascimento;  e  la  ben  diversa  stima  che  si  fece  poi 
di  quei  grandi  si  devo  in  non  piccola  parte  al  progresso  degli  studi 
storici  del  secolo  XIX.  Finalmente,  per  intendere  alcuni  giudizi,  che 
parrebbero  strani,  non  si  può  trascurare  il  fatto  che  il  compiacimento 
estetico  esiste  assai  spesso  disgiunto  dalla  sua  adeguata  forma  riflessa 
e  critica.  Coloro  che  pel  passato  adducevano  come  ragione  del  valore 
da  essi  attribuito  a  Dante  la  sua  grande  erudizione  e  il  suo  profondo 
pensiero  teologico  e  cristiano;  o  che  dell'Ariosto  poeta  lodavano  le 
qualità  estrinseche,  riprovandone  la  leggerezza  ed  immoralità  del  con- 
tenuto ;  erano  in  preda,  assai  sovente,  ad  una  illusione.  La  molla  del 
loro  entusiasmo  scattava  realmente  innanzi  all'intima  virtù  poetica  del- 
l'uno e  dell'altro;  ma  di  questa  non  sapendosi  rendere  conto,  cerca- 
vano in  cose  estranee  le  ragioni  dell'entusiasmo.  E  la  riprova  di  ciò 
si  ila  nel  fatto  che  quegli  stessi  non  si  risolvevano  poi  ad  ammirare 
con  la  stessa  forza,  o  non  ammiravano  punto,  scrittori  eruditi  e  cri- 
stiani quanto  Dante,  ma  sforniti  di  virtù  poetica;  verseggiatori  abili 
quanto  l'Ariosto,  ma  privi  della  sua  potenza  fantastica  e  della  sua 
genialità. 

A  tutte  queste  diflìcoltà  bisogna  aver  l'occhio  perchè  una  storia 
della  Critica  letteraria  non  degeneri  :  1°  in  una  mera  storia  di  dot- 
trine estetiche  astratte;  2°  in  un  catalogo  bibliografico;  3°  in  una  rac- 
colta di  aneddoti  sulla  varietà  dei  gusti;  o,  infine,  4°  in  un  aggregato 
inorganico  di  (jueste  tre  storie  disparate.  Il  suo  oggetto  è  invece  ripe- 
tiamo, la  storia  della    produzione    critica    concreta,    considerata  negli 


-   117  — 

impedimenti  e  nelle  facilitazioni  che  a  volta  a  volta  le  son  venuti  e 
dallo  stato  delle  teorie  filosofiche  e  da  quello  dell'erudizione  e  del 
<^usto.  Estetica,  erudizione,  gusto  c'entrano,  sì,  ma  solo  nel  modo 
indicato:  come  condizioni  e  presupposti  da  tener  continuamente  pre- 
senti, ma  che  non  debbono  soverchiare  e  celare  l'oggetto  principale  e 
proprio  ('). 

IL 

•Chiarito  così  il  compito  di  una  storia  della  Critica  letteraria,  sog- 
giungerò che  la  trattazione  di  essa  abbraccia,  a  mio  parere,  tre  parti 
ed  importa  tre  ordini  di  ricerche. 

La  prima  parte  concerne  le  vicende  e  il  progresso  deìV attitudine 
0  metodo  critico  in  genere  ;  la  seconda,  i  risultati  particolari  raggiunti  ; 
la  terza,  Y organamento  di  questi  in  un  quadro  più  o  meno  vasto,  ossia 
la  costruzione  della  storia  letteraria.  Mi  sia  lecito  spiegare  questi  tre 
punti,  ed  esemplificarli  brevemente  con  qualche  accenno  alla  storia 
della  critica  letteraria  italiana. 

Sul  primo  punto  è  da  notare  clie  la  critica  estetica  è,  fra  i  lavori 
della  mente  umana,  di  quelli  che  più  tardi  raggiungono  la  loro  vera 
natura  e  perfezione;  e  ciò  per  le  considerazioni  stesse  accennate  di 
sopra:  per  le  complesse  condizioni  di  conoscenza  e  penetrazione  sto- 
rica, e  di  assenza  di  pregiudizi  teorici,  ch'essa  presuppone.  Lo  abbiamo 
già  detto  :  altro  è  gustare  un'opera  d'arte,  e  altro  rendersi  conto  delle 
ragioni  del  gustarla:  questo  «  rendersi  conto  "  è  il  difficile,  ed  è  la 
critica.  Salvo  alcune  eccezioni,  può  dirsi  che  la  critica  estetica  non  si 
presenti  davvero  nella  sua  compiutezza  prima  del  secolo  XIX. 


(1)  La  recente  opera  del  Saintsbury:  A  history  of  Criticism  and  literary 
Tante  in  Europe  (Edimburgo  e  Londra,  1900  e  segg.),  per  proposito  dichiarato 
dell'autore,  non  vuol  essere  una  storia  delle  teorie  sul  bello  e  della  Estetica  ;  ma 
non  indovina  l'altra  via,  per  la  quale  si  sarebbe  potuta  restringere  a  una  storia 
della  critica  letteraria,  con  riguardo  alle  idee  filosofiche  e  alle  altre  cose  soprac- 
cennate. Nel  fatto,  l'opera  del  Saintsbury  ò  riuscita  un'incompleta  Storia  dell'Este- 
tica, ed  un'  incompleta  Storia  della  Critica  letteraria  concreta.  Cfr.  ciò  che  ne 
ho  detto  in  Estetica,  p.  519,  ed  un'eccellente  recensione  dello  Spingarn,  nella 
Nation  di  New-York,  15  gennaio  1903.  «  A  great  task  —  scrive  lo  Spingarn  — 
without  a  detcrminate  goal  or  an  e.xact  delimitation  of  its  scope,  is  in  danger  of 
ending  in  confusion.  Tliat  this  is  not  the  case  {ndVopera  del  S.)  is  due  to  practi- 
sed  literary  craftsmanship,  and  to  the  cxternal  aid  of  such  devices  as  the  oha- 
racteric  interchapters.  15ut  no  e.\trancous  devico  can  givo  internai  unity;  and  a 
philosophic  conception  of  literary  criticism  is  essential  to  the  architectonic  of 
such  a  history  ». 


-  118  - 

Analisi  estetiche  profonde  non  si  trovano  nei  critici  dell'antichità 
fjreco-ioinana,  nemmeno  presso  i  maggiori,  Aristotile,  Cicerone,  Quin- 
tiliano 0  Longino.  Mancavano  criteri  sicuri  ;  e  le  osservazioni  non 
oltrepassavano  per  lo  più  la  superticie.  Le  comparazioni,  così  spesso 
istituite,  fra  due  poeti  o  tra  due  oratori,  tra  Sofocle  ed  Euripide,  o  tra 
Demostene  e  Cicerone,  non  uscivano,  piìi  o  meno,  dall'arbitrario.  Del 
resto,  le  scuole  letterarie  dell'antichità  erano  volte  piuttosto  verso  la 
pratica,  verso  l'istruzione  occorrente  per  parlare  e  scrivere  bene,  che 
non  verso  la  comprensione  pura  e  semplice  delle  opere  d'arte  del  passato. 
E  sarebbe  vano  cercare  un  progresso,  per  questa  parte,  nelle  scuole  del 
medioevo.  Anche  il  De  vidgari  eloquenlia  dantesco,  per  tanti  rispetti 
notevole,  ha  grande  importanza  come  sintomo  concomitante  della  nuova 
letteratura  romanza,  che  si  accorge  della  propria  forza;  non  già  per  le 
idee  estetiche  che  contiene  o  per  la  qualità  dei  giudizi  critici  ('). 

Vj  un  giusto  sentimento  del  problema  critico  non  si  trova  neppure 
nei  letterarati  del  rinascimento  tino  a  quelli  de  secolo  XVIIL  Lo  sto- 
rico futuro  descriverà  le  figure  di  critici  come  il  Varchi  e  il  Castel- 
vetro,  il  Salviati  e  lo  Scaligero,  lo  Speroni  e  Torquato  Tasso,  il  Tas- 
soni e  il  Tesauio,  via  via  fino  al  Muratori  e  al  Gravina.  E  non 
dimenticherà  gli  eterocliti,  i  quali,  peraltro,  ribellandosi  contro  le 
regole  e  le  pedanterie,  di  rado  colpivano  nel  segno,  e  spesso  sostituivano 
soltanto  arbitri  ad  arbitri. 

Il  secolo  XVIII  si  apri  in  Italia  con  la  filosofia  estetica  del  Vico, 
dalla  quale  si  sarebbero  potute  desumere  importanti  formule  di  cri- 
tica, da  suscitare  un  profondo  rinnovamento  in  questo  campo.  Più  o 
meno  esplicitamente,  il  Vico  insegnava  che  l'opera  letteraria  è  da  giu- 
dicare con  criteri  non  intellettualistici,  e  mettendola  in  relazione  coi 
tempi  e  le  condizioni  storiche  che  la  produssero.  È  risaputo  che  il  Vico 
non  fece  scuola  e  non  generò  gli  effetti  che  potenzialmente  la  sua  opera 
conteneva.  Se  non  che,  a  me  sembra  che  non  bisogni  esagerare  in 
questa  affermazione.  Per  quanto  cliiusa  e  soffocata,  la  luce  che  si  spri- 
gionava da  quella  filosofia  era  cosi  viva  che  molti  raggi  pur  ne  sfug- 
girono :  e  lo  storico  della  critica  italiana  potrà,  io  credo,  rintracciare 
una  piccola  tradizione  critica  vichiana  {^). 

(')  Per  la  storia  della  critica  antica  si  può  vedere  l'EGGEn,  Essai  sur  la  cri- 
tique  chez  le  Grecs,  2"  ediz.,  Parijji,  188G;  e  per  quella  di'll'antica  e  della  me- 
dievale, il  primo  volume  dell'opera  citata  del  Saintsbury;  della  quale  è  anche  uscito 
un  secondo  volume  che  pinnpe  sino  alla  fine  del  secolo  XVIII.  Cfr.  mia  recen- 
siono  nella  rivista  La  Critica,  II,  59-G3. 

(•)  Vedi  Apjicndice. 


—  119  - 

Il  secolo  XVIII  è  anche  periodo  assai  importante  a  cagione  del- 
l'allargamento della  cerchia  delle  idee  mediante  lo  scambio  con  gli  scrit- 
tori stranieri,  e  del  bisogno  che  si  fa  vivo  di  uscire  dalla  considerazione 
scolastica  ed  accademica  delle  opere  letterarie.  Sono  ben  noti  il  Bet- 
tinelli, il  Denina,  il  Baretti,  il  Cesarotti,  il  Bertola.  Il  motto  d'ordine 
era:  filoso fta.  Si  aspirava  a  guardare  nelle  cose  della  letteratura  con 
maggior  filosofia  che  non  si  fosse  fatto  pel  passato. 

Un  critico  assai  ragguardevole  dello  scorcio  del  secolo  XVIII  e 
del  principio  del  XIX  è  Francesco  Torti  di  Bevagna,  autore  del 
Prospetto  del  Parnaso  italiano  (1806-1812);  e  su  di  lui  è  stata  op- 
portunamente ricliiamata  negli  ultimi  anni  l'attenzione  (').  Il  Monti  lo 
preconizzava  nel  1793  «  il  massimo  dei  critici  «,  e  della  sua  opera 
ora  citata  diceva  il  Niccoli  ni  essere  «  la  meglio  pensata  che  abbia 
l'Italia  in  fatto  di  critica  »  (-)  :  grandi  lodi,  ma  non  date  a  vuoto.  Il 
Torti  si  dichiarava  avverso  alla  critica  di  vecchio  tipo.  «  Se  voi  — 
egli  diceva  —  volete  acquistarvi  delle  idee  false,  frivole,  meschine  e 
pedantesche  del  Parnaso  italiano,  non  avete  che  ad  aprire  i  pesanti 
tomi  di  Landino,  Vellutello,  Gesualdo,  Mazzoni,  Fornari,  Pellegrini, 
Salviati,  Quadrio,  Crescimbeni,  Tiraboschi.  In  questo  immenso  pelago 
di  commenti,  di  storie,  di  erudizioni  ammassate  e  di  contese  crram- 
maticali,  voi  vi  troverete  perduti,  smarriti  » .  Egli  voleva  «  allontanare 
il  pedantismo  e  l'erudizione  dal  santuario  delle  muse  ",  i^  consultare 
il  gusto  e  il  sentimento  nazionale  « ,  valersi  anche,  per  maggior  cau- 
tela e  controllo,  dei  giudizi  e  delle  impressioni  degli  stranieri  :  sepa- 
rare, infine,  le  opere  del  genio  dalle  opere  mediocri  dell'imitazione, 
con  le  quali  andavano  confuse  {^).  Il  suo  modo  di  giudicare  Dante, 
Ariosto,  i  lirici  italiani  del  secolo  XVII,  i  poeti  berneschi,  i  ditiram- 
bici, e  così  via,  può  dirsi  per  gran  parte  davvero  moderno  {*). 

Più  fortunato  innovatore  fu  il  Foscolo,  il  quale  anche  giudicò  con 
rigore  i  critici  precedenti.  La  Storia  letteraria  del  Tiraboschi  si  sarebbe 
dovuta,  secondo  lui,  chiamar  più  propriamente:  Archivio   ordinato  e 


(')  Per  merito  del  dott.  Ciro  Trabalza,  che  lo  ha  fatto  oggetto  di  una 
buona  monografia,  Della  vita  e  delle  opere  di  F.  T.  di  Bevat/na,  Bevagna,  1896:  vedi 
anche  il  fascicolo,  tutto  dedicato  al  Torti,  della  rivista  La  Favilla  di  Perugia 
(a.  XXI,  n.  10,  aprile  1902). 

(2)  Trabalza,  op.  cit.,  pp.  21,  30. 

P)  Parnaso  italiano,  ed.  di  Firenze.  1S28.  Vedi  avvert.  al  1"  voi.,  e  il  primo 
capitolo  in  cui  esamina  i  giudizi  del  Bettinelli  e  dell'inglese  Sherluk. 

(■•ì  Vedi  riassunti  i  suoi  principali  giudizi  sulla  letteratura  italiana  dal  Tra- 
balza, op.  cit.,  e.  2,  pp.  47-78. 


-  120  — 


ragionato  di  materiali,  cronologie,  documenti  e  disquisizioni  per  ser- 
vire alla  storia  letteraria  d' Italia  (').  ^  Gli  egregi  lavori  del  genio 
(loiruorao  —  così  formula  il  suo  metodo  critico  —  non  saranno  mai 
probabilmente  stimati  da  chi  guarda  il  genio  diviso  dall'uomo,  e  l'uomo 
dalle  fortune  della  vita  e  de'  tempi.  I  moti  dell'  intelletto  sono  con- 
nessi a  quelle  passioni  che  di  e  notte,  e  dora  in  ora,  e  di  minuto  in 
minuto,  alterate  da  nuovi  accidenti  esterni,  provocano,  frenano  e  per- 
turbano il  vigore  d" azione  e  di  volontà  in  tutti  i  viventi  »('-).  "  Le 
vite  dei  letterali  —  dice  anche  —  non  possono  esser  mai  onestamente- 
narrate  da  accademici  né  da  frati ''('^). 

Opposizione  Herissima  contro  la  vecchia  critica  fu  mossa  dai  ro- 
mantici, come  può  vedersi,  tra  l'altro,  dagli  articoli  del  Berchet  nel 
Conciliatore.  Nell'articolo  scritto  a  proposito  dell'opera  del  Bouterweck, 
il  Berchet  rimproverava  ai  critici  italiani  di  considerare  «  i  libri  dei 
poeti  e  de'  prosatori  più  come  semplici  azioni  individuali  che  come 
espressioni  della  qualità  de'  secoli,  più  come  un  lusso  lodevole  delle 
nazioni  che  come  un  bisogno  perpetuo  dell'uomo  sociale  «;  e  di  aver 
preteso  di  rintracciare  il  bello  «  quasi  sempre  negli  accidenti  esteriori 
della  spiegazione  dei  concetti  e  della  dizione,  fermandosi,  per  cosi  dire, 
sul  limitare  di  un  editicio  a  dar  giudizio  critico  di  tutto  il  complesso 
della  sua  bontà  " .  Le  opere  del  Crescimbeni,  del  Quadrio,  del  Fonta- 
nini,  erano  «  congerie  di  notizie  pressoché  nude  d'ogni  filosofia  " .  Mi- 
gliore stima  meritavano  Muratori,  Gravina  e  Cesarotti,  quest'ultimo 
ingegno  filosofico  non  comune.  Il  Baretti  era  spesso  superficiale.  Al 
Tiraboschi  mancava  perfino  quella  filosofia  che  i  tempi  potevano  dargli. 
Il  recentissimo  Ginguené  lodava  le  opere  di  bella  e  di  buona  «  senza 
mai  arriccliirci  il  capo  d'una  nuova  idea,  che  ci  faccia  sentire  la  ra- 
gion delle  sue  lodi  "(').  Il  Coruiani  era  meno  minuzioso  del  Tiraboschi, 
ma  non  più  filosofo.  «  Valutò  egli  V  influenza  delle  passioni  individuali, 
dello  spirito  de'  tempi,  dell'  indole  de'  principati  italiani,  e  del  genio 
nazionale  sull'ingegno  e  sul  carattere  di  tanti  nostri  scrittori,  che  si 
sono  succeduti  nel  giro  di  vari  secoli?  Additò  egli  viceversa  l'im- 
pronta, che  il  genio  individuale  di  questi  scrittori  e  la  tanta  potenza 
delle  loro  opere  segnò  a  poco  a  poco  sul  carattere  del  popolo  italiano?  «. 

(')  Opere,  ed.  Lemonnier,  IV,  270. 

(«)  Disrorso  sul  testo  del  poema  di  Dante,  §  24  (in  Opere,  III,  147). 

(3)  Sulla  <TÌtica  tlcl  Foscolo  cfr.  il  Kiudizii;  del  De  Sanctis  in  Nuovi  sa(](ji 
critici,  pp.  1 02- 164. 

(*)  Opere,  Milano,  1863,  pp.  312-322.  Sul  Tiraboschi,  vedi  anche  i  Due  ar- 
ticoli di  G.  Berchet,  Firenze,  1002  (ristampati  dal  Mazzoni). 


—  121  — 

D'altra  parte,  il  Berchet  lodava  e  mostrava  ad  esempio  opere  critiche 
straniere,  come  quelle  della  Staèl,  del  Sismondi,  degli  Schlegel.  «  Queste 
viste  —  egli  diceva,  —  che  vengono  di  giorno  in  giorno  applicate  nelle 
opere  migliori  de'  grandi  uomini  d' Inghilterra,  di  Francia  e  di  Ger- 
mania, sono  ancora  un  voto  fra  noi.  Non  sarà  certamente  per  difetto 
d' ingegno  ;  sarà,  com'  io  credo,  per  difetto  di  buoni  principi  teorici  e 
di  buoni  studi.  Sarà  probabilmente  anche  per  colpa  dell'angusto  oriz- 
zonte in  cui  ci  collochiamo  ..."('). 

I  giudizi  degli  scrittori  stranieri  intorno  alla  nostra  letteratura 
(ed  ai  già  menzionati  si  aggiungano  lo  Schelling,  1'  Hegel,  lo  Schlosser, 
lo  Schmidt,  il  Ranke,  il  Rosenkranz,  il  Gervinus,  il  Ruth,  ecc.)  (-), 
contribuirono  a  slargare  l'angusto  orizzonte,  a  trasportare  le  questioni 
letterarie  dall'afa  delle  scuole  indigene  di  retorica  a  piìi  spirabil 
aere.  —  Ma  la  ribellione  dei  romantici,  specialmente  lombardi,  e 
r  influenza  degli  scrittori  stranieri  dettero  il  loro  migliore  frutto  nella 
scuola  critica  che  intorno  al  1840  si  venne  formando  nell'Italia  me- 
ridionale. Questa  scuola,  che  prende  il  nome  dal  De  Sanctis,  è  vera- 
mente il  risultato  felice  di  una  lunga  incubazione  storica;  ed  è  in 
essa,  che,  a  mio  parere,  giunse  a  perfezione  il  metodo  critico  moderno. 

Luigi  La  Vista,  scolaro  del  De  Sanctis,  scriveva  nel  1847  :  »  Se 
potessi  insegnare,  professare  un  corso,  farei  una  storia  della  lettera- 
tura italiana.  Tiraboschi,  Andres,  Sismondi,  Ginguené,  Corniani,  Ugoni, 
Maffei,  Villemain,  chiacchiere,  chiacchiere,  chiacchiere.  Una  storia  della 
letteratura  italiana  sarebbe  una  storia  d' Italia.  Che  studi,  che  ricerche, 
che  novità!  y>{^).  E  il  maestro,  nelle  sue  memorie,  ha  lasciato  parecchi 
giudizi,  quasi  sempre  diminutivi  e  negativi,  dei  critici  italiani  (^)  :  e 
già  prima  del  1848  teneva  un  corso  sulla  storia  della  Critica,  soddisfa- 
cendo al  bisogno  di  dare  una  base  storica  al  metodo  da  lui  profes- 
sato e  di  giustificarlo  con  lo  svolgimento  e  i  tentativi  e  gli  errori  an- 


(•)  Da  un  articolo  sul  Conciliatore,  del  quale  cita  un  luniro  brano  il  Canti"', 
Il  Conciliatore  e  i  Carbonari,  Milano,  1878,  pp,' .32-33  «.  —  Vedi  anche  0.  Tbnca, 
A  proposito  di  una  Storia  della  letteratura  italiana,  nel  Crepuscolo  del  1852 
(ristamp.  in  Prose  e  poesie  scelte,  Milano,  1888,  I,  361-110). 

(•)  Altri  possono  vedersi  ricordati  nell'opera  di  A.  Rku.mont,  Bibliografia 
dei  lavori  pubblicati  in  Germania  sulla  storia  d'Italia,  Berlino,  1863. 

(3)  Scritti,  ed.  Villari,  pp.  182-3. 

(*)  La  giovinezza  di  F.  de  S.,  Napoli.  1889.  Nei  Nuovi  saggi  critici, 
p.  251  :«  Tiraboschi,  Andres,  Ginguené  sono  sintesi  del  passato».  Anche  molti 
critici  stranieri  giudicò  severamente:  vedi  le  raccolte  dei  Saggi  e  Nuovi  Saggt, 
e  degli  Scritti  vari. 


-  122  — 

tecedentiC).  —  Tra  i  meriti  dell'indirizzo  critico  del  De  Sanctis  è 
da  porre  anche  la  polemica  condotta  contro  i  preconcetti  politici  e  mo- 
ralistici, che  presero  varia  forma  in  Italia  durante  il  secolo  XIX  nelle 
storie  dell'Emiliani  Giudici,  del  Cantù,  del  Settembrini  e  di  altri  (-). 

La  critica  letteraria  ha  avuto,  nella  seconda  metà  del  secolo  XIX, 
nuovi  pericoli  e  nuovi  nemici,  dei  quali  i  due  principali  sono  stati 
l'esclusivismo  erudito,  e  il  positivismo  naturalistico.  A  cagion  del 
primo  si  è  perso  sovente  di  vista  il  vero  problema  critico-letterario  od 
estetico,  sostituendovisi  la  ricerca  meramente  biografica  e  storica,  ossia 
trattando  l'opera  letteraria  come  mezzo  e  non  come  fine,  come  do- 
cumento e  non  come  soggetto  proprio  dello  studio;  e  più  spesso  non 
si  è  fatto  neppur  questo,  ma  si  è  messo  insieme,  soltanto,  del  mate- 
riale informe  e  dell'erudizione.  Al  positivismo  naturalistico  risale  poi  la 
grossolana  confusione  tra  la  funzione  estetica  dello  spirito  e  le  fun- 
zioni fisiologiche  dell'organismo.  La  punta  estrema  di  esso  è  la  cosid- 
detta critica  sciealifica  della  letteratura,  la  quale  critica  sembra  pro- 
fessare che,  per  ben  comprendere  la  letteratura,  bisogna  non  lasciarsi 
allettare  dalle  sue  lusinghe,  bisogna  starne  lontano  ed  ignorarla!  Per 
valutare  l'opera  letteraria,  si  studia  non  l'opera  letteraria,  ma  il  modo 
in  cui  funzionavano  i  vari  organi  del  corpo  tìsico  dell'autore  dell'opera! 
E  questa  sarebbe  —  la  scienza. 

Nonostante  le  esagerazioni  dell'erudizione  e  gli  allegri  spropositi 
(bisogna  chiamarli  cosi,  perchè  tali  sono)  dei  fisiologi-letterati,  l'ul- 
tima metà  del  secolo  XIX  lia  dato  anche  in  Italia  molti  saggi  di  sana 
critica.  I  vecchi  pregiudizi  scolastici  non  hanno  più  ormai  alcuna 
presa  sui  cervelli,  e  si  dica  lo  stesso  dei  preconcetti  moralistici  e  po- 
litici. È  diventata  massima   comune  che,  per  giudicare  un'opera   let- 


(!)  Vedi  Scritti  vari.  ed.  Croce,  II,  275,  286.  Il  corso  abbracciava  una 
Storia  della  critica  da  Aristotile  ad  Hegel,  e  fu  raccolto  in  <rran  parte  da  un 
suo  scolaro.  Alcuni  quaderni  sono  stati  di  recente  ritrovati  e  verranno  pubblicati 
a  cura  del  prof.  V.  Spinazzola.  —  La  Storta  della  letteratura  contiene  copiose 
osservazioni  sullo  svolfjimento  della  critica  letteraria  italiana. 

(*)  .\  proposito  del  fiorire  den:li  studi  di  storia  letteraria  italiana  dopo  il  1850. 
Della  Storia  della  poesia  tedesca  del  (Jervinus  dice  lo  Scherer  (Gesch.  d.  deut- 
schen  Liter.,  'ì"  ediz.,  Berlino,  1885,  p.  632),  che  essa,  cominciata  tre  anni  dopo 
la  morte  del  Goetbe,  rappresenta  repiloj,ro  ed  insieme  la  necridotria  della  moderna 
poesia  tedesca.  —  Lo.  stesso,  sentimento  esprimeva  Vittorio  Imbria.ni,  nel  suo 
volumetto:  Dell'organismo  poetico,  Napoli,  186G,  circa  l'opportunità  di  lavorare 
ad  una  storia. della  letteratura  italiana,  in  quegli  anni  in  cui  la  letteratura  ita- 
liana sembrava  aver  chiuso  il  suo    ciclo. 


—  123  — 

teraria,  bisogna  leggerla  seaza  preoccupazioni  estranee,  e  cercar  di 
simpatizzare  con  l'autore,  mettendosi  dal  suo  punto  di  vista  e  nel  suo 
ambiente  storico. 

III. 

Questa,  appena  abbozzata  e  saltuariamente  accennata,  è  la  storia 
del  successivo  formarsi  e  svolgersi  del  metodo  critico  in  Italia.  Dise- 
gnare accuratamente  e  colorire  questo  quadro  è  lavoro  assai  difficile, 
ma  insieme  molto  importante  ed  attraente.  Non  meno  difficile  ed  im- 
portante è  la  seconda  parte,  da  me  indicata,  che  concerne  i  risultati 
critici  raggiunti. 

Una  storia  della  Critica  non  può  restringersi  a  ritrarre,  così  in 
generale,  il  metodo  critico  eh' è  stato  seguito  nei  vari  tempi.  Essa  deve 
esporre,  più  o  meno  largamente,  lo  stato  e  il  progresso  dei  principali 
problemi  critici  concreti.  La  storia  della  Critica  letteraria  italiana,  ad 
esempio,  passerà  in  rassegna  il  contributo  che  l' Italia  ha  portato  alla 
comprensione  delle  letterature  classiche  e  delle  straniere,  e,  principal- 
mente, della  letteratura  nazionale.  Conterrà,  per  conseguenza,  capitoli 
0  paragrafi  sulla  critica  omerica  e  virgiliana  ed  oraziana,  e  su  quella 
dantesca,  petrarchesca,  ariostesca,  leopardiana,  e  cosi  via,  estendendosi 
ai  minori  problemi  letterari  secondo  il  diseguo  piìi  o  meno  vasto  col 
quale  il  libro  sarà  concepito. 

Prendiamo,  ad  esempio,  l'Ariosto.  Noi  moderni  abbiamo  sull'Ariosto 
un  giudizio,  che  si  può  brevemente  esprimere  così:  —  L'Ariosto  è 
poeta  genialissimo.  Egli  rappresenta  l'atteggiamento  della  coltura  ita- 
liana della  rinascenza  rispetto  al  mondo  cavalleresco  e  medievale,  eh'  è 
in  lui  diventato  pura  materia  di  evocazione  fantastica,  non  senza  una 
leggera  punta  scherzosa,  ma  insieme  non  senza  affetto  e  passionalità. 
Queste  varie  corde  sono  armonizzate  da  un'  intonazione  semplice  e  bo- 
naria, che  rende  possibile  il  passaggio  dall'uno  all'altro  sentimento, 
senza  permettere  però  mai  né  l' irrisione  e  la  caricatura,  né  la  tragi- 
cità e  lo  strazio.  Nell'Ariosto  sono  inv:oluti  e  temperati  Cervantes  e 
Tasso,  la  satira  dell'uno  e  W  pathos  dell'altro.  La  perfezione  artistica 
è  curata  nei  minimi  particolari,  appunto  perchè  il  valore  dell'opera 
è.  tutto  nella  finezza  della  fantasia  dell'artista.  —  Or  donde  ci  viene 
questo  giudizio?  Come  esso  si  è,  a  pezzo  a  pezzo,  formato?  Ecco  il 
compito  di  chi  scriverà  il  capitolo,  o  paragrafo,  della  storia  doUa  cri- 
tica ariostesca. 

Alcune  tappe  di  essa  storia  si  può  indicarle  sin  da  ora,  e  senza 
troppo  studio  0  speciale  preparazione.  Noi  secolo  decimosesto  Y  i^>-'.,  ,  i.^ 


-   1-2-1  — 

furioso  desta  un'ammirazione  quasi  incontrastata;  e  della  forza  di 
quella  poesia  si  ha  una  riprova  nell'avere  i  critici  in  ossequio  ad  essa 
moditicato  i  canoni  della  poetica  da  tutti  riverita  (Pigna,  Giraldi).  Ma 
le  ragioni  che  si  adducevano  per  motivare  l'ammirazione  erano  affatto 
estrinseche,  come  i  pregi  di  stile  e  lingua,  l'abilità  dell'  imitazione 
classica,  ed  altri  particolari.  Infiniti  confronti  s' istituirono  dall'Ariosto 
con  gli  altri  autori  di  poemi,  e  specie  dell'Ariosto  col  Tasso.  Fra  queste 
dispute  scolastiche  ed  accademiche  si  cercherebbe  vanamente  un'  idea 
precisa  dell'indole  del  poema  ariostesco:  nel  miglior  caso,  si  hanno 
buone  osservazioni  di  particolari,  come  nelle  finissime  postille  e  con- 
siderazioni del  Galilei.  Nella  Ragion  poetica  del  Gravina,  —  eh'  è  dei 
principi  del  secolo  XVIII,  —  si  nota  la  varietà  dei  sentimenti,  dei  per- 
sonaggi, dei  pensieri,  rappresentati  dall'Ariosto,  e  l' innalzarsi  ed  ab- 
bassarsi del  suo  stile  che  consente  alle  cose,  e  il  descrivere  minuto  e 
particolare;  alle  quali  virtù  si  contrappongono  come  vizi  l' interruzione 
delle  narrazioni,  la  scurrilità  sparsa  anche  dentro  le  cose  più  serie,  la 
sconvenevolezza  di  parole  e,  di  quando  in  quando,  di  sentimenti,  le 
forme  plebee,  le  digressioni  oziose.  E  si  conclude  che  l'Ariosto  si  fa 
perdonare  questi  vizi  con  la  grazia  naturale,  con  la  spontaneità  delle 
rime  e  con  altri  pregi  (').  Come  si  vede,  non  si  esce  dal  generico: 
virtù  0  vizii  non  vengono  dedotti  dall'atteggiamento  dello  spirito  poe- 
tico dell'Ariosto.  Un  avviamento  migliore  si  trova  nel  giudizio,  che  dà 
dell'Ariosto  il  gesuita  spagnuolo  Andrès:  il  quale  osserva  che,  se 
l'Ariosto  non  ubbidisce  alle  leggi  del  poema  epico,  sarà  da  togliere 
del  novero  dei  poeti  epici,  ma  non  cesserà  di  essere  un  poeta  eccel- 
lente ;  e,  pur  facendo  il  solito  bilancio  di  pregi  e  difetti,  mette  in  ri- 
lievo come  cosa  caratteristica  Varia  confidenziale,  che  l'Ariosto  usa 
continuamente  {^).  Il  Torti  stima  un  colpo  di  genio  l'avere  l'Ariosto 
riconosciuto  che,  per  l' indole  della  materia,  la  sua  epopea  non  doveva 
sottoporsi  alle  regole  tradizionali:  doveva  presentare  il  quadro  dell'en- 
tusiasmo, dell'  impetuosità,  della  follia  cavalleresca,  ed  essere  viva, 
disordinata  e  bizzarra,  come  il  carattere  degli  eroi  di  cui  celebrava 
le  imprese.  Meglio  ancora  dell'Andrès,  nota  «  quell'amabile  franchezza, 
quel  tono  di  famigliarità,  quella  dolce  ineguaglianza  di  stile  che  regna 
si  spesso  nel  poema,  e  che  sarebbe  un  difetto  per  ogni  altro,  ed  è  un 
pregio  caratteristico  ed  una  vera  bellezza  per  lui  ».  Scopre  nell'Ariosto 
un  1.  nuovo  patetico  ".  Ma,  d'altra  parto,  il  Torti  si  mostra  ancora  affetto 
di  qualche  pregiudizio,  non  solo  nei  rimproveri  che  muove  all'Ariosto 

(')  Ragion  poetica  (in  Prose  italiane,  Napoli,  1839),  libro  li,  §  16. 
(*)  DeWorvjine,  progresso  e  stato  attuale  di  ogni  letteratura  (eiliz,  di  Na- 
poli, 183G),  Tol.  II,  cap.  II,  §  r,2. 


—  125  — 

per  la  soverchia  moltitudine  dei  personaggi  e  delle  figure  secondarie 
e  delle  azioni  simili  ed  isolate  che  turbano  ed  imbarazzano,  e  per  le 
violazioni  della  morale,  ma  specialmente  nell'osservazione  che  l'avere 
l'Ariosto  scelto  la  materia  cavalleresca  fu  un  errore  del  suo  tempo,  che 
egli  seguì  (').  Insomma,  non  si  è  ancora,  neppure  dal  Torti,  compresa 
pienamente  la  posizione  storica  della  poesia  ariostesca.  Anche  il  Fo- 
scolo fa  lode  all'Ariosto  della  «  divinità  dello  stile  "  nel  raccontare  le 
meraviglie  celebrate  dai  novellatori  plebei  e  ricantate  nei  barbari  poemi; 
egli  scrisse  «  in  guisa  da  lasciare  allo  posterità  modelli  di  dizione  mi- 
rabile, e  che  vive  immortale  »  (-).  Il  merito  di  aver  cominciato  a  met- 
in  rilievo  il  significato  dell'Ariosto  nella  storia  spetta  forse  alla  critica 
romantica  straniera.  Se  il  Boileau  non  aveva  saputo  scorgere  nel  Furioso 
altro  che  una  raccolta  di  fables  comiques  e  un  mostro  poetico;  e  il 
Voltaire,  variando  spesso  giudizio,  aveva  finito  con  l'accettare  ed  am- 
mirare l'Ariosto  specialmente  a  cagione  dei  suoi  tratti  satirici  e  della 
sua  grazia  (^);  se  in  Germania  il  Gottsched.  echeggiando  il  Boileau,  lo 
diceva  autore  di  buffonate,  e  il  Sulzer  lo  considerava  come  il  poeta 
delle  avventure,  del  giuoco  della  fantasia  a  semplice  fin  di  diletto,  non 
guidata  dalla  ragione  (^);  se  anche  ai  principi  del  secolo  XIX  Fede- 
rico Schlegel  lo  dichiarava  inferiore  al  Camoens  per  la  mancanza  di 
nazioaalità  nell'argomento  da  lui  trattato  ('■),  e  Valentino  Schmidt  gli 
preferiva  il  Boiardo  come  più  serio,  biasimandone  gli  scherzi,  l'allegria, 
la  malizia  C")  :  altri  giudizi  si  cominciarono  a  fare  strada.  L"  Hegel,  nelle 
sue  lezioni  di  estetica,  studiava  le  fasi  successive  della  dissoluzione 
del  mondo  cavalleresco  nelle  opere  dell'Ariosto  e  del  Cervantes  ("): 
il  Uoseukranz,  scolaro  dell'Hegel,  si  opponeva  allo  Schmidt,  osservando 
che  sarebbe  tanto  strano  cercar  la  cosiddetta  unità  dell'azione  del  Fu- 

(')  Parnaso  italiano,  cap.  7. 

(«)  Opere,  IV,  229-:-;6;  X.  181-201. 

(3)  G.  Carducci,  L'Ariosto  e  il  Voltaire,  in  Opere,  X,  12v)-117.  —  L.  Do- 
nati, L'Ariosto  e  il  Tasso  giudicati  dal   Voltaire,  Hiille  a.  S.    1889. 

(*)  AUg.  Theorie  d.  schónen  A'ùnste,  2"  ediz.,  Lipsia.  1892.  sotto  la  parala 
Abenteuerlich,  e  passim.  Pei  giudizi  del  Goethe,  dello  Schiller  e  di  altri  te- 
deschi intorno  air.\riosto,  veli  il  sa^i^^io  di  Erich  Schmidt,  Ariosi  in  Deulschland, 
in  Charakteristiken,  Berlino,  188G,  pp    15-62. 

(^)  Storia  della  letteratura  antica  e  moderna,  trad.  di  F.  Ambrosoli  (ediz. 
di  Napoli,  1838),  cap.  XI. 

(^)  Ueber  die  italienischen  Heldeniedichte,  Berlino,  1820. 

['')  Vorles.  ùòer  Aesthetik,  II,  sez.  3.  e.  3,  III,  e.  3.  .\.  3.  Molto  imj'ortante 
è  anche  il  s'indizio  dello  Schelling  sullVpojf  roinuitico,  rappresentato  dallWriosto, 
nella  Pkilosophie  der  A'unst  (1802-3\  pubblicata  postuma:  vedi  StìmmClick« 
ll'erke,  voi.  V  (Stuttgart-.Vujjsburp.  1859),  pp.  009-0)73.  Debili  studi  del  Fem»w 
sull'Ariosto  discorrerà  il  Do.vati,  in  un  suo  lavoro  di  prossima  pubblicazione. 


—  12G  - 


rioso  quanto  il  cercarla  nel  Don  Juan  del  Byroii  (').  Il  Gioberti,  nel 
Primato,  considerò  il  poema  ariostesco  con  una  larghezza  di  vedute 
presso  di  noi  insolita;  chiamò  Dante  il  poeta  della  metafisica  e  l'Ariosto 
quello  della  fisica;  riconobbe  nel  Furioso  la  mancanza  di  scopo  so- 
ciale, perchè  il  comico  è  interruzione  di  teleologia;  disse  che,  nel 
trattar  della  cavalleria,  lAriosto  teneva  il  mezzo  fra  il  Tasso  e  il  Cer- 
vantes (■-).  Io  non  ho  bisogno  qui  di  ripetere  che  questi  sparsi  elementi 
di  verità  critica  vennero  raccolti  ed  integrati  nelle  lezioni  suU'  Orlando 
che  il  De  Sanctis  fece  a  Napoli  prima  del  1848,  e  poi  a  Zurigo 
nel  1858,  e  in  ciò  ch'egli  scrisse  nel  capitolo  relativo  della  sua  storia 
letteraria,  e  nelle  pagine  del  suo  saggio  intorno  alla  storia  del  Cantù  (3). 
Altri  intanto  s'affaticavano  a  scoprire  nell'Ariosto  intenzioni  e  meriti 
patriottici,  in  modo  conforme  ai  sentimenti  politici  degli  Italiani  del 
secolo  XIX! 

Rispetto  alla  critica  posteriore,  noterò  che,  anche  per  ciò  che  ri- 
guarda l'Ariosto,  la  considerazione  erudita  ha  prodotto  qualche  effetto  non 
lodevole.  Così  il  Rajna  nelle  sue  Fonti  del  Furioso,  osservava  che,  «  se 
messer  Ludovico  avesse  inventato  da  sé  il  moltissimo  che  ebbe  da  altri, 
alla  corona  della  sua  gloria  se  ne  aggiungerebbe  più  che  una  foglia 
d'alloro»  (^);  giudizio,  eh' è  stato  spesso  ripetuto  e  rinforzato  (■')  Ma 
l'uomo  non  inventa  mai  la  materia,  sibbene  soltanto  la  fonna  delle 
cose;  onde  l'Ariosto  non  poteva  acquistare  un  merito,  che  era  sempli- 
cemente impossil»ile  e  per  lui  e  per  ogni  altro  ('')• 

(')  C.  RosENKUANZ,  Manuale  della  storia  generale  della  Poesia  (1832-33). 
Due  volumi  di  quest'opera  furono  tradotti  dal  De  Sanctis,  ^Napoli,  1853:  cfr.  in 
essa  traduzione  li,  224 «. 

{«)  Il  notissimo  brano  del  /^rimato  si  lef?<re  anclie  innanzi  all'edizione  del 
Furioso,  del  Lemonnier. 

(3)  La  giovinezza  di  F.  d.  S.,  pp.  325-327  ;  Scritti  vari  inediti  o  rari, 
I,  217-376,  cfr.  ivi  prefaz.  xviii-xx;  Saggi  c?-t7 (Vi,  pp.  308-320;  Storia  della  let- 
Icratura,  voi.  II,  e.  XIII. 

(*)  Le  fonti  dell'Orlando  Furioso,  1»  cdiz.,  p.  530. 

(^)  Specie  dal  D'  Ovidio,  in  un  articolo  eli'  è  ristampato  in  Antol.  d.  critica 
letteraria,  del  Morandi,  1'  cdiz.,  pp.  427-8.  A  siffatto  errore  contrasta  piustamenle 
il  Cesarko,  La  fantasia  dell'Ariosto  (a  proposito  della  2*  cdiz.  del  libro  del 
Hajna),  in  Nuova  Antologia,  16  novembre  1900. 

(«)  L'esclusivismo  erudito  è  tuttavia  sempre  preferibile  alla  falsa  ricerca  ideo- 
logica, al  falso  acume,  clie  portò,  per  esempio,  il  Canello  ad  affermare  clie  il  con- 
cetto animatore  del  poema  ariostesco  ò  la  condanna  della  passion  d'amore,  causa 
della  decadenza  della  vita  pubblica  nell'Italia  del  cinquecento!  —  Vedi  la  sua 
recensione  dell'opera  del  Kajna,  nella  Zeitschrift  fùr  roman.  Philologie,  I,  1877. 
pp.  125-130,  e  il  cap.  IV,  §  I,  della  sua  Storia  della  letteratura  italiana  ìiel  se- 
colo decimosesto,  Milano,  1880. 


-  127  - 


IV. 


Ci  resta  a  toccare  della  terza  parte  che  una  storia  della  Critica 
letteraria  dovrebbe  contenere,  cioè  della  costruzioae  della  storia  let- 
teraria. In  fondo,  critica  e  storia  letteraria  sono  la  stessa  cosa.  Cri- 
ticare è  comprendere,  e  dire  come  si  è  compresa,  una  data  opera  ar- 
tistica, 0  un  dato  scrittore,  o  un  dato  gruppo  di  opere  e  di  scrittori, 
E  chi  fa  ciò,  chi  dà  la  fisonomia  di  quell'opera,  di  quello  scrittore, 
di  quel  gruppo  d' opere  e  di  scrittori,  ne  fa  insieme  la  storia,  li 
ritrae  quali  sono  stati  nella  loro  storica  verità.  Se  noi  qui  usiamo 
distinte  le  due  espressioni  di  «critica»  e  di  «storia  letteraria", 
gli  è  che  mettiamo  fra  esse  una  dirterenza  meramente  quantitativa, 
intendendo  per  «  storia  letteraria  »  la  critica  che  si  estende  a  un'  in- 
tera epoca,  0  alla  produzione  letteraria  di  im'  intera  nazione,  e  simile. 
È  chiaro  che  questo  secondo  genere  di  lavoro,  sebbene  sia  della  stessa 
indole  del  precedente,  presenta,  per  la  sua  estensione  e  complicazione, 
maggiori  difficoltà. 

Se  una  vera  critica  letteraria  è  conquista  di  un  tempo  non  molto 
remoto  da  noi,  una  vera  storia  letteraria  non  può  esser  se  non  poste- 
riore a  quella  conquista.  L'antichità  non  ebbe  storia  letteraria,  non 
potendosi  dar  questo  nome  ai  cenni  sugli  oratori  che  si  leggono  nelle 
opere  retoriche  di  Cicerone,  o  a  quelli  sui  poeti  contenuti  nel  libro  X  di 
Quintiliano.  Ateneo.  Aulo  Gelilo,  Macrobio  raccolgono  varia  erudizione, 
ma  non  concepiscono  neppure  da  lontano  la  storia  letteraria;  né  ad 
essa  può  riferirsi  U  produzione  erudita  e  critica  bizantina,  come  la 
Biblioteca  di  Fozio.  Il  rinascimento  e  il  cinquecento  ebbero,  come 
l'antichità,  biogratìe  di  poeti,  saggi  di  bibliografia,  raccolte  di  ragguagli 
storici  su  opere  letterarie;  ftuanche  un  tentativo  di  storia  universale 
della  poesia  nella  Deca  istoriale  (1586)  della  Poetica  di  Francesco 
Patrizio.  Bacone,  nel  De  dignitate  et  augmentis  scientiarum,  distin- 
guendo le  varie  classi  di  storia,  ne  assegnava  una  alla  storia  lette- 
raria, dichiarando:  «  Nobis  vero  ea  videtur  literaruui  et  artium  dignitas 
ut  iis  Historia  propria  seorsum  attribuì  deboat,  quam  sub  Historia  ci- 
vili... compreiieiidi  intelligimus  «  .(').  Ma  con  ciò  era  anch'agli  ben 
lontano  dall'  idea  della  letteratura  come  attività  estetica  che  moriti 
una  storia  distinta  da  quella  della  scienza,  o  da  quella  delle  inven- 
zioni tecniche,  e  dell'erudizione,  e  delle  scoperte  geogratìche.   In  Italia 

(')  De  dignitate,  ecc.,  II,  e.  2;  cfr.  e.  1. 


—  128  — 

si  vennero  accumulando,  durante  il  seicento  e  nel  secolo  seguente,  mol- 
tissime opere  conteneuti  notizie  sulle  scienze,  le  arti,  la  letteratura, 
la  coltura:  si  pubblicarono  anche  biblioteche  e  storie  regionali,  e  si 
tentò,  dal  Mazzuchelli,  il  gran  dizionario  di  tutti  gli  scrittori  italiani. 
Questa  produzione  si  presenta  in  due  forme  esteriori  :  nella  prima  s'in- 
tende per  Letteratura  l'intera  produzione  dell'uomo,  volta  al  bello, 
al  comodo,  al  diletto  o  alla  conoscenza  del  vero,  nella  seconda,  la  si 
prende  nel  senso,  più  ristretto,  di  Poesia.  Ma,  nella  prima  forma  come 
nella  seconda,  il  concetto  proprio  di  Letteratura  resta  indeterminato: 
le  opere,  che  si  limitano  alla  poesia,  non  hanno  sulle  altre  vantaggio 
alcuno  di  maggior  precisione,  giacché  esse  scambiano  la  poesia  con  la 
veriiitìcazione  o  con  altro  carattere  estrinseco. 

Come  principali  rappresentanti  della  prima  forma  possono  contarsi 
il  Gimma,  ilTiraboschi,  l'Andrès.  L'opera  del  Gimma,  pubblicata  il  1723, 
sorse,  come  protesta  contro  lo  scredito  nel  quale,  in  quel  tempo, 
erano  cadute  la  scienza  e  la  letteratura  italiana  presso  gli  stranieri: 
r  Italia  era  vissuta  di  riputazione  durante  gran  parte  del  seicento,  e 
tinalmente  gli  stranieri  si  erano  accorti  della  sua  decadenza  intellet- 
tuale, proprio  forse  quando  questa  non  era  più  tanto  grande  e  comin- 
ciava un  certo  risveglio.  Il  titolo  dell'opera  del  Gimma  basta  ad  in- 
dicarne il  disegno  :  «  Idea  della  storia  dell'Italia  letterata  esposta  col- 
l'or  dine  cronologico  dal  suo  principio  fino  all'ultimo  secolo,  colla 
dotisia  delle  storie  particolari  di  ciascheduna  Scienza,  e  delle  Arti 
nobili:  di  molte  Invenzioni,  degli  Scrittori  più  celebri,  e  dei  loro 
Libri:  e  di  alcuiie  memorie  della  storia  civile  e  rf^//' ecclesiastica  : 
delle  Religioni,  delle  Accademie  e  delle  Controversie  m  varj  tempi 
accadute:  e  colla  difesa  dalle  Censure,  con  cui  oscurarla  hanno  alcuni 
stranieri  creduto  . . .  « . 

Il  Gimma  si  vantava  di  essere  stato  il  primo  a  tentare  per  l'Italia 
un'  opera  silìatta.  E  certamente,  per  quanto  superiore  di  dottrina,  di 
ampiezza  e  di  ordine  sia  quella  del  Tiraboschi,  nel  piano,  come  nel 
risalire  cronologicamente  agli  Etruschi,  essa  seguo  l'esempio  del  Gimma. 
11  Tiraboschi  si  prefisse  di  scrivere  la  «  Storia  della  Letteratura  ita- 
liana... cioè  la  storia  dell'origine  e  de'progressi  delle  Sciense  tutte 
in  Italia".  Egli  tratta  sempre,  in  una  prima  parte,  dei  mezzi  adope- 
rati a  promuovere  gli  studi,  come  i  favori  e  le  munificenze  dei  prin- 
cipi, le  università  e  le  scuole,  le  biblioteche,  le  scoperte  di  antichità, 
e  così  via;  e  poi,  in  tanti  libri  e  capitoli,  degli  studi  sacri,  della 
filosofia  e  matematica,  della  medicina,  della  giurisprudenza  civile  ed 
ecclesi:i.>tira.  della  storia,  delle  lingue  straniere,  della  poesia  italiana. 


—   129  - 

della  latina,  delle  grammatiche  e  retoriche,  dell'eloquenza,  e  delle 
arti  liberali.  Acconciamente  il  Signorelli,  adottando  il  piano  del  Ti- 
raboschi  per  una  storia  che  si  riferiva  in  particolare  alle  due  Sicilie, 
intitolò  il  suo  libro:   Vicende  della  coltura  delle  due  Sicilie  (1784). 

L'Andrès  applicò  questo  concetto  alla  letteratura  universale,  scri- 
vendo «  una  filosofica  storia  generale  di  tutte  le  letterature  » .  Esaminata 
la  classificazione  dello  scibile  fatta  da  Bacone  col  criterio  della  divi- 
sione delle  facoltà  umane  (classificazione  adottata  anche  AoìV  Eaciclo- 
pedia),  la  stimava  poco  adatta  all'  intento  della  sua  storia,  e  preferiva 
dividere  la  letteratura  in  belle  lettere  e  sciense  e  queste  in  naturali 
ed  ecclesiastiche,  con  molteplici  suddivisioni.  Ma  la  natura  dell'argo- 
mento Io  spingeva  a  trattare  più  ampiamente  della  Poesia,  ed  egli  se 
ne  scusava  non  solo  adducendo  gli  esempii  dei  predecessori,  ma  con 
ragionamenti  curiosi,  come  questi  :  «  Uomini  e  donne,  giovani  e  vecchi, 
colti  ed  incolti,  tutti  amano  la  poesia . . .  Essa  è  la  Venere  della  bella 
letteratura,  che  tutti  amano  di  conoscere  e  di  vagheggiare;  e  clie,  a 
giudizio  di  tutti,  si  dovrà  presentare  distinta  con  onorevole  preferenza 
e  distesa  con  maggior  agio  ed  ampiezza  ».  Cosicché  il  buon  gesuita, 
per  contentar  la  gente,  si  faceva  ad  esibire  —  la  dea  Venere!  ('). 

Dell'altro  tipo,  dei  libri  cioè  che  si  restringevano  alla  sola  Poesia, 
possono  valere  come  principali  rappresentanti  \  Istoria  della  volgar 
poesia  del  Crescimbeni  (1698)  coi  relativi  Comentart,  e  la  Storia 
e  ragione  d'ogni  Poesia  del  Quadrio  (1739). 

Né  migliorarono  gran  fatto  tali  trattazioni  da  bibliotecari  gli 
scrittori  filosofi  del  secolo  XVIII.  Questi  curano  l'esterno  :  scelgono, 
alleggeriscono,  espongono  con  miglior  garbo.  Insistono  poi  (specialmente 
per  l'efficacia  su  di  essi  esercitata  dal  noto  libro  del  Du  Bos)  nella  ri- 
cerca delle  cause  sociali  del  fiorire  e  del  decadere  delle  letterature  (-). 
Osservazioni  acute  ha,  a  questo  proposito,  specialmente  il  Denina  nelle 
sue  Vicende  della  letteratura  (1761)  {^).  Tuttavia,  occorre  notare  che 
per  la  storia  letteraria  in  quanto  tale  la  ricerca  delle  cause,  geogra- 


(')  Sull'opera  dell'Andrès,  come  su  altri  libri  di  critica  e  storia  letteraria 
del  secolo  XVIII,  si  veda  l'importante  memoria  di  Vittorio  Gian,  L'immigrasione 
dei  gesuiti  spaglinoli  letterati  in  Italia,  Torino,  1895. 

(*)  Del  resto,  un'indagine  di  tal  g^enere  è  indicata  anche  nel  Oimma  (vedi 
introd.  alla  sua  opera),  il  quale  cita  una  dissertazione  di  Benedetto  Averani,  pro- 
fessore a  Pisa,  sulle  cause  che  fanno  fiorire  o  mancare  •,'li  uomini  dotti. 

(3)  Vedi  ciiS  che  dice  suirintlucnza  della  relii,'ione,  I,  27-30  (dell' odiz.  di 
Torino  1792-3);  e  sulla  decadenza  delle  belle  lettere  nei  tempi  di  molta  coltura 
e  di  fine  spirito,  III,  229-30. 

Sezione  III.  —  Storni  deìle  LetUi-alnre.  9 


—    loO   - 

fiche,  etniche  o  politiclie,  è  cosa  secondaria.  Essa  ricerca  propriamente 
le  cause  letterarie,  come  la  storia  della  tìlosotìa  ricerca  le  cause  filo- 
sotìche;  ossia  le  ragioni  iaterac,  la  qualità  caratteristica  dell'opera 
letteraria  e  del  pensiero  filosofico.  Le  altre  ricerche,  rigorosamente  par- 
lando, non  concernono  la  letteratura  in  sé  stessa,  ma  le  circostanze 
esterne  che  dispongono  gli  spiriti  alla  produzione  artistica  e  che  ren- 
dono possibile  di  coltivarla  con  maggiore  o  minore  agio  ed  abbondanza, 
0  infine,  tutt'al  più,  che  fanno  prevalere  uno  o  un  altro  contenuto  di 
sentimenti  ('). 

Nello  stesso  periodo  romantico  si  ha  poco  più  che  un  presenti- 
mento di  ciò  che  deve  essere  una  storia  letteraria  (').  Ma  il  disegno 
di  tali  opere  restava  ancora  incerto,  perchè  incerto  era  il  concetto  di 
letteratura,  che  avrebbe  dovuto  servir  da  bussola  ed  orientare  nel 
caos  dei  fatti  ammucchiati  alla  rinfusa.  Federico  Schlegel,  nella  sua 
Storia  della  letteratura  antica  e  moderna,  dava  alla  letteratura 
questo  largo  senso:  «Appartiene  a  ciò  innanzi  tutto  la  poesia,  e  con 
essa  la  storia  narrativa  e  rappresentativa,  la  meditazione  e  l'alta  filo- 
sofia, in  quanto  essa  ha  per  oggetto  la  vita  e  l'uomo  ed  opera  su  l'una 
e  su  l'altro:  l'oratoria  finalmente  e  ciò  che  chiamasi  spirito,  quando 
i  loro  effetti  non  trapassano  solamente  in  parlati  e  fuggitivi  dialoghi, 
ma  costituiscono  durevoli  opere  scritte  e  rappresentate.  Tutto  ciò  ab- 
braccia quasi  l'intera  vita  dell'uomo  «  (^).  Il  Berchet  si  restringeva  a 
notare  che  letteratura  in  senso  stretto  comprende  le  belle  lettere,  in 
jseiiso  ampio  anche  le  scienze  (').  Coscienziosamente  si  travagliò  su 
tal  punto  l'Emiliani  Giudici,  il  quale,  noli'  imprendere  a  scrivere  il 
suo  libro  (■''),  riconosceva  che  il  nuovo  movimento  critico  doveva  por- 
tare per  conseguenza  una  nuova  storia  letteraria.  Gli  scrittori  prece- 
denti gli  sembravano,  «  anziché  veri  storici,  raccontatori  della  storia 
della  letteratura».  Essi  non  avevano  avuto  «  un'idea  netta,  determinata 

(')  Il  Kociologisnid  moderno,  che  tende  a  «i^iiardar  l'esteriorità  della  lettera- 
tura, dà  di  nuovo  inijiortanza  esajrcrata  a  simili  indagini.  Un  esteta-sociolog'», 
K.  Grosse,  nell'introd.  alla  sua  opera,  Die  Anfànge  der  Kunst,  Freiburg.  B., 
1894,  cita  appunto  tra  i  suoi  precursori  il  Du  Bos. 

(2)  Sullo  svolgimento  della  storia  letteraria  in  Germania  vedi  Erich  Schmiut, 
ÌVe//e  und  Zicle  der  deutscheii  Littcraturijeschichte,  in  Charaklcristiken,  Berlino, 
1880,  pp.  480-498;  e  cfr.  anche  E.  Gothein,  Die  Aufyaòen  der  Kultargeschichte, 
Lipsia,  1889,  p.  .3«J. 

(')  Stara  della  letteratura  antica  e  moderna,  trad.  <it.,  inlrod. 

(<)  Opere,  p.  .314/». 

(*)  Storia  ddle  belle  lettere  in  Italia,  Firenze,  1844.  Vedi  l'introduzione^ 
non  ristampata  nelle  edizioni  e  rimaneggiamenti  ulteriori  della  sua  opera. 


—  131  — 

ed  uguale  »  di  ciò  che  fosse  lelleratura,  "  imperciocché  taluno  esten- 
devala  a  tutto  lo  scibile,  tal  altro  alle  opere  d'immaginazione  unica- 
mente, tal  poi  l'assumeva  non  dall'  indole  delle  materie,  ma  solo  dalla 
qualità  dello  stile,  e  chiamava  egualmente  letterato  l'Ariosto  e  il  Ga- 
lilei, l'Altieri  e  il  Volta  " .  Onde  la  superficialità  dei  loro  lavori,  che, 
toccando  delle  singole  discipline,  non  contentavano  mai  i  conoscitori 
Al  esse.  L' Emiliani  Giudici  disegnava  di  non  parlare  punto  della 
storia  delle  scienze,  che  segue  tutt'altro  ritmo  da  quella  delle  let- 
tere, e  di  limitarsi  alle  ultime  sole,  ossia  alle  arti  della  parola  ; 
e  dava  al  suo  libro  per  titolo:  Storia  delle  belle  lettere  in  Italia  ('). 
Tali  almeno  i  propositi:  qui  non  possiamo  esaminare  il  modo  tenuto 
neir  esecuzione. 

Oltre  questo  problema  della  contenenza  (ch'era  da  risolvere  ser- 
vendosi come  d"  istrumeuto  del  concetto  preciso  dell'attività  letteraria), 
altri  più  particolari  problemi  presenta  la  costruzione  della  storiai  et- 
teraria.  Molti  critici  della  letteratura  adoperano  la  partizione  dei  ge- 
Jieri  letterari:  già  il  Crescimbeni  divideva  la  trattazione  in  lirica, 
dramma,  epica,  e  «  varie  altre  maniere  di  volgar  poesia  ";  e  l'Andrès, 
in  epica,  didascalica,  dramma,  lirica,  generi  vari  e  romanzi.  Il  pro- 
gresso sta  nel  rompere  queste  partizioni  arbitrarie,  e  seguire  il  mo- 
vimento reale  dello  spirito  degli  artisti,  che  va  sempre  fuori  ed  oltre 
Ai  esse.  —  Difficile  riesce  anche  l' indovinare  il  legame  e  la  propor- 
zione che  debbono  esservi  tra  i  cenni  di  storia  generale  e  le  notizie 
biografiche  degli  autori  da  una  parte,  e  dall'altra  l'esame  delle  opere, 
■cli'è  l'argomento  proprio  della  storia  letteraria.  Anche  su  questo  punto 
l'Emiliani  Giudici  espone  criteri  sennatissimi.  Criticando  il  Ginguené, 
dice  :  «  Trovai,  non  nego  (nell'opera  di  lui),  dei  tratti  storici  premessi 
XI  taluni  capitoli  —  e  n'aveva  veduti  con  più  metodo  inserti  nei 
volumi  del  Ti  rabeschi  —  ,  ma  in  entrambi  mi  parvero  quaderni  di 
opere  diverse  cuciti  a  caso  in  un  tomo  di  storia  letteraria,  la  quale 
poteva  senz'essi  o  con  essi  andare  di  egual  movimento.  Soltanto  dalla 
fusione  di  ambe  le  parti  può  ottenersi  il  risultato  della  spiegazione 
politica  della  letteratura  ".  E  intorno  all'elemento  biografico  dichiara: 
li  Non  lo  esclusi  affatto,  anzi  quel  tanto  ne  introdussi,  che  paivemi 
necessario  a  spiegare  lo  sviluppo  mentalo  degli  autori,  e  massime  di 
-quelli  che  grandeggiarono  nell'epoca,  e  ne  ressero  i  destini  •  (-). 
E,  finalmente,  nn  altro  problema  è  costituito  dalla  divisione  in  epoche 

(')  Vedi  specialmente  pp.  17,  52,  58-68. 
(9)  Op.  cit.,  pp.  9,  30-10,  Ul. 


—  132  — 

0  periodi,  dalla  Periodisierung  (come  dicono  i  Tedeschi)  della  storia 
letteraria.  Alla  tradizionale  partizione  per  secoli  portò  una  curiosa  ed 
inijegnosa  correzicne  il  Salti,  il  quale,  osservando  che  le  grandi  mu- 
tazioni nella  storia  della  letteratura  italiana  ebbero  luogo  uell' ultimo 
quarto  di  ciascun  secolo,  divise  la  sua  storia  in  secoli  che  vanno  dal- 
l'anno 75  all'anno  75,  come  dal  1275  al  1375,  dal  1375  al  1475,  e 
e  cosi  via!  (').  Ma  ogni  partizione,  che  si  ritrae  da  un  criterio  nu- 
merico, è  artificiale:  la  divisione  e  le  pause  debbono  sorgere  in  modo 
affatto  naturale  dallo  stesso  svolgimento  organico  dell'argomento. 

Così  lo  storico  della  Critica  letteraria,  dopo  avere  esposto  le  vi- 
cende del  metodo  critico  e  dei  giudizi  sui  principali  autori  ed  opere, 
esporrà  anche  le  vicende  del  modo  di  costruire  la  storia  letteraria. 
E,  in  ciò  che  si  è  detto,  troverà  il  criterio  per  misurare,  anche  in 
questo  campo,  i  progressi  e  i  regressi.  Forse  (per  tenerci  sempre  al- 
l' Italia)  un  regresso  si  dovrà,  per  gli  ultimi  tempi,  constatare  nella 
costruzione  della  storia  letteraria,  almeno  rispetto  al  geniale  libro  del 
De  Sanctis:  le  superficiali  divisioni  per  generi  e  per  secoli,  l'unione 
incoerente  della  parte  storica  e  biografica  con  la  parte  letteraria,  il 
miscuglio  di  notizie  riguardanti  opere  letterarie  con  quelle  di  opere 
scientifiche,  filosofiche,  politiche,  critiche,  storiche,  erudite;  questi  ed 
altri  difetti  infestano,  più  o  meno,  tutte  le  ultime  trattazioni  di  storia 
letteraria,  che  si  sono  pubblicate  presso  di  noi  ('-).  Sembra  ormai  ne- 

(')  Salpi,  Ristretto  della  storia  della  letteratura  italiana  (ediz.  di  Firenze, 
1848)  pref.  :  «...  è  precisamente  ad  una  tale  epoca  che  la  letteratura  italiana 
prende  sempre  una  direzione  ed  un  carattere  affatto  differente.  In  tal  modo,  il 
periodo  di  Dante,  Petrarca  e  Boccaccio  comincia  il  1275,  e  non  oltrepassa  punto 
il  1375,  epoca  nella  quale  un  genere  totalmente  diverso  di  studi,  s'introdusse  in 
Italia.  Nel  modo  istesso  non  è  che  dopo  il  1475  che,  in  grazia  specialmente  ai 
Medici,  la  letteratura  italiana  spiccò  quel  volo  novello  che  produsse  il  brillante 
secolo  XV'I.  Questo  secolo  medesimo  prende  un  differente  aspetto  circa  l'anno  1575 
o  si  vede  sin  d'allora  brillare  quel  falso  spirito  da  cui  il  Tasso  stesso  non  seppe 
interamente  preservarsi  e  che  preparò  la  scuola  del  Marino  e  la  corruzione  del 
secolo  susseguente.  Finalmente  la  riforma  del  gusto  non  si  mostra  che  circa  il 
1675,  per  gli  sforzi  di  quei  letterati  che  riuscirono  a  sostituire  l'Arcadia  romana 
alla  scuola  del  Marino.  Da  quel  tempo  questa  letteratura  ha  seguito  più  o  meno 
lentamente  un  andamento  più  regolare,  ed  a  misura  che  si  ò  avanzata  verso  la 
fine  d'"ir  ultimo  secolo,  ha  ricevuto  un  nuovo  grado  di  energia,  che  sembra  an- 
nunziare un  carattere  più  solido  e  più  profondo.  I  fatti  e  le  circostanze,  che  farò 
notare,  proveranno  che  questa  divisione  non  è  gratuita  n. 

(')  Un  editore  lombardo,  dopo  avere  pubblicato  una  storia  letteraria  d'Italia 
per  secoli,  ne  annunzia  ora  un'altra  per  generi  letterari.  Per  fortuna,  nella  serie 
dei  volumi  annunziati  è  compresa  una  Storia  della   Filosofia,  una  Storia   della 


—  133  - 

cessano  dopo  avere  accumulato  taate  ricerche  minute,  di  rinvigorire 
il  concetto  stesso  di  le tler atura,  e  di  rinnovare  col  sussidio  di  esso  i 
vecchi  schemi  di  costruzione,  che  si  sogliono  accettare  per  pigrizia: 
per  evitare  cioè  le  difficoltà  che  occorrerebbfì  superare  quando  si  vo- 
lesse far  meglio.  Curato  il  corpo,  bisogna  curare  un  po'  anche  lo 
spirito. 

APPENDICE 

SULLA    TRADIZIONE    V1CHL4.NA    NELLA    CRITICA    LETTERARIA 
ITALIANA. 

Chi  farà  la  ricerca,  consigliata  di  sopra  (p.  118)  dell'influenza 
esercitata  dal  Vico  sulla  critica  letteraria  italiana,  darà  importanza 
al  Cesarotti,  che,  e  nella  questione  omerica,  e  nello  studio  delle  varie 
forme  dello  stile,  e  in  altri  suoi  lavori  ed  abbozzi  di  lavori,  mostra 
l'impulso  ricevuto  dalle  opere  del  pensatore  napoletano  (').  E  gli  sarà 
facile  di  riattaccare  al  Vico  Mario  Pagano,  che  nei  suoi  scritti  estetici 
ha  anche  qualche  non  dispregevole  tentativo  di  storia  letteraria  (-). 

A  me  pare  che  alla  medesima  catena  si  leghi  Francesco  Torti, 
del  quale  si  è  toccato  sopra.  Scolaro  del  Cesarotti,  forse  pel  tramite 
di  costui  conol)be  e  studiò  l'opera  del  Vico,  che  nel  suo  Parnaso 
italiano  non  cita  esplicitamente,  ma  cita  invece  invece  in  altra  sua 
scrittura  (•').  Se  non  che,  nel  Parnaso  egli  fa  assai  meglio  che  ci- 
tarlo: ne  applica  giudiziosamente  le  idee  in  vari  casi,  e,  in  primo 
luogo,  dove  tratta  della  natura  del  seicentismo.  Il  Torti  si  propone 
la  questione  perchè  mai,  mentre  le  metafore  dei  poeti  orientali  e 
di  Ossian  piacciono,   quelle   dei   secentisti  ributtano;  e   risponde,  vi- 


Storiofjra/ì'a,  ed  una  Storia  della  Critica  letteraria,  che  potranno  avere  mi  or- 
ganismo, appunto  perdio  non  sono  ifeneri  lettexari.  La  Storia  della  Critica  ò 
afliJata  all'egieij^io  prof.  Orazio  Bacci,  ed  io  esprimo  i  miei  migliori  auguri  per 
un  lavoro,  eh' è  veramente  desiderato.  Quanto  agli  altri  volumi  sul'a  lirica,  sul- 
Tepopea,  sulla  poesia  religiosa,  sulla  burlesca,  sulla  satirica,  sul  poema  roman- 
zesco, ecc.,  compiango  sinceramente  i  valenti  autori  che  si  son  tolti  il  carico  di 
elaborarli.  Essi  sono  stati  messi  su  tormentosi  letti  di  l'rocuste;  e  dovranno  aiu- 
tarsi con  gli  espedienti  per  salvare  al  possibile,  con  l'esecuzione  buona  delle  parti, 
un  disegno  cattivo. 

(')  Per  questa  parte,  non  soddisfa  il  noto  libro  dcU'.VLEMANM  sul  Cesarotti. 

(*)  Vedi  nel  saggio  Del  gusto  e  delle  delle  arti,  i  capitoli  10-22. 

(^)  Dante  rivendicato,  ed.  Trabalza,  Città  di  Castello,  IPOI,  p.  11". 


—  VM  — 

chianamente,  che  «  le  metafore  de'  seicentisti  non  hanno  inai  per  og- 
getto l'espressione  del  sentimento  o  l'enerjjia  dell'immaginazione: 
essi  non  cercano  che  di  briUare  all'  ingegno  e  di  sorprendere  lo  spi- 
rito " .  laddove  quelle  della  poesia  orientale  «  provengono  quasi 
sempre  da  un  cuore  bollente  e  da  una  fantasia  esaltata  dalla  forza 
della  passione  e  dall'entusiasmo  »  (')•  Anche  nel  bel  capitolo  sulla 
poesia  burlesca,  e  in  quello  suU'  indole  della  poesia  lirica,  alita  la 
spirito  dell'autore  deUa  Scienza  nuova.  Il  Torti  mostra  che  la  poesia 
burlesca  è  estranea  alla  società  primitiva:  «  le  cure  della  sussistenza, 
l'amore  della  famiglia,  quello  della  patria,  il  culto,  il  governo,  la 
guerra,  ecco  gli  oggetti,  che  occupano  lungamente  i  primi  cittadini 
riuniti  dalle  leggi:  la  gaiezza,  lo  spirito,  le  grazie,  il  ridicolo  non  si 
sviluppano  che  più  tardi  e  in  seno  delle  società  raffinate  "  (-').  Per 
contrario,  l'alta  lirica  è  propria  dei  popoli  primitivi,  rispondendo  alla 
loro  robusta  maniera  di  sentire  e  al  loro  entusiasmo,  e  nei  tempi  mo- 
derni diventa  artificiosa:  donde  il  Torti  ricava  eccellenti  critiche  degli 
imitatori  di  Pindaro,  che  abbondarono  nel  freddo  seicento  italiano  (^). 
Lo  stesso  osserva  a  proposito  del  ditirambo,  essendo  quello  celebre 
del  Redi  «  impertinenza  di  un  gusto  grossolano  ",  in  cui  si  tira  in 
iscena  un  dio  Bacco,  eh' è  «  un  nume  da  taverna  »  (').  11  Torti  mette 
a  confronto  Omero  e  Danto,  i  due  grandi  poeti  origiiiali  di-ir  uma- 
nità, che  appaiono  alla  distanza  1'  un  dall'altro  di  ventidue  secoli  (•'■). 
Se  il  Torti  è  restato  poco  noto,  notissima  è  invece  l' influenza 
del  Vico  sul  pensiero  critico  di  Ugo  Foscolo.  Ma  per  la  parte  lette- 
raria questa  influenza  non  Itisogna  tanto  cercarla,  come  si  fa  d'ordi- 
nario, nel  Discorso  inaugurale  del  1805,  quanto  negli  scritti  critici 
posteriori.  Così  nel  Discorso  sul  testo  del  jioema  di  Dante,  eh'  è  del 
1825,  si  legge:  «  La  poesia  primitiva  sgorgava  spontanea  da  quelle 
epoche  singolari  insieme  e  brevissime,  e  più  meritevoli  d'osservazione, 
nelle  quali  i  fantasmi  dell'immaginazione  erano  immedesimati  nelle 
anime,  nella  religione,  nella  storia,  e  in  tutte  le  imprese,  e  por  lo 
più  nella  vita  giornaliera  dei  popoli  ».  Del  poeta  primitivo  il  Foscolo 
dice:  «  La  facoltà  di  sentire,  di  osservare  e  d'immaginare  vivevano 
in  lui  fortissime  ed  indivise:  né  si  raffreddava  a  spiare  le  cause  delle 
suo  impressioni;  bensì,  affrettandosi  a  rappresentarne  gli  oggetti    in- 

(')  l'urniiso  ilttliano,  vi>l.  II,  cap.  2,  iip.  7'J-l, 

(-)  Ivi,  ca|).  3,  pp.  75-7. 

(3)  Ivi,  cap.  rj-8;  cfr.  spccialiiiciite  ]•]>.   111.   118. 

{*)  Ivi.  cap.  n. 

H  Voi.  I,  e.  2,  ],]>.  .'50-7. 


-  135  - 

granditi  dalla  sua  fantasia  calda  di  meraviglia,  ne  moltiplicava  i  ma- 
gici effetti,  imitandoli;  e  le  illusioni  improvvise  che  ne  risultavano, 
e  le  passioni  ch'ei  vi  trasfondeva,  le  provava  senz'affettarle  ;  però  le 
sue  rappresentazioni  sembrano  natura  insieme  ideale  e  vivente  » .  Fa 
il  confronto  di  Dante  con  Omero.  «  La  Commedia  di  Dante  è  im- 
medesimata nella  patria,  nella  religione,  nella  filosofìa,  nelle  passioni, 
nell'indole  dell'autore;  e  nel  passato  e  nel  presente  e  nell'avvenire 
de'  tempi  in  che  visse;  ed  in  questa  civiltà  dell' Europa  che  originava 
con  esso,  se  non  da  esso,  e  ne  vediamo  i  progressi  narrati  in  mille 
scrittori  da  padre  in    figlio.    A    ogni  modo  era  secolo  eroico.  . .  ■'  ('). 

Dal  Foscolo  deriva  l' Emiliani  Giudici,  il  quale,  nel  notevole 
discorso  preliminare  alla  prima  edizione  della  sua  storia  letteraria, 
ch'è  del  1844,  discorrendo  delle  vicende  della  critica  letteraria  ita- 
liana, si  accorge,  tra  i  primissimi,  dell'  importanza  che  anche  per  questo 
riguardo  aveva  la  Scienza  nuova.  Ma  l'opera  del  Vico  —  egli  os- 
serva —  it  rimase  circoscritta  entro  un  ristretto  cerchio  di  spiriti  su- 
blimi, le  vite  de'  quali,  tronche  dalla  scure  del  carnefice,  fallirono 
alla  missione  di  quelle  alte  dottrine  "  (^). 

Molto  lesse  e  citò  Vico  il  Tommaseo,  che  però  non  ne  trasse  vital 
nutrimento;  e  lo  stesso  si  dica  di  parecchi  altri  che  lo  conobbero,  ma 
non  penetrarono  oltre  la  scorza  del  suo  libro.  È  noto  poi  che  il  De 
Sanctis,  nel  periodo  di  formazione  del  suo  metodo  critico,  risentì  l' in- 
flusso del  Vico,  non  meno  che  quello  dell'estetica  egheliana  (•'). 

Questi  accenni  valgano  a  mostrare  non  infondata  la  nostra  asser- 
zione: che  Vico,  il  tenebroso  e  l'obliato  Vico,  pure  una  qualche  effi- 
cacia esercitò  sulle  sorti  della  nostra  critica  letteraria.  Cesarotti,  Pa- 
gano, Torti,  Foscolo,  Emiliani  Giudici,  De  Sanctis  :  non  sono  molti,  ma 
sono  bei  nomi  di  scolari. 


(')  Discorso,  ecc.,  §§  5-8  {Opere,  III,  Vl\-h). 
(*)  Storia  delle  belle  lettere  in  Italia,  ed.  cit..  pj>.  28-0,  56-7  n. 
(3)  Vedi  passim  il  citato  volume  autobiografico,  e  cfr.  la  parte  storica  della 
mia  Estetica,  pp.  381,  3S3-81.  "* 


XII. 
NOTE  ARIOSTESCHE. 

Comunicazione  del  prof.  Giuseppe  Listo. 


LA  PRIMA  E  L'ULTIMA  ISPIRAZIONE  DELL' a  ORLANDO  FURIOSO  n 


I.  In  che  amio  il  Furioso  fu  incominciato  ? 

Ogni  capolavoro  sembra  terreno  adatto  perchè  vi  germogli  e  fiorisca 
su  la  leggenda. 

Cosi,  dell'  Orlando  Furioso,  G-  B.  Giraldi  Cintio  affermò  «  che  ben 
più  di  trent'anni  »  l'Ariosto  vi  lavorasse:  il  che  dal  1532  ci  farebbe 
risalire  fin  quasi  al  1500,  di  botto.  Ma  Simon  Fòrnari  favoleggiò  che 
l'Ariosto  s' inducesse  a  comporlo,  incitato  dalle  dame  e  dai  signori 
della  corte  estense,  vaghi  di  estetico  diletto  :  e  Girolamo  Ruscelli  ma- 
lignò, che  il  poeta  vi  fosse  punto  dall'  invidia  per  i  trionfi  riportati  da 
Niccolò  degli  Agostini.  Altri,  mirando  ad  una  superficiale  tessitura 
quasi  sovrapposta  alla  solida  stoffa,  gli  attribuirono  unico  fine,  primo 
movente,  l'esaltazione  della  casa  estense.  E  tutte  codeste  dicerie  col- 
locherebbero persino  il  primo  momento  dell'ispirazione,  quale  dopo 
il  1506,  quando  l'Agostini  ebbe  dato  alla  luce  l'infelice  parto  di  quel 
primo  canto  che  seguitava  davvero  la  materia  del  Boiardo;  quale,  con 
più  discrezione,  dopo  il  1508,  dopo  che  messer  Ludovico  era  entrato 
a'  servizi  del  cardinale  Ippolito,  e  questi  lo  veniva  più  utilmente 
trasmutando  di  poeta  in  cavallaro. 

Ma  la  critica  del  Settecento  non  ascoltò  queste  voci  leggendarie,  e 
si  attenne  soltanto  a  quello  elio  le  risultava  dai  documenti.  Il  Tiniboschi, 
per  il  primo,  mise  in  rilievo  una  lettera  d' Isabella  d'  Este.  marchesa 
di  Mantova,  al  fratello  Ippolito,  scritta  il  3  febbraio  del  1507.  La  colta 
principessa  lo  ringrazia  di  averle  mandato,  per  rallegrarsi  seco  lei  del 
felice  parto,  L.  Ariosto,  che  per  due  giorni  l'aveva    intrattenuta    sul 


—   KH   - 

nuovo  Orlando.  E  il  Tiraboschi,  e  dopo  di  lui  il  Barotti  e  il  Baruf- 
faliii  —  quelli  che  meglio  e  più  largamente  studiarono  le  vicende 
Ariostesche  —  dovettero,  per  simile  testimonianza,  porre  la  prima  con- 
cezione del  poema  alla  tine  del  1505  o,  al  più  tardi,  al  1500. 

Questa  data  approssimativa  divenne  poi  corrente  per  lo  storie  let- 
terarie, e  più  ancora  a'  tempi  nostri,  dopo  che  il  Carducci  con  il  noto 
studio  Sui  carmi  Ialini  e  su  la  gioventù  dell'Ariosto,  intese  a  dimo- 
strare che  la  giovinezza  di  lui  «  fu  tutta  latina  %  e  la  massima  parte 
dei  carmi  attribuì  con  certezza  agli  anni  che  corsero  tra  il  1498  ed 
il  15(ia.  e  la  massima  parte  delle  rime  e  delle  altre  composizioni  vol- 
gari ai:li  anni  tardi  o  maturi.  Saremmo  già  verso  il  1508. 

Tutto  parve  rinsaldato  dalle  imitazioni,  o  semplici  somiglianze, 
viste  e  dal  Hajna  e  dal  Cimegotto.  che  intercedono  tra  alcuni  motivi 
poetici  dei  primi  canti  e  il  canto  dell'Agostini  uscito  nel  1506  e  il 
Mamhriniw  di  Francesco  Cieco  da  Ferrara  uscito  nel  1509.  Così  si 
potrebbe  quasi  credere  che  dopo  questo  anno  l'Ariosto  pensasse  ai  primi 
episodi.  Di  recente  (1902),  il  prof.  Stefano  Fermi,  in  un  articolo  com- 
parso su  Y Ateneo  veneto,  dopo  aver  dimostrato  con  sicurezza  che  l'unica 
ecloga  ariostosca  rimastaci  fu  scritta  tra  il  20  luglio  e  il  12  settembre 
del  1506,  notando  che  un  passo  dell'ecloga  appare  imitato  nel  canto  Vili 
del  Furioso,  e  tre  versi  sono  addirittura  riprodotti  nel  canto  XIII  (XI 
della  prima  redaz.),  venne  a  conchindere.  che,  prima  dell'estate  del  150(5, 
l'autore  non  doveva  aver  composto  del  poaraa  più  in  là  che  il  canto  settimo. 

La  critica  degli  ultimi  tempi  non  ha  dunque  portato  la  luce  di 
alcun  nuovo  documento:  ha  proceduto  per  indizi  e  per  congetture,  assai 
fragili  e  gli  uni  e  le  altre. 

Non  v'ò  di  fatto  nessuna  legge  divina  od  umana  che  vieti  ad  un 
genio  di  cominciare  a  manifestarsi  nell'opera  sua  massima  —  ed'  in- 
dole romanzesca  narrativa  specialmente  —  in  un  tempo  più  giovanile 
che  non  sia  l'età  «  epica  "  dei  trentatrè  anni;  né  io  conosco  alcun  osta- 
colo che  impedisca  ad  uno  di  concepir  bene  anche  in  volgare,  se  pure 
senza  Hiiitezza  di  forma,  quello  che  egli  sa  assai  bene  concepire  ed 
esprimere  in  latino.  Così,  non  possiamo  ritenere  tanto  sicure  le  imita- 
zioni dal  Cieco  di  Ferrara  o  dall'Agostini,  che  se  ne  debba  dedurre 
alcun  dato  storico.  Sono  vaghe  somiglianze,  massime  per  i  primi  canti; 
e  le  sorgenti  delle  così  dette  fonti,  per  que'  canti,  si  possono  rintracciare 
anche  più  in  alto,  nei  romanzi  cavallereschi  o  nei  poemi  classici.  In  fine, 
l'indizio  che  si  può  trarre  dall'ecloga  riesco  fallace  per  chi  consideri 
.'ho  l'Ariostf)  può  aver  imitato  se  stosso,  tant-^  nella  poesia  epica,  quanto, 
viceversa,  nella  jioesia  pastorale. 


—  139  — 

Del  resto,  simili  indizi  d' imitazione  devono  ancor  meno  dar  luogo 
a  congetture  di  date;  poiché  il  modo  di  composizione  seguito  dal- 
l'Ariosto, non  era  quale  volgarmente  s'imagina.  Esso  era  tale,  che  anche 
gì"  indizi  interni,  quelli  cioè  di  fatti  storici  cui  accenna,  non  ci  per- 
mettono di  [issare  il  tempo  per  altro,  che  per  quel  verso  o  per  quella 
ottava.  Il  canto  III,  ad  esempio,  canta  senza  equivoci  il  tradimento 
di  don  Giulio  e  don  Ferrante  d'  Està,  la  vittoria  del  cardinal  Ippolito 
sui  Veneziani,  la  battaglia  di  Ravenna.  Dovremmo  dunque  inferirne  che 
egli  non  fosse  giunto  a  comporre  il  canto  III,  non  dico  dopo  il  ìóOG, 
non  dopo  il  1509,  ma  perfino  dopo  il  1512?  E  che  tra  il  '12  e  il  '15, 
(quando  incominciò  la  stampa)  egli  buttasse  giù  in  fretta  e  in  furia 
tutto  il  poema,  sia  pure  in  soli  quaranta  canti,  in  una  forma  non  tinita  Y 

Ma  se  nella  stanza  seconda  del  canto  primo  si  accenna  (dicono 
i  commentatori)  alla  Benucci,  alla  pazzia  amorosa  svoltasi  nel  cuore 
del  poeta  non  prima  del  1513! 

L'Ariosto  concepiva  ed  eseguiva  saltuariamente,  frammentariamente. 
Una  lettera  di  lui  al  marchese  di  Mantova,  che  gli  chiedeva  già  di 
leggere  il  poema,  ce  ne  rivela  lo  stato  materiale  qual'era  nel  1512: 
n  Oltre  che  il  libro  non  sia  limato  né  fornito  ancora,  come  quello  che 
»  è  grande  et  ha  bisogno  di  grande  opera,  è  ancora  scritto  per  modo, 
«  con  infinite  chiose  e  liture,  e  trasportato  di  qua  e  di  là,  che  fora 
«  impossibile  che  altro  che  io  lo  leggessi  ». 

Meglio  ancora  ci  dimostrano  tal  disordine  le  carte  autografe,  delle 
parti  aggiunte  nell'  ultima  edizione,  che  si  conservano  nella  biblioteca 
di  Ferrara.  Anche  lì  son  tante  le  liture  e  i  ir  asportarne  iiti  l  Questa 
abitudine  nel  comporre  io  non  so  se  attribuire  ali"  indole  del  poeta, 
ovvero  al  carattere  episodico  del  poema  non  saldamente  unito  ed  or- 
ganico, od  anche  alla  costituzione  dell'ottava,  unità  metrica  perfetta 
e  chiusa  in  sé,  ben  diversa  dalla  terribile  terzina  incatenata. 

Noi  dunque,  per  venire  ad  alcuna  conchiusione  più  vicina  alla 
verità  o  per  lo  meno  assai  probabile,  dovremo  attenerci  ai  documenti 
ed  alle  affermazioni  dell'autore  medesimo;  ^,  dove  tutto  ciò  non  basti, 
ricorreremo  alle  congetture,  ma  deducendole  nel  modo  più  razionale 
che  sia  possibile  da  essi  documenti,  da  esse  affermazioni. 

Il  punto  più  sicuro  di  partenza  rimane  sempre  la  l«ìttera  citata 
d'Isabella  al  cardinale  Ippolito  (3  febbraio  1507).  Secondo  la  testi- 
monianza del  Tiraboschi,  essa  si  conservava  a  Modena,  tra  i  documenti 
del  -  Vecchio  ducale  Archivio  segreto  -^r  e  vi  si  legge:  «  Cussi  la  rin- 
«i  grazio  de  la  visitazione,  et   particolarmente   di    avermi   mandato  il 


—   140 


6  dicto  luesser  Ludovico,  perchè,  ultra  che  mi  sia  stato  acetto,  repre- 
u  sentando  la  persona  della  S.  V.  lima,  lui  anche,  per  conto  suo,  mi 

-  ha  addutto  gran  satislazione,  avendomi  cum  la  narratioue  dell'opera 
«  che  compone,  facto  passar  questi  due  giorni  non  solura  senza  fastidio, 

-  ma  cum  piacer  grandissimo  -.  Contiamo  pure  che  i  due  giorni  di 
piacere  non  siiranno  stati  né  di  ventiquattro  nò  di  dodici  ore,  ma  di 
alquante  ore;  e  crediamo  pure  che  per  la  «  narratione  dell'opera  " 
s'intenda  l'intreccio  delle  avventure  ed  anche  si  indiclìi  la  lettura 
di  qualche  canto:  certo  apparo  di  qui,  che  nei  primi  del  1507  la  com- 
posizione del  poema  doveva  esser  ben  innanzi. 

i; altra  lettera,  pur  citata,  dell'Ariosto  medesimo  al  marchese  di 
Mantova,  afferma  die  il  libro,  nel  1512,  non  era  nò  limato  né  fornito, 
sebbene  alcune  parti  giìi  limate  egli  stesso  ci  dica  d'aver  lette  alla 
Marchesana  pochi  giorni  innanzi.  Or  questo  dimostra  che  al  poema 
difettavano  alcune  particolarità  e  la  pulitura  esteriore,  nient' altro,  una 
volta  che  il  Gonzaga  poteva  già  chiedergli  il  libro,  credendolo  per 
fama  compiuto.  Ma  quello  che  m.i  sembra  più  degno  di  nota  si  è 
un'altra  affermazione  dell'A.  :  e  lo  notò  anche  il  Cappelli. 

Il  25  dicembre  del  1509  l'Ariosto,  da  Roma,  al  cardinale  Ippolito, 
che  tre  giorni  innanzi  aveva  rotta  l'armata  veneta  sul  Po,  scriveva 
queste  precise  parole:  «  me  ne  sono  allegrato,  cliè  oltra  l'util  pubblico 
«  [la  mia  Musa]  averà  istoria  da  dipingere  nel  padiglione  del  mio 
u  [Ruggero  a  nuova  la]ude  di  V.  S.  «.  Il  padiglione  di  Ruggero  è  de- 
scritto nell'ultimo  canto,  e  serve  alle  nozze  di  lui  e  di  Bradamante.  con  le 
quali  il  disegno  generale  si  conchiude.  Nel  1509,  adunque,  con  assai 
probabilità,  il  poema  era  tutto  concepito,  secondo  la  prima  redazione, 
e  doveva  essere  in  gran  parte  anche  eseguito.  E  si  rilletta  clie  gli  anni 
più  agitati,  gli  anni  delle  più  varie  cure  vòlte  alla  politica,  al  teatro, 
tino  alla  guerra,  dei  più  diversi  viaggi,  gli  anni  insomma  in  cui,  se- 
condo una  sua  frase,  era  più  che  mai  «  oppresso  dal  giogo  del  car- 
dinale ",  più  che  mai  *.  cavallaro  ",  cadono  appunto  tra  il  1507  e  il 
1512  o'i:^;  quando  appunto  avrebbe  dovuto  concepire  ed  eseguire  la 
maggior  parte  del  poema.  Il  che  non  mi  sembra  probabile. 

Diamo  un  rapido  sguardo  alla  cronologia  degli  scritti  ariosteschi. 
Le  prime  Commedie  sono  del  1508  e '9:  le  altre  degli  anni  ultimi  di 
sua  vita.  Le  Salire  incominciano  di  sicuro  ad  esser  composte  dopo 
il  1518.  Le  Rime,  nella  massima  parte  composte  per  Alessandra  13e- 
nucci  ovvero  per  personaggi  ed  occasioni  posteriori  al  1513,  apparten- 
gono quasi  tutte  all'età  meno  giovanile  del  poeta. 


-   ni  - 

Premesso  questo,  quali  testimonianze  indirette  intorno  al  tempo 
della  composizione  prima  del  Furioso  ci  lasciò  l'Ariosto?  A  mio  pa- 
rere, due,  e  ben  sicure  e  precise,  se  pure  non  ben  limitanti  il  tempo 
entro  stretti  contini.  La  prima  ci  è  offerta  dal  passo  assai  noto  della 
Satira  IV:  dove,  lamentandosi  col  cugino  Malaguzzo  dei  luoghi  aspri 
di  Garfagnana,  chiusi  tra  monti  malinconici,  malissimo  atti  ad  ispirar 
versi,  egli  ritorna  alle  memorie  della  miglior  giovinezza,  ed  esce  in  un 
impeto  di  poesia,  la  cui  fluida  vena  contende  di  felicità  con  le  ottave 
migliori  del  Furioso. 

Già  mi  fùr  dolci  inviti  a  empir  le  carte 

Li  luoghi  ameni,  di  che  il  nostro  Reggio 

E  '1  natio  nido  mio  n'  ha  la  sua  parte. 
Il  tuo  Maurician  sempre  vagheggio, 

La  bella  stanza,  il  Rodano  vicino, 

De  le  Naiade  amato  ombroso  seggio, 
Il  lucido  vivaio,  onde  il  giardino 

Si  cinge  intorno,  il  fresco  rio,  che  corre 

Rigando  l'erbe,  ove  poi  fa  il  molino. 
Non  mi  si  può  de  la  memoria  tórre 

Le  vigne  e  i  solchi  del  fecondo  laco. 

La  valle  e  il  colle  e  la  ben  posta  torre. 
Cercando  or  questo  ed  or  quel  loco  opaco, 

Quivi,  in  più  d'una  lingua  e  in  più  d'un  stile, 

Rivi  traea  sin  dal  Gorgoneo  laco. 
Erano  allora  gli  anni  miei  fra  aprile 

E  maggio,  belli,  ch'or  l'ottobre  dietro 

Si  lasciano,  e  non  pur  luglio  e  sestile. 

Si  noti  :  la  dimora  cui  accenna  l'A.  nei  dintorni  di  Reggio,  nel 
Mauriziano,  in  Albinea  (Monte  laco),  non  può  essere  nessuna  delle 
fugaci  gite,  dei  brevi  riposi,  fatti  colà  o  poco  prima  del  '500  o  du- 
rante il  servizio  del  cardinale  tra  il  1507  e  il  1509,  come  volle  il 
Fòrnari,  contro  cui  ben  ragionò  il  Barotti.  Tanto  più  che  gli  anni  suoi 
belli  correvano  tra  Y aprile  e  il  maggio  di  s»ia  vita  :  così  scriveva  sui 
quarantanove  anni,  quando  veniva  passando  Vottobre.  Così  che,  la  lunga 
dimora  nel  Reggiano  va  collocata  (anche  pe^'  molte  altre  testimonianze) 
tra  il  1502  e  il  1503,  quando  egli  fioriva  sui  veitotto  o  ventinove  anni. 
E  questo  tempo  si  potrebbe  precisare  anche  meglio,  contando  che  il  ti  di 
aprile  del  1502  la  Camera  di  Roggio  pagò  lo  stipendio  a  Ludovico  Ariosto 
come  capitano  di  Canossa:  e  così  durante  l'anno  medesimo  e  l'anno 
appresso;  e  il  18  luglio  1503  (una  nuova  data  che  io  aggiungo  alhi 
vita  del  poeta)  si  trovava  a  Rivalta.  ameno  paesello  pur  nel  Reggiano; 


-  ir:  - 

come  risulta  da  una  lettera  autografa,  inedita,  credo,  che  esiste  nel- 
l'Ambrosiana. Sulla  fine  di  luglio  egli  non  era  entrato  ancora  al  ser- 
vizio del  cardinale. 

Ora  mi  domando:  di  che  l'Ariosto  empì  le  carte  in  più  d'una 
lingua  e  in  più  d'un  -stile,  se  a  quel  tempo,  di  circa  un  anno  e 
mezzo  d'ozio,  noi  non  possiamo  riportare  elio  la  massima  parte  dei 
carmi  latini  e  la  minima  delle  rime  volgari? 

Poiché  il  passo  della  satira  non  si  può  riferire  ad  esercitazioni 
poetiche,  a  versi  buttati  via:  i  carmi  latini  che  componeva  e  l'età  che 
aveva  ci  fanno  supporre  in  lui  la  capacità  di  pensare  a  cosa  seria. 
L'empir  le  carte  e  in  più  d'ud  stile,  non  soltanto  lirico  adunque,  a 
me  sembra  accennare  alla  prima  stesura  degli  episodi  cavallereschi.  E 
quella  frase  rimaneggiata  di  su  Properzio,  dal  gorgoneo  laco,  dalla 
fonte  pegasea,  sarebbe  una  frase  iunoeentissima,  se  il  verso  non  suo- 
nasse proprio  così:  «  Rivi  traea  sin  dal  gorgoneo  laco  ".  Accenna  quindi 
senza  dubbio  ad  una  fonte  di  alta  ispirazione  poetica. 

Se  questa  testimonianza  è  da  me  interpretata  in  tal  senso  la 
prima  volta,  credo,  ad  un'altra  dell'Ariosto  medesimo  non  si  è  neppur 
badato  sino  ad  ora. 

Vi  lia  un  carme  latino  dal  titolo  che  varia  nelle  stampe  tra  De 
diversis  amoribus  e  De  sua  ipsius  mobilitale.  E  uno  de'  frutti  più 
vaghi  e  saporiti  della  sua  musa  latina.  L'Ariosto,  in  un  congegno  di 
composizione  mirabilmente  ordinato,  vi  espone  liricamente  la  vicenda 
ed  il  fluttuar  della  mente  tra  diverse  donne  e  diverse  aspirazioni. 
Pare  scritto  circa  il  1509:  fino  a  questo  tempo  almeno  si  spingono  gli 
accenni  alla  sua  vita. 

Il  succedersi  degli  anni  e  delle  aspirazioni  vi  è  esposto  con  or- 
dine quasi  matematico.  Quando  egli  ha  detto  di  aver  creduto  prima  di 
raggiungere  onori  e  ricchezze  studiando  verbosas  leges,  subito  appresso 
aggiunge  che  la  mente  gli  si  era  già  volta  alle  Muse,  alla  poesia  in  ge- 
nerale; e  subito  dopo: 

lainque  acies,  jam  facta  ducuin,  jam  fnrtia  Martis 
Concipit  aetcrna  bella  candida  tubi. 

Al  canto  epico,  senza  dubbio,  accenna  questo  distico.  E  dopo  egli 
aggiunge: 

Ecce  iteruin  male  sana  ini(iuit  :  (niid  imitile  tento 
Hoc  studiun»?  vati  jiriuinia  nulla  nianent. 

Meqnc  aulac  e(»fjit  doniinain  tentare  jiotentuin 
l'nrtiinain  obseqnio,  servitioque  jjravi. 


-  li:;  - 

L'Ariosto  dunque  dichiara  che  dopo,  soltanto  dopo,  pensò  al  ser- 
vizio delle  Corti. 

Raccogliendo  in  breve  il  mio  ragionamento,  pur  concedendo  che 
l'espressione  poetica  non  può  riuscir  precisa  tanto,  da  stringere  il  ri- 
cordo e  il  tempo  de'  fatti  accennati  entro  la  morsa  di  una  tanaglia  ; 
poiché  la  prima  concezione  del  poema  dovette  essere  di  non  pochi  anni 
anteriore  al  1509,  quando  il  disegno  totale  era  compiuto;  poiché  prima 
del  1507  buona  parte  doveva  esser  composta  ;  poiché  la  testimonianza 
dell'Ariosto  accenna  alla  dimora  reggiana,  come  ad  una  delle  più  felici 
e  feconde  di  varia  poesia  latina  e  volgare,  e  nessuu'altra  opera  volgare 
potè,  per  quel  che  sappiamo,  essere  allora  tentata  da  lui  ;  poiché  infine 
egli  ci  confessa  di  aver  preso  a  sonare  l'epica  tromba  innanzi  di 
entrare  al  servizio  delle  corti  (fine  del  1503);  io  non  dubito  di  collo- 
care il  primo  spuntar  del  Furioso  al  1502  e  'c5,  appena  egli  si  fu  ri- 
posato dalle  spinose  cure  domestiche,  dopo  la  morte  del  padre,  appena 
in  tempo  per  gioire  di  quella  gaia  libertà  che  la  gioventù  e  la  sine- 
cura del  capitanato  di  Canossa  allora  gli  concessero,  e  l'aspro  servizio 
del  cardinale  ben  presto  gli  tolse. 

A  ricercar  l'anno  o  i  primi  anni  in  cui  l'Ariosto  pensò  al  Furioso, 
non  son  mosso  né  dalla  legittima,  ma  spesso  vana  soddisfazione  di 
contraddire  all'opinione  corrente,  né  dalla  semplice  curiosità  storica, 
che  rimanga  chiusa  in  sé  sola.  Io  miro  più  alto,  a  fine  più  degno  di 
storia:  a  determinare,  se  mi  riesce,  quella  specie  di  evoluzione  psico- 
logica che,  a  me  pare,  si  venne  maturando  nell'Ariosto  durante  la 
lunga  composizione  e  il  non  meno  lungo  rifacimento  del  poema. 

Questa  evoluzione  mi  sembra  comprovata  dal  predominio  ora  di 
un  dato  contenuto  ora  di  un  altro:  che  la  materia,  dal  principio  alla 
fine,  non  prende  solo  colorazione  diversa  appariscente  ;  ella  va  mutando 
neir  intimo  di  sua  natura,  nella  sua  essenza,  chi  ben  guardi. 

Felicissima  età  questa  del  poeta!  quando  egli,  ancora  nella  piena 
giovinezza,  lontano  dai  pensieri  crucciosi  che  più  tardi  doveva  susci- 
targli l'esperienza  del  male  nella  vita  pubblica  e  privata,  alternava  il 
bel  vivere  non  ancora  -  sommerso  »  per  lui,  con  gli  studi,  con  i  mol- 
teplici amori,  gai  e  birichini,  dalle  lievi  scottature,  non  di  quelli 
che  destano  l'alto  pathos  dell'animo,  e  tra  i  liberi  espandimenti  della 
sua  natura  fantastica  «  cercando  or  questo  ed  or  quel  luogo  opaco  ' 
egli,  il  sublime  smemorato,  «  con  l'alta  fronte  e  l'occhio  tardo  pieno 
dello  stupore  dei  grandi  sogni  "  come  lo  rappresentava  lo  sventurato 
amico  suo.  Ercole  Strozzi. 


-   Ii4  — 

E  che  mirabile  rispondenza  tra  l'anibieiite  in  cui  egli  vive  tal 
vita  e  la  natura  della  poesia  che  gli  sgorga  beata,  di  vena,  nei  canti 
primi  del  Furioso!  A  leggerli,  se  ne  togli  la  rivista  estense  di  parte 
del  canto  III  (che  dovè  comporre  assai  più  tardi),  in  noi  si  ridestano 
quelle  medesime  impressioni  psicologiche,  sotto  la  cui  efficacia  dal- 
l'animo gli  dovè  sgorgare  tanta  gioconda  poesia.  Che  fresco  respiro  di 
campi  e  di  boschi,  e  che  viste  amene  di  ville  e  di  giardini  incantati 
lungo  la  fuga  di  Angelica,  traverso  le  avventure  di  lei  e  di  Bradamante, 
e  durante  il  viaggio  e  la  dimora  di  Ruggero  nell'isola  di  Alcina! 

Calte  pianure  e  delicati  colli 

Chiari-  aoque  ombrose  ripe  e  ])rati   molli, 

con  tutto  quel  che  segue,  formano,  appena  reso  più  vago  dalla  fan- 
tasia, il  paesaggio  medesimo  del  Reggiano  cantato  nella  Satira. 

Sacripante  che  si  apparecchia  al  poco  onorevole  assalto  di  Angelica* 
entro  la  selva,  e  poi  viene  disturbato  inopportunamente;  Rinaldo  che 
con  i  santi  monaci  ragiona  di  Da  linda,  e  conchiude  che  ella  dovrebbe 
ottener  premio  e  non  pena  per  aver  accontentato  1'  amante,  e  monaci 
e  guerrieri  che  si  accordano  nel  dire  che  le  donne  poi  in  amore  non 
dovrebbero  esser  considerate  diverse  dagli  uomini  ;  Ruggero  che  vola 
via  da  Bradamante  in  cerca  di  nuovi  paesi  e  si  piega  capriccioso  a 
nuovi  amori  e  fin  di  Angelica  da  lui  difesa  e  protetta  vorrebbe  mal  pro- 
fittare —  e  come  si  rammarica  quando  ella  gli  sfugge  in  sul  più  bello  !  — 
la  presta  conchiusione  tra  il  guerriero  ed  Alcina  per  mezzo  dell'  elo- 
quenza de'  piedi  sotto  la  tavola;  intìne  quel  santo  romito  che  tenta 
la  nota  impresa  che  non  gli  riesce;  personaggi  ed  azioni,  luoghi  ed 
invenzioni,  tutto  ci  rivela  una  delle  più  felici  disposizioni  di  capo 
scarico,  vorrei  dire,  e  nel  tempo  stesso  di  giovane  ormai  scozzonato 
alle  più  varie  imprese  di  amore. 

Stando  alla  prima  stesura  del  poema,  a  me  pare  che,  quando  Orlando 
è  fatto  entrare  direttamente  in  scena,  al  canto  IX,  e  meglio  ancora 
al  canto  XIII  e  XIV  (XI  e  XII  della  prima  redazione),  quando  si 
apre  l'assedio  di  Parigi  e  si  combattono  le  prime  vere  battaglie  fra 
cristiani  e  mori;  gli  episodi,  il  tono  della  narrazione,  la  natura  del 
contenuto,  si  vanno  a  poco  a  poco  colorando  di  una  tinta  più  scura, 
e  qualche  sospiro  di  dolore  che  prima  era  mormorato  ora  risuona 
profondo  ;  e  non  ostante  alcuna  sguaiata  e  sboccata  interruzione,  come 
di  uomo  maturo  che  si  ritulfa  nell'orgia  per  dimenticare,  tuttavia  la 
serietà   va   sciuitre    crescendo,  e  la  musa  ariostesca  salo  talvolta  alle 


—  145  — 

altezze  civili,  tenta  gareggiare  di  nobiltà  e  dignità  con  l'epica  musa 
latina. 

Il  poeta  aveva  già  provato  come  sa  di  sale  il  pane  altrui  ;  si  eia 
spinto  fuor  del  natio  nido,  tra  cure  aspre  e  gravi,  per  quasi  tutta 
Italia;  aveva  esperimentato  contro  il  suo  signore  e  la  sua  patria  la 
mala  politica  degli  stranieri  e  della  curia  romana;  e  tutto  questo  non 
aveva  scavato  di  certo  abissi  profondi  in  quel  cuore  di  natura  mite; 
non  lo  avea  di  certo  straziato;  ma,  senza  dubbio,  di  qualche  lieve 
solco  gli  aveva  pur  segnato  l'alta  fronte  pensosa,  già  tanto  serena.  Il 
che  non  potrei  dire,  se  non  avessi  distinto  questo  primo  nucleo  di 
episodi,  questo  primo  momento  di  gaia  ispirazione. 

E  lascio  stare  che  il  Rajna  già  osservò  e  provò  come  su'  primi 
canti  r  influsso  del  Bojardo  e  degli  altri  romanzatori  ebbe  il  predominio. 
Si  capisce  bene:  eran  queste  le  fonti  cui  ])evea  più  volentieri  alloia 
■e  che  dovevano  riuscirgli  le  più  gustose  in  quella  gioventù  tuttora 
tiorente. 


II.  Perchè  alle  «  Stanze  su  la  storia  d' Italia  » 
fu  sostituito  il  canto  XXXII H 

Dai  primi  anni  della  composizione  HqW Orlando  luriow  passiamo 
agli  ultimi  ;  a  quelli  in  cui  il  capolavoro  del  llinascimento  venne 
prendendo  la  stabile  e  più  complessa  tessitura  e  la  faccia  sua  più  ^  po- 
lita e  bella  ». 

In  una  lettera  dell'ottobre  1519  l'Ariosto  dichiarava  a  Mario 
Equicola:  «  è  vero  ch'io  faccio  nn  poco  di  giunta  2X\ Orlando  Fu- 
rioso, cioè   io   l'ho   cominciata "  ma  alcune   contese  col  duca  e 

col  cardinale  gli  avevano  già  ^^  messo  altra  voglia  che  di  pensare  a  favole  " . 
E  conchiude  :  "  Pur  non  resta  per  questo  che  io  non  segua,  facendo  spesso 
"  qualche  cosetta  ".  Se  egli  accennasse  alle  giunte  che  ingrossarono  di 
sei  canti  il  poema,  io  non  so  dir  preciso.  "E  più  facile  per  altro  che 
con  quelle  parole  egli  intendesse  le  poche  ottave  che  gli  occorreva  di 
interporre  nel  primo  rifacimento  formale  del  1521,  pur  coA  importante. 
Anche  se  l'Ariosto  intese  dire  realmente  degli  intrecci  episodici  di 
nuovo  complicati,  quelle  parole  rivelano  meglio  l' intenzione  che  l'ese- 
cuzione, e,  al  più,  alludono  a  qualche  cosetta.  Quando  noi,  al  tempo 
che  corse  dalla  prima  stampa  del  151(3  sino  al  1525,  avessimo  asse- 
gnato e  i  nuovi  servigi  e  i  viaggi  per  il  duca  Alfonso  e  l'edizione 
seconda  e  la  maggior  parte  delle  elegie,  dei  capitoli,  delle  satire  e  il 

Se^ioMu  111.  —  Storia  di-lle  Letlenilure.  10 


-  1-J6  - 

rifacimento  in  Tersi  della  Cassarla  e  dei  Suppositi,  ed  il  Negromante, 
aijcjiiintevi  le  cure  minuziose,  assorbenti,  del  fjoverno  della  Garfa- 
gnana;  noi  avremmo  mef^lio  che  riempita  la  vita  civile  e  letteraria 
dell'Ariosto.  Sì  che  non  poteva  avervi  luogo,  o  difficilmente,  l'ultimo 
lavoro  attorno  al  poema. 

Uno  studio  di  Luigi  BonoUo  sui  Cinque  Canti,  condotto  con  buon 
metoJo  e  con  vera  intelligenza  e  novità  pur  dopo  quel  che  ne  discorsero 
il  Rarotti  ed  il  Gaspary,  ci  assicura  cbe  essi  furono  composti  dopo 
il  152(),  dopo  la  dimora  in  Garfagnana:  e  dovevano  formare  il  séguito 
vero  e  proprio  alle  nozze  di  Bradamante  con  Ruggero,  non  ancora  imagi- 
nato  we  di  Bulgaria.  «  Dal  152()  al  1582  "  (dice  il  Bonollo)  «  Ludovico 
Ariosto,  nella  pace  di  Ferrara,  con  lavoro  costante  curò  di  allargare  e 
compire  il  Furioso.  I  Cinque  Canti  sono  il  frutto  della  prima  parte  di 

questo  periodo  di  operosità  letteraria non  sono  tuttavia  uii  primo 

abbozzo,  ma  in  tutte  le  particolarità  della  loro  forma  e  della  loro 
costruzione,  rivelano  un  lungo  studio,  un'opera  lunga  di  preparazione 
e  di  correzione  -.  Ma,  siccome  la  nuova  materia  lo  trascinava  troppo 
lungi  e  fuori  del  primo  disegno,  il  poeta  si  volse  ad  un  lavoro  più  mo- 
desto di  ampliamento  e  più  coerente  all'organismo  del  romanzo.  Nacquero 
di  qui  le  giunto  vere  e  proprie,  che  si  accentrano  attorno  all'episodio  di 
Olimpia  e  Bireno,  di  Cimosco  e  dell'  invenzione  del  fucile,  di  Ullania 
e  de'  tre  cavalieri  nella  rocca  di  Tristano:  in  fine  la  serie  degli  im- 
pedimenti insorti  alle  nozze  e  delle  cortesie  tra  liuggero  e  Leone. 

Nel  febbraio  del  1531  egli  scriveva  al  Bembo:  "  io  son  per  finir 
«  di  riveder  il  mio  Furioso  ».  Il  primo  ottobre  del  *82  era  già 
stampato. 

Codeste  parti  nuove  composte  tra  il  1520  e  il  1532,  insieme  coi 
Cinque  Canti,  ci  rappresentano  nella  generale  gravità  e  nel  frequente  ri- 
correre de'  concetti  civili  e  nella  maggiore  affinità  con  1"  idea  del  poema 
eroico-classico,  l'ultima  evoluzione  della  mente  di  Ludovico  Ariosto. 
Ed  egli  non  appare  più  giocondo  e  leggero  di  cuore.  Qualche  sorriso 
sembra  sfuggirgli  a  pena  in  quello  de'  Cinque  Canti,  dove  Ruggero 
entro  il  corpo  della  balena  diventa  predicatore  di  religione,  e  quasi 
chierico  adempie  a'  sacri  uffici  nel  tempio  e  dinanzi  l'altare  che  sor- 
gono quivi. 

Tra  le  parti  nuove,  quella  che  riesce  cara  al  nostro  cuore  d'Ita- 
liani, è  senza  dubbio  quella  che  va  dall'ottava  settima  all'ottava  cin- 
quantesima settima  del  canto  XXXIII,  ohe  io  chiamo  il  canto  storico 
e  naziortale  per  eccellenza.  Io  ne  parlo  qni,  non  perchè  osso  canto  sia 
poco  osservato,  ma  per  il  precedente  che  ebbe;  la  cui  storia,  studiata 


I 


-  1(7  — 

come  merita,  ci  dimostra  un  mutamento  vero  e  proprio,  almeno  esteriore. 
nel  pensiero  politico  dell'Ariosto;  mutamento  non  mai  notato  e  che 
ne  segna  o  l'ultimo  o  uno  degli  ultimi  momenti  d' ispirazione  poetica. 

Un  frammento  epico  di  84  ottave,  che  si  apre  con  il  verso  "  La 
gentil  donna  clie  da  questa  figlia,  ecc.  »  ci  appare  chiaramente  come 
il  primo  tentativo,  ci  rivela  il  primo  disegno  di  quel  canto. 

E  innanzi  tutto:  queste  stanze  sono  di  Ludovico  Ariosto?  Per 
crederle  di  lui  non  abbiamo  prove  certe:  indizi  fortissimi  si;  tanto 
clie  ci  danno  una  probabilità  assai  prossima  a  verità.  Videro  la  luce, 
la  prima  volta  credo,  tra  le  Rime  dell'Ariosto  stampate  ad  islantia 
di  Iacopo  Coppa  detto  il  Modenese,  uno  di  quei  cerretani  girovaghi, 
cui  il  buon  poeta  dovette  esser  generoso  di  propri  versi  da  andar  ven- 
dendo insieme  con  le  ricette  e  le  boccette  miracolose.  L'anno  stesso 
Gabriel  Giolito  le  riprodusse  di  séguito  2AY  Orlando,  con  una  dichia- 
razione che  sfuggì  al  diligentissimo  Bongi:  Vi  si  legge:  «  Et  quello 
"  che  pensiamo  che  sommamente  vi  dovrà  esser  caro,  è  che  vi  ab- 
«  biamo  ancora  dato  a  leggere  ottanta    e   più    stanze   del   medesimo 

«autore le   quali  stanze  abbiamo  avute   dal   nobile  et  virtuoso 

«  messer  Virginio  suo  figliolo  » .  Noi  sappiamo  per  altre  vie  che  il  Gio- 
lito da  Virginio  ebbe  anche  altri  autografi  dell'Ariosto.  Non  soltanto  : 
ma  Girolamo  Kuscelli  affermò  altrove  che  egli  vide  tra  le  carte  di 
Galasso  Ariosto,  fi-atello  del  poeta,  le  «  stanze  su  la  storia  d' Italia  « . 
E  qui  il  Ruscelli,  ritenuto  in  moltissime  occasioni  solennissimo  men- 
titore, non  aveva  proprio  nessuna  ragione  d' inventare. 

GÌ'  indizi  interiori  non  contraddicono  davvero.  L'ordito  delle  stanze 
si  riappicca  naturalmente  all'episodio  di  Ullania  e  della  rocca  di  Tristano 
per  mezzo  del  filo  che  porge  lo  stesso  scudo  da  lei  portato  a  Carlomagno. 
Su  quello  scudo  d'oro  si  fingono  scolpite  le  sventure  d' Italia.  Suppo- 
nendo logicamente  che  il  poeta 'non  avesse  ancora  pensato  di  dipingerle 
lungo  le  pareti  della  sala  di  Tristano,  le  84  stanze  formavano  da 
prima  il  legittimo  proseguimento  dell'episodio  nuovo.  L'Ariosto  mutò 
del  tutto  il  disegno;  ma  del  primo  scritto  rimaneggiò  con  abilità  al- 
cuni tratti  ed  alcune  frasi.  Cito  due  passi  più  notevoli  per  simi- 
glianza  : 

Framm.,  ottava  33*: 

Che  al  vino  0  a'  cibi  la  ponte  francesca 

Pvi'sa  rimali   l'umc  la  ln«"a   all'osoa. 


-  148    - 

Canto  XXXIII,  ottava  li": 

Al  vin  luiiibardo  la  ^ente  francesca 
Corre  "  riman  come  la  lasca  all'esca. 

Framm.,  ottava  7(3*: 

K  qua  e  là  per  la  città  divisi 

Li  vegga  a  un  suon  di  vespri  tutti  uccisi. 

Canto  XXXIII,  ottava  20*: 

Di  qua  e  di  là  per  la  città  divisa 
Vedete  a  un  suon  di  vespro  tutta  uccisa. 

Sono  rifacimenti  di  legittimo  padrone  che  torna  a  rilavorare  ma- 
teriali suoi.  Né  d'altra  parte  si  saprebbe  discernere  chi  nel  primo 
Cinquecento  potè  esser  capace  di  concepire  l'ardito  disegno  di  chiudere 
tutta  la  storia  italiana  di  dodici  secoli  in  poche  stanze,  chi  potè  scrivere 
di  sèguito  tante  ottave  così  piene  e  rapide,  così  animate  e  vivaci  pur 
ueir enumerazione  sommaria  di  aridi  fatti.  Non  di  certo  il  cantore 
molto  infelice  delle  Orrende  guerre  d' Italia,  né  il  dabbene  e  pesante 
Niccolò  degli  Agostini  autore  di  una  Cronica  in  ottave. 

Quale  la  storia  esterna  di  questo  frammento? 

fj  semplice  e  breve.  Apparve  intero  nelle  stampe  del  Coppa  e  in 
quelle  giolitine  del  poema  e  delle  Riìne  dal  1546  in  poi.  Fu  mutilato 
nell'edizione  pur  giolitina  delle  lUme  del  1560  e  nelle  edizioni  ita- 
liane di  poi;  ma  si  serbò  intero  nelle  stampe  di  Lione;  tornò  ad  ap- 
parire senza  alcun  taglio  nelle  nostre  stampe  del '700,  quando  la 
critica  e  l'anima  italiana  già  si  commovevano  alle  prime  aure  di 
libertà.  Le  parti  soppresse  sono  le  seguenti.  Dopo  aver  cliiamato  Roma 
la  gran  villa,  UUania  segue: 

Villa  dirò,  elio  alldr  villa  divenne 

La  città  che  del  mondo  il  scettro  tenne. 

Dicea  la  donna:  quando  ebbe  disegno 
Costantiu  di  lasciar  Italia  e  l?oma, 
Ne  venne  in  Grecia,  e  fé'  capo  del  regno 
Quella  città  che  ancor  da  lui  si  noma. 
Molti  lo  giudicar  di  poco  ingegno 
E  che  avesse  il  cervel  sopra  la  chioma: 
Pur,  Come  sempre  ai  gran  signori  accade, 
nii  Dsavan  poclii  dir  la  veritade. 

E  discorrendo  alcuni  sopra  questa 
]tia.smata  volontà,  giudicio  fero. 
Che  saria  la  rovina  manifesta 
l'rinia  di   Roma  e  poi  dell'alto  impero 


1 


-  149  — 

La  Sibilla  Cumana  avverte  Costantino  dei  mali  futuri  facendoglieli 
vedere  tutti  scolpiti  su  degli  scudi  :  dopo  di  che  vengono  altre  due 
ottave  soppresse: 

Questo  intendendo  Costantin,  fu  alquanto 
Fra  voler  ire  e  rimaner  sospeso; 
Ma  li  maligni  clierci,  che  già  quanto 
Era  util  lor  ch'andasse  avean  compreso 
(Però  che  quanto  egli  lasciava,  tanto 
Da  lor  sarebbe  in  pochi  giorni  preso), 
Creder  gli  fér  che  tutte  illusioni 
Erano  false,  ed  opre  di  demoni  ; 

I  quali,  per  turbare  il  ben,  la  pace. 
La  maestà  e  la  gloria  dell'  impero, 
S'aveano  imaginato  con  mendace 
Spavento  di  mutarlo  di  pensiero. 
Così  l'imperadur  dalla  fallace 
Suasion  del  tralignato  clero, 
In  Grecia  trasferì  il  seggio  romano. 
Lasciando  i  scudi  al  tempio  Laterano. 

Tagli  di  simil  genere  s'intendono  bene,  specialmente  dopo  il  1560, 
quando  anche  in  Venezia  la  reazione  veniva  stendendo  i  primi  tenta- 
coli a  soffocare  con  la  libertà  di  stampa  l'anima  nostra  civile  ed  artistica. 

Quali  le  ragioni  assai  probabili  che  indussero  l'Ariosto  a  sostituire 
a  quel  frammento  la  prima  parte  del  canto  XXXIII  tanto  diversa  nel- 
l'assieme? Ve  n'è  una  di  natura  politica  ed  una  di  natura  artistica; 
e  tutt'e  due  balzano  come  dal  seuo  stesso  dei  due  contenuti. 

Nel  frammento,  Dilania  ammira  la  bellezza  ed  il  valore  di  Brada- 
mante,  e,  a  vederla  mesta,  cerca  di  riconfortarla,  parlandole  della  sua 
bella  regina,  del  paese  strano  d' Islanda,  e  sopra  tutto  dello  scudo  d'oro. 
E  incomincia  a  contarle  la  leggenda  della  Sibilla  Cumea.  Questa,  sempre 
vigile  su  Roma  sua,  per  dissuadere  Costantino  dal  trasportare  la  sede 
dell'Impero,  avea  fatto  temprare  in  una  noite  sola  dodici  scudi,  in  cui 
erano  scolpite  tutte  le  invasioni,  tutte  U  sventure  che  per  questo  ab- 
bandono avrebbero  a  patire  Roma  e  l'Italia;  per  1200  anni,  dal  300 
al  1500,  cento  anni  di  storia  per  ogni  scudo.  Costantino  credette  che  fosse 
opera  di  demoni,  e  andando  a  Bisanzio  aprì  le  porte  alle  fiumane  bar- 
bariclie.  Ed  Ullania  seguita  a  descrivere  i  rilievi  di  quello  scudo,  capi- 
tato stranamente  in  Islanda  tra  le  prede  tolte  a  un  re  goto  ecc.  ecc.  ; 
ma  dimentica  che  gli  scudi  eran  dodici;  ed  in  quello  solo  accumula 
tutta  la  storia  d'Italia  tino  al  l;500. 


—   150  — 

A  questo  puuto  il  poeta  si  deve  essere  accorto  dell'  incongruenza. 
E  mutò  tutto  di  sana  pianta.  E  andò  perduto  per  lui  e  per  la  poesia 
il  magnifico  disegno  di  presentare  in  un  sol  quadro  tutta  l' immensa 
tragedia  di  dodici  secoli  (e  la  tragedia  doveva  durare  tre  lunghi  secoli 
ancorai):  come  andt^  perduto  per  il  patrimonio  poetico  nazionale  il  con- 
cetto di  porre  a  capo  delle  sventure  nostre  il  chiericato  temporale,  di 
coinvolgere  in  un  solo  pianto  ed  in  un  solo  sdegno  tutte  le  sventure 
V  tutti  gli  stranieri,  ugualmente. 

Ne  l'infelice  per  mutar  signore 
Fa  sua  condizion  però  migliore  : 

irrida  l'Ariosto  per  bocca  di  Dilania. 

]■].  infine,  andò  perduto  per  il  poema  quel  sentimento  passionato, 
leroce,  direi,  di  carità  patria,  che  sembra  risonare  per  decine  e  decine 
di  quelle  ottave,  ripetenti  con  insistenza,  con  rabbia,  cento  volte,  i 
santi  nomi  di  Roma  e  d'Italia,  d'Italia  e  di  Roma. 

Ma  nel  cauto  XXXIII  le  ottave  propriamente  storiclu*  sono  gìh 
ridotte  d'una  trentina;  e  le  scene  non  sono  scolpite  su  alcuno  scudo; 
sono  dipinte  nella  sala  della  Rocca  di  Tristano.  E  le  mura  furono 
istoriate  non  dalla  nazionale  Sibilla,  ma  dallo  straniero  Merlino,  e 
non  per  insegnare  a  Costantino  quanto  male  egli  arrecherebbe  al- 
l' Italia  trasferendosi  a  Bisanzio,  ma  per  dissuadere  Fieramente,  re  dei 
Franclii,  dallo  scender  in  Italia: 

.   .   .  elle  a  di  molti   f,'uai 
Porrà  sua  gente,  s'entra  nella  terra 
Che  Appennin  parte  e  il  mar  e  l'Alpa  serra. 

Sempre  vittoria  avranno  i  Francesi,  se  difenderanno  l'Italia;  sempre 
sconfitte,  se  la  opprimeranno.  E  per  dimostrar  questo,  egli  accenna  a 
volo  rapido  tutte  le  invasioni  francesi,  fino  alla  calata  di  Carlo  Vili.  E 
si  ferma  e  si  allarga  con  speciale  compiacimento  su  le  ultime  guerre, 
combattute  dal  1500  fin  quasi  al  1528,  Francia  perdente  sempre,  ove 
non  venga  a  difesa  d' Italia;  Spagna,  ovvero  Carlo  V,  sempre  vincente 
da  ultimo,  perchè  a  difesa  d' Italia. 

Tutto  questo,  se  nell'assieme  e  nell'esecuzione  particolare  artisti- 
camente è  superiore,  politicamente  ne  riesce  assai  meno  simpatico.  E 
non  voglio  gravar  la  mano  su  le  gonfiate  adulazioni  agli  Spagnoli  ed 
ai  loro  partitanti. 

Alla  ragione  morale  e  politica  del  mutamento  accennò  il  Gabotto 
{Rassegna  Emiliana,  1889),  dove  disse  che  il  frammento  fu  ^  lasciato 


—  151  — 

fuori  per  la  sua  vigoria  di  pensiero  e  veemenza  di  forma  ».  Non  mi 
sembra  sia  detto  tutto,  nò  che  sia  tutto  vero.  Di  Here  voci  e  vigorose 
risuona  frequente  contro  la  Chiesa  e  contro  lo  straniero  tutto  il  poema 
e  lo  stesso  canto  sostituito. 

La  cagione  mi  sembra  ben  altra.  1  Francesi  oramai  eran  vinti; 
gli  Spagnuoli,  la  cui  parte  per  strana  ironia  si  chiamava  italiana,  erano 
i  vincitori.  L' Impero  e  la  Chiesa  si  erano  accordati  a  beneficio  proprio, 
a  danno  di  tutti  :  il  trattato  di  Barcellona  e  la  pace  di  Cambray,  fino 
dal  1529,  avevano  gettato  l'Italia  in  balìa  di  Carlo  V.  E  lo  Stato. di 
Ferrara  per  tali  eventi,  privo  dell'aiuto  della  Francia,  era  già  abban- 
donato alla  Chiesa,  a  Clemente  VII.  Chi  volle  allora  salvare  un  bri- 
ciolo d' indipendenza,  dovette  stringersi  alla  Spagna,  come  i  Medici, 
■come  i  "Savoia,  Venezia  sola  poteva  chiudersi  nella  sua  laguna,  nella 
sua  fiera  neutralità  armata.  Alfonso  d' Este,  il  vecchio  politico  e  guer- 
riero, fu  pronto;  gettò  l'ultimo  dado,  si  volse  alla  parte  imperiale, 
riempiendo  di  molto  denaro  la  bramose  canne  spagnole.  E  tra  il  '29 
e  il '80,  fu  spesso  ai  fianchi  dell'Imperatore,  rimise  in  lui  la  decisione 
della  lunga  lite  colla  Chiesa:  e  al  séguito  del  duca  fu  quasi  sempre 
Ludovico  Ariosto.  Tra  il  finire  del  '30  e  l'aprirsi  del  '31,  Alfonso  aveva 
assicurata  l' indipendenza  reale  di  Ferrara. 

Come  non  doveva  risentire  della  mutata  politica  l'Ariosto,  il 
fedel  servitore  degli  Estensi?  Sul  poema,  il  libro  dei  signori  e  delle 
corti  per  eccellenza,  si  appuntavano  gli  sguardi  di  tutti.  E  la  neces- 
sità materiale  si  convertiva  per  il  poeta  in  necessità  psicologica.  Onde 
r  intonazione  spagnoleggiante,  così  del  nuovo  canto,  come  —  e  non  si 
è  notato  ancora  da  nessuno  —  di  tutte  le  ottave  aggiunte  nel  canto  XV, 
XXVI,  XXXVII,  per  l'esaltazione  davvero  sperticata  di  Carlo  V  e  dei 
suoi  guerrieri  e  de'  suoi  partigiani,  di  Prospero  Colonna,  del  marchese 
di  Pescara,  di  Andrea  Doria.  E  il  nuovo  suggello  dovette  infine  rima- 
nere impresso  ben  forte  sull'animo  mite  dell'Ariosto  dal  dono  magni- 
fico, il  primo  vero  dono  che  un  signore  gli  abbia  fatto  perchè  poeta, 
del  Davalos  Marchese  Del  Vasto.  (V.  lettera  di  Alessandra  Strozzi. 
Ediz.  Cappelli,  p.  327).  \ 

Orientamento  diverso  di  idee  politiche  ci  fu  dunque,  o,  per  lo 
meno,  si  dovè  mostrarlo  davanti  al  pubblica.  Io  non  so  se  di  questo 
poco  simpatico  atteggiamento  l'animo  dell'Ariosto  ebbe  a  provare  lo 
stesso  cruccio  che  noi  risentiamo  tuttavia:  ma  io  so  che,  dove  egli 
potè  liberamente  esprimere  il  suo  pensiero,  espandere  il  suo  cuore, 
coinvolse  in  una  sola  ira  tutti  gli  stranieri  senza  distinzione,  come 
nelle  Satire  non  destinate  a  veder  la  luce,  come  nel  frammento  osa- 


—  152  - 


minato,  come  iu  una  ottava  dell' ultimo  canto  che  la  prima  edizione 
del  poema  recava.  Non  credo  sia  noto.  L' ultima  azione,  la  sola  vera- 
mente degna,  di  Ippolito  che  l'Ariosto  esaltava,  era  dipinta  così  nel 
padiglione  delle  nozze: 

Vedosi  altrove  che  non  pur  conserva 
Ferrara,  mi\  il  dominio  le  proroga, 
Assente  Alfonso;  e  quando  la  proterva 
Ilarbarie  intorno  ogni  città  soggioga. 
Franca  la  tien  fra  tutta  Italia  serva. 

La  proterva  barbarie  era  rappresentata  allora  dagli  imperiali, 
dj^li  Spagnoli  d'accordo  con  Giulio  IL  Lo  splendido  accenno  alla 
guerra  del  1512.  con  l'ultimo  verso,  bellissimo,  fu  inesorabilmente 
soppresso. 

Lisieme  con  la  ragione  di  Stato  dovette  esercitare  su  l'Ariosto 
l'azione  sua  moditìcatrice  anche  la  ragion  d'arte.  Al  qnal  proposito  Pio 
Hajna  (V.  Le  Fonti  dell' 0.  F.)  osservò:  ^  Fort^e  la  materia  abbracciata 

-  gli  parve  troppo  sproporzionata  per  una  superficie  di  qualche  piede, 
u  Poi  una  così  lunga  enumerazione  di  fatti  metteva  a  dura  prova  la  pa- 
^  zienza  del  lettore.  Però  il  nostro  poeta  provvide  alla  verosimiglianza 

-  materiale  estendendo  lo  spazio,  all'  interesse  determinando  e  limitando 
-il  soggetto".  Giustissimo  e  verissimo:  ma  tal  ragione  vuol  essere 
svolta  ed  anche  integrata.  Senza  dubbio,  perchè  la  invenzione  riuscisse 
più  consentanea  al  tempo  e  all'ambiente  delle  corti,  e  più  verosimile,  si 
doveva  abbandonare  l' idea  virgiliana  ed  omerica  dello  scudo,  ormai  vieta 
uè  molto  felice,  e  si  doveva  far  sì  che  la  sala  di  Tristano  fosse  istoriata 
dal  mago  Merlino  non  meno  che  le  sale  de'  palazzi  nostri  da  quei  nuovi 
e  più  veri  incantatori  dell'arte  pittorica,  quali  furono  il  Mantegna,  i  due 
Dossi,  Leonardo,  Uatfaello.  Senza  dubbio,  perchè  ne'  lettori  del  tempo  più 
vivo  fosse  destato  l' interesse  (la  principal  fonte  dell'  impressione  este- 
tica), la  storia  antica  mal  nota  doveva  essere  come  aggruppata,  concen- 
trata in  pochi  fatti  salienti,  e  quella  moderna  distesa,  analizzata  quasi,  sui 
personaggi  e  sugli  avvenimenti,  di  cui  vibrava  ancora  tutta  1'  Europa, 
ed  in  special  modo  l'Italia.  Donde  il  poeta  stesso  si  sentiva  meglio 
ispirato,  e  come  investito  dallo  spirito  della  materia  ;  e  creava,  tra  una 
folla  di  stanze  dense  di  fatti  e  di  imagini,  alcune  tra  le  più  belle  ed 
efficaci  per  rappresentazione  storica,  come  quelle  della  calata  di  Carlo 
d'Angiò,  e   di  Carlo  Vili,  della  rotta  di  Ravenna  e  di  Pavia. 

Inoltre,  nella  i)rima  composizione,  la  materia  non  era  variata  :  da 
cima  a  fondo  era  tutto  un  succedersi  di  nomi,  di  fatti  storici;   nella 


—  153  — 

seconda,  noi  siamo  prima  attratti  dalle  belle  ottave  che  ricordano  le 
glorie  italiane  nella  pittura  d'allora;  poi,  a  mezzo  la  enumerazione, 
riposiamo  su  lo  splendido  elogio  di  Alfonso  Davalos. 

In  fine,  l'Ariosto,  ripigliando  per  altra  via  il  suo  tema,  non  so  se 
coscientemente  ovvero  perchè  ve  lo  trascinasse  la  natura  sua  di  grande 
artista,  dovè  obbedire  ad  un  concetto  della  massima  importanza  in  arte. 

La  poesia  storica,  nel  senso  tutto  moderno  di  accendimento  lirico 
suscitato  da  un  fatto  o  da  più  fatti  che  al  poeta  commovono  la  fantasia  e 
lo  inducono  a  rappresentarne  con  vivacità  icastica  almeno  i  momenti  più 
espressivi  e  più  solenni,  una  poesia  simile  non  si  può  dire  esistesse  allora 
in  Italia.  In  qualche  canzone  petrarchesca  una  simile  forma  lampeg- 
gia a  tratti:  nelle  rime  de' mediocri  d'ogni  tempo,  e  fino  negli  spol- 
monamenti  del  Filicaia,  con  tutti  quei  i^  ma  sento  o  sentir  parme  »  e 
«  ma  veggio  o  veder  parrae  » ,  fatti  e  sentimenti  sembrano  cascare  a 
pezzi.  Soltanto  dopo  alcune  splendide  prove  di  Vincenzo  Monti,  dopo 
quelle  altissime  liriche  che  sono  i  Cori  del  Manzoni,  dopo  alcune 
Odi  del  Carducci,  la  poesia  storica  di  tal  genere  esiste  in  Italia 
già  in  pieno  sviluppo.  Tal  forma  non  poteva  creare  l'Ariosto,  massime 
narrando.  Egli  poteva  soltanto  tentare  di  dar  forma  perfetta  al  quadro  sto- 
rico: gli  esempi  gli  erano  offerti  dal  canto  VIII  dell'  Fneide,  dal  canto  VI 
del  Paradiso.  Ora,  è  legge  di  composizione,  se  si  vuol  creare  il  pic- 
colo capolavoro  storico,  clie  non  si  debbano  già  esporre  i  fatti  nudi  e 
crudi,  di  séguito  —  ufficio  di  cronista  o  al  più  di  critico  che  espone  — 
ma  che  essi  debbano  tutti  come  attorcigliarsi  ad  un  filo  conduttore, 
che  dia  loro  unità  organica.  È  necessario,  insomma,  che  il  lettore  abbia 
dinanzi  a  sé  il  gruppo  intero,  non  le  statue  sparse  del  monumento. 
Ora,  i  fatti  non  si  possono  aggruppare  intorno  ad  altro  che  ad  un'idea; 
e  questa  non  può  essere  che  uoa  verità,  qualunque  sia  o  si  creda  tale, 
una  verità  che  quei  fatti  stessi  tendano  a  dimostrare.  Quando  tutto  con- 
verge su  l'idea,  su  la  verità,  il  poeta  ha  vinto,  il  lettore  non  è  soltanto  di- 
lettato, ma  soddisfatto.  Egli  intende  l'assieme,  egli  si  sente  arricchito  di 
una  nuova  idea.  Dalla  storia  non  si  può  trarre  che  una  legge  storica; 
che  sia  vera  o  falsa,  per  la  composizione,  poco  importa;  ma  è  neces- 
sario che  ci  sia,  se  si  vuol  comporre.  Dante,  nel  canto  VI  del  Para- 
diso, se  vuol  presentare  l'assieme  della  storia  romana  dalle  origini  a 
Giustiniano,  deve  tutto  accentrare  attorno  l' idea  imperiale,  attorno  la 
legge,  vera  per  lui,  che  Roma  è  destinata  dalla  provvidenza  ad  essere 
capo  del  mondo  nello  spirituale  e  nel  temporale. 

Nella  prima  composizione  ariostesca  il  concetto  unificatore  c'era, 
quello  delle  sventure  italiane  ;  ma,  troppo  largo,  troppo  generico,  non 


—  154   — 

distingueva  i  fatti,  nò  impediva  che  si  collocassero  come  a  pezzi  luno 
di  tianco  all'altro  con  uniformità  monotona. 

Ma  nella  seconda  composiziono  egli  ha  trovato  l' idea,  la  verità 
nuova  condensatrice;  e  gli  avvenimenti  storici  tutti  vi  convergono  la 
loro  luce,  e  ne  sono  a  lor  volta  illuminati;  e  chi  legge  ed  ammirane 
è  come  preso,  incatenato  dal  principio  alla  tino.  Chi  legge  lo  fa  por  lo 
stesso  line,  per  cui  Merlino  aveva  istoriato  la  sala  : 

Acciò  chi  it(ti  succederà  comprenda 
Cile,  Come  lia  d'acquistar  vittoria  e  onore, 
Qualor  d'Italia  la  difesa  i)renda 
Incontra  opni  altro  barbaro  furore  ; 
Cosi,  s'avvien  ch'a  daiinegf^iarla  scenda, 
Per  porle  il  giogo  e  farsene  signore. 
Comprenda,  dico,  e  rendasi  ben  certo 
Ch'oltre  a  quei  monti  avrà  il  sepulcro  aperto. 

La  verità  generale,  per  questa  volta,  è  applicata  in  particolar 
modo  ai  Francesi  ;  e,  a  chi  ripensi  il  nostro  risorgimento,  semhra  una 
profezia!  E  forse  questa  tìlosotìa  della  storia  dall'Ariosto  imaginata, 
in  senso  assoluto,  non  ha  nulla  di  vero  in  sé.  Non  importa.  Egli,  fis- 
sando la  luce  di  quest'idea,  ha  creato  il  gruppo  marmoreo,  ha  creato 
il  breve  capolavoro  epico-storico,  il  canto  nazionale  per  eccellenza. 


III.  Su  i  rifachnenti  dell'  Orlando  Furioso. 

Le  brevi  note  che  io  vi  comunico,  e  che  potrebbero  dar  luogo  cia- 
scuna ad  ampio  discorso,  servano  di  riprova  ad  una  verità  trita;  che  cioè 
basta  guardare  direttamente  alle  fonti,  a'  manoscritti  o  alle  stampe  prime, 
per  veder  subito,  quasi  sempre,  diverso  dagli  altri  :  e  giovino  anche 
a  provare  una  verità,  vergognosa  per  noi  Italiani,  che  cioè  su  l'opera 
del  massimo  epico  nostro  rimane  ancor  molto,  se  non  troppo,  da  la- 
vorare. 

Quanti  sono  i  rifacimenti  dell'  Orlando  ?  Sono  due,  generali,  estesi 
a  tutta  l'opera,  e  notissimi;  l'edizione  principe  è  del  1516:  il  primo 
rifacimento  formale  appare  nell'edizione  del  1521,  il  secondo,  di  sostanza  e 
di  forma,  in  quella  del  1532.  Ma  e  de'  rifacimenti  parziali  perchè  non 
si  tiene  il  debito  conto?  Di  alcuni  io  posso  far  nascere  in  voi  il  sospetto, 
di  altri  darvi  la  sicurezza.  Tra  il  1521  e  il  1532.  pare  che  ^qW  Orlando 
abbian  visto  la  luce  ben  nove  edizioni  :  questo  errano  incerte  tra  la  prima 
e  la  seconda  stesura  del  poema;  alcune  mostrano  in  sé  una  specie  di  con- 


i 


-  155  — 

tamin azione  delle  due  stesure.  Può  essere  che  questo  abbian  fatto  edi- 
tori 0  ignoranti  o  dubbiosi  o  senza  gusto:  ma  qualche  stamina  uscita 
in  Ferrara  e  in  Venezia  rivela,  per  molti  segni,  che  l'Ariosto  mede- 
simo l'abbia,  se  non  altro,  approvata. 

Da'  sospetti,  da'  dubbi,  che  un  esame  attento  delle  edizioni  risol- 
verà (e  intendo  compierlo),  passiamo  a  due  fatti  sicuri.  La  biblioteca  co- 
munale di  Ferrara  possiede  alcune  preziosissime  carte  autografe,  dove 
l'Ariosto  trascrisse  in  mala  copia  ed  in  buona  copia  la  maggior  parte 
delle  cinquecento  e  più  stanze  aggiunte  nell'edizione  del  ''62.  A  queste 
si  possono  aggiungere  due  frammenti  che  sembrano  strappati  dal  primo 
quaderno,  e  che  esistono  nell'Ambrosiana. 

Queste  carte  ci  rivelano,  non  soltanto  una  prima  stesura  delle  parti 
aggiunte,  ma  perfino  alcune  differenze,  quantunque  lievi,  tra  la  buona 
copia  e  l'edizione  definitiva.  Avremmo  quindi  altri  due  rifacimenti  par- 
ziali.. Non  solo:  ma  quelle  preziose  carte  ci  fanno  talvolta  quasi  co- 
gliere in  sullo  sbocciare  l' imagine  poetica,  il  verso,  l'ottava,  e  ce  la 
fanno  seguire  in  tutti  i  suoi  travagliosi  trasmutamenti  per  quattro, 
cinque  volte  di  séguito.  Peccato  che  le  non  siano  ancora  riprodotte 
diplomaticamente!  Sarebbero  documento  mirabile  vivente  della  pazienza 
del  genio  ('). 

Di  un  altro  fatto  posso  assicurarvi:  che  la  stessa  edizione  defi- 
nitiva del  1582  mostra,  nelle  varie  copie  che  ne  esistono,  entro  sé  le- 
zioni diverse  :  e  sono  diversità  di  questa  natura.  In  un  esemplare  si  legge: 
«  E  promessa  in  mercede  a  chi  di  loro  Più  quel  giorno  aiutasse  i  gigli 
■d'oro  »  ed  in  un  altro:  «  Per  darla  all'un  de'  duo  che  contro  il  Moro 
Più  quel  giorno  aiutasse  i  gigli  d'oro  ».  Uno  legge:  «  Stato  era  in 
campo  avea  veduto  quella  Quella  rotta  che  dianzi  ebbe  re  Carlo  »  :  e 
l'altro:  «  Stato  era  in  campo,  inteso  avea  di  quella  Rotta  crudel  che 
dianzi  ebbe  re  Carlo  ". 

Bastano  questi  due  esempi.  11  fatto  degli  esemplari  diversi  della 
medesima  edizione  è  noto  ai  bibliografi:  Felice  Martini  ne  diede  le 
prove  riproducendo  alcune  varianti  del  i  pi-imo  canto:  ma  non  è  an- 
cora determinato  ne'  limiti,  né  spiegato  nelle  cause.  Lo  farò  poco  ap- 
presso. 

Tornando  alle  due  stesure  generali,  del  '21  e  del  '32,  io  mi  do- 
mando: come    devono    essere    valutate?  Finché    si    dice    che  il  rifa- 


(')  Focili  mesi  dojto  olif  qiu'sta  nota  ora  comunicata  al  Congresso,  il  dottor 
Agnelli,  bibliotecari"  della  Coniunale  di  Ferrara,  saviamente  provvedeva  a  questa 
lacuna. 


-  156  — 

cimento  del  '21  sia  il  più  importante  per  il  rispetto  formale,  per- 
chè ristretto  soltanto. o  quasi  all'espressione,  perchè  ci  segna  come  il 
punto  più  vicino  alla  bellezza  formale  ultima  del  poema,  tinche  si 
«lice  che  l'opera  di  giunta  e  di  correzione  tra  il  '21  e  il  '32  ha  dato 
linalmente  al  poema  «  la  faccia  sua  polita  e  bella  »,  non  si  esce  per 
nulla  dal  vero.  Ma  guai  se  volessimo  da  questa  verità  inferire  quello 
che  vi  sembra  inchiuso  e  che  io  credo  sia  nell'opinione  corrente!  Guai 
se  volessimo  atfermare  che,  quando  l'Ariosto  compose  la  prima  volta  il 
poema,  prima  del  1516,  egli  non  avesse  di  già  toccato  la  cima  del- 
l'arte sua.  cos'i  per  il  rispetto  psicologico  come  per  quello  formale.  Le 
parti  aggiunte  non  alterano  per  nulla  il  primo  ordito  ;  gli  episodi  nuovi 
si  accostano  a'  primi;  nient'altro.  E  il  primo  ordito  rimane  saldo  nella 
sua  interezza;  come  avvenne  ne' Promessi  Sposi.  La  facoltà  dilettosa 
del  narrare,  la  facoltà  pensosa  dell'osservare  e  rappresentare  i  moti 
del  cuore  umano,  prima  del  1510  era  già  pienamente  svolta  e  matu- 
rata nell'Ariosto. 

Non  solo;  ma  io  vi  posso  citare  a  centinaia  le  ottave,  che,  o 
rimasero  inalterate,  pur  nell'espressione,  o  subirono  lievissimi  muta- 
menti. Ne  ricordo  alcune  clie  io  chiamo  le  più  belle  tra  le  bellissimo 
k  Fugge  tra  selve  spaventose  e  scure  "  o  «  Pensoso  più  di  un'ora  a  capo 
basso  "  0  "  La  verginella  è  simile  alla  rosa  "  e  quasi  tutto  l'episodio 
di  Medoro  e  Cloridano  e  «  Alcun  non  può  saper  da  chi  sia  amato  "  e 
k  Come  ceppo  talor  che  le  midolle  »  e  molte  ottave  del  dolore  di  Fior- 
diligi,  e  cos'i  via. 

Non  è  dunque  vano,  per  la  storia,  poter  affermare  risolutamente 
che  l'Ariosto,  durante  la  prima  composizione  del  poema  si  trovava  già 
nel  pieno  possesso  anche  dell'arte  formale.  Che  se  egli  non  riuscì  ad 
esplicare  di  tal  virtù  tutta  la  potenzialità,  per  tutto  il  poema,  questo 
.levette  a  mancanza  di  agio,  di  cura,  di  tempo,  non  a  difetto  di  gusto 
0  di  cognizioni.  Né  poteva  avvenire  altrimenti,  finché  nell'aspro  ser- 
vizio del  cardinale  faceva  più  il  cavallaro  che  il  poeta. 


IV.   Sul  testo  definitivo  (/g//' Orlando  Furioso. 

"Veniamo  alla  seconda  questione.  Come  si  può  e  si  deve  rico- 
struire il  testo  critico  ^ìqW' Orlando  "^  La  questione  sembra  oziosa.  Dia- 
mine! 0  non  c'è  il  testo  definitivo  curato  dal  medesimo  autore?  Fidati 
era  un  buon  uomo;  non  ti  fidare  era  meglio.  Non  dobbiamo  fidarci 
né  anche  dell'autore,  in  questo  caso;  o  per  meglio  dire,  bisogna  inter- 


—   157  — 

rogarlo  più  attentamente,  bisogna  ascoltare  tutte  le  voci  che  egli  ci  ha 
tramandato.  Sappiamo  già  da  lui  stesso  e  dal  fratello  Galasso  che  egli 
non  era  soddisfatto  dell'edizione  del '32.  Egli  vi  si  dìcas' a,  assassinalo. 
Quando  mai  un  vero  artista  fu  contento  ?  Ma  questa  volta  aveva  proprio 
ragione.  Il  confronto  che  io  parzialmente  ho  istituito  tra  la  buona  copia 
delle  carte  autografe  e  la  stampa,  mi  dimostra  che  qualche  volta  o  il 
maledetto  proto  o  qualcun'altro,  poco  attento  (che  non  sia  l'Ariosto 
stesso?),  poco  badò  alla  correttezza  della  lezione;  e  il  confronto  tra  la 
stampa  ultima  e  la  precedente  del '21  e  del '16  mi  dimostra  che  ver:5Ì 
e  lezioni,  buone  da  prima,  furono  riprodotte  erratamente  da  ultimo. 
In  fine,  ripeto,  gli  esemplari  dell'edizione  medesima  del  '82  si  scindono 
in  due  gruppi,  che  io  indicherò  con  il  tipo  J  e  il  tipo  B.  Io  ho  po- 
tuto vedere  tre  esemplari  dell'un  tipo  e  tre  esemplari  dell'altro.  Due 
dal  tipo  diverso  si  trovano  fortunatamente  insieme  in  Milano,  presso 
il  marchese  Lupo  di  Soragna  ('),  la  cui  signora  è  erede  della  famosa 
raccolta  di  stampe  de'  Melzi. 

10  non  posso  affermare,  come  fanno  i  bibliografi  con  certa  legge- 
rezza, che  da  questa  disformità  di  lezione  si  deve  trarre  che  l'Ariosto, 
dopo  una  prima  tiratura  di  fogli,  facesse  mutare  e  tirarli  di  nuovo. 
No:  il  mutamento  mi  sembra  ristretto  ad  un  foglio  solo:  al  primo: 
anzi  alle  carte  Ajjj  Ajjjj  del  foglio  A,  corrispondente  a  mezzo  foglio 
interno  de'  nostri,  e  comprendente  dall'ottava  38*  del  canto  I  all'ot- 
tava 13*  del  canto  II.  Tutt' assieme,  sono  un  centinaio  circa  di  lezioni 
differenti. 

11  testo  vulgato  porta  le  lezioni  del  tipo  A  :  le  lezioni  del  tipo  IJ 
non  sono  conosciute  che  parzialmente  e  dal  Martini  soltanto:  a  mio 
parere  sono  le  ultime  volute  dal  poeta:  le  ultime,  perchè  si  diversifi- 
cano da  quella  del  1516  e  del  1521,  [e  le  lezioni  del  tipo  A  no],  le 
ultime,  perchè  sembrano  correzioni  logiche  ed  artistiche,  le  ultime, 
perchè  si  ritrovano  soltanto  in  pochi  esemplari  in  carta  speciale,  desti- 
nati forse  ad  alcuni  Signori  italiani  ;  il  cui  occhio,  se  si  fosse  appun- 
tato, com'era  facile,  specie  su  le  prime  carte,  avrebbe  di  subito  rilevato 
qualche  errore  vero  e  proprio  ;  il  cui  fine  buon  gusto  avrebbe  notato 
qualclie  espressione  poco  felice. 

Questa  ipotesi  acquista  a'  miei  occhi  valore  di  certezza,  ora  che 
ho  veduto  nella  Biblioteca  vaticana,  segnato  tra  i  manoscritti  del  fondo 
Barberini  XLV,  36,  un  esemphire  della  stessa  edizione  su  pergamena 


(')  Ringrazio  vivamente  il  colto  gentiluomo  lomb;irdo  della  cortese  larghezz.i 
con  cui  mi  aprì  la  sua  biblioteca. 


—  158  — 

e  con  miniature.  L'esemplare  porta  sul  tergo  miniata  l'arma  del  car- 
dinale da  Este,  cui  il  poema  è  dedicato  ;  e  nel  primo  foglio  porta  le 
lezioni  del  tipo  lì. 

Conchiudendo,  chi  voglia  ricostruire  criticamente  il  testo  dell' Or- 
lando  deve  innanzi  tutto  fondarsi  sul  tipo  B  duU'odizione  del  1532,  poi 
procedere  ad  una  intelligente  e  tìnissima  comparazione  tra  essa  e  le  carte 
autografe  per  una  parte  e  le  rarissime  stampe  del  1521  e  del  1516 
per  l'altra.  Soltanto  così  la  incontentabile  critica  potrebbe  forse  con- 
tentare in  parte  l' incontentabile  artista  che  fu  messer  Lodovico. 


Tavola  delle  varianti  tra  le  carte  Aj;^;,  kjjjj  del  tipo  A  e  quelle  del  tipo  B. 

A  dimostrazione  di  quanto  ho  conchiuso,  riporto  integralmente  le 
varianti  tratte  dalle  due  copie  del  tipo  A  e  del  tipo  B  esistenti  in 
Milano  presso  la  storica  biblioteca  Melzi. 


Qk 

lNTO 

I. 

Tipo 

A 

Tipo   B 

Stanza 

20 

verso 

G 

pruovi 

provi 

I» 

n 

» 

7 

altrimente 

altrimenti 

V 

21 

» 

5 

Ch'il  Pagano 

Che  '1  Pagano 

n 

23 

T> 

7 

s'flro/stf 

s'avvolse 

n 

24 

n 

1 

rivrra 

riviera 

n 

25 

n 

2 

Di  cAe 

Di  e' 

n 

26 

n 

5 

Fei  au 

Ftrraa 

n 

» 

V 

8  dovevi 

dovevi  ? 

n 

27 

n 

3 

a  Taltre 

all'altr' 

n 

9 

» 

4 

/'ra  ;)oc/ii  (^2  < 

jittar 

Velino 
[nel  rio 

Ciittar  fra  pochi  dì  l'elmo  nel  rio 

r» 

n 

n 

5 

Fortuna 

Fortuna: 

n 

n 

n 

7 

Non  ti  turbar 

Non  ti  turbare 

n 

28 

n 

5 

dui 

duo 

» 

» 

» 

8 

lasciarmelo  in 

eflfetto 

lasciarmi  con  effetto 

« 

29 

n 

2 

■,irr\cciosse 

arricciossi 

" 

n 

B 

3 

scolorasse 

8Col"rossi 

n 

n 

n 

4 

ferriiosse 

fennossi 

n 

n 

» 

f) 

nomasse 

nomossi 

» 

n 

n 

2  saltar 

saltare 

n 

n 

n 

8 

ingqr 

fwjìHe. 

n 

3.3 

n 

6 

di  qua  e  di  là 

di  qua:  di  là 

n 

34 

n 

1 

capriole 

cai)riuole 

B 

n 

» 

•1 

e  aprirle 

0  aprirle 

n 

n 

n 

C 

fr<?ma 

trirnia 

n 

35 

n 

o 

al  fin 

al  tini' 

-  ]r,9  — 


Canto  I. 


Tipo    A 


Tipo   R 


Stanza  35 

verso     4 

move 

muove 

» 

» 

)) 

5  dui 

duo 

n 

» 

» 

6 

nove 

nuove 

» 

37 

» 

2 

Di  spin 

Di  prun 

n 

n 

n 

8 

Ch'el 

Che  n 

n 

38 

n 

1 

tener  erbette 

tenere  erbette 

» 

» 

» 

4 

si  scoTca 

si  corca 

)) 

» 

n 

7 

leva,  riuera 

lieva,  riviera 

» 

39 

n 

7 

Et  in  un  gran  pensier 

E  in  suo  gran  gran  pensier 

» 

40 

» 

7 

««•Spirando 

sospiiando 

n 

41 

»» 

8 

mi  vo 

mi  vuo' 

n 

46 

n 

4 

seguito 

sequito 

r> 

» 

T> 

7 

E  promessa  in  mercede 

[a  chi  di  loro 

Per  darla  all'un  de' duo 
1                      frhe  contro  il  Moro 

n 

47 

n 

1-2 

Stato  era  in  campo, 

[havea  veduta  quella 
Quella  rotta  che  diami... 

Stato  era  in  campo  e  inteso  havea 
di  quella  Rottacrudel  chedianzi... 

n 

51 

n 

2 

allegerir 

alleggierir 

n 

» 

n 

5 

fittione 

fintione 

» 

» 

n 

7 

ch'ai  suo  bisogno 

ch'a  quel  bisogno 

n 

53 

n 

7 

e  vero  angelico 

e  il  vero  angelico 

V 

n 

n 

8 

innante 

ìnante 

ìì 

54 

n 

7 

s'aviva 

s'avviva 

n 

57 

n 

8  Et  eh' 

E  eh' 

n 

59 

n 

5-6 

,  ch'avea  , . .  persona  : 

(ch'avea  . .  .  persona  :) 

n 

61 

» 

1 

appresso 

presso 

n 

62 

n 

3 

Come  li  dui 

Si  come  i  duo 

n 

n 

n 

5 

a  Paltò 

all'alto 

n 

ri 

n 

8 

usberghi 

osberghi 

n 

63 

n 

5 

quel 

queir 

» 

» 

n 

6 

li  sproni 

gli  sproni 

n 

65 

n 

2 

si  lieva 

si  leva 

n 

n 

» 

4 

Presso  a  li  morti 

Appresso  a  i  morti 

)> 

66 

n 

2  braccio  s'  AaZf/a 

braccia  s'iiabbi 

n 

n 

» 

5 

olirà  il  cader                         \ 

jsltre  al  cader 

» 

67 

» 

8 

lasciar  il  rampo  è  stato  ilprimc 

)  lasciare  il  campo  è  etato  primo 

» 

68 

j> 

6 

con  lo  scudo 

con  un  scudo 

)> 

69 

n 

2 

abbatuto 

abbattuto 

» 

70 

n 

8 

avampato 

avvampato 

» 

71 

)) 

3 

abbatuto 

abbattuto 

1) 

72 

i> 

3 

rumor 

rumore 

)» 

n 

n 

4 

trem  i 

trieini 

i> 

73 

n 

8 

vien 

viene 

» 

74 

n 

4 

al  girar 

a  girar 

n 

n 

n 

7 

no 

ne  i 

n 

75 

n 

4 

dui 

duo 

Canto  I. 


-  IW   - 


Tipo   A 


Tipo   B 


Stanza  77  verso     3  s'anampa 
»       81     n         7  dui 


s  avvampa 
duo 


Canto  II. 


Tipo    A 


Tipo    B 


Stanza 

1 

verso 

2  disivi^ 

desiri 

n 

n 

» 

3  ayj>n 

avvidi 

n 

n 

n 

■i  (/«( 

duo 

n 

n 

n 

8  voi 

vuoi 

n 

4 

n 

4  (quanto . . .  per 

fama  più 

con  vero) 

(quanto  ...  per  fama)  più  con  vero 

n 

»» 

n 

6  et 

e 

n 

5 

n 

1  dui 

duo 

n 

n 

7) 

5  rabia 

rabbia 

n 

n 

n 

6  ?'a buffato 

ribuifato 

n 

n 

n 

7-8  et        et 

e        e 

n 

6 

» 

6  far  .  . .  Signor 

fare  . . .  Signore 

n 

n 

n 

8  mover 

muover 

n 

7 

n 

7  sul . . .  et 

su  '1  .  .  .  e 

n 

n 

n 

8  et 

e 

n 

8 

n 

4  s])cloHca  ASvimicata 

spelunca  affumicata: 

n 

9 

n 

6  et 

e 

n 

10 

n 

2  s'fliandona 

s'abbandona 

n 

n 

n 

7  //jaccio 

ghiaccio 

1» 

X, 

n 

8  lassa 

lascia 

1 

11 

n 

1    Coffie 

Quando 

n 

n 

n 

4  s'avicina 

s'avvicina 

n 

12 

1) 

2 

e  6  M«         «« 

un'         un' 

n 

13 

» 

1 

e  3  Et        Et 

e         e 

j\T  Q  _  Le  lezioni  del  tipo  A  sottolineate  si  ritrovano  tali  e  quali  anche 
nella  edizione  del  1516;  la  copia  di  quest'ultima  da  me  esaminata  esiste  presso 
il  marchese  Lupo  di  Soragna,  erede  della  Biblioteca  Melzi,  in  Milano. 


XIII. 


DI    ALCUNE    INOSSERVATE    IMITAZIONI    ITALIANE 

IN  POETI  FRANCESI  DEL  CINQUECENTO. 

Comunicazione  del  prof.  F.  Flamini. 


Chiunque  abbia  potuto  rendersi  ben  conto  della  veramente  straor- 
dinaria efficacia  esercitata  nel  secolo  XVI  dalla  letteratura  italiana 
sulle  altre  letterature  (in  specie  sulla  francese,  suU'  inglese  e  sulla 
spagnuola),  facilmente  intende,  come  a  misurare  fino  a  qual  segno 
sia  da  chiamarsi  originale  l'opera  dei  poeti  e  prosatori  fioriti  in  quel- 
l'età fuori  della  nostra  penisola,  occorra  una  messe  copiosissima  di 
raffronti  non  agevoli,  che  solo  mediante  indagini  lunghe  e  pazienti 
di  più  e  diversi  studiosi  è  lecito  sperare  possa  esser  raccolta,  in  ser- 
vigio di  chi  poi,  raunando  le  fronde  sparte,  scriverà  l'attraentissima 
storia  di  codesta  efficacia. 

Perciò  ogni  contributo,  per  quanto  tenue,  che  si  rechi  alla  cono- 
scenza di  ciò  che  debbono  all'  Italia  i  cinquecentisti  stranieri,  non 
può  non  giungere  accetto  a  chi  coltivi  questo  campo  di  studi.  Nel 
quale  anch'  io  in  addietro  ho  spigolato,  e  vengo  tuttora  spigolando. 
Qualche  nuova  osservazione  fatta  in  proposito  mi  si  conceda  di  rife- 
rire agli  insigni  e  benemeriti  studiosi  della  letteratura  comparata 
accorsi  a  questo  mondiale  convegno. 


Fra  i  poeti  francesi  della  Plèiade,  Gfovauni  Antonio  De  Baìf  è 
senza  dubbio  uno  dei  piti  fecondi.  La  bella  edizione  in  cinque  volumi, 
che  ne  procurò  fra  il  1882  e  il  '90,  pei  tipi  del  Lemerre  di  Parigi, 
Carlo  Marty-Laveaux,  contiene  di  lui,. oltre  al  canzoniere  {^Les  amours) 
diviso  in  tre  parti  {Amours  ile  Meline,  L'amour  de  Francine,  Di- 
verses  amours),  nove  libri  di  Poémes,  diciannove  Egloghe,  una  versione 
doìVAntigo/ie  di  Sofocle,  una  commedia  {Le  brave),  una  traduzione 
dell'Eunuco  di  Terenzio  e  dei  Dialoghi  degli  Dei  di  Luciano,  cinque 
libri  di  Passelems  in  versi,  e  quattro  di  Mimes,  enseignemens  et  pro- 

Sezione  III.  —  Storia  dille  LetUratHrt.  1» 


—  IGi 


verbes  pure  in  rima,  intìne  un  l>uon  manipolo  di  quei  Vers  mesurés, 
che  han  qualche  importanza  per  la  storia  della  metrica  francese,  e 
tin  dal  1878  furono  argomento  d' una  speciale  dissertazione  del  Nagel. 

Questa  così  copiosa  suppellettile  poetica  merita  una  disamina 
accurata  fatta  coli'  intento  di  vedere  quanto  in  essa  sia  derivato  dalla 
letteratura  italiana.  In  particolar  modo  il  canzoniere,  nel  quale  l' imi- 
tazione del  Petrarca  e  dei  petrarchisti  appare  anche  a  chi  soltanto  si 
contenti  di  sfogliarlo,  Yorrel»be  un'  investigazione  di  questo  genere, 
minuta  e,  per  quanto  è  possibile,  compiuta  ('):  ed  io  spero  di  poterla 
fare  tra  non  molto,  approfittando  della  cortese  ospitalità  offertami 
dal  Journal  of  comparative  Uterature  di  Nuova  York. 

Frattanto,  richiamo  l'attenzione  dei  cultori  di  questi  studi  su  al- 
cuni plagi  del  De  Baif  da  rimatori  italiani;  plagi  non  punto  diversi 
da  quelli  così  famosi  di  Filippo  Desportes.  Si  tratta  di  sonetti  ita- 
liani, che  il  poeta  francese  ha  tradotti  e  inseriti  senz'  altro  nel  suo 
canzoniere,  dandoli  come  propri.  Per  essi  gli  resta  quindi  soltanto  il 
merito  d'aver  voltato  nella  sua  lingua  l'originale  con  notevole  disin- 
voltura. —  È  chiaro  che  il  nostro  idioma  gli  era  familiare:  e  ci(^ 
nulla  ha  di  strano;  dacché  egli  era  figliuolo  di  quel  Lazzaro  de  Baif, 
che  appunto  nel  suo  non  Itreve  soggiorno  fra  noi  potè  assodare  ed 
allargare  la  classica  cultura  eh'  è  suo  vanto.  Anzi  da  Lazzaro  Gio. 
Antonio  nacque  proprio  in  Italia:  a  Venezia;  e  questa  città,  che  gli 
aveva  dato  i  natali,  volle  visitare  verso  il  1503,  trovandosi  a  Trento 
per  il  Concilio: 

]\raviiit   ime  foi.s  ('n  ma  vie 
Ics  iiionts  dcs  Alpes  repasscr, 
))our  voir  Venise  ma  iiaissixiic<«. 
Une  ibis  desia  dès  renfance 
on  me  les  avoit  fait  passer  ("). 

Ma  vediamo  i  plagi  ora  accennati. 

(')  L'egregio  amico  e  collega  i)rof.  GirsEPi'K  Vianey,  della  Facoltà  di  let- 
tere di  Montpellier,  gentilmente  mi  fa  osservare,  die  il  primo  libro  degli  Amoum 
(le  Meline  s'apre  con  un'imitazione,  e  quasi  traduzione,  della  canz.  a  (iià  per 
tornar  vicino  al  nostro  polo  n  d'Ottaviano  Salvi  {Rime  diverse  ecc..  lib.  I.  Venezia, 
Giolito,  154G,  pp.  305-7);  che  il  sonetto  «  Ny  ta  fìerté,  ecc.  »  (ed.  Marty-Laveaux, 
1,  ;U)  è  liberamente  imitato  da  uno  del  Gesualdo  («Né  di  selvaggio  cor,  ecc.r; 
Rime  ora  cit.,  p.  32);  che  la  canz.  «Dolci  basci  soavi"  di  Gian  Francesco  Fabri 
era  senza  dubbio  presente  al  De  Baif  (luand'egli  scriveva  «  Doublé  rane  de  perles 
tines,  ecc.»  (ed.  cit.,  pp.  58-00;  cfr.  Delle  rime  di  diversi  ecc.,  lib.  II,  Yen., 
<Jiolito,  1548,  ce.  r.0-61);  che,  infin--,  nelle  Mett'ores,  libera  imitazione  del  noto 
poema  del  Pontano,  sono  similitudini  debunte  dall'Ariosto  (cfr.  ed.  Marty-La- 
veaux, II,  14,  e   Ori.  fur.,  XIV,  '18). 

(«)  Ed.  Marty-Laveaux,  II,  A-A,  e  Notice  bio'jr.,  y.  xxiij. 


—  103  — 

Già  Francesco  Torraca  uel  suo  dotto  studio  su  GL' imitatori  stra- 
nieri di  Jacopo  Sannazaro  (')  ebbe  a  rilevarne  alcuni.  Egli  osservò 
che  il  sonetto  del  De  Baif  che  comincia: 

Ainsi  (Ione  va  le  monde,  o  estoyles  cruelles! 

è,  "  più  che  semplicemente  imitato,  tradotto  alla  lettera  »  da  uno  del 
Sannazaro  (^  Così  dunque  va  '1  mondo,  o  fere  stelle!  ").  Inoltre,  mise 
in  luce  la  pedissequa  imitazione  fatta  dal  poeta  francese  e  della 
prima  strofe  d' una  canzone  del  napoletano  e  d' un  epigramma  latino 
del  Sannazaro  stesso;  né  gli  sfuggi  che  il  sonetto  «  J'epan  des  yeui 
un  Heuve  douloureux  »  è  una  contaminazione  di  vari  passi  delle 
egloghe  II  e  Vili  deW Arcadia. 

Ma  quando  il  Torraca  dettava  quel  suo  lavoro,  l'edizione  com- 
pleta delle  opere  del  De  Baif  procurata  dal  Marty-Laveaux  non  era 
ancora  stata  publ)licata.  Nessuna  maraviglia  quindi,  se  altre  imita- 
zioni dalle  poesie  volgari  e  latine  d'Azio  Sincero  verrà  fatto  d' incon- 
trare neir  amplissimo  canzoniere  di  questo  rimatore  della  Pleiade. 
Ecco,  ad  esempio,  un  sonetto  del  Sannazaro  che  il  De  Baif  s'  è  appro- 
priato quasi  traducendolo: 

0  gelosia,  (ramanti  orrilnl  freno, 

ch'in  un  punto  mi  volgi  e  tien  si  forte; 

0  sorella  de  Tenijiia  amara  morte, 

che  con  tua  vista  turbi  il  ciel  sereno; 
0  serpente  nascosto  in  dolce  seno 

di  lieti  fior,  clie  mie  speranze  hai  morte, 

tra  prosperi  successi  avversa  sorte, 

tra  soavi  vivande  aspro  veneno  : 
da  qual  valle  internai  nel  mondo  uscisti, 

0  crudel  mostro,  o  poste  de'  mortali, 

che  fai  li  giorni  miei  si  oscuri  e  tristi? 
Tornati  giti,  non  raddoppiar  miei  mali  ; 

infelice  paura,  a  che  venisti  ? 

or  non  bastava  amor  con  li  suoi  strali  ? 

Udite  il  De  Baif: 

Bourrelle  des  amans,  cliagrine  ialuusie. 

qui,  comme  le  serpent  par  les  belles  fleurettea, 
te  tapis  sous  les  tlonrs  des  gayes  aniourettes, 
bourrelle  de  toy-mesme,  o  la  scjey.r  de  l'envie; 

de  quel  bourbier  d'eiifer,  sorcieve,  es  tu  sortie, 
a  fin  d'emiioisonner  de  tes  pestes  inlettes, 
monstre  hidoux  infet,  les  amonrs  les  plus  nettes, 
troublant  le  doux  repos  de  nostro  heureuse  vie? 

Hydro,  sale  harpie,  où  tu  es  renconlrée? 

tu  obscurcis  le  iour,  et  ta  puantrf  aleine 
par  où  tu  vas  passant  empeste  la  contrée. 

Ketournet'en  là  bas:  iamais  do  moy  n'aproche: 
et  n'est-ce  pas  assez,  pour  me  tenir  eii  p('no, 
d'amour,  ((ui  tous  ses  traits  contro  mon  coour  décoche?(*) 

(>)  iJoma,  Loeschor,  1882  ('2"  ediz.ì.  pp.   J0.||. 
(*)  Ed.  Marty-Laveaux.  I.  141. 


—  104  — 

Al  Torraca  parve  che  il  sonetto  del  De  Baif:  «  Songe,  qui  par 
pitie,  ecc.  "  (')  derivasse  nel  principio  da  uno  del  Sannazaro:  «  0  sonno, 
0  requie,  ecc.".  Ma  songc  è  'sogno',  non  'sonno',  e  la  somiglianza 
tra  le  due  quartine  del  sonetto  è  più  apparente  che  reale.  Quello  del 
De  Baif  non  proviene  dal  Sannazaro,  bensì  dal  Bembo.  Esso  è  tradotto 
alla  lettera  dal  seguente  sonetto  del  celebratissimo  scrittore  veneziano  : 

Sogjno,  che  dolcemente  ni'liai  furato 

a  morte,  e  del  mio  mal  posto  in  oblio, 

da  qual  porta  del  ciel  cortese  e  pio 

scendesti  a  ralleirrare  un  dolorato? 
Qual  angel  ha  là  su  di  me  spirato, 

che  sì  movesti  al  pran  bisogno  mio? 

Scampo  a  lo  stato  faticoso  e  rio 

altro  eh  'n  te  non  ho,  lasso!,  trovato. 
Beato  se',  ch'altrui  beato  fai  : 

se  non  ch'usi  troppo  ale  al  dipartire, 

o'  n  jioca  ora  mi  tùi  quel  che  mi  dai. 
Almen  ritorna,  e  pia  che  '1  cammin  sai, 

fammi  talor  di  quel  piacer  sentire 

che  senza  te  non  spero  sentir  mai. 

Veggasi  con  che  franchezza  il  De  Baif  dà  come  proprio  l'altrui! 

Songe,  qui  par  pitie  m'a  réscoux  de  la  mort 

et  qui  m'a  mis  au  coeur  de  mon  mal  l'oubliance, 
de  quel  endroit  du  ciel  en  ma  jjrand'  dolcance 
m'es-tu  venu  donner  un  si  doux  reconfort? 

Quel  anpe  à  pris  soucy  de  moy  ia  presque  mort, 

ayant  l'oeil  sur  mon  mal  hors  de  tonte  esperance? 
le  n'ai  iamais  trouve  à  mon  mal  allcfreanco, 
sontre,  sinon  en  toy  en  son  plus  ^rrand  effort. 

Bien  heureux  toy  qui  fais  les  autres  bien  heureux, 
si  l'aisle  tu  n'avois  si  pronte  au  departìr, 
nous  l'ostant  aussi  tost  que  tu  donnes  la  chose. 

Au  moins  revien  me  voir,  moy  chetif  amoureux  : 
et  me  fay  quelque  fois  cette  ioye  sentir, 
que  d'ailieurs  que  de  toy  me  ]>romettro  ie  n'ose. 

Che  il  figliuolo  di  Lazzaro  De  Baif  amico  e  corrispondente  del 
Bembo  (^)  ammirasse  le  rime  di  questo  letterato  a  cui  tutta  Italia 
s' inchinava  con  la  più  viva  e  più  profonda  riverenza,  è  ben  naturale. 
Non  ci  sorprenderà,  pertanto,  di  trovare  fra  le  sue  poesie  anche  un 
altro  sonetto  (■'')  tradotto,   fedelmente   quanto...    tacitamente,   da  uno 


(»)  Ed.  Marty-Laveaux,  I,  183. 

(«)  Cfr.  De  Xolhac,  P.  Bembo  et  Lazare  df-  Baif,  nella  Miscellanea  per  nozze 
Cian-Sappa  Flandinet,  Bergamo,  1894,  pp.  301   segg. 
(')  Ed.  Marfy-Laveaux,  I,  303. 


—  165  — 

di  Messer  Pietro.  E,  attesa  la  ben  nota  mignardise  del  cantore  di 
Trancine,  non  ci  maraviglieremo  parimente,  che  la  scelta  di  lui  sia 
caduta  proprio  su  quello,  galantemente  prezioso,  in  cui  il  Bembo  im- 
magina che  il  proprio  cuore  voli  nel  »  dolce  oro  "  delle  chiome  di- 
sciolte della  sua  donna,  e  vi  resti  legato  quando  ella  raccoglie  «  le 
trecce  al  collo  sparte  ». 

Ces  cheveux  d'or  crépu,  dont  le  desir  augmente 
autant  que  mes  ennuis  croissent  de  leur  beauté 

comincia  la  copia.  E  l'originale: 

Di  que'  bei  crin  che  tanto  più  sempre  amo 
quanto  maggior  mio  mal  nasce  da  loro. 

L'«or  crépu  "  ('oro  crespo'),  che  qui  manca,  trovasi  nel  principio 
d'un  altro  sonetto  del  Bembo,  che  certo  il  De  Baif  ricordava:  «  Crin 
d'oro    crespo    e  d'ambra  tersa  e  pura». 

Se  agli  esempi  ora  addotti  aggiungiamo  un  raffronto  del  profes- 
sore Vianey,  il  quale  nel  suo  articolo  su  L' A  rioste  et  la  Plèiade 
(inserito  nel  Bulletin  italien  dell'ottobre-dicembre  1901)  ha  rilevato 
r  imitazione  clie  anche  il  De  Baif,  come  il  Du  Bellay  e  il  Ronsard, 
ha  fatto  del  sonetto  di  Lodovico  Ariosto  ^  Madonna,  sete  bella  e 
bella  tanto  » ,  possiamo  formarci  un'  idea  della  grande  franchezza 
con  la  quale,  senza  scrupoli  di  sorta,  il  cantore  di  Meline  e  di  Tran- 
cine attingeva  a  piene  mani  dai  modelli  che  aveva  sott'occhio.  Fra  i 
quali,  naturalmente,  insieme  coi  petrarchisti  del  Cinquecento  più  ri- 
nomati, il  Petrarca  stesso,  comune  esemplare,  occupa  luogo  cospicuo. 
Del  glorioso  nostro  trecentista,  ch'egli  menzionava  insieme  con  Omero 
e  con  Virgilio  ('),  il  De  Baif  non  solo  s'  è  appropriato  soggetti,  im- 
magini, locuzioni,  movenze  e  atteggiamenti  di  pensiero  e  di  stile;  ma 
ha  voltato  in  versi  francesi  (s' intende,  senza  avvertircene)  alcuni  dei 
sonetti  più  noti.  Cosi  quello  che  comincia  -  Mets  moy  dessus  la  mer 
d'où  le  soleil  se  leve  "  (-')  riproduce  in  tutto,  anche  nel  suo  artificioso 
schematismo,  il  petrarchesco  «  Ponmi  ove  l  Sol  occide  i  fiori  e  l'erba  »; 
un  altro  ('0  è  sino  all'  ultima  terzina  versione  fedele  del  fiimosissimo 
«  S'amor  non  è,  che  dunque  è  quel  ch'i'  sento?  -   Curioso  davvero  che 

(')>  Toucher  à  ct'st  lionneur  IV-trarque  n'oseroit, 

Horaère  ny  V irgli  sufìsant  ii'y  seroit 

^ed.  Uartx-LsTe»ux,  I,  12J). 

Vedi  anche  la  dedica  degli  Amours  al  Dnca  DWnjou  (ivi,  p.  8). 
(«)  Ed.  cit..  I,  M. 
e)  Ivi,  102. 


—  lG(t  — 

un  Francese,  in  mezzo  AÌVengouement  che  nel  secolo  XVI  aveva  in- 
vaso i  suoi  conua/ionali  por  la  lirica  del  Petrarca,  osasse  spacciar 
come  propria  questa  qiianiiia: 

f^i  Oc  nest  pas  Aiimur,  «iik-  .^eiit  doiiques  inon  coeur? 
si  c'est  Amour  aussi,  pour  tlieu,  quelle  cliose  est-ce? 
s'elle  est  bonne.  coniineiit  iious  im't  file  en  detresse? 
si  mauvaise,  qui  fait  si  douce  sa  rigueur? 

Versi  cosi  fatti  doveaii  pur  ricliiamare  sul»ito  alla  memoria  il  modello 
copiato: 

S'Amor  non  è,  che  dunque  è  quel  ch'i'  sento? 
ma  s'egli  è  amor,  per  dio,  che  cosa  e  qnale? 
se  buona,  ond'è  l'effetto  aspro,  mortale? 
se  ria,  ond'è  si  dolce  ogni  tormento? 

E  allo  stesso  modo,  quale  lettore  che  avesse  familiare  il  canzoniere 
petrarchesco  poteva  non  ricordarsi  del  sonetto  «  0  passi  sparsi,  o  pen- 
sier  vaghi  e  pronti!  »  nell'udire  il  De  Baif  lamentarsi:  «  0  pas  en 
vain  perduz!  o  esperances  vaines!  (')  ecc.?  »  Un  altro  celebre  sonetto 
del  cantor  di  Laura,  «  Dolci  ire,  dolci  sdegni  e  dolci  paci  » ,  ricom- 
pare, ben  riconoscibile  sotto  il  travestimento,  neW Amour  de  Fraacine: 
M  Doux  dedain,  doux  paix,  qu'un  doux  courroux  ameine,  ecc.  «  (-).  E 
le  famigerate  antitesi  di  «  Pace  non  trovo  e  non  ho  da  far  guerra  « , 
anch.^  nel  De  Baif  empiono  da  capo  a  fondo  i  quattordici  versi: 

Rien  étreindre  ne  puis,  tonte  cliose  i'enibrasse  ; 
i'aime  bien  d'estre  serf,  et  cherche  lib'erte  ; 
ie  ne  bouge  de  terre,  outre  le  ciel  ie  passe; 
ie  me  promé  douceur  oìi  n'y  a  que  fierté,  ecc.  (3). 

Convien  dire,  che  nel  Cinquecento  si  avesse  della  proprietà  lette- 
raria un'idea  ben  diversa  da  quella  che  oggi  ne  abbiamo!  E  i  plagi 
del  Desportes  di  cui  si  è  menato  quel  gran  scalpore  che  ognuno  sa 
appaiono  tanto  meno  scandalosi,  quanto  più  da  indagini  come  queste 
nostre  appare  generale  e  dilfuso  in  tutta  Europa,  durante  i  secoli  del 
Uinascimento,  1"  uso  di  copiare  a  cuor  leggero  dagli  Italiani.  E  chiaro, 
che  allora  la  copia  poteva  senza  scapitare  nell'estimazione  del  pub- 
l)lico  esser  posta  a  riscontro  dell'originale,  quando  paresse  felicemente 
colorita.  Più  la  forma  che  la  sostanza,  più  lo  stile  che  i  soggetti  eran 

(i)  Ed.  cit.,  I.  ICO. 
(*)  Ivi,  1!»3. 
(3)  Ivi,  100. 


-   1G7   - 

cura  e  tormento  degli  scrittori  ;  onde  pareva  non  piccola  lode  per  uno 
straniero  l'aver  saputo  uguagliare  e  a  volte  superare,  descrivendo  o 
immaginando  le  medesime  cose,  noi  Italiani,  eredi  legittimi  e  diretti 
della  latinità.  La  bonne  gràce,  la  geatillesse  della  traduzione,  a  giu- 
dizio di  un  Estienne,  di  un    Pasquier,   facevano  dimenticare  il  testo. 


Ciò  che  sono  venuto  dicendo  può  bastare  a  dar  un'  idea  del  modo 
come  questo  rimatore  della  Pleiade  imitava  i  suoi  modelli  italiani. 
Non  mi  dilungherò  ora,  avendo  in  animo  di  trattarne  (come  già  dissi) 
altrove,  sui  raffronti  che  si  possono  istituire  fra  i  carmi  latini  dei 
nostri  umanisti  del  Cinquecento  e  certe  agili,  leggiere,  per  lo  più 
lascive,  poesiòle  del  De  Ba'if.  Neppure  m'  indugierò  a  dimostrare, 
quanto  debbano  a  quei  capitoli  ternari  di  cui  il  Tebaldeo,  Serafino 
dell'Aquila,  il  Calmeta,  il  Bembo,  l'Ariosto,  tra  la  fine  del  secolo  XV 
e  gl'inizi  del  XVI,  avean  divulgato  l'uso  nella  nostra  lirica  d'amore, 
le  poesie  in  terza  rima,  che  occorrono  abbastanza  frequenti  nel  can- 
zoniere onde  fino  a  qui  ho  parlato.  Più  utile  stimo  il  richiamare 
l'attenzione  dei  comparatisti  sopra  un  altro  poeta  appartenente  a 
quella  che  può  chiamarsi  la  seconda  fase  deWilalianismo  d'oltralpe, 
al  quale  l'essere  per  certi  rispetti  un  continuatore  della  tradizione 
gaidoise  del  Villon  e  del  Marot  non  ha  impedito  di  scrivere  molti 
versi  alla  maniera  italiana,  o  svolgenti  motivi  italiani  :  Giovanni  Pas- 
serat,  nato  nel  1534,  morto  nel  1602. 

Anche  questo  rimatore,  come  il  De  Baif,  fu  in  Italia:  ci  resta 
di  lui  un'ode  sull'entrata  di  Enrico  III  a  Ferrara,  che  manifestamente 
è  stata  scritta  e  presentata  al  re  in  Ferrara  stossa.  Degno  di  nota 
mi  sembra  parimente  l'aver  egli  indirizzato  versi  a  Flaminio  Birago 
e  ad  Alfonso  Del  Bene;  due  Italiani  d'origine,  cultori  entrambi  della 
poesia  francese,  intorno  ai  quali  diffonderà  presto  la  luce  della  sua 
dottrina  Emilio  Picot,  che  sol  di  passata  li  ricorda  nel  suo  prezioso 
scritto  Les  llaliens  en  France  an  XVP  siede,  saggio  di  un  opera 
che  farà  onore  a  lui  e  alla  Francia,  e  della  quale  è  grato  a  noi  tutti 
affrettare  coi  voti  il  felice  compimento.  E  giova  osservare,  che  nel 
sonetto  del  Passerat  in  risposta  al  Del  Bene  abbondano  le  remini- 
scenze di  personaggi  ariosteschi.  ^  Per  trovai*  farmaco  al  tuo  male  -. 
dice  il  poeta  all'amico, 

brides,  si  tu  lo  peiix,  rhippoj^riplu'  d'Athviit: 
ainsi  devoit  iadis  la  vertu  de  Holand, 
non  Astolphe  en  soii  lieu,  preiidiv  aii  ciel  soii  adresse. 


—  168  — 
E  conchiude: 

Pren  ranneau  de  Melisse,  et  pronipt  à  desloger, 
retourne  à  Lojristille,  ainsi  que  fit  Ko^er 
délivré  du  puuvoir  de  la  sorcière  Alcine  ('). 

Né  meno  dei  personaggi  il  Passerai  aveva  familiari  le  frasi  e  le 
similitudini  del  Furioso.  Ad  ognuno,  per  esempio,  vien  subito  in 
mente  la  comparazione  ariostesca  (derivata  dalla  non  meno  famosa 
di  Dante)  del  tizzo  verde  arso  dall' un  dei  capi,  leggendo  questo  co- 
minciamento  di  sonetto: 

Gomme  on  oyt  rjuelquefois  une  huraeur  enfermde 
dedans  quelque  bois  verd,  au  foyer  estenda, 
se  plaindre  et  faire  un  bruit  longuement  entendu, 
qui  se  resoult  en  fin  cn  cendre  et  en  fumee, 

ainsi  la  passion,  ecc.  (*) 

Qui  dall'Ariosto;  molto  più  sovente  il  Passerai  attinge  dal  Petrarca: 
sennonché  non  è  sempre  agevole  distinguere  ciò  che  gli  deriva  dal  co- 
mune modello  per  via  diretta,  da  ciò  che  ci  riconduce  a  questo  attra- 
verso a<ir  imitatori  italiani  ed  anche  francesi.  Certo  è  che  molti  dei 
luoghi  comuni  del  petrarchismo  compaiono  nelle  rime  del  Passerai; 
e  che  il  carattere  ch'esso  petrarchismo  vi  presenta  è  quell' istesso  da 
me  notato  recentemente  in  Pontus  de  Tyard,  i  cui  versi  —  dicevo  — 
*.  alaral»iqués  et  guindés,  visent  à  reproduire  tout  ce  que  Pétrarque 
a  de  plus  étrange  et  de  plus  fade  «  (^).  Pontus  de  Tyard,  ricongiun- 
gendosi per  questo  rispetto  al  Saint-Gelais,  apre  la  via  al  Desportes  : 
Giovanni  Passerai  a  quesi'  ultimo  s' accompagna,  suo  fratello  d'arte, 
ne'  sonetti  almeno.  Quelle  esagerazioni  del  linguaggio  tigurato,  che, 
congiunte  agli  sdilinquimenti  della  galanteria,  fan  tanto  somigliare  la 
maniera  poetica  di  Filippo  Desportes  a  quella  del  Tehaldeo,  del  Ca- 
nteo, di  Serafino,  che  egli  aveva  presente  ed  ammirava,  occorrono 
talvolta  anche  nel  Passerai,  benché  in  grado  minore.  Questi  non  ar- 
riva proprio  sino  in  fondo  alla  china  sdrucciolevole  delle  ingegnoso 
deduzioni;  come  ha  fatto  l'abate  Desportes,  il  quale  là  dove  dice  di 
voler  innalzare  un  tempio  alla  sua  donna,  non  sa  tenersi  dal  soggiun- 
gere, che  il  proprio  corpo  ne  sarà  l'altare,  l'occhio  la  lampada  votiva, 

(')  Les  poésies  francaises  de  Jean  Passerai,  con  prefaz.  e  note  di  P.  Blan- 
CHEMAiN,  Parifji,  Lemerre,  1880,  I,  175-6. 

(«)  Ivi,  II,  70. 

(3)  Du  fòle  de  Pontus  de  Tyard  dans  le  «  pétrarquisme  »  francais,  Parigi, 
l'.tOl,  estr.  dalla  Revuo.  de  la  Renaissance,  ecc.,  N.  S.,  I,  43-55. 


—  169  — 

e  ch'egli  vi  canterà  l'offizio;  e  là  dove  descrive  gli  occhi  della 
persona  amata  (l'uno  dolce  e  l'altro  furioso;  strabismo  di  nuovo  ge- 
nere !),  non  si  perita  di  affermare  addirittura,  che  n'escon  palle  capaci 
di  sterminare  gli  Ugonotti.  Tuttavia  il  Passerai  s'è  inoltrato  egli  pure 
non  poco  per  la  medesima  strada.  Cosi,  anche  i  suoi  occhi,  come  quelli 
del  Desportes  ('),  servono  di  lambicco  all'amaro  liquore  (-).  Provvi- 
denziale tal  pianto!  Senza  di  esso  il  gran  fuoco  d'Amore  avrebbe  già 
incenerito  il  poeta  (^).  Poiché  Cupido  è  un  incendiario  formidabile: 
perfino  il  mare  fa  ardere  ce  petit  boutefeu  !  ('^).  D'altra  parte,  esso  è 
vorace  come  un  lupo  affamato: 

Les  trop  simples  brebis  servent  de  proye  aus  lous: 
entre  uous  amoureus,  trop  simples  et  trop  dous, 
nous  nous  faisons  brebis,  aussi  le  loup  nous  mange  {^). 

In  mezzo  a  stram])erie  cosi  fatte,  fuse  nel  solito  petrarchesco  cro- 
giuolo insieme  colle  galanti  preziosità  di  specchi  o  guanti  posseduti 
dalla  beile  rebelle,  di  eclissi  durante  i  quali  ella  lia  potuto  sur- 
rogare, nientemeno!  il  sole  C'),  non  mancano  nei  sonetti  italianeggianti 
del  Passerai  talune  arguzie,  clie  ci  fanno  ricordare  esser  egli  l'autore 
del  tanto  lodato  ed  imitato  carme  in  esametri  latini  in  lode  del  Niente. 
Nessuno,  eh'  io  sappia,  neppure  il  diligentissimo  prof.  A.  Salza,  il 
quale  su  Francesco  Coppetta  dei  Beccuti  die  in  luce  tre  anni  or  sono 
un'erudita  memoria  ("),  ha  pensato  a  ravvicinare  il  bel  capitolo  giocoso 
in  terza  rima  del  cinquecentista  da  Perugia  Li  lode  di  Noncovelle 
al  Nihil  del  poeta  francese.  Eppure  la  parentela  tra  questi  due  com- 
ponimenti ci  par  manifesta  ed  innegabile;  e,  poiché  il  ternario  comparve 
per  le  stampe  fra  le  rime  del  Coppetta  nel  1580,  poiché  queste  rime 
sappiamo  esser  state  lette  e  imitate  in  Francia  dal  Desportes,  amico 
e  corrispondente  del  Passerai  (^),  poiché  intìno  quest'  ultimo  dettò  il 
suo  carme  nel  '82  ("),  quando  il  canzoniere  del  Coppetta  doveva  essere 


(')  Cfr.  i  miei  Studi  di  storia  letter.  ital.  e  straniera,  Livorno,  1S05,  p.  352. 
(«)  Ed.  cit.,  Il,  13. 
(3)  Ivi,  12 
{*)  Ivi,  11. 
(5)  Ivi,  20. 

(«)  Ivi,  32,  37,  39,  42. 

O  Nel  Suppl.  n.  3  del  Giorn.  Storico  d.  letter.  italiana. 
(«)  Cfr.  i  miei  Studi,  cit.,  pp.  358  e  -138. 

('•>)  Cfr.  r.  Blanchemain,  prefaz.  allo  cit.    Poésies  frani'aises  del  Passerat. 
pp.  xvij-xx  (ivi  il  N^ihil  b  ristampato  jxt  intiero). 


-   170  — 

un  libro  in  voga,  tutto  induce  a  credere,  che  il  Francese  abbia  imi- 
tato dall'  Italiano  e  il  concetto  e  qualche  particolare  di  quel  suo  com- 
ponimento (').  Scrive,  ad  esempio,  il  Coppetta: 

Se  in  casa  avesti  ben  mille  tìorini, 

quando  ti  porti  noneovelle  (ciò?  'niente')   addosso, 

non  ti  bisofjna  temer  d'assassini 

Noneovelle  è  uno  scudo  che  ripara 

i  colpi  dell'invidia,  e  ci  difende 

da  la  fortuna  e  da  la  insidia  avara 

Noncovel  ci  assicura  in  tutti  i  lati 

da  fuoclii.  da  bargelli  e  da  datieri 

e  da  procuratori  e  da  avvocati. 

E  il  Passerai,  riassumendo  e  condensando  : 

Felix  cui  nihil  est!  ...  . 

non  timet  insidias;  fnres,  incendia  temnit; 
sollicitas  sequitur  nullo  sub  judice  lites. 


Questa  così  larga  imitazione  dai  nostri  poeti  in  poeti  francesi 
appartenenti  o,  come  il  De  Baif,  alla  generazione  del  Ronsard,  o, 
come  il  Passerat,  alla  immediatamente  successiva  del  Desportes;  stu- 
diata a  questo  modo  da  vicino,  ci  aiuta  a  capire  come  si  sia  venuto 
l'ormando  quel  comune  patrimonio,  non  solo  lessicale,  ma  altresì  sin- 
tattico e  stilistico,  per  cui  la  Francia  e  V  Italia  si  sentono  vie  più 
strettamente  legate  l' una  all'altra,  a  guisa  di  due  sorelle  che,  oltre 
ai  vincoli  del  sangue,  abbiano  fra  loro  pur  quello  d'una  intellettuale 
parentela  in  grazia  della  quale  paiono  fatte  per  intendersi  e  per  amarsi. 
Studiando  lungamente,  diligentemente,  i  modelli  squisiti  di  linguaggio 
e  di  stile  poetico,  che  l' Italia  del  gran  secolo  offriva  in  tanta  copia 
all'ammirazione  degli  stranieri;  addentrandosi,  coli' imitarli  e  ripro- 
durli  fedelmente,  a  quel  culto  della  forma,  onde  la  patria  del  Pe- 
trarca e  dell'Ariosto  potè  educare  il  sentimento  estetico  delle  genti 
europee;  i  Francesi  dei  tempi  di  Francesco  I,  di  Caterina  de' Medici, 

Cj  .Miri  jiarticolari  jioterono  essergli  suggeriti  dalle  tante  facezie  a  cui, 
ne' secoli  dal  XIV  al  XVI,  il  signor  AV;«o  dette  argomento  in  Francia,  come 
anche  in  «ìcrinania  (cfr.  Mo.ntaiglon-Kotschild,  Recueil  de  poi'sies  franf.,  XI, 
ÌU3-42;  l'icoT,  Le  monolo(jue  dramatique  ecc.,  in  Romania,  \W  [1886],  379  sgg.; 
Wattf.nmach,  in  Anzeifjer  f.  dcutsch.    \'orceit,  XIII,  .TOl,  XIV.  '20,'j  ecc.). 


—  171  — 

d'  Enrico  UT  prepararono  alla  loro  letteratura,  destinata  a  tante  {glorie  e 
a  tante  vittorie  negl'  incruenti  campi  del  pensiero,  destinata  a  diffondere 
tanta  luce  di  scienza  e  di  poesia  sulle  altre  nazioni,  il  secolo  d'oro 
del  Corneille,  del  Racine,  del  Boileau.  del  Molière.  Debiti  e  crediti, 
fra  noi  Italiani  e  i  nostri  vicini  d'oltralpe,  si  equivalgono.  Clie  se  i 
Francesi  appresero  e  le  grazie  della  poesia  e  il  magistero  dello  stile 
dalla  nazione  che  liberalmente  chiamò  le  altre  al  convivio  della  sa 
pienza  ereditata  dagli  avi  e  per  secoli  custodita,  quando  nel  Rinasci 
mento  potè  esserne  conscia  appieno;  d'altra  parte,  nell'età  media  essi 
han  somministrato  all'  Italia  la  materia  epica  e  romanzesca,  le  forme 
e  gli  avviamenti  della  lirica;  nell'età  moderna  le  haimo  insegnato  i 
benefizi  inestimabili  della  libertà  nel  pensiero  e  nell'arte. 

Per  questo  è  così  gradito  agli  studiosi  italiani  e  francesi  venire 
riandando  insieme  quanto  ebbe  di  comune  in  passato  la  vita  intellet- 
tuale di  due  popoli  che  la  barriera  delle  Alpi  divide,  ma  affratella 
r  identità  di  attitudini  e  d' istinti,  di  pregi  e  di  difetti,  di  gusti  e 
di  tendenze  artistiche,  filosofiche  e  letterarie. 


^-^ 


XIV. 

NOTA  PER  SERVIRE  ALLA  STORIA 
DEGLI    ESULI    ITALIANI    IN    FRANCIA 
SOTTO  LUIGI  FILIPPO. 

Comunicazione  del  prof.  Charles  Dejob. 


Quanto  vantaggio  risulterebbe  per  la  storia   dall'accurato  studio 
delle  relazioni  che  passarono  tra  gli  esuli  italiani  e  la  Francia  dal  ISi'O 
al  1859,  ognuno  lo  vede,  ma  tuttavia   ninno   prese  finora   a  trattare 
l'argomento.  Che,  a  dimostrare  come  riuscì  loro  di   conquistare  l'opi- 
nione pubblica  e  di  preparar  l'avvenimento  più  grande  dell'ottocento, 
la  rism-rezione  cioè  di  un  popolo,  non   basta   narrare  le  sotterenze  di 
quei  martiri,  né  far  rivivere  alcuni  dei  crocchi  nei  quali  si  diedero  a 
conoscere  e  si  fecero  ben  volere.  Bisognerebbe  ritrarre  la  florida  vita 
parigina  dei  tempi  segnatamente  di  Luigi  Filippo  e  mostrare  come  i 
loro  talenti  e  le  loro  virtù  offrirono  alla  Francia  il  grato  e  insperato 
spettacolo  dei  pregi  clie  più   apprezzava.    Se   si   fossero  rinchiusi  nel 
silenzio  del  dolore,  alcuni  Francesi,  generosamente  indiscreti,  avrebbero 
bensì  scoperto  il   segreto   delle   pudiche   lagrime  ;   ma  la  moltitudine 
avrebbe  seguitato  a  credere  che  ormai  l'anima  italiana  fosse  solo  capace 
di  spensierata  gioia  o  di  quei  dolori  che  l'arte  di  un  Bellini  converte 
in  rapimento  artistico.  Invece  nascosero  solo  i  propri  patimenti  e  rive- 
larono il  loro  cuore  nel  quale  la  Francia  ravvisò  il  suo.  A  quella  ar- 
dente generazione,  innamorata  di  libertà,  di  scienza  filosofica  e  filan- 
tropica, si  palesarono  partecipi  delle  medesime  passioni.  Non  per  mero 
calcolo  politico,  nò  per  mera  necessità  di  vita,  ma  per  una  spontanea 
vocazione,  si  scliiusero  essi  tutte  le  vie   che   conducevano  alla  fama: 
pubblica  istruzione,  ricerche  erudite,  stampa,  diplomazia,  dappertutto 
si  fecero  strada.  Per  molti  di  loro  la  terra  straniera  fu  più  larga  di 
onorevoli  guadagni  che  non  era  stata,  una  volta,  la  cortesia  del  gran 
Lombardo  :  se  ascesero  le  scale  altrui,  le  scesero  provvisti  di  lucrosi 
impegni,  e,  quel  che  più  monta,  di  mezzi  atti  a  mettere  in  rilievo  le 
doti  del  patrio  ingegno. 


y 


-  174  - 

YoiTei  provare  con  uu  esempio  quale  cousiderazione,  quale  libertà 
(li  parola,  anche  nelle  questioni  più  delicate,  i  rifugiati  italiani  si  fos- 
sero acquistata.  Quell'esempio  mi  sia  lecito  chiederlo  ad  un  uomo  alla 
cui  fine  si  addice  ora  soltanto,  come  ha  detto  il  D'Ancona,  un  pietoso 
silenzio,  Guglielmo  Libri;  dappoiché  il  suo  nome  non  sarà  cancellato 
dalla  storia  delle  matematiche,  nò  poterono  illustri  indagatori  dei  car- 
teggi di  quell'epoca  cassarlo  dalle  pagine  nelle  quali  lo  rinvennero, 
perchè  non  discorrere  apertamente  della  parte  anteriore  della  sua  vita, 
se  essa  è  onorevole  sì  per  lui  come  per  l'Italia?  Mi  dà  coraggio,  non 
che  l'esperienza  quasi  trentenne  della  Itenevolenza  della  sua  patria 
verso  di  me,  ma  anche  la  necessità  di  sceglierlo  come  la  prova  più 
evidente  dell'autorità  di  cui  un  valentuomo  italiano  potesse  godere  allora 
in  Francia.  Che  la  brillante  carriera  dello  stesso  Pellegrino  Rossi  non 
ce  ne  porgerebbe  un  esempio  così  lampante.  —  E  come,  dirà  qualcuno, 
se  il  Rossi  insegnò  come  il  Libri  nel  Collegio  di  Francia,  vinse  come 
lui  un  seggio  all'Istituto,  e  per  di  più  sedette  nella  Camera  dei  Pari 
e  fu  ambasciatore  di  Francia?  —  Certo  siffatte  funzioni  onorano  assai 
lo  straniero  che  se  le  merita;  ma  il  Rossi  copriva  con  ingegno  impieghi 
rilevantissimi  a  lui  affidati;  corrispondeva  all'aspettativa  dei  commit- 
tenti, la  superava  talvolta;  però  si  tratteneva  negli  arringhi  che  uffi- 
cialmente gli  si  aprivano.  E  pure  il  Rossi  era  molto  più  attempato  e 
più  celebre  che  non  il  Libri  quando  si  trasferì  a  Parigi.  Fu  professore 
nel  Collegio  di  Francia  a  quarantasei  anni,  il  Libri  a  ventinove;  fu 
eletto  all'Accademia  delle  Scienze  morali  e  politiche  a  quarantanove 
anni,  il  Libri  all'Accademia  delle  Scienze  a  trenta.  Ma  la  vera  origi- 
nalità del  Libri  fu  di  saper  essere  altro  in  Francia  che  un  forestiere 
naturalizzato,  che  disimpegna  certe  cariche  di  oggetto  preciso:  seppe 
farsi  accettare  come  uu  genuino  Francese  che  arditamente  mette  bocca 
in  tutte  le  questioni  che  intorno  a  lui  agitano  le  passioni.  Nò  ciò  vuol 
dire  soltanto  che  aveva  l'umore  battagliero  e  che  non  si  peritava  di 
cimentarsi  anche  coi  più  gagliardi  avversari:  gli  attaccabrighe  possono 
conciliarsi  il  plauso  del  volgo,  ma  il  Libri  godeva  la  stima  di  sapien- 
tissimi giudici.  L'umore  polemico  poi  del  Libri  s"  ispirava  a  principi 
elevati.  Favorito  di  un  ingegno  versatile,  di  una  grandissima  operosità, 
si  era  munito  di  svariatissimo  cognizioni  ben  digerite,  onde  empiva  due 
dei  periodici  più  celebri  di  Francia  (la  lìevue  des  Deux  Mondes  e  il 
Journal  des  Savants)  di  articoli  di  ogni  genere  (').   Tale  erudizione 


(')  Niin  mette  conto  trascrivere  qui  i  titoli  che  se  ne  pos.sono  leggere  iiogli 
indiri  delK-  suddette  Riviste;  avremo  «iccusiono  di  citarne  parecclii. 


—   175  — 

coadiuvavano  un'argomentazione  limpida,  una  padronanza  della  lingua 
francese  che  "ti  fa  stupire.  11  suo  stile  è  piuttosto  grave  che  spiritoso; 
ma  non  tanto  gli  manca  l'acume  quanto  l'abitudine  di  ricercar  la  con- 
cisione, madre  degli  arguti  motti.  Che,  ove  conta  brevemente  un  aned- 
doto, lo  stile  diventa  subito  piacevole.  Ecco,  per  esempio,  alcune  facete 
riflessioni  a  proposito  di  un  giovanetto  francese  dalla  cui  straordinaria 
facilità  pei  calcoli  di  testa  il  volgo  si  aspettava  un  gran  geometra: 
-  L'Italie  se  souvient  encore  de  l'enthousiasme  qu'excita  dans  tout  le 
royaume  de  Naples  l'apparition  d'un  petit  pàtre  appelé  Zuccaro,  qni, 
né  auprès  de  Syracuse  (le  terrain  était  bien  choisi  auprès  du  tombeau 
d'Archimede)  avait,  assurait-on,  devine  sans  maìtres  les  méthodes  de 
l'algebre.  Toute  la  Sicile  s'ébranla  à  cette  annonce;  on  improvisa  des 
milliers  de  sonnets,  on  pronon9a  des  centaines  de  discours  académiques. 
et,  qui  plus  est,  on  vota  des  fonds  et  on  nomma  une  commission  pour 
veiller  à  l'éducation  de  ce  genie  incomparable  ";  ma  presto  sorsero  due 
emuli  siciliani,  uno  dei  quali.  Mangiamele,  si  recò  a  Parigi  :  «  Pour 
ne  pas  induire  en  erreur  nos  lecteurs,  nous  sommes  force  d'ajouter 
qu'actuellement  personne  ne  parie  plus  en  Sicile  de  M.  Zuccaro  et  que 
M.  Mangiamele  a  cesse  complètement  de  faire  concurrence  à  Newton  "('). 
La  prima  controversia  a  cui  accenneremo  sarà  quella  che  sostenne 
contro  i  Gesuiti.  Ben  è  vero  clie,  come  tanti  altri,  voleva  difendere  la 
propria  libertà  con  restringere  l'altrui  :  le  sue  Letlres  sur  le  cLergé  et 
la  liberto  d'enseignement  miravano  a  difendere  il  monopolio  dello  Stato 
in  materia  di  educazione;  ma  ai  lettori  del  Michelet  e  del  Quinet,  per 
non  dire  di  Eugenio  Sue,  non  poteva  far  specie  il  dipingere  i  Gesuiti 
come  larve  freddamente  insidiatrici  che  tutto  fiutano  e  spassionatamente 
Dotano  tinche  venga  l'ora  d'incrudelire:  il  Cuvillier-Fleury  lodava  sui 
fJcba/s  quelle  lettere  sugose  che  ognuno  ha  letto.  Per  altro,  nella  spie- 
tata lotta,  usava  il  Libri  certi  riguardi,  benché  la  Chiesa  stessa  gli 
fosse  antipatica  :  un'altra  pubblicazione,  nella  quale  denunziava  alcune 
nuove  aberrazioni  di  casuistica  (-)  fu  da  lui  prima  stampata  a  pochis- 
sime copie  e  mandata  solo  a  membri  delle  due  Camere,  per  non  dare 
scandalo;  né  si  risolvè  di  tarla  di  pubblica  ragione  se  non  quando  gli 
sembrò  che  i  suoi  discreti  avvisi  erano  stati  intercettati;  e,  con  molto 
senno,  molta  fermezza,  ammoniva  certi  colleghi  che  le  digressioni  eu:- 
cathedra  contro  i  Gesuiti  non  si  avevano  da  perpetuare  (^).  Nelle  Let- 

(')  Estratto  dal  primo  articolo  che  inserì  nei  Di'bats,  9  giugno  184.*). 

{•')  Découvertes  tVan  bibliophile  (Strasburgo,  1843). 

(')  Débats,  0  lujrlio  1845.  \.  noirurcliivio  del  Collofrio  di  Francia  ^rli  inutili 
sforzi  deirasscinl>lca  dei  professori  (5  aprilo,  11  nov.  1846,  14  nov.  ISlTi  |i.>r  '<\- 
tenere  ohe  il  (.^liiiet  bandisse   tiiialnìente  la  ptdeniica  dai  suoi  corsi. 


-    170  — 

tere  sul  clero,  la  discussione,  se  non  imparziale,  è  accurata,  e  ogni  tanto 
briosa,  quando  scherza  sulle  signore  per  cui  è  tutl'uao  o-ffrire  i  pani 
benedelli  o  ballare  la  polca,  o  quando  schizza  l'abozzo  del  moderno 
prete  zelante  a  cui  prudono  le  mani  se  gli  capita  dinanzi  una  penna 
da  giornalista  ('). 

NuUadimeno,  nel  prendersela  coi  Gesuiti,  sapeva  bensì  di  tirarsi 
addosso  alcune  sfuriate  (*),  ma  sapeva  eziandio  di  aver  dalla  sua  il 
(Joverno  francese  e  la  più  parte  degli  scrittori  influenti.  Non  cosi, 
quando  ruppe  la  guerra  con  Frane.  Arago.  Forse  non  era  discaro  al 
Governo  che  uno  scienziato  stuzzicasse  l'Arago  che  si  professava  repub- 
blicano e,  alla  Camera,  sedeva  all'estrema  sinistra.  Ma  il  deputato  dei 
Pirenei  orientali  era  popolare  anche  fuori  del  suo  partito:  prescindendo 
dall'onore  che  le  sue  scoperte  facevano  alla  Francia,  il  suo  talento  di 
parola  attraeva  un  gran  concorso  di  uditori  all'Osservatorio,  all'Istituto, 
e  a  palesarsegli  nemico,  ci  voleva  audacia.  Non  credo  che  Libri  mo- 
vesse dal  desiderio  di  piaggiare  il  Guizot:  oltreché  vedremo  fra  poco 
che  il  piaggiare  i  superiori  non  era  un  vezzo  del  Libri,  un'altra  causa 
mi  sembra  averli  inimicati.  L'Arago  aveva  patrocinato  il  Libri  nei 
primi  anni  del  suo  soggiorno  in  Francia,  e  si  sa  che  i  benefici  sono 
il 'Cimento  più  pericoloso  delle  amicizie.  Pure  da  coloro  ai  quali  non 
aveva  reso  alcun  servizio,  Arago  soleva  esigere  una  deferenza  che  arieg- 
giava all'ubbidienza  (•^).  Probabilmente  si  sarà  troppo  lungo  tempo  ri- 
cordato di  aver  aiutato  il  Libri  a  tirarsi  innanzi  e  quindi  il  Libri  si 
sarà  troppo  presto  dimenticato  l'aiuto  accettato,  tanto  più  che  era  ca- 
gionevole di  salute  e  per  ciò,  senza  dul)bio,  irritabile  (^).    Del  resto, 

(')  "  La  presse  est  pour  lui  le  fruit  défendu;  s'il  en  mange,  il  s'enivre.  Ecrire 
dans  les  feuilles  quotidiennes  est  devenu  pour  lui  un  besoiii  impérieux».  Aggiun- 
geva (delicatissimo  omaggio  ai  nuovi  suoi  compatriotti)  che  il  Governo  francese  ha 
lungo  tempo  praticato,  verso  del  clero,  l'invito  di  Fontenoy:  «  iMessieurs,  tirez  les 
premiers!  mot  le  plus  éminemment  francais  qui  ait  jamais  été  ])rononcé;  le  mépris 
de  la  mort  et  l'exaltation  chevaleresque  du  moyen-àge,  la  politesse  exquise  de  la 
cour  de  Versailles  se  rósuraent  en  ce  mot  que  les  Grecs,  si  connaisscurs  en  beauty 
morale,  nous  auraient  envió».  Quel  pronome  nom,  cosi  impiegato,  è  una  delle  più 
squisite  galanterie  che  la  Francia  abbia  mai  ricevute. 

(*)  \ .  Desgarrets.  Le  Monocole  universitaire,  pp.  19  e  118  e  VUnivers  del 
28  gennaio  184.5. 

P)  V.  Jos.  Bertrand,  Arago  et  sa  vie  scientifique,  Paris,  Hetzel,  18G5. 

(*)  Si  fece  supplire  alla  Sorbona  dal  Despeyrous  negli  anni  1845-6  e  nell'anno 
1847-8  dal  Lccaplain,  al  Collegio  di  Francia  dal  1845  al  1848  dall'Amiot.  Soffriva 
di  una  malattia  dello  stomaco.  Qual  fosse  la  ferita  che  il  7  marzo  183G  l'impediva 
di  assistere  a  un'adunanza  dei  j)r'>ft'ssori  del  Collegio  di  Francia,  non  saprei  dire. 
Nemmeno  il  Libri  peccava  per  soverchia  modestia,  poiché  non  disperava  di  essere 


—  177   - 

la  querela  che  moveva  all'Arago  non  aveva  niente  di  gretto.  Consen- 
tiva colla  posterità  nel  giudicar  il  suo  carattere:  «  L'esprit  prompt, 
l'imagination  vive,  la  parole  facile,  beaucoup  d'amour  propre,  un  désin- 
téressement  qui  ne  s'est  jamais  dementi,  une  grande  mobilité  dans  les 
idées,  plus  d'energie  que  d'activité,  une  impétuosité  de  caractère  qui 
l'entraìne  quelquefois  trop  loin,  et  avec  cela  beaucoup  d'adresse,  de 
modération  méme  quand  il  ne  peut  pas  emporter  une  question  de  haute 
lutte,  très  chaud  pour  ses  amis,  implacable  et  souvent  iiijuste  pour  ses 
adversaires  » .  Ma  l'accusava  di  posporre  alla  propria  boria  la  pubblica 
utilità  ;  asseriva  che  Arago,  per  essere  stato  eletto  troppo  presto  ai  più 
alti  onori  della  scienza,  per  aver  troppo  presto  abbandonato  le  ricerche 
originali,  per  non  essere  abbastanza  fornito  delle  cognizioni  che  da  un 
segretario  perpetuo  per  le  matematiche  si  richiedono,  era  stato  ad- 
dotto a  sorreggere  con  ogni  artificio  una  riputazione  brillante  più 
che  solida;  quindi,  secondo  Libri,  Arago,  negli  elogi  dei  defunti  acca- 
demici, eludeva  destramente  l'obbligo  di  analizzare  i  loro  libri  e  se  la 
cavava  con  un'intarsiatura  di  aneddoti  e  di  barzellette  politiche  ;  per- 
ciò, pure  nelle  sue  indagini,  mirava  sopra  tutto  a  quelle  scoperte  che, 
anche  suggerite  dal  caso,  fanno  maravigliare  la  moltitudine;  perciò, 
nelle  elezioni  dell'Istituto,  accanitamente  osteggiava  chiunque  non  gli 
si  professava  ligio,  né  la  perdonava  ai  più  illustri  colleghi,  giacché, 
secondo  il  Libri,  aveva  ridotto  il  gran  Laplace  ad  ammutolire  e  Biot 
a  non  lasciarsi  più  vedere,  durante  qualche  anno,  al  palazzo  Mazzarini. 
Siffatte  accuse  non  susurrava  a  fidi  amici,  ma  strombazzava  sulla  Revue 
des  Deux  Moades  e  sui  Débats.  Solo  la  prima  volta  le  stampò  ano- 
nime, per  rispetto  all'accademica  confraternità;  ma,  avendo  Arago  fatto 
chiedere  il  nomo  dell'autore,  gli  si  rispose  clie,  se  si  trattava  di  una 
riparazione  per  le  armi,  il  nome  si  spiattellerebbe  subito  ;  se  poi  si 
trattava  di  semplice  curiosità,  era  inutile  rivelare  ciò  che  tutti  sape- 
vano: infatti  gli  amici  dellArago  infuriavano  contro  il  Libri  nei  loro 
giornali.  Ribatteva  Arago  con  pubblicare  di  quando  in  quando  una 
lettera  colla  quale,  altra  volta,  il  Libri  l'aveva  rispettosamente  richiesto 
di  un  favore  (').  Evidentemente  il  Libri  esagerava  i  torti  di  Arago  (-). 


un  giorno  un  altro  Bacone  (lettera  del  2S  agosto  1826,  p.  203  del  1°  voi.  dell'epi- 
stolario del  Capponi).  Mamiaui  che  si  mantenne  sempre  amico  all'Arago  o  al  Li- 
bri giudicava  sanamente  dello  loro  liti  {Lettere  deW esilio,  Roma,  Soc.  Danto 
Alighieri,  ISOlt,  pp.  85  e  216  dfl  1"  voi.  Kingrazio  l'amico  prof.  I  l>fl  Lungo  del- 
l'avermi additate  quelle  lettere). 

(')  V.  il  National  del  20  giugno  1842  .•  i  D^'bats  dell' 1-2  giugno  18-J6. 

(•)  Una  buona  parte  dei  raggiri  di  cui  l'incdpa  muovono  dal  legittimo  de- 

Sezione  III.  —  Storia  delle  LelteratHn.  12 


—  178  — 

Ma  dato  e  non  concesso  che  il  pubblico  talvolta  sorridesse  dei  difetti 
dell' insifjae  tìsico  ('),  era  quasi  temerario  attaccare  lo  scienziato  più 
popolare  di  Francia,  e  Libri  ebbe  questo  ardire.  La  prova  che  non 
attendeva  ad  adulare  il  Ministero  è  che  censurava  con  pari  libertà  gli 
atti  delle  autorità  universitarie.  Come  si  sia  portato  nelle  assemblee 
del  Colle^no  di  Francia,  non  è  lacile  dirlo,  tra  perchè  i  rendiconti  di 
esse  son  brevi  assai,  tra  perchè  il  detto  Collegio,  per  essere  più  indi- 
pendente, viene  meno  spesso  consultato  dal  Ministro.  Ma  i  rendiconti 
meno  laconici  della  Sorbona  dimostrano  l'umore  gelosamente  liberale 
di  lui.  Per  esempio,  quando  il  ministro  Salvandy  espresse  il  desiderio 
che  gli  si  partecipasse  anticipatamente  il  programma  dei  rispettivi  corsi, 
fu  il  Libri  un  di  coloro  che  opposero  più  resistenza  (-')  :  anche  dopo 


siderio  di  conciliar  alla  scienza  la  simpatia  della  moltitudine.  Lo  stesso  Libri  con- 
fessa che  l'ammettere  uditori  incompetenti  alle  adunanze  deirAccademia  delle  Scienze 
era  stato  sotto  la  Restaurazione  un  mezzo  opportuno  per  protefjgerla  contro  il  Go- 
verno. Il  rimprovero  di  tralasciar  le  indagini  scientifiche  Arapo  l'avrebbe  con  più 
giustizia  respinto  al  Libri  che  da  molti  anni  abbandonava  le  matematiche  per 
oggetti  più  ameni  o  le  trattava  come  materia  di  erudizinne,  di  critica,  non  d'in- 
venzione. Più  si  apponeva  il  Libri  al  vero  quando  accusava  Arago  di  voler  spa- 
droneggiare nelle  elezioni  accademiche  (v.  i  tentativi  d'intimidazione  riferiti  dal 
Libri  nella  Rev.  des  Deux  Mondes,  15  marzo  1840  e  la  nota  del  Buloz  in  cima 
dell'articolo). 

(•)  La  Femme  électrique,  recitata  al  Palais-Royal  in  maggio-giugno  1846,  fu 
scritta  da  Clairville  e  Cordier  in  occasione  di  una  donna,  probabilmente  isterica, 
esaminata  dall'Accademia  delle   Scienze:   «  C'est  une   farce    d'une   gràce  parfaite, 

une  moquerie  à  coups  de  langue  et  à  coups  de  pied ;  c'est  vraiment  trèe  fin 

et  très  brutal,  plein  de  jolis  mots  et  de  grandissimes  bétises".  Co.sì  il  Janin  {A'- 
hats,  18  maggio  1846);  ma  l'essere  stato  l' Arago  un  dei  componenti  la  Giunta 
accademica  che  aveva  esaminato  la  donna  non  prova  che  gli  autori  avessero  preso 
lui  di  mira. 

(*j  .\dunanza  dei  6  ottobre,  8  e  10  novembre  1837;  nella  prima  di  quelle 
adunanze,  la  Facoltà  dettò  questa  dignitosa  lettera:  "  M.  le  Ministre,  Un  article 
publié  dans  le  Journal  de  Vinstruction  publique  a  fait  connaitre  que  vous  avioz 
nomraé  une  Commission  qui  avait  pour  objet  de  traiter  jìlusicurs  questions  rela- 
tives  à  l'enseignement  des  Facultés  des  Sciences,  entre  autres  la  question  de  savoir 
si  l'on  ne  devrait  pas  imposer  un  programme  general  aut  professeurs  des  Facultés. 
Le  public  a  pu  croire  que  cette  mesure  était  fondée  sur  l'opinion  quo  quelqucs-uns 
de  UdS  coura  ne  paraissaient  pas  faits  avec  le  soin  qu'exige  le  haut  ensoignement 
dout  nous  sommes  charg.-s.  Cette  pensée  est  sans  doute  loin  de  votre  esprit.  La 
Faculté  se  serait  empressée,  dans  le  cas  où  vous  auriez  jugé  convenablc  de  la 
consulter  sur  un  sujet  qui  la  touche  de  si  près,  de  vous  présenter  ses  observations 
sur  Ics  améliorations  qui  pourraient  Otre  apportóes  dans  la  Faculté  d(!S  Sciences». 
Della  gentile  comunicazione  dei  registri  della  Facoltà  delle  Scienze  e  del  Col- 
legio di  Francia,  mi  jtregio  di  ringraziare  il  prof.  G.  Paris  e  G.  Darboux  e  i  se- 
gretari A.  Lefranc  e  Guillet. 


—  179  — 

che  la  Facoltà  aveva  deciso  di  dare  una  mezza  soddisfazione  al  Mi- 
nistro, egli  teneva  duro.  Siffatte  deliberazioni  erano  segrete  ;  ma,  se 
sorgeva  una  vertenza  tra  lui  e  il  Ministero,  Libri  ne  chiamava  senza 
complimenti  il  pubblico  a  parte  :  informino  le  lettere  che  stampò  sui 
Déhals  (')  perchè  il  Ministero  non  aveva  con  bastante  sollecitudine 
approvato  che  si  facesse  supplire  dal  Despeyrous  :  le  quali  conchiude- 
vano niente  meno  che  con  rammentare  cortesemente  al  Salvandy  i  ri- 
guardi dovuti  a  un  confratello  dell'Istituto.  Due  anni  dopo,  gittava  il 
guanto  al  Ministero,  e  insieme  al  preside  della  Facoltà  delle  Scienze 
Jean-Baptiste  Dumas  e  a  due  altri  suoi  colleghi.  Il  Salvandy,  dietro 
a  una  relazione  forse  un  po'  affrettata  del  Dumas,  aveva  preso  certi 
provvedimenti  sull'istruzione  secondaria;  ma  ben  presto  era  stato  gio- 
coforza di  lasciar  i  presidi  dei  collegi  parigini  criticar  la  relazione  del 
Dumas  e  di  sospendere  l'esecuzione  dei  suddetti  provvedimenti,  combat- 
tuti anche  dal  chimico  Despretz,  tardiva  prudenza  clie  il  Libri  lodava 
ironicamente  (^). 

C'è  di  più  e  di  meglio.  Per  quanto  fosse  amico  del  Guizot,  egli 
veementemente  sferzava  nei  periodici  un  dei  principi  della  così  detta 
Monarchia  di  Luglio,  l'economia  soverchia,  meno  dannosa,  ma  non  meno 
indecorosa  della  prodigalità.  Non  dirò  che  fu  l'ispiratore  della  liberalità 
colla  quale  adesso  è  trattata  in  Francia  la  pubblica  istruzione;  che 
il  suo  allora  fu  un  predicare  nel  deserto.  Ma  il  torto  fu  di  chi  non 
ascoltava  l'ardita  verità.  Il  Libri  descriveva  certe  aule  buie,  umide 
della  Sorbona  nelle  quali,  quindici  anni  sono,  facevamo  ancora  gli  esami. 
Denunziava  l'esiguità  degli  stipendi  ;  constatava  che  i  ventiquattromila 
maestri  elementari  di  Francia  riscuotevano  meno  che  non  un  servo: 
«  Che  autorità  morale,  esclamava,  volete  che  abbiano  sui  contadini,  se 
per  vivere  sono  costretti  talvolta  a  fare  i  bifolchi  mercenari  ?  -  Mo- 
strava i  più  valenti  professori  di  scienze  delle  scuolf  mezzane  obbligati 
a  logorarsi  l'ingegno  nelle  lezioni  private  e  daltra  parto  ricusando  di 
entrar  nelle  Facoltà  perchè  nei  collegi  di  Parigi  coU'aiuto  di  quelle 
lezioni  riscuotevano  fino  a  25,000  L.,  laddove  alla  Sorbona  ne  avreb- 
bero avuto  allora  solo  5000  (^).  Paragonava  tale  eiiiolumouto  con  quello 

(')  25  e  20  nov.  1845. 

(")  Débats,  27  agosto  o  5  settembre  1817;  cfr.  Desi-ret/,  Des  Collèges,  de 
Vinstruction  professionnelle,  des  Facultés,  l'aris,  .loubert,  1847. 

(')  Nelle  Facoltà  di  Lettere,  ili  Medicina,  di  Diritto  die  esaminano  più  nu- 
merosi candidati,  le  propine  facevano  salire  lo  stijìondio  fino  al  doppio.  Ma  alla 
Facoltà  delle  Scienze,  il  Balard,  diceva  Libri,  jjuadaijnava  meno  di  quel  che  ?li 
avrebbe  dato  un  buono  spezialo  per  mettere  alla  moda  la  sua  bottesra 


-  180  - 

(iell'Accademia  di  Pietrolìurgo  che  ascendeva  a  L.  12,000,  coi  lautis- 
sinii  gruadaojiii  dei  musici,  magari  dei  sarti,  dei  caffettieri.  Se  la  pi- 
gliava coir  inditVereiiza  dei  poteri  pubblici  dai  quali  la  Sorbona  uou 
aveva  neppure  ottenuto  che  si  levasse  una  stazione  di  omnibus  i  cui 
cavalli  nitrivano  indiscretamente;  se  la  pigliava  sopra  tutto  coll'indif- 
ferenza  del  pubblico:  ^  S'il  y  a  un  homme  dont  la  gioire  ait  été  ac- 
ceptée  généralement  sans  réclamations,  cet  homme  est  Cuvier,  et  ce- 
pendant  combien  n'a-t-on  pas  crié  contre  son  équipage  !  Combien  de 
fois  n'a-t-on  pas  fait  le  calcul,  dans  Ics  jouruaui,  des  traitements  quii 
cumulait!  On  trouvait  monstrueux  que  ce  grand  naturaliste  piìt  touchor 
40,000  francs  par  an,  et  lon  ne  songeait  pas  que,  s'il  avait  donne  une 
autre  direction  à  ses  prodigieuscs  facultés,  la  Franco  aurait  été  privée 
d'une  de  ses  plus  belles  gloires  et  il  serait  reste  à  la  famille  Cuvier 
un  héritage  raoins  illustre  mais  bien  plus  riche  que  celui  qu'a  laissé 
cet  homme  éminent  "  ('). 

Nemmeno  sono  di  un  adulatore  i  suoi  articoli  sulla  politica  :  a 
torto  alcuni  giornali,  di  qua  e  di  là  dalle  Alpi,  l'accusarono  di  tradire 
l'Italia,  taccia  che  davvero  si  confà  male  colla  causa  per  la  quale  aveva 
dovuto  lasciar  la  Toscana,  colla  sua  Histoire  des  malhématiqiies  en 
Italie,  colla  cura  costante  che  si  diede  di  far  conoscere  in  Francia  gli 
scienziati  italiani  {-),  coi  suoi  sforzi  per  alleviare  la  miseria  dei  rifu- 
giati poveri  (3).  Ai  suoi  articoli  politici  dei  Débats  (^),  a  quelli  che 
.scrisse  nella  Reviie  des  Deiix  Mondes,  il  P  marzo  1841,  su  ciò  che 
poteva  essere  l' influenza  della  Francia  in  Italia,  avrebbe  pienamente 
aderito  il  Cavour.  Sconsigliava  nei  Débats  ai  patriotti  italiani  l'agita- 

(')  Egli  li;i  ril):ulito  piii  volto  quei  rimproveri,  ina  vcdansi  segnatamente  la 
Rev.  des  Deux  Mondes  del  15  maggio  1810  e  i  Débats  del  23  maggio  1845. 

(*j  V.,  p.  es.,  quattro  articoli  inseriti  nella  Rev.  des  Deux  Mondes  nel  1882-3. 
e  i  rendiconti  che  faceva  sotto  il  titolo  di  Revues  scienti fiques  per  vari  sullodati 
l>eriodici.  In  dicembre  1846,  presentò  all'  Istituto  il  risultato  di  ricerche  agrono- 
miche del  Friddanì  (articolo  di  Leon  Foucault  nei  Débats  del  23  dicembre  1846, 
nel  Journal  des  Savants  (nov.  1839)  non  mena  buono  a  Gius.  Ferrari  di  aver 
•letto  che  l'Italia  dopo  Leone  X  non  partorì  né  un  grande  scienziato  ne  un  grande 
scrittore. 

(')   V.  una  sua  lettera  nei  Dcbats,  22  nov.  1815. 

(*)  Il  libro  del  Centenaire  des  Débats  non  li  accenna  perchè  non  firmati,  ma 
dal  Libri  ,stes.so  si  sa  che  sullo  scorcio  del  regno  di  Luigi  Filiiijio  dettava  per 
quel  giornale  ciò  che  riguardava  l'Italia;  interessanti  sono  gli  articoli  dei  23  ago- 
.sto,  14  e  27  settembre  1847  -,  alludendo  di  certo  al  congedo  che  aveva  dovuto  pren- 
dere il  Libri  al  Collegio  di  Francia  e  alla  Sorbona,  il  Naiional  (27  sett.  1847) 
li  diceva  scritti  da  un  pedante  scioperato.  Vedasi  anche  il  carteggio  del  Libri  con 
<J.  f'ajqìoni  e  con  T.  Mamiani. 


-  181    - 

zione  sterile,  la  violenza;  faceva  assegnamento  per  l'emancipazione  del- 
l'Italia sull'accorgimento  dei  principi  riformatori,  sul  buon  senso  della 
nazione:  era  quella,  lo  so,  la  politica  del  Guizot,  ma  anche  del  Gio- 
berti e  di  Massimo  d'Azeglio. 

Mentre  scartabellavo  alcuni  periodici  per  vergare  la  presente  Me- 
moria, non  so  dire  quante  volte  m'imbattei  in  dotti  articoli  che  pro- 
vano la  stima  colla  quale  i  Francesi  osservavano  le  cose  d'Italia.  Ognuno 
conosce  i  nomi  del  Fauriel,  dell'Ozanam  che  tanto  si  addentrarono  nello 
studio  dell'epoca  di  Dante  ;  ma  l'epoca  moderna,  la  generazione  con- 
temporanea erano  con  uguale  amore  studiate  da  molti  viaggiatori  e 
critici,  i  quali  facevano  risaltare  sì  le  ingegnose  trovate  della  filantropia 
come  il  risveglio  dello  spirito  pubblico  (').  Una  gran  parte  della  storia 
contemporanea  dell'  Italia  è  dispersa  nei  periodici  e  archivi  francesi  : 
sarebbe  peccato  di  non  andarla  a  raggranellare.  Affido  l'idea  a  quanti 
Italiani  sapientemente  giudicano  le  indagini  sul  loro  risorgimento  esser 
fonte  insieme  di  legittima  fierezza  e  di  assennata  prudenza.  E  stimerei 
di  aver  recato  a  questo  Congresso  e  a  questa  Roma  il  più  prezioso 
tributo  che  fosse  nel  mio  potere,  se  mettessi  la  penna  in  mano  a  un 
nuovo  illustratore  del  riscatto  d'Italia. 


e)  Lasciando  stare  gli  articoli  del  Libri  nel  Journ.  des  Savants,  intomo  ai 
Viaggi  in  Sardegna  di  Alb.  La  Marraora  (18.30),  alla  relazione  del  Fossombroni 
sulle  acque  della  Chiana  e  dell'Arno  (1841),  alla  Memoria  sulla  bonificazione 
delle  Maremme  toscane  del  Tartini  (1838),  noto  in  punta  di  penna  le  indagini 
del  Fulchiron,  del  Cerfbeer,  di  Hippolyte  Combes  che  Michel  Chevalier  analizza 
nei  Débats  (9  giugno  1845)  e  nei  quali  si  discorre  della  situazione  economica 
dell'Italia;  Hipp.  Combes  segnatamente  {De  la  médecine  en  France  et  en  Italie, 
Paris,  Baillière,  1842)  loda  l'organizzazione  della  medicina  nella  penisola  e  l'energia 
colla  quale  vi  si  ò  combattuto  il  vainolo.  Ma,  anche  limitandosi  al  Journal  des 
Savants,  alla  Revue  des  Deux  Mondes  e  ai  Débats  e  al  regno  di  Luigi  Filippo, 
si  troverebbero  molti  altri  articoli  degni  di  considerazione. 


XV. 
LESSING  E  L'ITALIA. 

Comunicazione  del  prof.  E.  Maddalena. 


La  notizia  dell'assassinio  del  Winckelman,  avvenuto  a  Trieste 
rs  giugno  del  1768,  matura  nella  mente  del  Lessing  il  progetto 
d'un  viaggio  a  Roma,  anzi  di  fissarvi  dimora.  L'impresa  del  Teatro 
Nazionale  d'Amburgo,  del  quale  era  il  drammaturgo  e  il  consulente, 
andava  a  rotoli.  Il  Lessing  si  trovava  anche  una  volta  —  a  questi 
colpi  di  fortuna  non  era  nuovo  —  senza  un  pane  sicuro.  I  casi  della 
vita  del  grande  antiquario  che,  spinto  da  un  desiderio  intenso  irrefre- 
nabile d' Italia,  sera  recato  tra  noi  e  avea  trovato  i  conforti  che  non 
poteva  sperare  a  casa  sua,  l'eccitano  a  uu  paragone  con  le  peripezie 
toccate  a  lui  stesso.  Gli  pare  che  meglio  non  potrebbe  togliersi  alle 
strettezze  tino  allora  patite  che  seguendo  il  suo  esempio. 

In  quell'anno  appunto  scrive  all'amico  Nicolai  :  «  Nel  febbraio  ven- 
turo parto  per  l' Italia . . .  Quello  che  cerco  a  Roma,  ve  lo  scriverò  da 
Roma.  Per  ora  dirò  soltanto  eh'  io  a  Roma  ho  da  cercare  e  da  sperare 
quanto  in  un  paese  qualunque  della  Germania.  Qui  non  mi  bastano  a 
vivere  800  talleri  ;  a  Roma  me  ne  basteranno  300.  Avrò  tanto  meco 
da  potervi  vivere  un  anno;  poi  resterò  all'asciutto:  e  qui  non  sarebbe 
lo  stesso?  Io  per  me  son  certo  che  a  Roma  il  patir  la  fame  e  il  pi- 
toccare dev'esser  cosa  assai  più  allegra  che  in  Germania...  Nulla  al 
inondo  varrà  a  trattenermi  qui  più  a  lungo.  Da  tutto  uii  sembra  che 
la  mia  storia  vada  assomigliando  a  quella  del  gatto  di  Salomone,  che 
s'arrischiava  ogni  giorno  un  po'  più  lontano  da  casa  sua.  tinche  una 
bella  volta  non  tornò  più  •». 

Con  la  vendita  de'  suoi  libri  raccoglie  un  po'  di  denaro,  e  per 
ragioni  d'economia  decide  di  fare  il  viaggio  per  maro,  da  Amburgo 
a  Livorno. 

Un  anno  dopo  ripete  allo  stesso  Nicolai  che  la  sua  risoluzione 
è  immulabile  come  il  destino.  Spera  di  trovare  a  Roma  buone  aeoo- 


-  184  - 

glienze  grazie  allo  scritto  ^  Come  gli  antichi  tìgiuarono  la  morte  "•  e 
grazie  al  -  Laocoonte  "  che  si  lusinga  di  poter  ultimare  innanzi  il 
viaggio.  Ma  sempre  nuovi  ostacoli  l'obbligano  a  difterire  la  partenza. 
Si  sparge  intanto  la  notizia  che  egli  ambisca  in  Roma,  anzi  abbia  già 
conseguito  il  posto  di  bibliotecario  pontificio.  Ma  ora,  beninteso,  una 
voce  falsa.  Carlo,  suo  fratello,  s'affretta  a  calmare  il  vecchio  padre, 
pastore  protestante,  che  già  la  sola  notizia  del  viaggio  aveva  turbato 
non  poco.  Gli  scrive:  -  Che  cosa  speri  dall'Italia,  io  non  lo  so  dav- 
vero: ma  ci  va  a  cercarvi  cognizioni  che  in  Germania  non  potrebbe 
acquistare.  Se  gli  capita  una  fortuna,  che  a  parer  suo  sia  una  fortuna, 
non  se  la  lascerà  scappare:  se  no,  lascerà  l'Italia  precisamente  come 
ora  lascia  la  Germania.  Se  abbia  amici  colà?  Se  non  ne  ha,  ne  acqui- 
sterà. Io  La  posso  assicurare  che  qui  gli  volevano  dare  ottime  com- 
mendatizie, e  lui  non  ne  volle  sapere.  Mio  fratello  saprà  raccomandarsi 
da  se,  dico  io,  e  a  che  servono  le  commendatizie?  Fossero  cambiali!  •'. 

Lungi  dal  Lessing  1"  idea  di  convertirsi  come  il  Winckelmann  e 
dipendere  da  questo  o  quel  cardinale.  Pensava  tutt'al  più,  conservando 
in  tutto  la  sua  libertà  personale,  di  continuarne  l'attività  scientifica. 
Aveva  intanto  accettato  (nel  1770)  la  direzione  della  Biblioteca  di 
Wolfenbiittel,  ma  accettando  s'era  garantito  il  congedo  necessario  al 
viaggio.  Viaggio  che  seguì  appena  cinque  anni  dopo,  e  in  circostanze 
che  non  permisero  pur  troppo  al  Lessing  di  trarne  quell'utile  e  quel 
godimento  che  sempre  se  n'era  ripromesso.  Si  recò,  anzi  dovette  re- 
carsi in  Italia  nell'aprile  del  1775  per  accompagnarvi  il  principe  Leo- 
poldo di  Braunschweig,  figlio  al  sovrano,  da  cui  ormai  dipendeva.  Dunque 
non  solo,  e  tutt' altro  che  libero.  S'era  fidanzato  allora  con  la  vedova 
Eva  Konig  e  non  aveva  il  capo  ad  altro  che  a  migliorare  le  condi- 
zioni finanziarie  proprie  e  della  sposa,  il  cui  marito,  negoziante  in  seta, 
morto  improvvisamente  a  Venezia,  aveva  lasciato  i  suoi  a  mal  partito. 
Parte  dunque  di  malavoglia,  l'animo  poco  disposto  ad  accogliere  le 
meraviglie  della  terra  da  tanti  anni  desiderata.  Aveva  quarantasei 
anni.  Della  nostra  lingua  dovea  saperne  qualcosa,  perchè  già  da  assai 
tempo  leggeva  nell'originale  i  nostri  autori.  Il  Baedeker  di  quei  giorni 
era  il  libro  del  Volkmann  sull'  Italia  che  servì  poi  anche  al  Goethe. 
Questo  e  il  volume  del  Baretti  sui  Coslumi  dc()V Ualiani,  tenne  il 
Lessing  a  scorta  nel  viaggio,  nò  trascurò  la  lettera  polemica  con  cui 
il  Vernazza  rispose  all'opera  del  Baretti. 

Il  viaggio  cominciatoli  25  aprile  durò  fino  a  mezzo  dicembre  dello 
stesso  anno.  Il  Lessing  vide  quasi  tutte  lo  principali  città  della  penisola 
fino  a  Napoli.  A  Roma  fu  due  volte.  Vide  dunque  molto  e  per  questo 


—  185  — 

appunto,  dati  i  mezzi. di  comunicazione  d'allora,  troppo  poco.  Viaggiava 
col  principe  di  una  casa  regnante.  Dappertutto  quindi  ricevimenti, 
pranzi,  visite,  ossia  ore  ed  ore  tolte  allo  studio  dei  monumenti,  alla 
contemplazione  delle  bellezze  della  natura,  e  all'osàervazione  della  gente 
nuova  in  mezzo  alla  quale  si  moveva. 

Del  viaggio  ci  serba  ricordo  un  breve  Diario,  reso  di  pubblica 
ragione  in  parte  dal  Guhrauer  nel  1854,  e  integralmente  tre  anni  dopo 
dal  Maltzahn.  È  un  arido  promemoria  contenente  notizie  su  dotti  il- 
lustri ed  oscuri  da  lui  conosciuti  di  fama  soltanto  o  di  persona,  .os- 
servazioni sulla  lingua,  sugli  abitanti,  sull'arte,  su  biblioteche,  mano- 
scritti e  libri.  Fanno  capolino  qua  e  là,  rari  naates  in  gurgile  vasto, 
nomi  celebri  come  il  Goldoni,  il  Baretti  e  il  Parini.  Nello  strano  zi- 
baldone non  manca  neppure  qualche  notizia  d'indole  filologico-culinaria: 
una  volta  dopo  aver  parlato  della  parola  gnocchi,  per  spiegarne  il 
significato  e  l'etimologia,  chiama  a  soccorso  contro  la  Crusca  il  fa- 
moso commento  al  Malmanlile.  Un'altra  volta  la  parola  trincare  de- 
rivata dal  trinken  tedesco  gli  offre  occasione  a  lodare  la  temperanza 
degl'Italiani,  nella  cui  lingua  si  cerca  invano  un  termine  che  corri- 
sponda al  tedesco  saufen,  ossia  bere  fuor  di  misura. 

Buona  parte  delle  notizie  riguardanti  opere  erudite,  le  citazioni 
che  ne  fa,  le  osservazioni  sullo  stato  della  letteratura  derivano,  come 
ebbe  a  rilevare  Franz  Muncker,  che  cura  la  più  recente  edizione  degli 
scritti  del  Leasing,  dalle  Effemeridi  letterarie  di  Roma,  rivista  ebdo- 
madaria di  buona  fama,  che  il  Lessing  cita  un  paio  di  volte  soltanto. 
Ne  aveva  acquistato  probabilmente  le  tre  prime  annate  (s'era  comin- 
ciata a  pubblicare  nel  1772)  e  le  portava  seco. 

Chi,  aguzzato  il  palato  alle  descrizioni  fatte  da  altri  celebri  vi- 
sitatori del  nostro  paese  e  specie  a  quella  del  Goethe,  ricorra  al  Diario 
del  Lessing  per  vedere  come  l'arte,  la  natura,  gli  uomini,  si  sieno 
manifestati  all'esteta  innovatore,  resta  acerbamente  deluso.  Possiamo 
muovergliene  rimprovero?  In  nessun  caso.  Era  un  diario  fatto  per  tutto 
suo  uso.  Che,  come  vuole  il  fratello,  pensasse  a  trarne  partito  un 
giorno  (e  quanti  bei  progetti  non  sorsero  in  quella  mente  vulcanica, 
quante  opere  non  ideò  quello  spirito  insofferente  d'ozio  !)  per  un  lavoro 
organico  sull'Italia,  è  ben  possibile,  e  ci  conforta  a  crederlo  p.  es.  il 
modo  onde  qua  e  là  ferma  ricordo  di  qualclie  aneddoto  o  storiella  udita 
0  letta.  Nelle  note  prese  a  Roma,  in  calce  a  poche  linee  sulla  basilica 
di  S.  Pietro  aggiunge:  ^  Storiella  di  quello  Svevo  clie  veduto  il  ve- 
stibolo, credette  d'aver  visto  tutta  la  cliiesa  e  tornò  felice  e  contento 
a  casa  sua  " .  Dell'aneddoto  pensava  forse  di  valersi  più  tardi  e  svol- 


—  186  — 

gerlo  con  maggior  ampiezza.  Fra  le  note  prese  a  Napoli  v'ha  un'ar- 
guzia riferita  all'abate  Galiani.  Questi,  alle  prese  con  un  chiacchie- 
rone che,  ancor  più  loquace  di  lui,  non  lo  lasciava  parlare,  disse  :  J'at- 
tends  le  moment,  s'il  crache,  il  est  perdu. 

Le  lettere  scritte  dal  Lessing  durante  il  suo  soggiorno  d'Italia, 
delle  quali  quattro  soltanto  pervennero  fino  a  noi,  non  offrono  compenso 
alla  disillusione  patita  nello  scorrere  il  Diario. 

La  prima  bensì,  scritta  il  7  maggio  al  fratello,  comincia  clie  meglio 
non  si  potrebbe  :  '•  Ti  dirò  in  poche  parole,  che  quanto  ho  visto  sinora 
ha  rinnovato  il  mio  antico  pensiero  di  vivere  e  morire  in  Italia;  tanto 
mi  piace  tutto  ciò  che  sento  e  vedo  in  questo  paese  ".  Son  le  uniche 
parole  serene  che  si  leggano  in  quel  troppo  breve  carteggio.  Del  resto 
lamenti  sul  suo  stato  di  salute,  specie  sui  suoi  poveri  occhi  che  nelle 
lunghe  corse  in  vettura  soffrivano  assai  del  sole  e  della  polvere  e  do- 
glianze sul  poco  utile  che  avrebbe  potuto  ricavare  dal  viaggio.  Queste 
ragioni  di  malcontento  e  il  desiderio  ardente  di  riunirsi  alla  donna 
amata,  lo  facevano  impaziente  del  ritorno,  che  pareva  dovesse  seguire 
nel  giugno.  Ma  il  principe  —  all'epoca  fissata  —  invece  di  ripigliare 
il  cammino  delle  Alpi  decide  di  allungare  di  molto  il  suo  soggiorno, 
e  il  Lessing  sfoga  allora  la  sua  collera  in  una  lettera  alla  fidanzata: 
-  Ecco  ciò  che  si  guadagna  a  impacciarsi  con  principi.  Con  loro  non  si 
può  mai  far  conto  di  nulla;  e  quando  t'hanno  una  volta  nelle  loro 
granfie,  volere  e  no,  bisogna  starci  " . 

Delle  quattro  lettere,  due  furono  scritte  a  Milano,  una  a  Venezia 
e  la  quarta  a  Firenze,  ma  delle  città,  dello  cose  o  persone  vedute, 
non  una  parola.  Le  poche  ore  libere  di  cui  potava  disporre  egli  le 
dedicava  —  il  diario  n' è  prova  —  alle  biblioteche,  e  tra  gl'Italiani 
cercava  la  compagnia  degli  eruditi.  Conduceva  insomma  la  vita  a  lui 
consueta.  Fanciullo,  al  pittore  che  voleva  ritrarlo  con  un  uccello  in 
gabbia,  aveva  detto  sdegnato  :  «^  Ohibò  !  con  un  monte  di  libri  e  ben 
grande  m'avete  a  fare,  se  no,  meglio  niente  ".  All'  ingenua  ambizione 
del  fanciullo  corrisponde  una  vita  tutta  dedita  a  studi  intensi  e  se- 
veri. Al  libro  tutto  attinge,  al  libro  tutto  afhda,  e  anche  tolto  al  suo 
studio,  lontano  dal  suo  paese,  altro  non  cerca  che  scienziati,  mano- 
scritti e  libri. 

E  un  umanista  in  pieno  secolo  XVIII.  Non  gli  sembra  di  poter 
fare  abbastanza  per  rinnovare  il  pensiero  in  Germania,  e,  togliendolo 
alle  pesantezze  teologiche,  metterlo  su  basi  positive. 

Inutile  dunque  indagare  gli  etl'etti  che  il  soggiorno  d'Italia  potè 
avere  sul  Lessing.  L'avesse  fatto  anche  solo,  quel  viaggio  non  poteva 


—  187  — 

mai  acquistare  per  lui  il  signiticato  ch'ebbe  per  il  Goethe.  Oserei  anzi 
dire  che  se  vide  quanto  di  bello  offerivano  i  luoghi  visitati  —  e  qualche 
cosa  dovette  pur  vedere  !  —  ne  va  debitore  a  quel  principe  per  la  cui 
compagnia  ebbe  parole  tanto  anriare! 

Più  d'uno  si  domandò:  Vide  il  Lessing  a  Roma  il  gruppo  del 
Laocoonte  e  che  impressione  n'ebbe?  Che  l'abbia  visto  è  assai  pro- 
bile, che  impressione  abbia  fatto  su  di  lui  non  si  sa.  Si  sa  invece  che 
questo  esteta  bibliofilo  disse  un  giorno  che  su  d'una  riproduzione  in 
gesso  si  poteva  studiare  il  Laocoonte  con  assai  più  comodo  e  vantaggio 
che  a  Roma. 

Non  dal  Diario  né  dalle  lettere  è  dato  rilevare  s'egli  in  Italia 
abbia  avuto  ragione  di  modificare  un  giudizio  tutt'altro  che  lusinghiero 
sui  suoi  abitanti,  contenuto  in  una  sua  favola.  Camillo  Ugoni  fu.  se  non 
erro,  il  primo  a  dolersene. 

»  Distruggeva  la  putredine  il  cadavere  d'un  superbo  destriero  am- 
mazzato sotto  il  suo  ardito  cavaliere.  Della  mina  degli  uni  la  natura 
si  giova  per  dar  vita  agli  altri.  Così  uno  sciame  di  giovani  vespe  si 
staccò  a  volo  da  quella  putrida  carogna.  E  le  vespe  esclamarono  : 
«  Divina  origine  è  la  nostra.  Ci  generò  il  superbo  cavallo,  favorito  di 
Nettuno!»  Ud'i  la  bizzarra  vanteria  l'attento  favolista  e  pensò  agl'Ita- 
liani dei  nostri  giorni  che  si  figurano  di  discendere  d.  gli  antichi  im- 
mortali Romani  —  nientemeno!  —  percliè  nati  sulle  loro  tombe!» 

All'ironia  di  quest'apologo  sarebbe  ingiusto  attribuire  un  valore  più 
che  retorico.  Gli  stranieri,  particolarmente  i  Tedeschi,  e  nel  sec.  XVIIl 
e  ancora  nello  scorso,  vollero  sempre  ricondurre  i  fenomeni  della  nostra 
cultura  e  della  nostra  vita  alle  origini,  stabilire  dunque  le  relazioni 
con  l'antichità,  creando  un'antitesi  che,  dati  i  tempi,  in  nessun  modo 
poteva  riuscire  a  favor  nostro.  Per  essi  l'Italia  era  Roma,  la  Roma  dei 
ruderi  gloriosi,  la  Roma  del  Pantheon,  del  Foro,  del  Colosseo.  La  vi- 
sione di  Roma,  capitale  duo  Italia  moderna,  fiorente  di  lavoro  e  fidu- 
ciosa d'  un  grande  avvenire,  non  l'ebbero  tra  gli  stranieri  neppure  i 
pellegrini  del  romanticismo.  Poteva  averla,  in  pieno  settecento,  il 
Lessing  ? 

Ma  tutta  l'opera  sua,  imbevuta  del  nostro  pensiero  e  della  nostra 
civiltà,  fa  ammenda  onorevole  dell'epigramma  lanciato  contro  gl'Italiani 
in  un  momento  di  rettorico  entusiasmo  per  Roma.  Le  testimonianze 
non  sono  poche  nò  irrilevanti.  Un  altro  viaggio  compiuto  tra  noi  dal 
Lessing,  ma  senza  togliersi  alla  sua  scrivania.  Ne  questa  volta  la  pol- 
vere —  la  polvere  dei  libri  — ,  gli  diede  noia. 


—  188  — 

Al  saggio  del  Meinhard  sul  Carattere  e  sulle  opere  de  migliori 
poeti  italiani,  libro  che  a  suo  tempo  ebbe  molta  importanza,  il 
Lessing  dedicò  due  delle  sue  Lettere  sulla  Letteratura  novissima. 
Darvi  significato  soverchio  non  si  può,  perchè  il  critico  poco  s' inoltra 
nel  suo  argomento.  Riassume  quasi  sempre  o  cita  con  assai  lode  le 
parole  dell'autore.  Nota  con  lui  come  la  fortuna  del  Marini  in  Ger- 
mania sia  stata  tutta  a  danno  del  culto  dell'Alighieri  e  del  Petrarca.  In 
uno  sguardo  generale  che  il  Meinhard  dà  sulle  attitudini  delle  varie  na- 
zioni, il  Lessing  s'acconcia  a  questa  condanna  del  nostro  gusto  lette- 
rario: agli  Inglesi  e  ai  Tedeschi  necessaria  la  sostanza;  i  Francesi 
alla  sostanza  aggiungono  un  po'  di  spirito,  ma  talvolta  si  contentano 
del  solo  spirito;  gl'Italiani  fanno  a  meno  anche  dello  spirito,  basta 
loro  il  suono.  Ben  s' intende  clie  giudicati  a  questa  stregua,  al  Les- 
sing non  Dante,  ma  l'Ariosto  dovesse  sembrare  il  vero  poeta  della 
nostra  gente.  Il  culto  dell'Aligliieri,  che  più  tardi  si  levò  a  si  mira- 
bile volo  in  Germania,  non  aveva  messo  ancora  le  ali.  Non  una  tra- 
duzione dell'  intero  poema,  ma  solo  le  povere  versioni  in  prosa  della 
Francesca  e  dell'  Ugolino,  opera  del  Bodmer,  avevano  fatto  conoscere 
un  po'  la  Commedia.  E  all'  Ugolino  il  Lessing  accenna  nel  Laocoonle 
in  termini  che  pare  vogliano  relegarlo  al  di  là  de'  confini  del  bello 
in  arte.  Del  divino  poema  egli  probabilmente  non  conobbe  altro,  ma 
quali  fila  avrebbero  potuto  legare  il  critico  razionalista  al  filosofo  sco- 
lastico? Aramii-a  l'Ariosto,  ma  nel  Laocoonle  contrappone  l'efficace  par- 
simonia omerica  e  virgiliana  nel  presentare  la  bella  Elèna  o  la  iml- 
chernma  Dido  alla  descrizione  troppo  lunga  e  troppo  particolareg- 
giata che  hqW  Orlando  si  dà  di  Alcina.  Il  Petrarca  e  il  Tasso  vali- 
damente difende,  quello  contio  la  povera  arte  d'un  misero  imitatore, 
questo  da  un  poeta  che  ne  diluisce  in  una  piagnucolosa  tragedia 
l'episodio  d'Olindo  e  Sofronia. 

Più  che  non  l'opera  dei  quattro  Poeti  poterono  sulla  mente  del 
Lessing  il  Bruno,  il  Campanella  e  il  Cardano,  i  filosofi  fautori  del 
libero  pensiero,  Il  panteismo  del  primo  allarga  il  suo  orizzonte  intel- 
lettuale. Al  Cardano  dedica  tutta  una  difesa,  difesa  d'ateismo,  soste- 
nuta con  ragioni  più  ingegnose  che  convincenti.  All'accusa  che  fosse 
stato  un  cattivo  cristiano  egli  argutamente  oppone  ch'era  stato  in  ve- 
rità un  cristiano  troppo  buono,  perchè  si  cum  Jesuitis,  non  cum  Je- 
su  itis.  Anzi  un  cristiano  nel  più  nobile  significato  della  parola  se 
il  dialogo  De  sublililate  restò  non  senza  efficacia  su  Natano  il  savio 
il  poema  drammatico  che  al  di  sopra  di  tutte  le  religioni  positive 
pone  l'amore  de'  propri  simili.  Altri  germi  derivanti  dalla  nostra  cui- 


-  189  - 

tura  fecondano  e  avvivano  la  mirabile  opera.  La  novella  dei  tre  anelli 
che  n'è  il  nocciolo  e  ne  espone  la  tendenza  è  tolta  al  Decamerone, 
miniera,  avverti  il  Lessing,  di  lavori  drammatici.  Non  quella  soltanto, 
che  mentre  concepiva  il  suo  dramma  egli  ebbe  presenti  tre  altre 
novelle  ancora,  come  potè  dimostrare  Bonaventura  Zumbini  consen- 
tendo a  indagini  fatte  in  Germania  e  integrandole.  Pur  l' intento 
umanitario  è  già  palese,  più  che  dapprima  non  paresse,  nel  Boccaccio. 

Cosi  la  critica  comparata  sorta  un  giorno  in  verità  da  principi 
ben  egoistici,  in  difesa  cioè  del  genio  di  ciascuna  nazione  dall'  in- 
flusso delle  nazioni  vicine,  unisce,  affratella  due  alte  menti  di  popoli 
diversi  in  una  sola  nobile  idea. 

Poco  d'italiano,  contro  ogni  apparenza  (tant'è:  l'abito  non  fa  il 
monaco)  reca  in  sé  Emilia  Galolti,  dove  il  Lessing  rinnovò  sulla 
scena  in  veste  moderna  le  tragiche  peripezie  della  Virginia  romana. 
Se  non  più  romana,  volle  che  almeno  non  lasciasse  la  penisola  e  per- 
sonaggi e  ambiente  fece  italiani.  Il  lavoro  nella  tendenza  politica 
precorre  ad  Amore  e  raggiro  dello  Schiller,  e  senza  quella  leggera 
maschera  avrebbe  suscitato  troppe  ire  contro  l'autore,  impiegato  ap- 
punto in  una  delle  tante  corti  germaniche,  che  le  aguzze  sue  armi 
ferivano.  Ma  del  color  locale  non  si  curò  niente  affatto  e  italianizzò 
p.  e.  tanto  alla  buona  il  nome  del  suo  eroe  Hector  da  non  pigliarsi 
neanche  la  noia  di  togliergli  l'acca  iniziale  che  fa  di  questo  Ileltore 
un  anfibio.  La  località  Dosalo  di  cui  si  parla  sarà  tutt'una  cosa  con 
Dosalo  comune  del  Mantovano.  I  personaggi,  ne'  caratteri,  ben  poco 
italiani.  0  forse  tali  i  due  sicari  Angelo  e  Pirro  o  quel  Marinelli 
consigliere  perverso  il  cui  nome  e  indole  arieggiano  il  Macchiavelli 
della  leggenda?  D'italiano  in  questa  forte  tragedia  solo  due  fonti 
parziali,  una  novella  del  Bandello  e  —  forse  —  afferma  l'Albrecht  nel 
suo  bizzarro  centone  /  plagi  del  Lessing,  \ Adulatore  del  Goldoni. 

Ben  più  che  sul  poeta  tragico,  l'opera  del  Veneziano  potè  natu- 
ralmente sul  commediografo  e  innanzi  tutto  su  Minna  di  Jiarnhelm. 
il  capolavoro  classico  della  commedia  tedesca,  che  tanto  nel  luogo 
dell'azione  quanto  in  singoli  episodi  richiama  alla  mente  la  locanda 
di  Mirandolina  e  le  gioconde  scene  che  vi  si  svolgono. 

Anche  nel  porre  inscena  ulìiciuli  e  soldati,  non  più  della  famiglia 
di  Capitan  Fracassa,  il.  Goldoni  precorse  alla  Minna.  Più  che  i  la- 
vori di  esclusivo  carattere  inilitare.  quali  La  guerra.  L'amante  mi- 
litare  ed  altri,  l'opera  del  Lessing  ricorda,  nella  favola,  il  Curioso 
accidente.  Del  quale  l'orso  il  Lessing  non  ebbe  notizia.  Il  lavoro  del 
Goldoni,  recitato  nel   1755.  non  fu  impresso  che  dieci  anni  dopo  quando 


—   100  —  ' 

l'opera  del  Lessing  era  già  finita.  Ma  il  fatto  che  il  Goldoni  e  il 
Lessing  a  breve  distanza  l' uno  dall'altro,  il  primo  col  solo  fine  di 
comporre  una  lieta  e  bella  commedia,  il  Lessing  inteso  ad  abbozzare 
con  vigoroso  pennello  un  quadro  della  vita  nazionale,  creano,  restando 
tanto  vicino  e  nei  modi  e  nelle  fila  maestre  della  tela,  opere  di  la- 
voro duraturo,  merita  certo  d'essere  notato. 

La  Drammaturgia  d'Amburgo  ricorda  il  Goldoni  un  paio  di 
volte,  di  passata  soltanto.  Eppure  non  sarebbe  mancata  al  suo  esten- 
sore l'opportunità  di  dedicare  anche  al  commediografo  italiano  qualche 
bella  pagina  densa  di  pensiero.  La  compagnia  del  teatro,  sul  quale 
riferiva  il  Lessing,  esegui  ripetutamente  commedie  del  Nostro  nel  tempo 
in  cui  egli,  cogliendo  occasione  da  quelle  recite,  disseriva  tanto  ge- 
nialmente sull'arte  scenica.  Ma  nella  sua  rivista  la  parte  del  leone  toccò 
alla  tragedia,  per  la  quale  ebbe  in  ogni  tempo  predilezioni  aperte.  Del 
posto  fatto  alla  commedia  il  più  va  a  conto  del  teatro  francese  e  molti 
e  molti  fogli  rivendicano  a  sé  gli  dei  minori,  de'  quali  il  freddo  e  com- 
passato Destouches  pare  la  vinca  per  lui  quasi  sul  Molière!  Egli  è  che 
spirito  innovatore  egli  non  fu  tanto  da  gettarsi  dietro  le  spalle  tutti  i 
pregiudizi.  La  correttezza  della  forma  potè  innegabilmente  su  di  lui  pur 
mentre  dava  a  Voltaire  la  battaglia  campale,  e,  propugnando  libere  teorie, 
abbatteva  il  dogma  anche  in  fatto  di  teatro.  Del  Goldoni  aveva  notato,  in 
una  sua  lettera  al  Mendelssohn,  come  non  tutte  le  sue  commedie  fossero 
regolari.  Non  esercita  per  questo  intorno  ad  esse  il  suo  critico  acume  (')'^ 
In  ogni  caso  giova  non  dimenticare  che  al  pari  di  tante  altre  opere 
del  Lessing  rimase  incompleta  anche  la  Drammaturgia.  L' Italia  vi 
è  rappresentata  dal  Matfei  e  dalla  sua  Morave,  che  il  Lessing,  trat- 
tando dell'omonima  tragedia  del  Voltaire  esamina  con  critica  minu- 
ziosa. A  tutte  le  lodi  che  ne  fa  non  convien  dar  fede  incondizionata. 
La  tragedia  del  Matfei,  che  il  Voltaire  saccheggia  e  dedica  poi  con 
sperticati  elogi  all'autore  derul)ato,  mentre  sotto  altro  nome  aspra- 
mente la  censura,  olferiva  al  Lessing  troppo  bene  il  destro  di  ferire 
|a  vanità  letteraria  dell'enciclopedista  e  smascherarne  le  mene  diso- 
neste. Non  doveva  approfittarne? 

Il  Lessing  conobbe  in  verità  il  nostro  teatro  e  la  sua  storia 
meglio  che  la  Drammaturgia  non  provi.  Quando  l'amico  Milius,  a  lui 
collaboratore,  in  una  rivista  intitolata:   «  Contributi  alla  storia  e  for- 


{')  Delle  relazicini  tra  l'opera  del  Lessinp  e  quella  del  Goldoni  l'autore  di 
questa  comunicazione  tratterà  ampiamente  in  una  monografia  di  prossima  pub- 
blicazione. 


-  191   - 

tana  del  teatro  "  scrisse  in  fronte  a  una  traduzione  della  disia  del 
Macchiavelli,  che  il  teatro  italiano  non  aveva  neanche  una  sola  opera 
drammatica  di  pregio,  il  Lessing  lo  rimbeccò  energicamente. 

«  Io  mi  figuro  —  disse  —  che  chiunque  non  sia  affatto  ignaro 
della  letteratura  italiana,  ci  griderà:  Se  conoscete  il  teatro  di  tutte 
le  altre  nazioni,  come  conoscete  quello  degl'  Italiani,  ci  ripromettiamo 
da  voi  di  belle  cose  !  » 

Il  periodico  ebbe  corta  vita.  Uno  dei  tanti  tentativi  del  Lessing 
andati  a  male.  Se  in  quello  aveva  tradotto  «  L'art  du  théàtre  »  di 
Francesco  Hiccoboni,  nella  Biblioteca  teatrale,  che  vi  successe,  com- 
pendiò «  l'Histoire  du  théàtre  italien  «  di  Luigi  Riccoboni  e  analizzò 
ancora  la  Calaadra,  la  Sofonisba  e  la  Rosmonda.  Argute  trovate, 
celie  salaci  e  scene  intiere  talvolta  (si  veda  la  Dote  del  Cecchi  e 
il  Tesoro  del  Lessing)  mostrano  specie  nei  suoi  primi  tentativi  dram- 
matici quanto  avesse  studiato  i  nostri  commediografi  del  Cinquecento 
e  la  nota  Raccolta  del  Gherardi. 

La  commedia  dell'arte,  cui  il  nascituro  teatro  tedesco  mosse  tanta 
guerra,  e  dal  quale  tanto  apprese  parve  al  Lessing  in  realtà  assai 
meno  pericolosa  dell'  imitazione  del  teatro  francese,  patrocinato  dal 
Gottsched. 

Nell'eroicomica  battaglia  data  in  Germania  ad  Arlecchino,  bat- 
taglia che  si  combattè  con  accanimento  da  parte  degli  avversari  e 
con  fine  arguzia  e  buon  senso  nei  fautori,  il  Lessing  è  agli  avam- 
posti. Per  compiacere  il  Gottsched,  Carolina  Neuber,  l'attrice  tanto 
benemerita  delle  scene  tedesche,  consente  nel  1737  a  dar  lo  sfratto 
ad  Arlecchino  in  pubblico  teatro  con  una  cerimonia  che  il  Lessing 
qualificò  la  massima  delle  arlecchinate.  Non  però  che  fossero  ban- 
dite allora  e  poi  dai  repertori  le  commedie  dove  agiva  Arlecchino. 
Avea  dovuto  mutar  nome  e  vesti,  ecco  tutto.  Hanswurst  continuò 
ancora  un  pezzo  —  sotto  mentite  spoglie  —  a  divertire  il  pubblico 
con  lazzi  volgari.  Avvertì  il  Lessing  la  contraddizione  e  scrisse  :  *  È 
morta  la  Neuber.  È  morto  Gottsched.  0  che  non  sarebbe  ora  di  ri- 
mettere la  giacca  ad  Arlecchino?  In  verità  se  lo  tollerate  sotto  altro 
nome,  perchè  non  col  suo?  Ma  dicono:  K  una  creazione  forestiera. 
Che  importa?  Io  vorrei  che  i  buffoni  fossero  tutti  forestieri.  Ha  ma- 
aiere  tutte  sue.  Così  mostra  subito  quello  che  è.  Ma  è  assurdo  ve- 
dere ogai  oiorno  la  stessa  figura  in  commedie  differenti.  K  voi  non 
lo  considerate  come  un  individuo.  Ma  come  tutta  una  specie!  Non 
un  arlecchino  soltanto,  ma  tanti  tanti  arlecchini Lo  soppor- 
tano i  Fraucosi,  lo  sopportano  gli  Italiani Il  parassita  dei  K'>- 


—  192  — 

inani,  i  satiri  dei  Greci  erano  foi-se  altra  cosa?  "  Così  nelle  «  Lettere 
sulla  letteratura  novissima  "   e  nella   <»  Drammaturgia  - . 

Mentre  nelle  sue  polemiche  d'arte  drammatica  egli  combatteva 
r  influsso  che  veniva  di  Francia  (anche  in  Germania  come  a  casa 
nostra  infieriva  il  morbo  gallico  più  per  le  librerie  che  negli  spe- 
dali), mentre  addita  ai  suoi  connazionali  come  il  più  alto  modello 
da  seguire  Shakespeare,  per  molti  e  vari  rivi  il  nostro  teatro  feconda 
intanto  la  sua  produzione,  e  con  essa  il  teatro  moderno  tedesco,  di  cui 
egli,  più  fortunato  del  suo  maestro  Diderot,  potè  non  colle  teorie  sol- 
tanto, ma  anche  coli' esempio  essere  il  fondatore. 

E  pur  tra  noi  in  questa  guerra  della  sana  ragione  contro  i  pre- 
giudizi che  inceppavano  tanti  campi  dello  scibile  sorge  daccanto  al 
Lessing  un  fiero  alleato  in  Giuseppe  Baretti,  e  spalanca  lui  pure  porte 
e  finestre,  e  inonda  di  nuova  luce  e  rinfresca  d'aria  salubre  tutto  il 
paese.  Alla  "  Drammaturgia"  e  ai  tanti  scritti  polemici  del  Lessing  fauno 
degno  riscontro  la  i-  Frusta  "  e  il  «  Discours  sur  Shakespeare  et 
sur  Monsieur  de  Voltaire  ».  Conobbe  il  Baretti  la  Drammaturgia, 
venuta  a  luce  otto  anni  innanzi  la  «  Frusta  »?  Il  Morandi  con  buone 
ragioni  credette  di  doverlo  negare.  E  sia.  Ma  le  affinità  fortuite  sono 
appunto  quelle  che,  massime  in  argomenti  di  sì  largo  significato,  offrono 
all'esame  delle  letterature  comparate  i  problemi  più  interessanti  a  stu- 
diare e  a  risolvere. 

La  Drammaturgia  non  ancora,  ma  le  altre  principali  opere  del 
Lessing  sono  tradotte  tutte  e  ciascuna  più  d'una  volta.  Delle  minori  la 
commedia  Gli  Ebrei  e  le  popolarissime  Favole  delle  quali  diede 
anche  di  recente  uno  squisito  saggio  parziale  Giovanni  Pascoli. 

La  prima  opera  del  Lessing  nota  in  Italia  fu  il  dramma  lagri- 
moso  "  Miss  Sara  Sampson  »  tradotta  da  Elisabetta  Caminer,  e  «  questa 
spezie  di  tragedia  urbana  del  celebre  Lessing»,  come  scrive  la  tradut- 
trice nella  prefazione,  venne  anche  recitata  tra  noi.  Lo  sappiamo  da 
Carlo  Gozzi  che  la  ribattezza  in  Rosa  Sampson.  Un  lapsus  calami, 
0  il  titolo  venne  modificato  dagli  attori? 

Assieme  ai  prodotti  del  teatro  francese  e  inglese  della  stessa 
classe  "  Miss  Sara  Sampson  "  aiutò  dunque  il  sorgere,  anzi  il  dilagare 
del  dramma  lagrimoso  in  Italia.  E  uno  degli  autori  più  fecondi  del 
genere  fu  quel  De  Gamerra  che  tradusse,  o  meglio  sciupò  in  una  sua 
riduzione  Mi /ina  di  Barnhelm,  di  cui  encomiava  la  verità  del  dialogo. 
Ma  la  sua  povera  lingua  e  lo  stile  affaticato  ne  restano  troppo  lontano. 

E  le  traduzioni,  alle  quali  nel  secolo  XVIII  s'attese  con  tanto 
fervore,  e  i  viaggi  frequenti  impresi  da  letterati  a  scopo  di  studio  in 


—  193  — 

paesi  stranieri  sono  un  segno  del  desiderio,  comune  allora  alle  lette- 
rature occidentali,  d'allargare  ciascuna  il  proprio  mondo,  compenetrarsi 
l'una  dell'altra,  conoscere  quanto  al  di  là  dei  propri  confini  sorgeva 
ó  aveva  vita. 

Fra  noi  tutt'una  schiera  di  letterati  riferisce  sul  movimento  in- 
tellettuale della  Germania,  e  i  più  furono  colà  e  vi  appresero  la  lingua, 
né  tutti  vi  andarono,  come  scrisse  di  sé  lo  Zeno,  »  per  emenda  e  castigo 
dei  loro  peccati  ". 

Negli  apprezzamenti  che  dell'opera  del  Lessing  filosofo  scettico, 
diedero  questi  letterati,  quasi  tutti  abati  e  peggio,  si  sentono  domi- 
nare troppo  forte  preoccupazioni  religiose.  Ne'  giudizi  del  Bertela,  del 
Corniani,  del  Bettinelli,  dell' Andrès  non  mancano  le  censure  aperte 
0  velate,  ma  non  vi  fa  difetto  neanche  la  lode.  Pure  nessun  apprez- 
zamento, nemmeno  quello  del  Denina  che  col  Lessing  ebbe  a  Torino 
consuetudine  amichevole  e  a  lui  fu  avvinto  da  vicendevole  simpatia, 
mostra  un'  intelligenza  piena  di  ciò  che  l'opera  del  Lessing  fu,  non 
soltanto  per  la  cultura  del  suo  paese,  ma  per  la  letteratura  mondiale. 
Devesi  inferirne  questa  volta  ancora  la  verità  della  sentenza  barettiana 
che  «  nessun  poeta  ha  mai  presso  gli  stranieri  la  millesima  parte  della 
reputazione  che  ha  a  casa  sua  »?  No.  L'opera  del  Lessing,  massime  a 
mezzo  del  Goethe  e  dello  Schiller  cui  l'autore  del  -  Laocoonte  -  ad- 
ditò e  preparò  le  vie,  influì  assai  sul  nostro  pensiero,  e  la  nuova  storia 
delle  nostre  lettere,  con  stima  in  tutto  pari  al  suo  merito,  ne  ram- 
menta riconoscente  il  nome. 

Ai  legami  che  avvincono  la  nostra  cultura  all'opera  dell'audace 
innovatore  m"  è  parso  opportuno  —  per  quanto  inadeguate  al  compito 
le  forze  —  almeno  fuggevolmente  accennare  in  questa  Roma,  dove  la 
nuova  Italia  s'accentra,  e  dove  ancora  troppa  parte  del  mondo  depone 
oro,  incenso  e  mirra  a"  piedi  di  un  trono,  che  solo  la  scienza  —  libera 
come  l'intese  Efraimo  Lessing  —  potrà  abbattere. 


Seziono  111.  —  Storia  delle  Lelteratiire.  1'^ 


XVI. 

VICTOR  BALAGUER 
L'AUTORE  DEI   «  RECUERDOS  DE  ITALIA  » 

Comunicazione  del  prof.  Luigi  Zuccaro. 


Uno  de'  più  grandi  amici  della  nostra  Italia  —  la  quale  ne  conta 
tanti,  in  tutte  le  parti  del  mondo,  ma  specialmente  ne*  paesi  latini  — 
uno  de'  poeti  più  geniali  e  simpatici,  uno  degli  scrittori  più  eleganti, 
che  abbiano  amata  ed  illustrata  la  nostra  terra,  fu  senza  dubbio 
Victor  Balaguer. 

Il  senatore  spagnuolo  Balaguer,  come  il  rumeno  senatore  Uréchia. 
morto  or  fa  un  anno,  s' innamorò  fin  dall'adolescenza  dell"  Italia,  della 
sua  storia,  della  sua  letteratura,  e  buona  parte  de'  suoi  pregevolissimi 
e  numerosi  scritti,  in  prosa  e  in  verso,  parlano,  nelle  loro  più  splendide 
pagine,  delle  cose  nostre. 

Nacque  egli  a  Barcellona,  nel  1824,  e  morì  due  anni  sono  a 
Madrid,  dopo  di  essere  stato  parecchie  volte  ministro  di  Stato,  e  circa 
vent'anni  dopo  che  egli  ebbe  fondato  la  celebre  Biblioteca-museo  di 
Villanueva  y  Geltrù,  presso  Barcellona,  opera  altamente  benemerita 
della  sua  terra  natale,  e  delle  lettere  ed  arti  di  ogni  paese. 

Io  vi  parlerò  di  lui,  o  illustri  Signori,  spinto  dallo  alletto  e  dal- 
l'entusiasmo che  m' infiammano  il  petto  ;  vi  parlerò  deir«///mo  tro- 
vatore, del  Mistral  della  Catalogna,  dell'amico  di  Vittorio  Emanuele  II 
e  di  Amedeo  duca  d'Aosta  ;  vi  parlerò  di  lui  specialmente  come  scrit- 
tore di  cose  che  ci  riguardano,  e  vorrei  che  questo  mio  entusiasmo  mi 
sapesse  suggerire  parole  cos'i  eloquenti'  da  poter  tare  amare  anche  da 
voi  il  mio   Trovatore  del  Monserrat. 

La  sua  caratteristica,  fra  tutte  le  sue  virtù,  era  la  bontà.  Il  sen- 
timento più  grande  del  cuore  di  Balaguer  fu  l'amor  di  patria:  pro- 
gressista impenitente,  ei  fece  del  suo  amore  alla  libertà  e  dolhi  sua 
adorazione  alla  patria,  un  culto  che  professò  coiìie  una  reliijiono. 


—  190  — 

Volle  morire  nella  stessa  casa  ove  aveva  esalato  liilLimo  sospii-o 
la  sua  degna  consorte,  D."  Manuela  Oarbonell,  e  lasciò  nei  suo  testa- 
mento che  K'ii  si  desse  sepoltura  in  Villauueva,  il  suo  prediletto  paese, 
«  che  gli  si  ponesse  a  lato,  nella  tomba,  la  donna  che  gli  era  stata 
cosi  fedele  comi>:igua  sia  neU'esiglio  che  in  patria,  sia  nella  disgrazia 
che  nella  prosperità. 

Juan  Valera,  commemorando  alla  II.  Accademia  Spagnuola  il  Ba- 
lagUv^r  disse:  ^  Quella  bontà  danimo  che  Strabene  per  il  primo  pose 
quale  previa  condiicione  indispensabile  per  esser  poeta  e  che,  più  tardi, 
Quintiliano  pose  qual  previa  condizione  per  esser  oratore,  armava 
l'anima  e  ri.splendeva  in  tutti  gli  atti  di   Lui  ". 

Bala^uer  amò  la  sua  patria  nru/i'le,  cioè  Spagna  tutta,  con  affetto 
disinteressato  e  puro,  come  pure  cosi  amò  la  libertà  politica  e  l'umano 
progresso.  E  solo  al  di  sotto  di  quest'amore,  e  subordinatamente  ad 
esso,  amò  la  sua  patria  piccola,  cioè  Catalogna,  senza  che  tale  subor- 
dinazione intiepidisse  il  suo  affetto,  né  lo  rendesse  meno  fecondo  di 
quello  di  altri  calala/listi  piii  esclusivi. 

Ed  anche  in  ciò  si  può  egli  paragonare  a  Fed.  Mistral,  cioè  al 
più  grande  dei  poeti  proveu/.ali  chu  ci  siano  stati  dai  tempi  di  Fol- 
chetto  tino  a  noi;  il  quale  Mistral  fu  pure  accusato,  attaccato  cento 
volte,  sempre  ingiustamente,  d'esser  separatista,  mentre  né  lui  né  i 
suoi  felibri  bau  mai  pensato  a  separazione  politica. 

Un  terzo  affetto  fu  parimenti  grande  in  Balaguer  come  lo  fu 
grande  in  Mistral  e  nel  già  lodato  rumeno  Uréchia,  che  i  Romani  ben 
devono  ricordarsi  d'aver  conosciuto,  quando  qui  venne,  con  centinaia 
dei  suoi  connazionali  a  deporre  una  corona  appiè  della  colonna  di  quel 
gran  Traiano  che  fondò  le  colonie  romane  sulle  rive  del  Danubio. 
Voglio  dire  l'affetto  suo  per  l  Italia. 

Nessun  poeta  straniero  lo  ha  forse  amato  tanto  quanto  l'Iia  amato 
lui!  Eppure  la  sua  morte,  la  morte  dell'uomo  che,  dal  lbi48  al  1870, 
aveva  cantata  l' Italia,  ove  era  accorso  (lo  dice  egli  stesso),  due  volte: 
la  prima  come  ijnasi  saldalo  (1859),  la  seconda  come  quaù  re  (1870), 
allorquando  qui  venne,  con  altri  eminenti  uomini  politici  di  Spagna, 
per  accompagnare  nella  sua  patria  Amedeo  di  Savoja,  duca  d'Aosta, 
stato  eletto  re  di  Spagna  dalle  Corte,  la  sua  morte  passò  quasi  inos- 
dervita  da  noi  I . . . 

Signori!  da  anni  parecchi  io  cerco  di  far  sentire  la  mia  fioca,  la 
mia  debole  voce,  per  le  diverse  regioni  dolla  penisola  italica,  favel- 
lando 0  scrivendo  di  lui,  tradiicendo  più  d  una  delle  sue  opere,  facendo 
non  lievi  sagrilizi  pecuniari   per    pubblicarle.    Ed   ora,  anche   qui,  in 


—  197   - 

mezzo  a  così  nobile  CoDgresso,  io  inneggerò  al  mio  diletto  Trovatore 
del  Monserrat! 

Dice  il  medesimo,  nei  suoi  Recuerdos  citati,  parte  I,  a  proposito 
della  prima  guerra  dell'italica  indipendenza  (1S48)  che:  non  invano 
scorreva  sangue  latino  nelle  vene  di  lui  e  de'  suoi  giovani  compagni 
della  Università  di  Barcellona,  i  quali  seguivano  con  ansia  gli  eventi 
d' Italia,  poiché  —  dopo  tutto  —  erano  essi  nepoti  di  que'  prodi  che, 
chiamati  un  di  dalle  campane  dei  Vespri,  eran  corsi  a  riscattare  la 
Sicilia,  ristaurando  il  suo  trono  e  le  sue  libertà  con  quel  Pier  d'Ara- 
gona, detto  il  Grande,  figura  cavalleresca,  leggendaria,  del  quale  dice 
il  divino  Poeta: 

D'ogni  valor  portò  cinta  la  corda. 

Fin  da  quell'anno  1848  il  nostro  Balaguer  ardeva  dal  desiderio 
di  fare  un  viaggio  in  Italia.  Dalla  primavera  del  1848  ai  primi  mesi 
del  1859  egli  pubblicò  una  raccolta  di  poesie  dal  titolo  «  Flores  del 
alma  ",  una  bella  tragedia  e  dei  ricordi  del  Monserrat,  meritandosi 
l'applauso  di  tutti  i  Catalani,  che  già  conoscevano  il  suo  valore  di 
scrittore  storico. 

Viene  il  1859.  Egli  allora,  che  con  altri  sei  giovani  letterati 
valorosi  stava  preparando  in  modo  solenne  i  Giuochi  floreali,  nella 
sua  Barcellona,  all'  imitazione  di  quelli,  già  cosi  i>plendidamente  ini- 
ziati in  Provenza  da  Mistral,  Koumanille  e  Aubanel,  sentendo  clie  il 
Piemonte  si  preparava  a  combattere  l'Austria  e  cacciare  lo  straniero 
fuori  d'Italia,  si  prepara  a  venire  fra  noi. 

Prima  di  lasciare  la  Spagna,  scrive  entusia>ticamente  una  poesia 
in  catalano,  l' idioma  ch'egli  preferiva  allo  spagnuolo,  e  nel  quale  pre- 
sente di  acquistarsi  somma  gloria,  e  contemporaneamente  scrive  in  un 
diario  barcellonese.  alludendo  a  Vittorio  Emanuele: 

«  Glie  aspetti,  o  coronato  rampollo  dell'  illustre  Casa  Sabauda?  Che 
aspetti  per  aprirti  una  via  al  tuo  bellicoso  entusiasmo,  o  giovane 
nipote  dell'eroe  di  S.  Quintino?...  Scuoti  il  tuo  sogno,  e  impugna  ri- 
soluto la  spada  del  gran  Filiberto . . . 

«  Non  esser  titubante,  o  re  Vittorio.  L'ora  è  giunta,  la  libertà 
ti  chiama,  il  mondo  fissa  su  te  gli  occhi,  Italia  attende.  Sii  tu  il  capo 
dell'immortale  Crociata.  Iddio  lo  vuole!  " 

Il  19  aprile  1859,  il  ministro  degli  all'ari  esteri  dell'impero 
austriaco  spedisce  a  Torino  im  ullimatunu  con  cui  intimava  al  Pie- 
monte di  rinviare  i  volontari  e  di  disarmare;  tempo  tre  giorni  I 


—  198  — 

Il  25  dello  stesso  mese,  avendo  Cavour  dato  risposta  negativa, 
gli  Austriaci  invadono  il  Piemonte,  sotto  il  comando  di  Giulay,  pas- 
sando il  Ticino,  ed  occupando,  senza  incontrare  alcuna  resistenza,  la 
provincia  di  Novara,  sino  alla  Sesia,  la  Lomellina  e  il  territorio  di 
Voghera. 

Re  Vittorio,  aspettando  l'arrivo  de'  Francesi  alleati,  si  agguerrisce 
in  Alessandria,  e  il  27  aprile  fa  pubblicare  il  suo  famoso  proclama. 

A  queste  parole  del  Gran  Re,  che  sarà  più  tardi  soprannominato 
il  Padre  della  Patria,  Balaguer  compone  un  altro  stupendo  canto  in 
catalano:  «  Alzati,  Lazzaro!  «  poi  s'imbarca  immediatamente,  e  prima 
della  tine  dell'aprile,  scende  a  Genova.  Egli  pone  aitine  il  piede  in 
queste  terra  da  lui  tante  volte  sognata,  in  questa  Italia  nostra  della 
quale  dice: 

"  Italia,  astro  de  luz!  Con  las  glorias  de  sus  pintores,  con  las 
liras  de  sus  poetas,  las  virtudes  de  sus  Lucrecias,  y  las  pasiones  de 
sus  Julietas,  con  la  fé  de  sus  màrtires,  la  grandeza  de  sus  Césares, 
la  majestad  de  sus  pontitices . . .  Italia!  donde  la  gloria  es  un  culto, 
el  amor  una  religion,  la  fé  un  tempio,  la  poesia  un  canto,  la  belleza 
un  cielo  y  el  Arte  un  mundo...  ". 

Vista  Genova,  ne  rimase  così  colpito  che  subito  compose  altra 
poesia  catalana  che  aveva  frasi  quali  queste: 

«  Sognante  feste  splendide,  vivente  in  un  cielo  di  fiori,  colla 
fronte  coronata  di  rose,  tutta  avvolta  nelle  sue  glorie,  accarezzata  dalle 
brezze  che  la  baciano  nel  loro  passaggio,  e  col  cuore  aperto  agli  amori, 
come  una  ondina  voluttuosa  che  pigra  lascia  il  suo  bagno,  così  vedesi 
sorger  dal  mare  Genova...  Io  l'ho  vista  tutta  vestita  a  festa.  Al  suono 
di  tutte  le  tue  campane,  tu  salutavi,  o  Genova,  le  balde  schiede  del- 
l'esercito alleato . . .  " . 

Il  29  0  il  30  aprile,  Balaguer  arrivava  a  Torino.  Egli  ebbe  su- 
bito la  fortuna  di  stringere  amicizia  col  poeta  G.  Prati,  al  quale  il 
provenzale,  divino  Mistral  aveva  indirizzato  i  famosi  versi: 

Ami,  nósti  parla  soiin  tónti  dous  rouraan; 
Poudén  nous  dire  fraire  e  nous  touca  la  man  : 
Toun  Po,  la  mieu  Duréiifo, 

Na  touti  douB  d'un  soulet  nionnt, 
Van  abéura,  l'un  Inu  l'iemount 
E  l'autro  la  rrouvén9i> . . . 

e  si  trovò  pure  con  altri  patrioti  e  letterati  italiani  in  una  famosa 
riunione  privata,  in  cui  egli  declamò  l'altra  sua  composizione  t*  I  Cac- 
ciatori delle  alpi  " . 


I 


—  199  — 

Circa  un  mese  dopo  lo  sbarco  de'  Francesi  a  Genova,  già  si  ve- 
niva a  battaglia.  I  Francesi  comandati  dal  generale  Forey  e  coadiuvati 
dalle  truppe  sarde  comandate  dal  generale  De  Sonnaz,  il  20  maggio 
sconfiggevano  gli  Austriaci  a  Montebello, 

Questa  vittoria  inspirò  al  giovane  poeta  barcellonese  il  primo  suo 
canto  marziale  in  lingua  catalana. 

Egli  poi  assistè,  dieci  giorni  dopo,  anche  al  glorioso  combatti- 
mento di  Palestro,  in  cui  diede  prove  di  grande  coraggio  e  valore 
militare  re  Vittorio,  al  quale  gli  zuavi  del  3°  reggimento  testimoni 
della  sua  intrepidezza  diedero  il  giorno  appresso  il  brevetto  di  loro 
Caporale.  Questo  canto,  pure  in  catalano,  come  lo  sono  tutti  gli 
altri  che  cantano  le  vittorie  franco-italiane  del  '59,  fu  intitolato  «  Il 
primo  soldato  d' Italia  »   e  finiva  con  questi  versi  : 

i  Avant,  Victor  Manuel  !  Pas  han  volgut  la  guerra, 
Al  pas  de  ton  cabali  fez  extremir  la  terra. 
Palestro  es  ton  Orient.  Lo  sol  de  la  Victoria 

;  Ja  ab  sos  raigs  esplendents  ton  front  ha  illuminat. 
Prosegueix  ton  camf  que  va  dret  a  la  gloria .  . . 
Rey  eaballer,  saluti  salut,  oh  rey  soldati... 

Quattro  giorni  dopo  il  secondo  combattimento  di  Palestro,  il  ge- 
nerale Giulay  aspetta  con  formidale  esercito,  in  Magenta,  gli  alleati. 
Balaguer  assiste  anche  a  quella  lotta  di  giganti,  e  subito  dopo  com- 
pone il  terzo  suo  canto  «  Magenta!  ».  Quattro  giorni  dopo,  cioè  1*8  giu- 
gno '59  un  quarto  «  Milano,  o  la  festa  della  Libertà  ",  inspiratogli 
dallo  entusiasmo  con  cui  i  Milanesi  accoglievano  le  truppe  franco- 
italiane. Spettacolo  che  mai  si  cancellerà  dalla  memoria  di  chi  ha 
avuto  la  fortuna,  come  l'ebbi  io  allora  fanciullo,  di  vederlo. 

**  Quello  che  accadeva  intorno  a  me  —  scrive  il  Balaguer  ne'  suoi 
Ricordi  d'Italia  —  parevami  un  sogno.  La  vittoria,  le  musiche,  i  fiori, 
le  grida,  la  folla  immensa  d'un  popolo  festante,  l'entusiasmo,  il  de- 
lirio, tutto  concorreva  ad  inebbriarmi . . .  •> . 

Anche  la  battaglia  di  Solferino,  l'ultima  di  quella  guerra,  fu  l'ar- 
gomento d'un  canto  del  giovane  bardo  catalano,  ma  allora,  ahimè  !  la 
voce  del  cantor  non  era  più  quella  di  Palestro  e  Magenta  !  —  Questa 
sua  poesia  terminava  dicendo:  «  Tutti  coloro  che  hanno,  in  Italia,  un 
cuore,  malediranno  questa  pace  (di  Villafranca).  0  Cesare  di  Francia  ! 
la  pace!  la  pace!  Ma,  e  Venezia  allora? 


—  200  — 


Ho  detto  che  il  Balaoruer  scrisse  d'esser  egli  venuto  due  volte  in 
Italia,  la  prima  come  quasi  soldato,  la  seconda  come  quasi  re.  Della 
sua  prima  venuta  e  de'  suoi  primi  entusiasmi  ho  suflicientemento  par- 
lato ;  dirò  ora  della  venuta  del  dolce  poeta  in  Italia,  quando  qui  venne, 
con  altri  illustri  Spagnuoli,  ad  olìVire  la  corona  spagnuola  ad  Amedeo, 
duca  d'Aosta. 

E  qui  sarò  ancora  più  breve. 

Victor  Balaguer  era,  sul  finire  dell'anno  1870,  deputato  alle 
Cortes  di  Spagna,  ed  uno  de'  più  distinti  oratori  politici.  Le  sue  me- 
morie di  quell'anno  pure  memorabile,  egli  le  pubblicò  vent'anni  dopo, 
insieme  con  la  prima  parte  de"  suoi  Recuerdos  de  Italia  (Guerra  de  la 
iìidipendeacia)  ;  ed  esse  portano  il  titolo  di  «  Exaltacion  del  Duque 
de  Aosta  al  trono  de  Espaiìa  y  Viage  de  la  Comission  de  las  Cortes 
Constituyentes  ». 

Voglio  anche  di  questo  ottimo  libro"  riportare  qualche  squarcio, 
tanto  per  dimostrare  che  il  mio  Trovatore  del  Mouserrat,  anche  nella 
età  matura,  anche  nella  vecchiaia,  fu  sempre  caldo  amico  dell'  Italia 
nostra. 

Descrivo,  fra  le  tante  bellezze  italiane  che  lo  hanno  colpito,  pa- 
lazzo Pitti,  e  il  ricevimento  che  la  Deputazione  spagnuola,  di  cui 
egli  faceva  parte,  si  ebbe  da  Vittorio  Emanuele  II,  dai  principi  e  da 
alti  personaggi  del  Governo  italiano. 

«  Erano  colà  —  dice  il  Balaguer  —  il  re  d' Italia,  il  principe 
Umberto,  erede  della  Corona,  il  Principe  di  Carignano,  il  Consiglio 
dei  Ministri,  gli  alti  dignitari  della  Corte,  i  rappresentanti  della  Ca- 
mera italiana,  il  Municipio  di  Firenze,  i  generali  dell'esercito  e  della 
flotta,  gli  ambasciatori  delle  potenze  estere;  ma  v' eran  pure,  sovra 
quella  moltitudine  di  potentati,  gli  ammirevoli  affreschi,  le  statue  sor- 
prendenti, le  pitture  rare  e  peregrine  che  adornano  quella  sala  e  che 
sono  ricordo  imperituro  degV  immortali  artisti  dell'età  dell'oro  del 
popolo  fiorentino. 

"  Io  non  avevo  più  visto  Vittorio  Emanuele  dal  di  che  lo  avevo 
incontrato  sul  campo  di  battaglia  a  Solferino,  quando  duo  ore  dopo 
il  combattimento  io  andavo  con  due  amici  miei  attraversando  quel 
campo  di  morto,  e  quando  il  re,  già  di  ritorno,  passava  accanto  a  me, 
alla  testa  del  suo  stato  maggiore,  abbronzito  dal  fumo  della  polvere 
0  tenendo  ancora  in  pugno  sguainata  la  spada. 


—  201  — 

"  Non  potei  fare  a  meno  di  fissare  su  di  Ini  gli  occhi,  pensando 
alla  rara  casualità  che  mi  faceva  assistere  ai  due  momenti  più  solenni 
della  vita  di  quel  gran  re...  ^. 

Nello  stesso  libro  Recuerdos,  2*  parte  "  Exaltacion  del  D.  de 
A.  al  trono  de  Esp.  ^-  il  Balaguer  parlando  del  principe  Amedeo,  così 
dice:  «  Aveva  fatto  grande  impressione  in  tutti  noi  l'aspetto  simpatico 
ed  il  gagliardo  portamento  del  D,  d'Aosta.  Egli  erasi  cattivato  l'animo 
nostro  colla  sua  aria  di  modestia,  colle  sue  delicate  maniere,  e  altresì 
col  notevole  suo  discorso  in  risposta  a  quello  di  Zorrilla  (presidente 
della  Dep.  Spag.) . . .  » . 

Nei  suoi  Recuerdos,  il  Balaguer  non  fa  cenno  dei  discorsi  da 
lui  stesso  pronunciati  nelle  diverse  riunioni  tenutesi  in  quell'anno  187u, 
in  Milano  e  in  Torino;  noi  sappiamo  nulladimeno,  colla  testimonianza 
di  Juan  Valera.  che  il  nostro  «  trovatore  del  Monserrat  »  si  dimostrò 
pure  in  quelle  occasioni  grande  oratore  e  che  ottenne  le  ovazioni  delle 
persone  più  colte  e  più  distinte  d' Italia. 

Egli  fu  pure  acclamatissimo  sempre  in  tutti  i  viaggi  che,  o  da 
solo  0  colla  sua  fedel  consorte  Donna  Manuela  Carbonell,  la  quale, 
come  già  dissi,  volle  sempre  dividere  col  suo  sposo  l' esigilo,  che  il 
Balaguer  passò  in  gran  parte  nella  Francia  meridionale. 

Nel  1866  egli  ebbe  un'accoglienza  indimenticabile  dai  poeti  pro- 
venzali che,  guidati  da  Mistral,  facevan  le  loro  feste  letterarie.  Fu 
allora  che  detti  poeti,  o  felibri,  ricevettero  in  dono  la  famosa  coppa 
dai  poeti  di  Catalogna  ;  coppa  sacra  che  in  tutte  le  agapi  dei  felibri 
figura  sempre,  e  per  la  quale  il  sommo  Mistral  compose  l' inno,  non 
Dieno  famoso,  che  in  dette  geniali  riunioni   periodiche  viene  cantato; 

Provenfàu,  veici  la  coupo 

Que  nous  ven  di  Catalan; 

A  de  rensf  bcwnùm  en  frniipo 

Lou  vin  pur  de  noste  plant. 

Coupo  santo  e  versanto,  vuej  à  plen  bord . . . 

In  quello  stesso  anno,  trovandosi  il  Balaguer  a  Narbona  ad  uno 
dei   Giuochi  floreali  così  cantava  in  catalano: 

«  0  trovatori,  o  voi  che  in  Provenza  pulsate  le  cetre  doro,  mentre 
il  mondo  ascolta  entusiasmato  i  vostri  canti,  deh  !  aprite  le  porte  a 
colui  che.  trovatore  errante,  se  ne  va  oggi  ramingando  di  città  in  città, 
fuori  della  sua  patria,  lungi  dagli  amici  e  dalhi  faniiglia,  solo  soletto, 
in  paese  straniero. 

«  Mi  chiamano  i  miei  compaesani  //  Troratore  del  Monserrat. 
perchè  ho  fatto  risonare   in  lode    della  Vergine  i  miei  canti;   porohò 


—  202  — 

mi  sono  inspirato  alle  vecchie  leggende  della  mia  terra;  perchè  solo 
canto  la  patria  mia  e  ricordo  al  popolo  scliiavo  clie  egli  è  l'erede  di 
disprezzate,  ma  però  sante  libertà ...  -• 

».  Poiché  ora  arriva  alla  vostra  porta  il  trovatore  errante,  dategli, 
deh  I  un  posto  alla  mensa  vostra,  dategli  ospitalità,  o  trovatori  di 
Provenza!  Dio  ve  ne  renderà  merito. 

«  Io,  se  ciò  potrà  riuscirvi  gradito,  io  per  voi  staccherò  la  cetra 
che  fecemi  un  dì  guadagnare  il  ricco  alloro  dei  trovatori  lottanti  ai 
Giuochi  floreali  e  vi  narrerò  le  leggende  di  quegli  antichi  Catalani, 
che  furono  un  dì  vittoriosi  per  terra  e  per  mare. 

*.  Vi  canterò  le  canzoni  che  mia  madre  m'  apprese  cullandomi 
bambino;  canterò  il  cielo  puro  de' vostri  piani  e  delle  vostre  convalli, 
gli  occhi  delle  vostre  donzelle,  i  fatti  più  belli  della  vostra  storia 
così  gloriosa;  canterò  le  vostre  laudi,  o  trovatori  provenzali, 

-  E  quando  un  dì  tornerò  alla  mia  patria  diletta,  correrò  a  vi- 
sitare la  Patrona  della  mia  terra  e,  inginocchiato  a'  suoi  piedi  le  dirò: 
0  sovrana  Signora,  patrona  del  Monserrat,  se  del  mio  petto  Voi  vo- 
lete ascoltare  il  voto  più  gradito,  deh  fate  clie  mai  si  cancelli  dal 
cuor  mio  e  dai  miei  canti  il  ricordo  che  oggi  porto  con  me  dei  tro- 
vatori provenzali  ! . . .  « . 

Ebbe  il  Balaguer  una  vera  adorazione  per  il  suo  Monserrat. 
Esso  lo  inspirò  quand'  era  quasi  ancora  adolescente,  e,  vecchio  settan- 
tenne, egli  recavasi  ancora,  nella  stagione  estiva,  lassù  ad  inspirarvisi 
per  nuovi  lavori.  Fra  gli  ultimi,  citerò  il  suo  libro  Al  pie  de  la  enci/ia, 
libro  in  cui,  in  una  prosa  dolcissima,  armoniosa  come  il  suono  d'un'arpa 
eolia,  come  la  voce  d' un'amante,  parla  ancora  di  altre  bellezze,  di  altre 
leggende  non  ancora  rese  note  né  da  lui,  né  dall'altro  grande  poeta 
catalano,  pure  testé  perduto,  il  Verdaguer. 

Balaguer  dice  che  il  Monserrat  e  il  Montseny  sono  i  due  monti 
più  leggendari  della  Catalogna.  In  essi  vive  la  poesia.  Finché  esiste- 
ranno monti  come  quelli,  il  mondo  avrà  poesia  ;  e  dove  e'  è  poesia, 
e'  è  bellezza  ;  e  dove  e"  è  bellezza  e  poesia,  e'  è  romanticismo.  Poi  ag- 
giunge: •*  E  ciò  sia  detto  con  perdono  d'una  moderna  scuola  che,  per 
voler  esser  naturalista,  cessa  di  essere  naturale,  e  la  cui  missione  sembra 
ridotta  a  ciò  che  è  spiacevole  e  brutto  « . 

Un'altra  prova  dell'atfetto  per  il  Monserrat  è  l'avere  preso  il  Ba- 
laguer tìn  dalla  sua  prima  giovinezza  il  soprannome  di  «  Trovatore  del 
Monserrat  ". 

Signori!  Col  soprannome  bello,  sonoro,  immortale  di  Ho  Galan- 
lantiiomo  passò  alla  storia  il  gran  Re  d' Italia   che  fu   amico  al    Ba- 


I 


—  203  — 

laguer;  ebbene,  col  soprannome  non  meno  bello  e  simpatico  di  «Tro- 
vatore del  Monserrat  »  passerà  ai  posteri  il  gentil  vate  catalano,  a 
commemorare  il  quale  io  son  venuto  qui,  o  Signori,  in  questa  alma 
Roma,  quasi  a  devoto  pellegrinaggio  ed  a  sciogliere  un  voto. 

Io  sono  adesso  felice  di  avere  sciolto  questo  voto.  Balaguer  non 
deve  sopravvivere  solo  nella  sua  Catalogna,  nella  sua  Spagna;  no: 
l'anima  sua  candida  e  bella  deve  vivere  ancora  qui  fra  noi,  in  questo 
sacro  suolo  d' Italia  ch'egli  amò  tanto. 

Sia  dunque  gloria  a  Lui,  che  consacrò  gli  anni  più  belli  di  sua 
vita  a  cantare  ed  a  narrare  le  glorie  nostre,  a  raccontare,  in  casti- 
gliano  ed  in  catalano,  le  piìi  belle  pagine  della  storia  contemporanea 
d' Italia  ed  il  valore  e  le  virtù  de'  Principi  Sabaudi. 

Balaguer,  quasi  dimenticato  da  noi  Italiani,  non  cessò  mai  di  amarci 
fino  al  suo  ultimo  respiro;  in  ciò  simile  a  quell'altra  bell'anima  latina 
che'è  il  Paul  Bourget  che  finisce  le  sue  belle  Sensatioas  d' Italie  (1890) 
con  le  sante  parole:  «  Cette  terre  de  beante  qu'il  faut  continuer  d'aimer 
suivant  la  devise  de  ceux  qui  aiment  véritablement  "  malgré  tout!  „  ». 

E  il  mio  Balaguer,  o  Signori,  può  veramente  annoverarsi  fra  co- 
loro che  hanno  continuato  ad  amar  l'Italia  nostra  «  malgré  tout!  » 


XVII. 


DEL  CONCETTO  SCIENTIFICO  DELLA  CIUTICA  LETTERARIA 

Comunicazione  del  prof.  Alfredo  Galletti. 


Se  la  critica  letteraria  possa  acquistar  valore  ed  importanza  di 
scienza,  e  sino  a  qual  segno  il  suo  metodo  di  indagine,  o  l'autorità 
dei  suoi  giudizi  possa  avere  quell'importanza  universale  che  è  propria 
delle  verità  scientifiche  è  questione  che  fu  discussa  ed  esaminata  da 
molti  nel  secolo  XIX,  e  rimane  ancora  controversa.  Ma  innanzi  tutto, 
è  egli  possibile  associare  l'idea  di  scienza  allo  studio  delle  produzioni 
letterarie?  E,  poiché  la  manifestazione  estetica  delle  emozioni  e  delle 
idee  umane  per  mezzo  della  parola  rientra  nel  numero  delle  discipline 
morali,  possono  queste  esser  dette  scientifiche  nel  senso  e  nella  misura 
delle  discipline  che  studiano  l'universo  fisico  ?  0  deve  darsi  alla  parola 
un  significato  particolare  per  evitare  confusioni  pericolose  ?  Un  rapido 
esame  storico  della  questione  e  dei  vari  criteri  seguiti  nel  ricercare  le 
forme  e  le  leggi  di  una  critica  scientifica  del  fatto  letterario  gioverà 
a  chiarire  i  termini  del  problema  e  il  senso  vero  della  definizione  che 
ne  proporremo. 

L'idea  clie  la  critica  dell'opera  d'arte  possa  trattarsi  come  una 
scienza  è  tutta  moderna  e  del  secolo  XIX.  Non  che  i  critici  del  Rina- 
scimento e  dell'età  classica,  o,  se  si  vuole  risalire  più  addietro,  i  gram- 
matici greci  0  latini,  dubitassero  del  valore  reale  e  obiettivo  delle  proprie 
classificazioni  o  dei  propri  giudizi,  che  anzi  tutti  sanno  quali  despoti 
imperiosi  del  gusto  letterario,  quali  giudici  autoritari  del  merito  e  del 
grado  spettante  ai  singoli  scrittori  "si  mostrassero  i  compilatori  del 
canone  alessandrino,  p]  chi  sentenziò  con  più  audace  sicurezza  dei  nostri 
commentatori  o  interpreti  della  Poetica  d'xVristotele  nel  cinque  e  sei- 
cento, 0  di  quei  critici  francesi,  arbitri  del  buon  gusto,  che  dal  Chapelaiu 
al  La  Harpe  dettarono  alla  Francia  e  all'Europa  il  codice  del  perfetto 
scrittore?  Chi,  più  di  uno  Scaligero  o  di  un  abate  d'Aubignac,  ebbe 
salda  fede  nella  verità  delle  regole  estetiche  da  essi  atfermate  e  dei 


—  206  — 

giudizi  che  ne  deducevano  ?  Ma  la  loro  critica  era  scienza  in  quanto 
poggiava  sullo  studio  e  la  notizia  di  certi  autori,  su  una  larga  prepa- 
razione erudita  ;  in  quanto  sgorgava  da  quelle  date  fonti,  e  si  trasmet- 
teva a  pochi  spiriti  colti,  preparati  da  lunghi  e  severi  studi  ad  accogliere 
e  a  conservare  la  vera  dottrina.  Esisteva  realmente  e  universalmente 
un  gusto  buono  ed  un  gusto  cattivo;  c'erano  in  arte  e  in  letteratura 
alcune  norme  costanti  e  sicure  del  bello  clie  Aristotele  e  Orazio,  Pier 
Vettori  e  lo  Scaligero,  Boileau  e  Daniele  Hoinsio  avevano  insegnato  e 
interpretato  in  verso  ed  in  prosa  per  uso  degli  scrittori  e  dei  lettori  : 
se  non  che  la  forza  di  tali  leggi  derivava  unicamente  dall'autorità  grande 
dei  legislatori  e  dal  consenso  meditato  e  razionale  che  gli  intelletti  più 
ratinati  e  più  acuti  avevano  dato  loro  nei  secoli,  traendo  con  sé  la  mol- 
titudine più  rozza.  Ma  quando  il  grande  lavorio  critico  del  pensiero 
tedesco  nel  dominio  della  storia  e  dell'estetica  ebbe  affermato  e  diffuso 
in  tutta  Europa  per  opera  della  scuola  romantica  l'idea  che  la  lette- 
ratura non  è  un  fenomeno  puramente  razionalo  e  umanistico,  elaborato 
da  pochi  cervelli  superiori  conforme  alla  tradizione  classica,  ma  è  l'espres- 
sione spontanea  e  istintiva  di  ciò  che  vi  ha  di  più  intimo  nell'anima 
di  un  popolo  nei  vari  periodi  del  suo  svolgimento  storico  e  civile,  e  che 
perciò  esistono  tanti  gusti,  tanti  ideali  diversi  della  bellezza  letteraria 
quante  sono  le  razze  e  i  popoli  che  hanno  avuto  una  letteratura,  venne 
naturalmente  a  crollare  il  principio  classico,  e  si  potrebbe  dire  latino, 
del  giudizio  letterario,  che  misurava  il  valore  delle  opere  dalla  loro 
rispondenza  a  certe  norme  dedotte  per  astrazione  dai  grandi  modelli 
delle  letterature  classiche,  e  si  dovette  cercarne  un  altro  più  equo  e 
più  storico,  che  meglio  si  piegasse  a  comprendere  la  ricca  varietà  dei 
fenomeni  estetici. 

Allora  appunto  cominciò  a  sorgere  e  delinearsi  il  concetto  che  la 
produzione  letteraria,  come  le  altre  attività  spirituali  dell'  uomo,  fosse 
retta  da  leggi  costanti  e  si  pensò  ad  una  critica  scientifica  nel  senso 
matematico  e  fisico  della  parola. 

Già  nel  settecento  un  acutissimo  indagatore  delle  leggi  e  dei 
costumi  degli  uomini  in  quanto  rivelano  gli  istinti  e  i  caratteri  delle 
varie  razze,  il  Montesquieu,  aveva  accennato  a  determinate  leggi  fisiolo- 
giche che  agiscono  sullo  spirito  umano  e  ne  regolano  le  varie  attività  ; 
e  in  ciò  era  stato  preceduto  da  altri  pensatori  e  tilosoti  del  Rinascimento, 
da  Francesco  Bacone,  per  esempio,  dal  Bodin,  da  G.  B.  Vico  e  dal- 
l'Abate Dubos.  Ma  il  nuovo  concetto  delle  discipline  storiche  e  morali 
doveva  venir  di  Germania,  sorgere  e  organarsi  a  poco  a  poco  negli 
scritti  del  Herder,    del    Goethe,  di  Guglielmo  Humboldt,  dei   fratelli 


—  207  — 

Schlegel.  «  Io  amava  appassionatamente  conoscere  da  vicino  gli  uomini 
celebri  (ha  scritto  1'  Humboldt,  precorrendo  il  Sainte-Beuve  ed  il  Taine), 
studiarli  con  cura,  rappresentarmi  con  esattezza  il  loro  modo  di  vivere 
e  di  pensare;  poi  li  subordinava  a  certe  idee  generali,  classificava 
gli  uomini  e  gli  ingegai,  ne  faceva,  per  così  dire,  una  scienza 
si:>eciale  » .  E  Goethe,  il  panteista  Goethe,  il  discepolo  di  quello  Spinoza 
che  aveva  detto  :  «  L'uomo  non  è  nella  natura  come  un  impero  in  un 
impero,  ma  come  una  parte  in  un  tutto  »,  Goethe  cercava  l'unità  del 
tipo  nelle  piante  come  negli  ingegni.  Nelle  sue  Conversa^iioni  con  Ecker- 
mann  troviamo  osservazioni  feconde  come  questa  :  «  Esistono  nei  carat- 
teri umani  certe  necessità,  certe  relazioni,  le  quali  fanno  sì  che  una 
data  qualità  principale  trae  con  sé  una  certa  qualità  secondaria  " . 
E  altrove  :  «  In  ogni  arte  e  è  come  un  processo  di  figliazione.  Se 
voi  considerate  un  grande  artista,  troverete  sempre  che  egli  si  è 
giovato  di  quanto  e  era  di  buono  nei  suoi  predecessori  e  che  ciò 
appunto  lo  ha  fatto  grande  » .  E  ancora  :  «  Un  ingegno  mediocre  è 
sempre  plasmato  dai  suoi  tempi  e  deve  nutrirsi  degli  elementi  che 
i  suoi  tempi  gli  forniscono  ».  Guglielmo  Schlegel  nelle  sue  Lezioni 
sulla  Bella  Letteratura  e  le  Arti  tenute  a  Berlino  nel  1802-04,  e 
poi  nel  Corso  di  letteratura  drammatica,  dichiarava  e  rendeva  popo- 
lare in  Europa  l'idea  che  la  profonda  differenza  tra  le  letterature  ger- 
maniche e  le  latine  procede  da  certe  qualità  intime  e  inconciliabili  delle 
razze  che  le  hanno  prodotte.  E  dai  Tedesclii  derivava  la  signora  di 
Staél  le  idee  direttrici  del  suo  libro  sulla  Germania  {Id,!^):  la  let- 
teratura è  uno  specchio  fedele  della  società,  della  razza,  dei  tempi  ; 
è  un  prodotto  e  un'immagine  delle  circostanze  sociali  e  morali  tra  cui 
è  nato  e  si  è  formato  lo  scrittore,  e  l' opera  dell'  ingegno  umano  si 
elabora  e  fiorisce  in  forme  diverso  in  tempi  e  fra  popoli  diversi.  Di 
tali  insegnamenti  si  avvantaggiò  non  poco  in  Francia  la  critica  storica 
del  Villemaiu  e  la  critica  psicologica  del  Sainte-Beuve,  dei  quali  il 
primo  si  studiò  di  interpretare  le  opere  letterarie,  collocandole  nel 
quadro  e  sullo  sfondo  dei  tempi,  convergendo  su  di  esse  tutta  la 
luce  che  si  poteva  trarre  da  una  conoscenza  esatta  delle  circostanze 
storiche  ;  l'altro  con  finezza  ed  acume  singolari  si  volse  a  ricercare 
negli  scritti  l'anima  degli  scrittori  e  a  preparare  gli  elementi,  come 
egli  diceva,  di  una  botanica  degli  spiriti.  Ma  con  tali  teorie  inge- 
gnose e  colle  più  ingegnose  applicazioni  la  critica  letteraria  era  ancora 
ben  lontana  da  quella  precisione  di  metodo  e  da  quel  rigore  di  con- 
clusioni che  danno  veramente  ad  una  disciplina  autorità  di  scienza. 
Troppe  erano  le  atVermazioni  imprecise,  troppa  la  larghezza  dei  quadri 


-  20S  — 

cui  si  voleva  adattare  lo  studio  delle  opere  singole,  né  da  tali  premesse 
si  potevano  trarre  norme  costanti  intorno  al  valore  dell'opera  letteraria. 
Quali  rapporti  precisi  esistono  tra  l'anima  dell'  artista  e  la  crea- 
zione poetica?   In  qual    conuessione    sta  l'attività  estetica   colle  altre 
attività  dello  spirito  umano?  Ecco  il  probleuia  che  la  critica  avrebbe 
dovuto  risolvere  col  rigore  della  scienza.  Scriveva  genialmente  noi  1853 
Gustavo  Flaubert  in  uua    sua  lettera  :    «  Chi    ha  fatto  sinora   la  sto- 
ria del  naturalismo  ?    Chi  ha  classificato  gì'  istinti  dell'  umanità   e  ci 
ha  saputo  dire  come  si  sono  svolti  e  debbono  svolgersi  sotto  uua  lati- 
tudine determinata?    Chi  ha    stabilito  scientiticamente   come   a   certi 
liisogni  dello  spirito  corrisponda  una  data  forma?    GeolFroy  Saint-Hi- 
laire  ha  detto:  il  cranio  è  una  vertebra  schiacciata.   Chi  ha  provato, 
ad  esempio,  che  la  religione  è  una  tìlosotìa  tramutatasi  in  arte,  e  che 
il  cervello  palpitante  in  essa,  cioè  la  superstizione,  il  sentimento  reli- 
t^ioso  puro,  ha  dapeitutto    la    stessa  natura,  non  ostante  le  ditferenze 
apparenti,  nasce  dagli  stessi  bisogni,  risponde  alle  stesse  fibre,  muore 
per  gli  stessi  accidenti?  Di  guisa  che   più  tardi    ad   un    Cuvier   del 
pensiero   basterebbe  trovare   un    verso  od  un    paio  di   scarpe   per    ri- 
costituire una  società  intera,  e,  date  certe  leggi,  si  potrebbe  predire, 
senza  errare  di  un  giorno  o  di  un'  ora,  come  si  fa  di-gli  astri,  il  ripe- 
tersi delle  stesse  apparizioni,  e  si  potrebbe  scrivere:  noi  avremo  fra  cento 
anni  uno  Shakespeare    e  fra   venticinque  la  tal    forma  d'architettura. 
Perchè  i  popoli    senza  sole    hanno   delle  letterature  mal  fatte?    Per- 
chè ci   sono,    ci    sono    stati,   e    ci    saranno   sempre    degli    Ilarcms   in 

Oriente? Se  le  scienze   morali,  come  le  mateu^atiche,   avessero 

a  loro  disposizione  due  o  tre  leggi  primordiali  potrebbero  progredire. 
Quale  scoperta  sarebbe,  per  esempio,  un  assioma  come  questo:  Dato  il 
tal  popolo,  la  virtù  sta  alla  forza  come  tre  a  quattro!  "  (')  Cos'i  il  pro- 
blema è  posto  nettamente  nella  sua  interezza,  e  si  precorrono  in  que- 
ste parole  le  aspirazioni  supreme  e  lontane  della  scienza  dello  spirito. 
Un  critico  e  filosofo  francese,  un  geniale  contemporaneo  del 
Flaubert,  Ippolito  Taine,  ha  all'rontato  intrepidamente  la  questione  e 
ha  detto:  esistono  veramente  leggi  e  rapporti  costanti  che  determinano 
l'opera  letteraria  e  l'attività  estetica  in  genere:  eccoli.  K  li  ha  esposti 
in  un  sistema  apparentemente  organico  (■'). 

(»)  Cfr.  G.  Flaubert,  Correspondance,  l'aris,  CliiiriHnli.r,  ISSO,  2=  sóric, 
pp.  2G9-70. 

{*)  Cfr.  la  Prefazione  ai  A'uovi  saiff/i  di  critica  e  di  storia  (t!°  édit.,  l'uris, 
Hnchetfc,  180((),  e  V Introduzione  alla  Storia  della  li-tttr.  ini/lese  (IO'  .Hlil.,  l'a- 
ri», Ilacheltc,   18'J!)). 


-  209  — 

L'opera  letteraria  è  un'espressione  dell'anima  che  l'ha  pensata  e 
prodotta:  in  essa  adunque  si  rifletterà  come  in  uno  specchio  la  per- 
sonalità morale  dello  scrittore.  Ma,  come  ha  detto  Spinoza,  lo  spirito 
dell'  uomo  è  un  automa,  i  cui  movimenti  sono  regolati  come  quelli  del 
mondo  materiale  in  cui  egli  è  compreso;  perciò  dalle  manifestazioni 
della  sua  attività  intellettuale  e  sentimentale  si  potrà  indurre  tutto 
il  complesso  congegno  delle  sue  disposizioni  e  dei  suoi  istinti.  Ora 
che  cosa  ci  dimostra  l'indagine  psicologica  esercitata  sulla  letteratura, 
sull'arte,  sulla  religione,  sulla  lilosotia,  sui  costumi  di  un  popolo?  Che 
l'anima  sua,  considerata  iiell'  insieme  e  negli  individui  che  la  compon- 
gono, è  plasmata  da  tre  energie  essenziali  :  dagli  istiali  della  razza, 
dall'ambiente  fiùco  e  morale  e  dal  momento  storico. 

Nella  razza  il  Taine  vede  il  grande  serbatoio  delle  energie  pri- 
mitive dei  popoli,  l'impronta  e  l'impulso  indistruttibile  che  persi- 
stono fra  mille  trasformazioni  e  sotto  mille  correnti  superficiali,  e  che 
ancora  distinguono,  per  es.  in  Europa  i  popoli  meridionali  dai  setten- 
trionali, i  latini  dai  germani,  li'ambiente  {milieu),  è  la  forza  acci- 
dentale, ora  fisica,  come  il  clima  od  il  suolo,  ora  morale,  come  le 
necessità  della  lotta  per  l' esistenza,  o  i  grandi  cataclismi  religiosi  e 
politici,  che  in  genti  della  medesima  razza  stimola  o  attutisce  le 
diverse  facoltà  e  dà  luogo  a  civiltà  diverse.  Infine  il  momento  storico 
è  dato  dall'azione  e  dalla  pressione  di  tutta  la  storia  e  la  civiltà 
anteriore  di  un  popolo  sulla  storia  e  la  civiltà  attuale,  dall'efficacia 
della  tradizione  e  dell'  esempio,  dalle  leggi  di  imitazione  e  di  rea- 
zione che  in  ogni  campo  dell'  attività  umana  legano  l' opera  di  chi 
vien  dopo  a  quella  dei  predecessori.  Insomma,  per  adoperare  l'imma- 
gine del  Taine,  oltre  la  forza  permanente  (razza),  e  il  mezzo  in  cui  il 
movimento  intellettuale  e  sociale  si  compie  {ambiente)  v'  è  anche  la 
velocità  acquisita  {momento  storico),  e  importa  assai  al  critico  cono- 
scer bene  le  date  :  sapere  se  un  poeta  drammatico  in  Inghilterra  ha 
vissuto  prima  o  dopo  lo  Shakespeare,  se  un  pittore  italiano  è  ante- 
riore 0  posteriore  a  Ratt'aello.  Tenendo  conto  di  tali  energie  e  stu- 
diandone r  azione  e  la  reazione  nei  fatti  umani  si  può  stabilire  che 
lo  spirito  è  retto  nelle  sue  operazioni  da  leggi  analoghe  a  quelle  che 
reggono  i  fatti  fisici.  Tra  le  facoltà  intellettuali  e  morali  di  un  po- 
polo 0  di  un  uomo  v'è  la  stessa  dipendenza  e  la  stessa  proporzione  che 
esiste  tra  gli  organi  degli  animali:  si  può  dunque  applicare  alla  sto- 
ria la  legge  di  Cuvier  sulla  connessione  dei  caratteri  organici. 
So  una  di  tali  facoltà  si  esplica  in  modo  anormale  e  mostruoso,  le  altre 
ne  rimarranno  come    aduggiate  e  atrofizzate  :    così    il  trasmodare  del 

Swzioue  IH.  —  Storia  delU  Litteiatun.  H 


—  210  — 

ert^nìo  metafisico  e  l'esuberauza  dell'immairiuazioue  mitica  presso  gli 
Indiaui  spiega  la  debolezza  della  loro  arte  e  la  grandiosità  monotona 
della  loro  poesia;  e  questo  è  un  principio  analogo  alla  legge  dell'equili- 
brio organico  determinata  dal  Geotfroy  Saint-Hilaire.  In  uno  stesso  pe- 
riodo storico,  in  uno  stesso  popolo,  in  identiche  condizioni  di  civiltà,  le 
persone  più  diverse  per  indole  ed  educazione  mostrano  un  tipo  comune 
ed  hanno  come  un  nucleo  di  pensieri  e  di  disposizioni  uguali,  a  quel 
modo  che  in  una  stessa  classe  del  regno  animale  e  vegetale  troviamo 
in  tutte  le  specie  lo  stesso  schema  di  struttura  organica;  ed  è  la  teoria 
degli  analoghi  e  dell'  unità  di  composiziono  di  Geoffroy  Saint-Hilaire. 
Come  in  un  gruppo  animale  o  vegetale  alcuni  caratteri  sono  subordinati, 
variabili,  talvolta  debolissimi,  altri  preponderanti  e  determiuatori  del- 
l'economia organica,  così  tra  le  disposizioni  e  i  caratteri  intellettuali 
di  un  gruppo  o  di  un  individuo  alcuni  sono  di  secondaria  importanza, 
altri  invece  regolano  e  determinano  tutta  la  sua  attività:  e  questa  è 
la  legge  della  subordiiiazione  dei  caratteri  scoperta  da  Riccardo  Owen. 
Applicato  allo  studio  dei  fatti  letterari  questo  principio  conduce  alla 
ricerca  della  facoltà  predominante  in  uno  scrittore  [facultè  maitresse), 
così  deliiiita  dal  T:iine  nel  saggio  sul  Balzac:  -  V'ha  in  ciascuno  di  noi 
una  certa  abitudine  che  lo  guida,  costringendolo  a  guardare  prima  là 
poi  qua,  per  molto  o  per  poco  tempo,  lentamente  o  rapidamente,  e  che 
qui  gli  suggerisce  delle  immagini,  più  oltre,  delle  idee  tilosotìche,  altra 
volta  lo  scherzo  ;  di  guisa  che  egli  vi  ricade  sempre,  qualunque  opera 
intraprenda,  infallibilmente,  perchè  tale  disposizione  è  divenuta  la  sua 
natura,  la  sua  volontà,  il  suo  gusto  ". 

Tale  sistema,  che  attrae  per  la  sua  parvenza  di  rigore  scientifico, 
tra  gli  altri  difetti,  lia  anche  questo,  gravissimo,  che  mette  tutto  in  un 
fascio  e  dà  la  stessa  importanza  alle  varie  produzioni  letterarie  di  un 
dato  periodo,  in  quanto  considera  in  esse  unicamente  il  documento 
storico  e  morale  di  un  popolo,  di  un'età,  di  una  passione,  e  toglie  alla 
critica  la  sua  forza  e  il  suo  scopo,  che  è  appunto  di  giudicare  e  clas- 
sificare le  opere  secondo  il  loro  valore  estetico.  11  Taine  da  prima, 
nella  foga  del  suo  ardore  scientifico  volle  escludere  dalla  sua  critica 
ogni  giudizio  valutativo,  a  quel  modo  che  le  scienze  tìsiche  studiano 
indifferentemente  tutti  i  fenomeni  naturali,  grandi  e  ]>iccoli,  senza 
preoccuparsi  di  giudicare  so  ossi  siano  utili  o  dannosi.  Più  tardi,  via 
via  che  approfondiva  i  suoi  studi  di  letteratura  e  d'arte,  s'accorse  che 
il  giudizio  estetico  era  inevitabile,  e  che  bisognava  pur  dar  ragione 
della  grandezza  dello  Shakespeare  rispetto  agli  altri  jtoeti  drammatici 
ingb.'si.  0  delle  qualità  che  fanno  il  Uembrandt  tanto  maggiore  dei  pit- 


-   211  — 

tori  fiamminghi  contemporanei.  E  allora,  nel  suo  saggio  di  estetica  che 
s'intitola  Dell'Ideale  nell'Arie  {IS67),  egli  propose  tre  criteri  o  prin- 
cipi obiettivi  del  giudizio  critico,  e  sono  :  il  carattere  essenziale  o  pre- 
dominante, il  grado  di  efficacia  morale,  e  il  grado  di  convergenza 
0  armonia  finale  degli  effetti.  Cioè  a  dire:  un'opera  d'arte  sarà  tanto 
più  grande,  avrà  un'efficacia  e  una  durata  più  lunga  quanto  più  pro- 
fondi saranno  i  caratteri  e  le  attitudini  della  razza  o  dell'  umanità 
che  essa  rappresenta,  quanto  maggiore  sarà  la  sua  nobiltà  morale, 
quanto  più  squisita  e  individuale  l'espressione  o  la  forma  artistica. 

Gli  eccessi  e  le  lacune  che  sono  nel  metodo  critico  del  Taine 
furono  indicate  troppe  volte  perchè  occorra  qui  sottoporli  a  nuovo 
esame.  Storici,  letterati  e  filosofi  hanno  dimostrato  con  abbondanza  di 
prove  quanto  incerto  ed  elastico  sia  il  principio  della  razza,  se  inteso 
€  applicato  con  soverchia  rigidezza;  quali  disparati  effetti  individuali 
e  sociali  possa  produrre  lo  stesso  clima  fisico  e  morale,  e  principal- 
mente come  tali  formule,  che  raccolgono  e  riassumono  migliaia  di  fatti 
6  di  elementi  diversi,  non  possano  condurci  a  determinare  il  carattere 
dell'immaginazione  e  della  sensibilità  di  un  poeta  o  di  un  artista,  il 
quale  è  tanto  più  grande  quanto  più  il  suo  intelletto  e  la  sua  visione 
delle  cose  differiscono  da  quella  dei  contemporanei.  Tali  obiezioni  si 
riassumono  in  quella  che  il  Sainte-Beuve  oppose  ai  primi  saggi  critici 
del  Taine:  il  vostro  metodo  storico  e  genetico  s'aggira  intorno  all'opera 
d'arte  senza  coglierne  l'intima  natura,  senza  penetrare  nel  cuore  della 
creazione  estetica,  senza  poterci  dire  in  che  consista,  come  si  formi  e 
come  operi  quella  divinae  particidam  aurae  che  distingue  il  genio 
creatore  dal  volgo  degli  imitatori,  e  per  virtù  della  quale,  ad  esempio, 
la  Divina  commedia  è  qualche  cosa  di  unico  e  di  sublime  che  si  leva 
di  mille  cubiti  al  di  sopra  delle  innumerevoli  visioni  oltraterrene  ger- 
mogliate dalle  fantasie  medioevali.  Quanto  ai  tre  principi  obiettivi  del 
giudizio  estetico  proposti  dal  Taine,  il  primo,  cioè  la  profondità  dei 
caratteri  e  delle  forze  spirituali  rappresentati  nell'opera  d'arte  non  ha 
valore  se  non  in  quanto  all'  idea  corrisponda  la  piena  etìioacia  del- 
l'espressione artistica;  il  secondo,  che  concerne  il  grado  di  utilità  mo- 
rale, è  affatto  secondario  e  subordinato  agli  altri  due:  sicché  tutto  si 
riduce  al  terzo,  cioè  al  grado  di  efficacia  e  originalità  della  forma. 
che  così  deve  intendersi  la  convergenza  dei  caratteri.  Ma  questa  è 
una  tautologia,  poiché  il  dire  che  il  valore  dell'opera  d'arte  si  valuta 
dalla  potenza  dell'espressione  artistica  e  dalla  visione  personale  della 
realtà  in  essa  rappresentata  è  ripetere  cosa  risaputa,  senza  indicarci  in 
qual  modo  si  possa  distinguere  e  con  che  criterio  misurare  nelle  sin- 


212  

gole  opere  l'eccellenza,  l'iusufficienza,  o  la  sproporzione  della  Ibrnia  ri- 
^.petto  all'  idea,  ne  in  che  cosa  questa  forma  consista. 

Dal  metodo  del  Taine  procedono,  pur  temperandolo  o  combattendolo 
in  parte,  le  teorie  critiche  doli'  Heiinequin  e  di  Ferdinando  liriinetière. 
Emilio  Hennequin  nel  suo  libro  La  critica  scientifica  (1888),  che  levò 
j;rau  rumore  di  discussioni  teoriche,  persiste  nell'atlermare  che  1"  inda- 
i,àne  psicolotjica  del  documento  letterario  può  condurre  a  comprendere 
e  rappresentare  con  precisione  scientifica,  non  solo  l'intelletto  e  l'animo 
dell'autore,  ma  lo  spirito  di  tutta  una  società,  di  tutta  una  genera- 
zione, 0  di  importanti  gruppi  umani  appartenenti  a  generazioni  diverse. 
Senonchè  egli  capovolge,  in  certo  modo,  il  metodo  del  Taine.  Questi 
aveva  detto:  l'opera  letteraria  ritrae  potentemente  gli  uomini  ed  i 
tempi  fra  cui  è  sorta,  perchè  essa  ne  è  il  prodotto  logico  e  il  tiore 
supremo  sbocciato  per  virtù  di  tre  forze:  la  razza,  l'ambiente,  il 
momento  storico;  studiando  il  fiore  noi  potremo  ricostruire  tutta  la 
pianta  sociale  che  lo  recava  sulla  sua  cima.  L' Hennequin  oppone: 
l'azione  di  tali  forze  sul  cervello  dello  scrittore  e  sull'attività  estetica 
è  innegabile,  ma  esse  sfuggono  alla  nostra  analisi:  l'opera  d'arte  è  un 
fatto  unico,  prodotto  dall'azione  infinitamente  complessa  di  cause  im- 
ponderabili, névi  è  scienza  che  ci  possa  dare  le  leggi  per  cui  il  genio 
opera  e  crea.  Preudiamo  dunque  a  considerare  il  fatto  letterario  in  sé 
stesso,  senza  darci  pensiero  della  sua  formazione,  e  sottoponiamolo  ad  un 
triplice  lavorio  di  analisi  :  all'analisi  estetica,  all'analisi  psicologica,  al- 
l'analisi sociologica.  La  prima  ci  mostrerà  «  quali  emozioni  destino  in  noi 
le  opere  dei  grandi  scrittori,  e  come  riescono  a  destarle  »  ;  la  seconda 
dall'esame  di  tutti  i  particolari  estetici  di  un'opera  d' arte  indurrà 
la  struttura  intellettuale  e  morale  dell'autore,  e  ci  dirà  quale  sia  la 
natura  del  suo  spirito  -^  ;  la  terza,  «  movendo  dal  principio  che  un'opera 
d'arte  esercita  un  effetto  estetico  soltanto  su  quegli  uomini  di  cui  essa 
rappresenta  le  facoltà  mentali,  studierà  le  classi  o  i  gruppi  di  persone 
l'he  hanno  ammirato  e  sentito  quella  data  creazione  dell'arte  «  e  ci 
rivelerà  "  quale  sia  stato  il  gusto  e  lo  svolgimento  spirituale  di  una 
nazione  in  diversi  periodi  ed  in  condizioni  diverse".  Così  la  storia 
letteraria  ed  artistica  di  un  popolo,  quando  si  tenga  conto  delle  sole 
opere  che  furono  veramente  ammirate,  e  si  dia  ai  singoli  scrittori  un 
luogo  proporzionato  alla  loro  celebrità  «  ci  presenta  la  serie  delle  or- 
ganizzazioni mentali  tipiche  di  quel  popolo,  cioè  delle  evoluzioni  psi- 
cologiche da  esso  compiute  ". 

I  difetti  di  questa  teoria  sono  evidenti,  e  la  congettura  vi  tiene 
ancora  una  parte  troppo  grande,  perchè  le  sue  conclusioni  si  possano 


—  213  — 

dire  scientificlie.  Nell'analisi  estetica  è  impossibile  giungere  ad  un  giu- 
dizio obiettivo  e  concorde  intorno  alla  qualità  ed  intensità  delle  emo- 
zioni suscitate  da  un'opera  letteraria,  poiché  lo  stesso  lavoro  desta 
sempre  in  anime  diverse  sentimenti  diversi  e  spesso  inconciliabili. 
Nell'analisi  psicologica  non  si  potrà  mai  stabilire  una  rispondenza  pre- 
cisa tra  i  caratteri  estetici  dell'opera  d'arte  e  l' indole  morale  dell'ar- 
tista che  r  ha  composta,  da  poi  che  l'anima  dell'uomo  è  così  complessa 
da  poter  immaginare  in  un  modo  e  sentire  in  un  altro,  ed  egli  può 
esprimere  artisticamente  anche  solo  una  parte  esigua  e  fittizia  della 
propria  persona  morale.  Infine  l'analisi  sociologica,  clie  è  la  meta 
ultima  e  la  corona  suprema  della  critica  scientifica,  si  riduce  a  una 
specie  di  storia  della  fortuna  dei  vari  scrittori  attraverso  i  secoli,  che 
non  è  poi  una  tale  invenzione  da  farne  chiasso,  e  ad  ogni  modo,  se 
ha  molta  importanza  come  fatto  storico,  non  ci  permette  di  trarne  de- 
duzioni matematicamente  precise,  turbata  e  fuorviata  com'è  sovente  da 
una  moltitudine  di  cause  estranee  all'arte. 

Ferdinando  Brunetière,  invece,  ripudiando  l'importanza  che  il  me- 
todo del  Taine  concede  alla  razsa  e  2Ì[\' ambiente  ha  conservato  soltanto 
il  terzo  principio,  il  principio  del  momeato  storico,  inteso  rigidamente 
come  il  luogo  o  l'anello  della  catena  letteraria  a  cui  si  connette  l'opera 
di  uno  scrittore,  la  fase  o  lo  svolgimento  a  cui  era  giunta  una  data 
forma  letteraria,  tragedia  o  commedia,  storia  o  romanzo,  quando  lo 
scrittore  studiato  prese  a  trattarla  alla  sua  volta,  e  proponendosi  di 
fare  opera  nuova  od  originale,  dovette  tener  conto  di  tutto  il  lavoro 
compiuto  dai  suoi  predecessori.  Questa  idea,  applicata  e  svolta  con 
logica  e  rigida  convinzione,  ha  condotto  il  critico  francese  a  ideare  una 
specie  di  evoluzione  dei  generi  letterari,  che  nel  nome  stesso  palesa 
l'ambizione  di  trasportare  nella  critica  una  celebre  teoria  scientifica  dei 
nostri  tempi.  I  generi  letterari  sono  tante  specie  del  regno  letterario, 
a  quel  modo  che  vi -sono  diverse  specie  nel  regno  vegetale  o  nel  regno 
a,nimale,  e  come  queste  si  trasformano,  così  i  generi  letterari  subiscono 
una  legge  di  mutamento  che  li  conduce  dall'informe  omogeneità  delle 
origini  ad  assumere  forme  sempre  più  complicate  e  diverse.  Ogni  scrit- 
tore, non  solo  accetta  ed  osserva  le  leggi  e  i  caratteri  del  genere  che 
egli  tratta,  ma  in  quanto  si  propone  di  dargli  la  propria  impronta,  di 
atteggiarlo  in  modo  originale,  contribuisce  ad  arricchirlo  maggiormente, 
a  svolgerlo  nella  sua  pienezza,  o  ad  esaurirlo.  Così  questo  nasce  ancora 
informe,  acquista  a  poco  a  poco  gli  organi  necessari  alla  vita,  il  grado 
più  alto  e  perfetto  di  vitalità,  poi   declina,  languisce  e   si   trasforma 


—  ?14  — 

morendo,  in  un  altro  genere  letterario  che  viene  a  sostituirlo  (').  In  tal 
modo  dai  principi  scientifici  del  Cuvier  e  del  Geotfrov  Saint-Hilaire  che 
il  Taine  volle  introdurre  nella  storia  letteraria,  siamo  giunti  alla  teoria 
evoluzionistica  del  Darwin  e  dello  Spencer. 

Il  tentativo  è  ardito  e,  nella  sua  novità,  attraente,  ma  fallace, 
e  il  metodo  è  agevole,  ma  pericoloso.  Certo  importa  molto  alla  storia 
compiuta  ed  esatta  dei  fattori  che  hanno  contribuito  a  produrre  un'opera 
letteraria,  delle  circostanze  clie  ne  hanno  preceduto  la  concezione,  del- 
Tambionte  intellettuale  in  cui  è  nata,  sapore  quali  e  quanti  poeti  ab- 
biano trattato,  per  esempio,  la  tragedia  in  Francia  prima  del  Corneille 
0  prima  del  Voltaire,  e  la  notizia  degli  atteggiamenti  e  dei  caratteri 
che  tale  forma  era  venuta  via  via  assumendo  gioverà  a  comprendere 
l'originalità  di  quei  due  grandi  scrittori.  Ma  tale  ricerca  ci  dirà  ciò 
che  i  due  poeti  hanno  voluto  fare,  non  ciò  che  hanno  fatto  realmente  ; 
quale  sia  nelle  loro  opere  la  parte  riflessa,  non  la  parte  spontanea; 
e  la  creazione  artistica  è  attività  spontanea  e  in  gran  parto  incosciente. 
Così  la  questione  essenziale  della  critica,  cioè  la  valutazione  sicura  e 
obiettiva  dell'opera  darte,  sfugge  alla  teoria  del  Brunetière.  Aggiun- 
gasi che  il  considerare  e  il  classificare  la  serie  dei  fatti  letterari  uni- 
camente col  criterio  dei  generi  li  rappresenta  succedentisi  Tuno  al- 
l'altro con  una  specie  di  figliazione  spontanea,  ove  mal  si  discerne  qual 
sia  la  parte  dovuta  all'elaborazione  individuale  e  alla  visione  estetica 
dello  scrittore. 

Le  teorie  dell' Hennequio  e  del  Brunetière  hanno  trovato  commen- 
tatori e  seguaci  anclie  in  Germania,  come  W.  Wetz  (2).  R.  M.  Meyer  (^), 
0.  Pniovver  ('),  Ernst  Groth  (^)  e  nei  paesi  anglo-sassoni,  come 
E.  Dowden  ("),  G.  Robertson  ("),  E.  Saintsbury,  i  quali  le  applicarona 
con  molta  genialità  allo  studio  di  vari  periodi  letterari,  ma  senza  mo- 
dificarle 0  innovarle  sostanzialmente.  I  recenti  lavori  teoretici  del  La- 

(')  Cfr.  E.  Fagikt,  /''.  Brunetière,  nella  Revue  de  Paris,  1°  febbraio  1894, 
]K   105. 

{^)  \V.  Wetz,  Shakespeare  vom  Standpunkt  der  vergleich.  Litleraturge- 
schichte,  voi.  I,  Introd.,  pp.  1-1  3,  Vorms,  Reiss,  1889,  e  anche  Ueber  Litteratur- 
yeschichle,  Vorms,  Ruiss,  1890. 

(3)  Cfr.  Dc'ut.  Litteraturzeitung,  voi.  XIII,  ]>.  :?5.",. 

(*l  Die  neue  Litteraturgeschichte,  iicll.i  Freic  Hiihne  f.  inod.  Lchen,  voi.  Ili, 
p.  289. 

('•)  Cfr.  Die  Aufgabe  der  Litteraturgeschichte,  nella  Rivista  Grenzòoten, 
v.jI.  h,  p.  200. 

(")  Cfr.  Litrrary  critirism  in  France,  Hoston,  1895. 
[  (")  Ksfoys  toi'ard  a  criticai  method,  London,  Kislicr  Unwin,  1889. 


—  215  - 

combe  {Introduction  a  l'Elude  de  l' hisloire  litléraire,  Paris,  Hachette, 
1898)  e  del  li^w^vd  {La  méthode  scieiilifique  de  l'hisloire  liltéraire, 
Paris,  Alcan,  1900)  non  fanno  che  parafrasare  e  diluire  con  distinzioni 
ed  esemplificazioni  copiose  le  idee  del  Taine  e  dell' Hennequin. 

L'errore  del  Taine  e  della  sua  scuola  consiste  adunque  in  questo, 
che,  movendo  dal  concetto  dell'unità  della  natura  e  dello  spirito,  hanno 
inteso  ritrovare  in  questo  le  stesse  leggi  che  reggono  l'universo  fisico, 
e  giudicare  il  valore  di  un'  opera  letteraria  dalla  profondità  e  dalla 
complessità  di  certi  caratteri,  o  dalla  sua  rispondenza  a  un  dato  tipo 
astratto,  come  si  classifica  un  animale  od  una  pianta  studiandone  i  ca- 
ratteri organici  e  la  complessità  della  sua  struttura  e  delle  sue  funzioni. 

Di  fronte  a  questo  gruppo  di  critici,  principalmente  francesi,  che, 
fuorviati  da  una  falsa  analogia,  hanno  voluto  cercare  l'origine  delle  più 
delicate  complessità  dello  spirito  passando  per  il  cammino  lungo  e 
fallace  delle  scienze  fisiclie,  sta  una  scuola  di  critici  e  di  storici  te- 
deschi che,  pur  ammettendo  l'unità  e  la  continuità  della  vita  nell'uni- 
verso, hanno  pensato  giustamente  che  le  leggi  dello  spirito  non  si  possono 
scoprire  che  collo  studio  dei  fatti  spirituali.  Perciò,  rinunciando  ad 
ogni  ambizione  di  trovare  il  nesso  e  come  la  sutura  tra  le  scienze 
fisiche  e  le  scienze  morali,  si  son  domandati  quale  sia  il  principio  del- 
l'attività estetica,  quali  i  fatti  interni  che  la  suscitano,  quali  le  forme 
in  cui  si  esplica,  per  trarne  poi  un  principio  di  giudizio  critico  intorno 
al  valore  delle  opere  d'arte  e  al  loro  grado  di  potenza  rappresentativa, 
Avevan  loro  preparata  la  via  le  ricerche  fisiologiche  del  AVundt,  i 
lavori  intorno  alla  psicologia  dei  popoli,  o  elìiofisicologia,  dello  Stein- 
thal  e  del  Lazarus,  le  teorie  estetiche  di  Carlo  tìroos,  di  Corrado 
Tiedler,  di  Teodoro  Lipps,  di  Massimiliano  Diez  e  generalmente  di 
quelli  che  intesero  determinare  a  quali  condizioni  o  a  quali  atteggia- 
menti dell'animo  umano  corrispondano  date  impressioni  estetiche.  Dal 
Rinascimento  in  poi  la  critica  era  stata  in  Germania,  come  presso 
tutte  le  Nazioni  colte  europeo,  prima  tradizionale  e  rettorica,  poi,  a  par- 
tire dall'opera  del  Lessing  e  dell'  Herder,  successivamento  o  simultanea- 
mente estetica,  filologica,  storica.  La  nuova  critica,  che  si  dice  pure 
scientifica,  si  propone,  come  afferma  il  suo  più  recente  teorico  e  inter- 
prete, r  Elster,  di  conciliarle,  raccògliendo  ciò  che  v'  è  di  meglio 
in  ciascuno  dei  tre  metodi,  e  collegando  il  tutto  in  unità  salda  e  coe- 
rente. Per  raggiungere  tal  fine  essa  parte  da  un  fondamento  psicolo- 
gico, determina  cioè  astrattamente  in  che  consista  >^  la  concezione  este- 
tica della  vita  »  in  confronto  alla  concezione  logica  e  a  quella  morale, 
e  afferma  che  ciò  che  distingue  il  concetto  estetico  dagli  altri,  è  '?//'/ 


—  216  — 

j)iìi  polente  accentuazione  del  sentimento.  Studia  quindi  i  rapporti  che 
lejjano  il  concetto  estetico  al  concetto  logico  e  al  morale,  poi  passa  a 
indagare  come  si  misuri  la  forza  intellettiva,  sentimentale  e  fantastica 
nei  singoli  artisti,  e  coi  dati  che  l'analisi  le  fornisce  viene  a  delineare 
i  caratteri  generali  del  comico  e  del  tragico,  della  lirica  e  dell'epica, 
del  grottesco  e  del  sublime,  ecc.,  e  ad  indicare  le  categorie  rettoriche. 
cioè  le  immagini,  le  costruzioni,  le  forme  verbali,  i  metri  che  espri- 
mono i  vari  atteggiamenti  dello  spirito  e  concorrono  a  formare  le  di- 
verso specie  letterarie. 

Si  ricade  così,  per  una  via  più  lunga,  nelle  ripartizioni  e  nelle 
distinzioni  della  vecchia  rettorica,  e  non  solo  si  ridona  autorità  ai  ge- 
neri letterari  come  forme  fisse  e  organicamente  diverse,  ma  si  vengono 
a  formare  tante  categorie  astratte  quante  sono  le  parole,  o  meglio  le 
metafore,  con  che  si  indicano  le  varie  emozioni  estetiche  dell'animo 
umano:  il  piacevole  e  lo  sgradevole,  il  tragico  e  il  comico,  la  collera 
e  la  pietà,  ecc.,  ecc.,  e  si  trasformano  in  tipi,  che  si  possono  rea- 
lizzare artisticamente  secondo  certe  norme  e  con  mezzi  determinati 
d'espressione.  E  poeta  tragico  oppure  comico,  sentimentale  od  obiettivo 
colui  che  provoca  in  noi  certe  emozioni  che  la  psicologia  determina, 
con  quei  dati  sussidi  rettorici.  Resta  così  distrutto  il  concetto  capitale 
che  ogni  vera  opera  d'arte  è  l'espressione  unica  di  un'  impressione 
0  di  una  serie  di  impressioni  uniche  <lello  spirito  umano,  e  si  ripete 
la  vieta  distinzione  tra  concetto  o  contenuto  e  forma.  Ma  l'esperienza 
ci  dice  che  non  esiste  obiettivamente  un  tipo  o  concetto  unico  del  su- 
blime e  del  grottesco,  del  lirico  e  dell'epico;  che  tali  parole  acqui- 
stano un  valore  ed  un  significato  diverso  in  tempi  e  in  condizioni  sto- 
riche diverse,  che  gli  stessi  autori  non  ricevono  un'  impressione  uguale 
dagli  stessi  fatti  e  dalle  stesse  idee  in  diversi  periodi  della  loro  vita, 
e  le  esprimono  in  modi  differenti  ;  che  le  medesime  opere  non  paiono 
ugualmente  sublimi,  o  tragiche,  o  appassionate  ai  vari  lettori  ;  che  noi 
stessi  sentiamo  diversamente,  siamo  capaci  di  emozioni  estetiche  op- 
poste e  contradittorie  nei  vari  periodi  della  nostra  vita. 

Il  vero  si  è  che  non  e.sistono  tipi  o  categorie  generali  dui  bello, 
ma  esistono  soltanto  opere  d'arte  concrete  e  diverse  :  il  che  viene  a 
diro  che  non  esiste,  ne  può  esistere,  in  senso  esatto,  una  critica  let- 
teraria scientifica.  E  infatti,  ogni  scienza  poggia  su  leggi  generali  e 
costanti,  e  non  si  danno  leggi  generali  dell'attività  e  della  j)roduzionL' 
letteraria.  Come  non  è  possibile  stabilire  rapporti  proporzionali  e  raate- 
maticament*,'  co.stanti  fra  le  varie  facoltà  dello  spirito,  non  che  di  un  indi- 
viduo ma  di  un  popolo  intero,  così  non  è  possibile  fissare  quale  com- 


—  217  — 

plesso  di  condizioni  storiche,  di  circostanze  sociali,  di  sensazioni  e  di 
emozioni  possa  produrre  con  certezza  una  data  opera  letteraria.  Le 
notizie  più  copiose  ed  esatte  intorno  alla  razza,  alla  famiglia,  all'edu- 
cazione, alla  cultura,  alla  salute  fisica  o  morale  di  uno  scrittore  non 
permetteranno  mai,  o  almeno  non  ci  permettono  ora,  di  prevedere  quali 
saranno  le  manifestazioni  della  sua  attività  estetica,  o  di  affermare  un 
rapporto  costante  fra  queste  e  quelle,  come  tutte  le  ricerche  psicologiche 
non  ci  danno  autorità  di  formulare  leggi  che  prestahiliscano  quali  modi 
di  espressione  artistica  sveglieranno  infallibilmente  dati  sentimenti 
nell'animo  dei  lettori.  E,  poiché  critica  significa  sopratutto  (jiudizio, 
e  giudizio,  s'intende,  del  valore,  la  critica  letteraria  non  potrà  mai 
dirsi  scientifica,  perchè  essa  non  avrà  mai  un  canone  o  una  misura 
obiettiva  per  determinare  il  valore  dell'opera  letteraria;  non  potrà 
mai  trovare  fuori  di  sé  e  fuori  dello  spirito  giudicante  lo  strumento  del 
giudizio.  Certo  si  potrà  sempre  misurare  l' importanza  di  uno  scrittore 
e  dell'opera  sua  dalle  ammirazioni  destate,  dagli  imitatori  che  si  è  tra- 
scinato dietro,  dall'ampiezza  e  profondità  della  sua  influenza  intellettuale 
e  morale,  dal  numero  delle  generazioni  che  hanno  salutato  in  lui  un 
maestro  ed  una  guida,  ma  tale  giudizio  avrà  un  valore  unicamente 
storico  e  sociale,  non  estetico,  poiché  l'emozione  estetica  è  per  essenza 
personale  ed  incomunicabile.  Nessuno  potrà  insegnare  un  metodo  per 
intendere  la  potenza  dell'arte  dantesca  a  chi  non  la  senta  spontanea- 
mente e  direttamente,  anche  se  tale  ottuso  lettore  fosse  un  uomo  di 
genio  come,  per  esempio.  Alfonso  di  Lamartine. 

Ma,  come  ha  detto  bene  nel  suo  recente  libro  ^\\\Y Estetica  B.  Croce, 
se  giudicare  un'opera  letteraria  significa  riprodurla  in  sé,  è  anche 
vero  che  a  conseguire  tale  riproduzione  è  necessario  che  -  la  tradizione 
e  la  critica  storica  ci  aiutino  a  ricollocare  il  fatto  artistico  nei  suoi 
tempi  e  nella  sua  integrità,  fra  le  circostanze  storiche,  le  passioni, 
gli  errori,  le  credenze  e  i  costumi  che  1'  hanno  prodotto  ;  è  necessario 
che  noi,  per  opera  sua,  vediamo  l'opera  d'arte  come  la  vedeva  il  suo 
autore  nel  momento  della  produzione  " .  Questa  io  chiamerei  scienza 
letteraria;  e  scientifica  si  potrebbe  quindi  chiamare  quella  critica 
che  si  studia  di  riprodurre  in  sé  e  di  esprimere  l'emozione  este- 
tica prodotta  daW opera  letteraria,  movendo  da  una  cognizione,  per 
quanto  i  tempi  concedono,  compiuta  di  tutti  i  fatti  e  di  tutte  le 
circostante  storiche  e  psicologiche  che  ne  hanno  preparato  e  accom- 
pagnato la  produzione.  Sin  che  le  discipline  morali  non  abbiano  di 
molto  allargato  le  loro  conquiste  e  raggiunto  ideali  attualmente  assai 
clnmerici  non  mi  sembra  si  possa  discorrere  in  senso  diverso  di  una  scienza 
della  critica  letteraria. 


XVIII. 

DI  UN  COMMENTO  INEDITO  ALLA  DIVINA  COMMEDIA, 
FONTE  DEI  PIÙ  ANTICHI  COMMENTATORI. 

Comunicazione   del  prof.  F.  P.  Li  rso. 


Dovrei  parlare,  o  Signori,  di  un  commento  inedito  che  è,  a  mio 
giudizio,  il  primo  e  più  importante  lavoro  esegetico  sulla  Divida  Com- 
media, come  quello  da  cui  trassero  la  maggiore  e  miglior  parte  delle 
lor  chiose  i  più  antichi  commentatori  a  noi  noti.  Ma  non  è  argomento, 
questo,  di  una  pura  e  semplice  comunicazione. 

Non  si  tratta  di  un  documento  ignorato,  che  sorga  fortuitamente 
ad  ampliare  le  nostre  conoscenze,  o  a  colmare  lacune  già  innanzi  av- 
vertite 0  sospettate.  Il  nostro  commento  fu  oggetto  di  studio  fin  dallo 
scorcio  del  secolo  XVIII  :  di  un  codice  che  lo  contiene  parve  al  Dio- 
nisi  poter  sentenziare,  alla  brava,  con  queste  parole  :  «  il  codice  è  bello 
e  vetusto,  ma  il  dettato  non  vale  un  fico  »  (')• 

E  quel  codice  poi  descrisse  il  De  Batines  (-),  e  il  commento  rese 
di  pubblica  ragione  tra  gli  studiosi  F.  Selmi,  dandone  in  luce  nel  1865, 
in  nota  alle  sue  Chiose,  brevissimi  estratti  (^). 

Più  recentemente  la  critica  positiva,  che  con  larga  informazione 
del  materiale  edito  e  inedito  cercò  di  determinare  il  valore  dei  più 
antichi  interpreti  del  poema,  l'importanza  di  ciascuno  e  la  loro  dipen- 
denza reciproca,  sul  nostro  commento  tenne  giudizio  più  ponderato,  ma, 
in  sostanza,  non  diverso  da  quello  del  Dionisi.  Si  tratta,  fu  asserito, 

(')  Serie  di  Aneddoti,  N.  V.,  Verona,  1790,  p.  14. 

(*)  CoLoMB  De  Batines,  Bibliografìa  dantesca,  Prato,  1846,  t.  II,  p.  294  seg. 
Scrivo  il  dntto  biblitiijrafo:   «Potrebbe  darsi  che  queste  .\nnotazioni  latine  fossero 
di  Iacopo  di  Dante,  fiijliuolo  di  Pietro  Alighieri,  nipote  di  Iacopo,  e  ])er  conse- 
guenza bisnipote  di  Dante  ecc.  n. 

(3)  Chiose  anonime  alla  prima  cantica  della  Divina  Commedia  ecc.,  Torin», 
18G5,  passini. 


—  220 


di  un  commento  miscellaneo,  in  cui  a  poche  chiose  di  Iacopo  di  Dante 
si  trovano  mescolate  molte  altre  attinte  a  varie  fonti  (')• 

Ora  la  mia  tesi  che  addita  come  sorgente  prima  di  tutta  la  cor- 
rente ermeneutica  dantesca  quel  che  oggi  è  ritenuto  quasi  un  ristagno 
di  acque  torbide,  accolte  da  diverse  vie:  una  tesi  che  non  pure  di- 
scorda, ma  tende  a  distruggere  la  tede  concessa  e  l'autorità  da  tutti 
riconosciuta  ai  più  antichi  commentatori,  non  jiuò  essere  costretta  entro 
i  limiti  di  una  semplice  comunicazione,  ma  ha  bisogno  di  lunga  e  varia 
e  paziente  dimostrazione. 

Né  minori  ostacoli  e  turbamenti  adduce  l' intitolazione  di  quel 
codice  -  bello  e  vetusto  »:  Chiose  di  Dante,  le  quali  fece  el  figliuolo 
co  le  sue  mani.  —  Innanzi  a  un  titolo  sitfatto  il  Dionisi  sorride  come 
di  una  <^  cosa  burlevole  ",  e  pensa  alla  »  semplicità  d'un  fanciullo,  che 
scrivendo  a  sua  madre  fece  la  soprascrit,ta  così  :  Alle  mani  di  mia  mam- 
ma, moglie  di  mio  papà  » .  Ma,  a  parte  la  lepida  giovialità  del  dabben 
canonico  veronese,  quale  figliuolo  di  Dante  sarebbe  l'autore  di  questo 
nuovo  commento?  Iacopo  o  Pietro'?  0  non  abbiamo  già  da  un  pezzo 
riconosciuta  e  assicurata  ai  due  tìgli  del  poeta  la  paternità  di  due  com- 
menti, editi,  grazie  alla  dotta  liberalità  di  un  dantotìlo  inglese,  uno 
nel  1845,  l'altro  nel  1848?  Si  dovrebbe  dunque  tornare  addietro,  e  rive- 
dere i  titoli  di  appartenenza,  e  confrontarli  con  quelli  che  presenta  il 
nuovo  venuto? 

E  quando  ci  accadesse  di  ravvisare  in  questo  nuovo  pretendente 
il  legittimo  figlio  del  poeta,  avremmo  noi  trovato  nell'opera  di  lui  un 
fondamento  più  solido  e  resistente,  su  cui  ricostruire,  con  maggiore 
stabilità  e  sicurezza,  l'edifizio  ermeneutico  dantesco? 

Proemiando  a  una  serio  di  ricerche  comprese  sotto  il  titolo  :  Fra 
chiose  e  commenti  antichi  alla  Divina  Commedia,  la  cui  pubblica- 
zione s'inizia  nel  fascicolo  àoiì' Archivio  storico  italiano  che  uscirà  a 
giorni  (-),  ho  atl'ermato  che  in  questo  campo  di  studi  bisogna,  con  pronta 
concordia  d'animi,  rifarsi  da  capo.  E  per  mitigare  il  senso  di  diffidenza, 
che  suole,  e  non  senza  ragione,  opporsi  a  qualimque  audace  atferma- 
zione  e  aduggiare  ogni  opera  innovatrice,  ho  creduto  necessario,  in  oc- 


(')  L.  Rocca  in  Propuf/natore,  v.  XIX,  p.  411  ;  e  Di  nlruni  commenti  della 
Divina  Commedia  ecc.,  Firenze,  1891,  ]>.  7. 

(')  L'Archivio  Ila  f^'ià  piibblicatn  iliie  studi:  il  primo  intitolato  "Le  Chiose 
aiririferiio  di  Jacop(,  Ali{,'liieri  sono  traduzione  informe  di  un  originale  latino  n 
(dispensa  prima  del  1903);  l'altro  u  II  ]nh  antico  commento  al  Purgatorio  «  (di- 
spensa jirima  d<'l    l!'OJ). 


—  221  — 

casione  del  Congresso,  far  conoscere  schematicamente  i  risultati  a  cui 
fin  oggi  son  giunto  con  le  mie  ricerche. 


Ecco  innanzi  tutto  lo  stato  presente  delle  cognizioni  che  si  hanno 
sui  più  antichi  commentatori. 

Il  primo  intero  commento  alla  Divina  Commedia  è  del  1328-34: 
autore  Iacopo  della  Lana  bolognese. 

Anteriore  al  Lana  sono:  le  Chiose  all'Inferno  di  Iacopo  di  Dante, 
del  1322-24,  e  il  Commeato  all'  Inferno  di  ser  Graziole  dei  Bamba- 
glioli  bolognese,  del  1324.  Lascio  da  parte  il  Com.mento  all'Inferno  di 
Guido  da  Pisa,  ancora  avvolto  del  misterioso  velo  dell'  inedito  :  esso, 
a  ogni  modo,  sta  tra  il  Lana  e  gli  altri  due. 

Iacopo  di  Dante  cerca  nel  poema  e  ne  svolge,  a  preferenza,  il  senso 
allegorico-dottriuale,  curando  poco  l'elemento  narrativo,  e  ancor  meno 
l'esegesi  della  lettera.  Ser  Graziolo,  trascurata  l'allegoria,  pone  ogni 
sua  cura  nell'esposizione  e  dichiarazione  del  senso  letterale  e  si  dif- 
fonde nella  parte  narrativa,  toccando,  ma  solo  in  pochi  luoghi,  le  dot- 
trine scolastiche.  Iacopo  della  Lana,  per  primo,  si  dimostra  intento  a 
dare  una  piena  esposizione  del  poema  in  ogni  sua  parte,  svolgendo, 
passo  per  passo,  con  l'interpretazione  letterale,  l'elemento  allegorico  il 
narrativo  il  filosofico  ;  conosce  i  commenti  anteriori  e  se  ne  giova,  ma 
solo  per  poche  chiose.  Così  pure  ser  Graziolo  conosce  e  attinge  qualche 
elemento  allegorico  alle  originali,  e  prime  di  tutte  per  tempo,  Chiose 
all'Inferno  di  Iacopo  tiglio  di  Dante. 

Questi  i  risultati  ottenuti  dalla  critica  dantesca  in  tale  campo  di 
studi  ('),  e,  dacché  si  è  riconosciuta  l'importanza  grande  degli  antichi 
interpreti,  questa  la  base  a  cui  s'appoggia  ogni  moderno  commentatore 
che  non  ami  abbandonarsi  a  ipotesi  e  sogni  speciosi. 

E  questa  base  io  penso  debba  essere  innovata  e  ricostruita  sul 
disegno  di  cui  tento  qui  tracciare  alcune  linee. 


Sia  a  il  primo  commento  alhi  Divina  Commedia.  Teniamo  pre- 
sente che  esso,  come  ogni  opera  consimile  di  esegesi,  nel  lavorio  di 
trascrizione  e  divulgazione  ebbe  sorti  ben  diverso  da  quelle  die    toc- 

(')  L.  Rocca,  Di  alcuni  commenti  ecc..  passim. 


ooo  


cano  a  uu'opera  di  originale  concezione.  Costituito  di  chiose  e  postille 
di  varia  estensione  e  contenenza,  senza  intrinseca  e  organica  unità,  come 
frammenti  commessi  e  tenuti  insieme  dal   piano  su  cui   posano,  ogni 


commento  prende  sua  forma  dall'ingegno,  dagli  intendimenti,  dalle  pre- 
dilezioni di  un  compilatore,  e  anche  di  un  trascrittore,  che  non  faccia 
solo  opera  materiale  e  venale  di  menante. 

Qua  una  chiosa  è  troppo  lunga,  per  esser  contenuta  fra  le  altre 
nel  breve  margine  rimasto:  e  si  accorcia  o  si  riassume,  o  anche  si 
trascura.  Là  ad  una  postilla  breve  e  vaga,  il  trascrittore  sostituisce 
una  nota  ricca  di  citazioni  e  di  più  sicure  notizie,  che  e'  desume  o  da 
altra  fonte  o  dal  suo  patrimonio  intellettuale.  Certa  allusione  o  inter- 
pretazione non  soddisfa  pienamente,  o  urta  le  predilezioni  e  i  convin- 
cimenti di  chi  scrive:  e  costui  manipola  la  chiosa  con  diversa  inten- 
zione 0,  se  la  riporta  fedelmente,  vi  fa  un'aggiunta,  or  correttiva  or 
integrativa,  con  un  termine  di  trapasso  come:  vel potest  dici,  vel  dicas, 
vel  melius  dici  potest  e  simili. 

Ve  poi  chi  non  s;  contenta  di  possedere  un  Dante  con  una  serie 
di  chiose  illustrative  trascritte  a  proprio  uso  e  diletto:  ha  levatura  e 
mezzi  da  compilare  o  elaborare  un  commento  nuovo  sull'opera  altrui, 
0  pure,  sceveratone  secondo  la  natura  del  proprio  ingegno  l'elemento 
narrativo  o  l'allegorico  o  il  tilosotìco,  svolgere  questo  a  parte  dando  al 
resto  importanza  secondaria. 

Si  che,  a  voler  tentare  una  generica  classificazione  di  tutto  il 
materiale  interpretativo  raccolto  intorno  alla  Commedia  nei  primissimi 
anni,  avanti  che  le  distinzioni  col  moltiplicarsi  dei  commenti  si  faces- 
sero complesse  e  svariatissime,  abbiamo: 


—  223  — 

P  l'opera  degli  amanuensi:  che  in  generale  conservano  l'inte- 
grità del  testo,  quando  pur  non  abbiano  in  questo  avuto  luogo  inter- 
polazioni e  aggiunte; 

2°  l'opera  di  quelli,  che  io  chiamerei  trascrittori  liberi:  uocoini 
più  0  men  colti,  che  copiando  si  permettono  qualche  aggiunta  o  sosti- 
tuzione 0  riduzione; 

3°  l'opera  dei  ri  facitori:  che  si  servono  del  lavoro  altrui  come 
di  materia  greggia  e  l'elaborano  a  lor  modo,  dando  a  tutto  il  com- 
mento un  assetto,  un'impronta,  uno  svolgimento  originale. 

È  inutile  dire  che  queste  distinzioni,  anche  in  quei  primissimi 
tempi,  non  hanno  valore  assoluto  :  può  ben  darsi  che  un  commento  non 
appartenga  a  nessuna  delle  tre  categorie,  ma  risulti  dalla  sovrappo- 
sizione dell'opera  di  un  trascrittore  libero,  ad  esempio,  a  quella  di  un 
rifacitore.  Ma  queste  distinzioni  valgono  a  comprendere  il  fenomeno, 
e  ad  intenderci. 

Tornando  dunque  al  primo  commento  «,  esso  fu  divulgato  per 
per  le  vie  e  i  modi  a  cui  abbiamo  accennato,  per  opera  di  copisti, 
trascrittori  liberi,  rifacitori.  E  poniamo  che  da  a,  attraverso  l'opera  di 
copisti,  sia  derivato  A  e  B.  Un  rifacitore,  e  chiamamolo  x,  d'ingegno 
aperto  alla  poesia,  cui  piace  leggere  il  poema,  intendendone  la  lettera 
e  le  allusioni  storiche  e  mitologiche,  attinge  da  li  la  parte  espositiva  e 
narrativa,  e  vi  fa  aggiunte  e  integrazioni. 

Un  altro  rifacitore,  e  sia  y,  dotto  uomo  di  scuola,  che  è  portato 
dall'ingegno  e  dalla  sua  educazione  alla  scienza,  e  considera  la  poesia 
vago  adombramento  di  verità,  dà  più  importanza  all'elemento  dottri- 
nale e  allegorico,  che  svolge  e  arricchisce  con  citazioni,  specie  di  autori 
sacri,  a  dimostrare  l'eccellenza  l'universalità  la  ortodossia  del  divino 
poeta. 

Qui  mi  sia  lecito  di  identificare,  se  non  in  y,  in  uno  ad  esso 
vicino  e  affine  di  tendenze  e  d'ingegno,  come  C  o  e,  un  commenta- 
tore affatto  ignoto,  un  marchigiano:  Mag/ster  Christianus  de  Came- 
reno  ('),  che  deve  aver  compilato  il  suo  commento  prima  di  ser  Gra- 
ziole, cioè  prima  del  1324,  poiché  il  cancelliere  bolognese  si  giovò  del- 
l'opera di  lui,  proprio  in  quella  parte  del  commento  (proemio  e  primo 
capitolo),  che  a  differenza  di  tutto  il  resto,  come  fu  notato,  è  allego- 
rico-dottrinale  (*).  E  credo  a  questo  Cristiano  da  Camerino  alluda  Bar- 


(')  Si  veda  por  ura  il   ooil.  Laurenziaiio  XLII  II  o.   1  a,  e  15  ci  b,  US  a. 
Ne  parlerò  altrove. 

(')  L.  Rocca,  op.  cit.,  p.  57. 


—  224  — 


tolomeo  Ceffoni,  del  1482.  iu  una  postilla  di  un  codice  riccardiano, 
dove  enumerando  i  più  famosi  interpreti  di  Dante,  pone  con  «  quel 
da  Bologna  »  (ser  Graziole  o  il  Lana)  «  quel  della  Marca  »  (');  che 
non  è  certo,  come  erroneamente  fu  sospettato  (-),  Bosone  da  Gubbio, 
se  Gubbio  nel  secolo  XV  era,  come  oggi,  sui  verdi  colli  dell'Umbria. 

L'opera  di  //.  o  di  un  trascrittore  libero  a  lui  vicino,  F,  viene 
alle  mani  di  un  ignorante  e  meccanico  volgarizzatore,  il  quale,  sapendo 
di  latino  quanto  o  poco  più  di  un  sacrestano,  sottopone  l'opera  latina 
oriorinale  a  un  lavorio  non  di  traduzione,  ma  di  barbara  deturpazione 
in  lingua  volgare.  Chiamiamo  questo  volgarizzamento   /. 

Da  j:,  0  immediatamente  o  mediatamente,  con  poche  riduzioni  e 
sostituzioni,  deriva  l'opera  del  trascrittore  libero  M,  e  in  modo  con- 
forme quella  di  un  altro.  G:  il  quale,  oltre  a  servirsi  di  C  per  il 
proemio  e  il  primo  capitolo,  che  pare  dovesse  mancare  in  x  (come 
manca  in  M),  mira,  ed  è  questa  la  sua  parte  originale,  a  difendere  il 
poeta,  ove  gli  torna  a  proposito,  da  accuse  di  eterodossia  e  irriverenza 
a  Santa  Madre  Chiesa. 


Abbiamo  già  detto,  o  Signori,  che  la  critica  oggi  riconosce  quali 
scaturigini  prime  della  corrente  ermeneutica  dantesca  le  Chiose  all'In- 
ferno di  Lacopo  di  Dante,  e  il  Commeiiio  all'Inferno  di  ser  Graziolo 
dei  Bambaglioli.  Or  nei  primi  capitoli  del  volume  annunziato  Fra  chiose 
e  commciiti  antichi  si  dimostra,  che  le  Chiose  di  Iacopo  sono  tradu- 
zione informe  di  un  originale  latino:  nello  schema  tracciato  corrispon- 
derebbero a  /;  e  il  Commento  di  ser  Graziolo  è  in  massima  parte  un 
plagio  con  riduzioni  e  travisamenti  incredibili  :  nello  schema,  sarebbe 
rappresentato  da  G. 

M  è  un  codice  Maglial)echiano,  che  ci  conserva  una  redazione 
più  diligente,  nell'insieme,  che  non  sia  il  Commento  di  ser  Graziole" 

Il  codice  bello  e  vetusto,  sempre  secondo  il  Dionisi,  ove  si  legge 
l'intitolazione:  Chiose  di  Dante,  le  quali  fece  el  figliuolo  co  le  sue 
mani,  avrebbe  il  posto,  qui  nello  scliema,  di  A.  Il  commento  si  estende 
solo  alle  prime  due  cantiche:  ha  notizie  larghe  e  precise;  svolge  in- 
sieme la  parte  espositiva,  narrativa,  dottrinale;  è  veramente  di  un  figlio 
di  Danto;  e  fu  forse  compilato  su  postille  indicazioni  e  dicliiarazioni, 
di  cui  è  facile  pensare  il  poeta  stesso  corredasse  l'opera  sua. 


{')  t  .   1»E  ISatinks,  op.  cit.,  t.  II,  i>.  78. 
(»)  Ibidem,  p.  281,  296. 


—  225  — 

Mi  pregio  di  offrir  loro,  come  saggio,  il  primo  foglio  di  stampa 
di  quest'opera,  augurandomi  di  poter  giungere,  entro  la  fine  del  cor- 
rente anno,  al  termine  della  ben  avviata  pubblicazione  ('). 

E  concludo.  Un  commento  a  una  grande  opera  di  poesia,  come  la 
Divina  Commedia,  è  lavoro  lungo  e  paziente  di  molte  generazioni.  Ma 
quando  si  mostrasse  che  tutti  gli  elementi  essenziali  di  esso  commento, 
storici  allegorici  dottrinali,  sono  raccolti  in  uno  solo,  che  è  la  fonte 
di  tutti  gli  altri;  e  questa  prima  originale  opera  interpretativa  è  del 
figlio  di  Dante  stesso:  se  dalla  fonte  a  noi  nota  potessimo  risalire  alla 
prima  scaturigine,  cioè  da  A  ad  «,  sceverando  e  rimovendo  tutto  ciò 
che  di  eterogeneo  vi  s'è  infiltrato  nel  breve  tragitto:  se  giungessimo 
a  eliminare  i  sospetti  e  confermare,  che  il  figlio  scrive  e  compila  su 
postille  indicazioni  e  dichiarazioni  del  padre,  secondo  quel  clie  ci  te- 
stimonia anche  Bartolommeo  di  Pietro  de'  Nerucci  da  San  Gemignano, 
del  1431,  il  quale  dice  di  aver  tratte  alcune  postille  (e  si  noti  bene: 
queste  postille,  confuse  tra  altre  molte,  sono  identiche,  anzi  in  alcuni 
punti  più  corrette  di  quelle  otferteci  da  A),  d'aver  tratte  dunque  al- 
cune postille  «  d'uno  Dante  antiquo  tanto,  che  dove  era  alcuno  texto 
«  dubio  et  obscuro  era  legato  insieme  quello  tale  texto,  et  dicea:  la- 
«  eobe,  facias  declarationem.  Et  decto  lacobo  fu  figluolo  di  Dante.  Et 
«  era  rotto  et  stracciato  per  modo  che  veramente  fu  scripto  al  tempo 
«  di  Dante  "  (^):  quando  tutto  questo,  o  Signori,  sarà  dimostrato,  l'er- 
meneutica dantesca  avrà  una  salda  base  su  cui  sicuramente  edificare, 
e  tra  la  grande  operosità  che  ferve  attorno  al  sacro  poema,  l'eco  della 
parola  di  Dante,  che  anche  affievolita  ci  giunge  severa  attraverso  la 
semplice  e  fida  esposizione  del  figlio,  sarà  a  volta  a  volta,  per  noi, 
legge  0  regola,  ma  sempre  di  freno,  perchè  non  ci  si  abbandoni  al 
libero  nostro  ingegno  o  al  capriccio. 


(•)  È  pubblicato  il  secondo  volume  (Firenze,  Carnesecchi),    che    contiene  le 
Chiose  al  Purgatorio.  Il  primo,  con  le  Chiose  all'Inferno,  è  in  corso  di  stampa. 
('')  Laurenziano  XLII  15,  e.  175  a. 


Seziono  III.  —  Storia  (ielle  Letleratiive.  15 


XIX. 


IL  MARGUTTE  DEL  PULCI,  IL  CINGAR  DEL  FOLENGO 

E  IL  PANURGO  DEL  RABELAIS. 

Comunicazione  del  prof.  dott.  Giovanni  Tancredi. 


Qiiant'  è  contenuto  negli  angusti  limiti  della  presente  memoria  è 
un  saggio  dei  materiali  piuttosto  abbondanti  raccolti  per  un  lavoro  di 
maggior  mole,  che  mi  sembra  degno  di  veder  la  luce  ora  special- 
mente in  cui  vanno  acquistando  maggiore  importanza,  per  le  cresciute 
relazioni  internazionali,  le  lingue  e  conseguentemente  le  letterature 
straniere.  Tale  saggio  è  inteso  a  mostrare  una  parte  della  grande  af- 
finità, anzi  della  grande  parentela  fra  tre  poemi  appartenenti  a  diverse 
letterature  neolatine.  I  tre  poemi  sono  a  tutti  noti:  il  Baldo  o  le 
Maccheroniche  del  Folengo,  meglio  conosciuto  col  pseudonimo  di 
Merlin  Cocai,  il  Panlagruel  del  Rabelais  e  il  Don  Chisciotte  del 
Cervantes.  Ed  è  nota  ancora,  dopo  lo  sviluppo  che  hanno  preso  gli 
studi  folenghiani  in  quest'ultimo  decennio,  la  grande  affinità,  da  ra- 
sentare talora  la  somiglianza,  fra  la  materia  dell'epopea  maccheronica 
e  quella  delle  epopee  straniere;  affinità  che,  a  rari  intervalli,  ho  cer- 
cato di  mostrare  anch' io,  modestissimo  cultore  di  siffatti  studi  compa- 
rativi, con  articoli  ed  opuscoli  speciali  (').  pervenendo  sempre  a  questo 
risultato:  che  l'autore  italiano  abbia  porto  una  fonte  inesauribile  di 
materia  comico-cavalleresca  ai  due  confratelli  d'oltralpe  e  ch'egli  stesso 
alla  sua  volta  non  sia  interamente  e  strettamente  originale,  avendo 
preso  ad  imprestito  molte  situazioni  e  varii  caratteri  dai  personaggi 
del  poema  del  Pulci.  Il  risultato  del  mio  lavoro  si  renderebbe  evidente 
con  un  largo  confronto  delle  epopee  fra  loro  e  col  poema  del  Pulci; 
ma  il  breve  spazio  consentito  per  una  semplice  memoria  mi  permette 
appena  di  fare  un  riassunto  del  confronto  fra  tre  personaggi  soltanto. 


(")  V.  il  mio  studio  critico    sul    poema   del    Folontro,  corredato  di  riscontri 
con  le  produzioni  straniero  del  lv;ibol;iis  e  del  Cirvanf^s,  d.d  IS 


-  228  — 

che  0  sono  i  protagonisti  o  rappresentano,  por  lo  meno,  una  parte  im- 
portantissima nei  rispettivi  poemi  eroicomici:  Margutte,  Ciugar,  Fa- 
mi rgo. 

Premettiamo  che  vari  sono  gli  intenti  di  coloro  che,  al  pari  di 
noi.  hanno  preso  a  studiare  con  amore  la  produzione  del  Folengo  e 
principalmente  il  Baldo  ch'è  l'opera  maggiore.  Chi  cercò  nelle  intime 
latebre  di  quella  strana  lingua  le  fila  della  vita  errabonda  ed  avven- 
turosa dell'autore,  per  una  ricostruzione  biografica,  chi  gli  arcani  sensi 
e  i  reconditi  intendimenti  del  poeta.  Certo  che  il  Baldo,  come  appare 
dal  gran  numero  dell'edizioni  in  tutfi  tempi,  dalle  traduzioni  in  tutte 
le  lingue,  dall'ammirazione  dei  nostri  sommi  d'ogni  secolo,  dalle  imi- 
tazioni dei  più  grandi  stranieri,  è  un'opera  genialissima,  che  contiene 
tutti  gli  elementi  più  svariati  della  poesia:  l'intonazione  epica  di  Vir- 
gilio e  il  comico  di  Flauto,  il  sarcastico  di  Luciano  e  il  faceto  del 
Berni,  l'esatta  fotografia  di  costumi  e  le  astruse  concezioni  metafìsiche, 
la  forma  didattica  e  la  lirica,  la  lirica  e  la  drammatica.  K  quindi  un 
nuovo  mondo  che  s'agita  e  vivo  in  questo  libro:  dove  l'astrologia,  la 
scolastica,  l'arte,  la  religione,  la  cavalleria  specialmente  sono  sferzate 
a  sangue  e  formano  come  le  ruote  di  un'  immensa  maccliina,  che  il 
poeta  sembra  dirigere  in  maschera  da  Fulcinella. 

Potendosi  considerare  da  diversi  aspetti  è  naturale  che  si  adattò 
a  tutte  le  specie  d'interpretazioni  e  di  studi  i  più  disparati;  sicché 
intorno  a  nessun  libro  e  a  nessun  autore  si  sono  accumulati  tanti  giu- 
di/i controversi  quanti  son  venuti  accumulandosi,  lungo  il  cammino  dei 
ticcoli,  sul  Folengo  e  sull'opera  sua  principale.  Tutti  però,  clii  più,  chi 
meno,  studiando  il  poema  sotto  qualunque  aspetto,  haii  preparato  larga 
e  ricca  messe  a  colui  ch'è  ancor  di  là  da  venire,  al  futuro  storico  di 
({uella  poesia  folenghiana,  che  rappresenta  uno  dei  lati  più  ameni  ed 
originali  della  nostra  letteratura,  l'unico  forse  di  carattere  prettamente 
nazionale  (');  tanto  che  l'autore  di  essa  fu  ritenuto  a  buon  dritto,  per 
l'originalità  della  forma  e  della  sostanza,  non  solo  il  poeta  più  grande 
del  secolo  XVI,  dopo  l'Ariosto,  ma  il  poeta  di  stampo  essenzialmente 
italiano,  imitato  e  magari  anche  sacclieggiato  in  mille  modi  dai  più 
grandi  scrittori  stranieri,  di  Francia  e  Spagna  specialmente. 

Ne  v' è  chi  possa  mettere  in  dubbio  tali  imitazioni  larghissime, 
benché  sfortunatamente  nessun  lavoro  di  gran  mole  abbia  trattato  com- 
piutamente silfatto  argomento  e  studiato  il  Folengo  sotto  l'aspetto 
storico  e  comparativo,  come  si  è  lamentato  a  varie  ripreso  da  illustri 

(I)  V.  Simlio  c\\.  l'refuzionc. 


—  229  - 

critici  italiani  e  stranieri  (').  Alla  quale  mancanza  hanno  contribuito 
non  poco  le  difficoltà  da  noi  incontrate,  sia  nel  poema  maccheronico 
per  la  sua  lingua  originalissima  e  non  mai  parlata,  con  uua  struttura 
priva  di  regole  grammaticali  e  senza  esempio  d'alcuu  dizionario,  sia 
nel  poema  del  Rabelais,  pel  suo  linguaggio  in  francese  antico,  irto  di 
innumerevoli  scogli  e  con  parole  foggiate  più  dall'  ingegno  capriccio.-:© 
del  grande  satirico  die  dall'etimologia  e  dalla  grammatica.  Non  col- 
meremo certamente  noi  l'immensa  lacuna  della  storia  letteraria,  ma 
vi  getteremo  ad  ora  ad  ora  qualche  po'  dei  nostri  materiali,  insieme 
con  tutti  coloro,  i  quali  tendono,  per  continuare  la  metafora,  alla  no- 
bile opera  di  prosciugamento. 

Il  Folengo  nacque  a  Cipada,  in  quel  di  Mantova,  non  è  ben  noto 
se  nel  1491,  come  alcuni  vorrebbero,  o  nel  1492,  secondo  il  Portioli 
ed  il  Gaspary,  o  nel  1496,  secondo  le  scoverte  del  Luzio  (-);  in  ogni 
caso  l'anno  della  nascita,  per  tutti  coloro  che  hanno  avuto  cura  di 
stabilire  le  date  più  memorabili  della  biografia  folenghiana,  varia  fra 
due  limiti:  il  1492  e  il  1496.  Tutti  i  biografi  poi  sono  d'accordo  nel 
ritenere  che  la  sua  morte  sia  avvenuta  in  Campese  il  1544. 

Come  si  vede,  dalle  stesse  date  dei  biografi,  i  tempi  del  Folengo 
sono  di  un'  importanza  capitale.  L' Italia  è  scorrazzata  da  ])arbari.  Fran- 
cesi e  Spagnuoli  principalmente  se  ne  contendono  il  dominio,  ed  essa 
arriva,  dopo  lotte  alternate,  all'orrendo  giogo  degli  ultimi.  Parallela 
alla  decadenza  politica  è  la  prostrazione  morale,  generata  da  mancanza 
di  coscienza  e  di  fede,  e,  quasi  a  contrasto  di  tutto  ciò,  la  liinasccnza 
tocca  l'apice  dello  sviluppo,  fiorisce  rigogliosamente,  mentre  nelle  altre 
nazioni  allora  mandava  fuori  i  primi  bottoni.  In  mezzo  alla  più  splen- 
dida rifioritura  del  pensiero  e  della  maturità  classica,  l'arte,  in  tutte 
le  manifestazioni,  tocca  l'apogeo:  sono  i  tempi  di  Michelangelo,  di 
Raffaello,  del  Machiavelli  e  del  Folengo  stesso,  collocato  giustamente 
tra  i  sommi  di  questo  periodo  più  fecondo  della  nostra  letteratura. 

L' Italia,  doiniiiata  politicamente,  atferma  il  suo  primato  intellet- 
tuale nell'arte,  ne  detta  le  leggi  agli  stessi  dominatori;  e  il  Folengo 
è  preso  a  guida  e  modello  successivamente  dal  Kabelais  e  dal  Cervantes, 
come  ora  vedremo  più  da  vicino,  col  confronto  delle  tre  figure  di  sopra 
menzionate,  che  rispondono  a  tre  creazioni  tipiche  della  letteratura 
internazionale. 


(')  Idem.   Iiitroiliizii'iio  e  oap.  I. 

(")  V.  Giornale  storico  della  letteratura,  voi.  XIII-XIX,  fase.  37,  ."IS,  42. 


—  230   - 


Tra  i  peisonaggi  più  importanti  della  poesia  folenghiana  è  senza 
dubbio  Cingar,  un  impasto  di  qualità  le  più  disparate,  clie  accoglie 
in  se  tutti  i  vizi  e  tutta  la  corruzione  del  Medio  Evo  e,  nel  contempo, 
tutte  le  doti  di  mente  e  dauimo,  tutte  le  raffinatezze  della  coltura 
che  tramezza  il  Rinascimento  e  il  periodo  classico  delle  nostre  lettere  : 
dall'amore  por  il  bello  tino  alla  conoscenza  dell'astrologia  (3/a<?^/i<?r.  VITI) 
e  dell'astronomia  (Maccher.,  XIll-XIV).  Cingar  è  perciò  dotato  di  un 
umorismo  senza  tìne,  è  una  fonte  inesauribile  di  burle,  di  facezie,  di 
gherminelle,  che  lo  rendono  simpaticissimo  al  lettore,  non  appena  lo 
incontra  lungo  la  vastissima  tela  del  poema.  Il  suo  ritratto  tisico,  a 
differenza  degli  altri  cavalieri  di  proporzioni  immense,  è  piuttosto 
quello  di  un  uomo  piccoletto  e  scarno,  ma  il  ritratto  morale,  al  con- 
trario, è  quello  di  im  uomo  d' indole  vivace  e  destrissima  in  tutte  le 
cose  di  questo  mondo,  buone  o  cattive  che  siano.  Ovunque  si  reca 
tutti  lo  guardano,  tutti  lo  ammirano,  tutti  lo  segnano  a  dito  pei  suoi 
motti,  per  le  sua  piacevolezze,  per  le  sue  avventure  e  pei  suoi  male- 
tìcì  eziandio,  poiché  non  v'  era  scelleraggine  che  non  avesse  com- 
messo, 

u  Non  scelus  in  niundo  quod  non  conimiserit  iste  ". 

Era  specialmente  famigerato  pei  suoi  furti,  come  il  ladro  più  ac- 
corto ch'esistesse  ai  suoi  tempi  (')  e  come  quegli  che  sapeva  sempre 
maestrevolmente  sfuggire  alle  grinfe  dei  birri.  All'uopo  portava  abi- 
tualmente gì'  istrumenti  del  suo  mestiere,  come  dire  arnesi  da  rompere 
scrigni,  all'occorrenza,  scassinare  porte,  spogliar  palagi  e  botteghe,  non 
risparmiando  neppur  le  chiese  e  gli  altari  (-). 

(»)  Baldo,  Maccher.,  II,  v.  97  e  segg. 

Alter  erat  Baldi  conipaj^nus  nomine  Cingar 
Accortus,  latro,  seniper  trufl'are  paratus 
Scarnus  enim  facie,  reliquo  sed  corporu  nervis 
Plenus,  coMipressus,  picolinus,  bruiius  et  atrox. 

(»)  Baldo,  Maccher.,  II,  v.  9!i  e  segg. 

Portabat  seniper  latro  post  terga  sachellam 
Sgarabaldellis  jilenani,  surdisquc  tanais 
Cum  quibus  obscura  pingues  de  nocte  botegas 
Ingreditur  caricatque  siios  de  merce  sodales. 
Ut  gattus  saltat,  giiizzat,  graligiiat  et  cmnes 
Altaros  spojat,  gesias  <iiiuiii  curiiit  ajtertas. 


—  231  — 

Ma  la  qualità  più  spiccata  nella  figura  di  Cingar  è  la  mancanza 
di  ogni  fede,  il  cinismo  più  assoluto:  quand'egli  abbia  soddisfattola 
gola,  che  forma  un'altra  debolezza  ingenita  in  lui,  non  ha  bisogno  di 
credere  a  nulla,  può  scherzare  piacevolmente  coi  santi,  gridando  poscia, 
per  colmo  della  sua  sfacciataggine.  «  scrizemus  pares  pariter  saactosque 
sinamus  ».  Eppure  quest'uomo  cosi  cinico,  così  indifferente  al  mondo 
che  lo  circonda,  alberga  nell'animo  sentimenti  teneri  e  delicatissimi, 
un'amicizia  sviscerata  per  due  compagni,  due  eroi  del  poema  macche- 
ronico, Palchetto  e  Baldo  {Maccher.,  II),  ai  quali  si  sente  legato  da 
un  amore  e  da  una  fedeltà  indissolubili. 

Questo  tipo  d'eroe  così  corrotto,  di  ladro,  di  donnaiuolo,  di  truf- 
fatore e  d'amico  così  tenero,  deriva  direttamente  dal  Margulte  del 
Pulci.  Non  solo  ce  l'afferma  il  poeta  chiaramente  {Maccher.,  II)  col 
verso  «  Iste  suam  traxit  Marguti  e  sanguine  razzam  » ,  ma  s' inferisce 
dal  paragone  dei  due  eroi  singolari. 

La  genealogia  di  Cingar  è  confermata  a  capello  dall'analisi  del 
carattere  di  Margutte  e  dall'esame  degli  elementi  che  il  Folengo  ha 
preso  in  prestito  dal  Pulci,  svolgendoli,  ampliandoli,  modificandoli  in 
massima  parte.  Infatti  le  qualità  fisiche  del  derivato,  che  si  trova 
Piccolino  accanto  ai  giganti  coi  quali  è  costretto  a  vivere,  sono  un'ab- 
breviazione delle  qualità  fisiche  del  progenitore  Margutte,  che  diceva, 
in  proposito,  della  sua  statura  (C.  XVIII): 

Ed  ebbi  voglia  anch'io  d'esser  gigante, 
Poi  mi  pentii,  quando  a  mezzo  fui  giunto. 

E  le  qualità  morali  sono  prese  in  germe  e  svolte  quindi  amplia- 
mento da  quella  spiritosissima  biografia  che  Margutte  fa  di  sé  stesso 
a  Morgante,  la  prima  volta  in  cui  s' incontrano,  dipingendosi  un  uomo 
accorto,  malizioso,  pronto  sempre  a  corbellare  la  gente,  colla  coscienza 
piena  di  tutti  i  peccati  possibili,  e  dichiarandosi  un  vero  malandrino 
che  aveva  incominciata  la  carriera  coli"  uccisione  del  padre.  Ma  quel 
che  più  ravvicina  Margutte  al  grottesco  eroe  del  Folengo  è  un  ribut- 
tante cinismo  per  ogni  cosa,  la  negazione  assoluta  d'ogni  sentimento 
etico-religioso,  tanto  che  interrogato  dal  Morgante  quale  fede  profes- 
sasse (C.  XVII), 

dispose  allor  Margutte:  a  dirtel  tosto. 
Io  non  credo  più  al  nero  che  all'azzurru. 
Ma  nel  cappone,  o  lesso  o  vuogli  arrosto, 
E  credo  alcuna  volta  anche  nel  burro  ; 


—  232  - 

Nella  corvoi^ia  e,  quand'io  n'ho,  nel  mosto, 
E  molto  più  nell'aspro  che  il  mangurro; 
E  sopratutto  nel  buon  vino  ho  fede 
E  credo  che  sia  salvo  chi  gli  crede. 

E  credo  nella  torta  e  nel  tortello 

L'nna  è  la  madre,  l'altro  è  il  suo  tìgliuolo, 

Il  vero  paternostro  è  il  fegatello 

E  possono  esser  tre  e  due  e  un  solo 

E  deriva  dal  fegato  almen  quello 


E  poi  finisce: 

La  fede  è  fatta  come  fa  il  solletico. 

Però  questo  comico  eroe,  privo  di  ogni  nobile  sentimento,  dimo- 
stra subito,  come  aveva  dimostrato  Cingar  per  Baldo,  un  grande  alletto 
per  Morgante,  affetto  costante  e  perenne,  il  quale  solo  dopo  la  morte 
lo  divide  dal  suo  compagno  d'avventure;  quantunque  e  Cingar  e  Mar- 
gutte,  ghiottoni  com'  erano,  si  trovavano  un  po'  a  disagio  con  quei  gi- 
ganti cbe  divoravano  quanto  capitava  loro  innanzi. 

E  per  accostare  maggiormente  i  due  personaggi  bisogna  osservare 
che  anche  il  bisnonno  di  Cingar,  per  dir  cosi,  ha  la  coscienza  gravata 
da  peccati  moltissimi  e  l'animo  dominato  da  vizi  singolari,  tra  cui 
principalissimi  quelli  della  gola  e  del  furto,  intorno  al  quale  con  la 
massima  franchezza  dichiarava  al  suo  amico  : 

Non  mi  bisogna  uncin  nò  porre  scale 
Ove  con  mano  aggiungo,  ti  prometto; 

e,  come  il  suo  derivato,  non  risparmiava  per  quella  debolezza  né  templi, 
nò  altari  ('). 

È  vero  che  una  tinta  di  questa  straordinaria  tendenza  di  Cingar 
alle  ruberie  ed  al  saccheggio  il  Folengo  ha  ritratto  pure  dal  noto  ladro 
di  Marfisa,  segnato  sempre  a  dito  nelle  taverne  (*);  ma  il  resto  è  preso 
alla  lettera  dal  poema  del  Morgante:  identica  nei  due  personaggi  la 
abilità  nel  far  tranelli,  nel  corrompere  donne,  nel  commettere  falsità, 
nel  tessere  inganni;  e  quindi   nel   passarsela  liscia   in   ogni  incontro. 


(')  .ìforgante,  C.  XVIII,  v.  134  e  scgg. 

Stu  mi  vedessi  in  una  chiesa  solo 
Io  son  più  vago  di  rubar  gli  altari. 

(»)  Innamorato,  C.  II,  XV,  vv.  G8-70. 


—  233  — 

Ma  sopratutto  li  avvicina  anche  troppo  quell'accozzo  di  qualità  oppo- 
ste, quella  miscela  svariatissima  di  virtù  e  di  vizi,  onde  Margutte 
afferma  (C.  cit.); 

Mettimi  in  ballo,  mettimi  in  convito, 
Ch'  io  fo  il  dover  coi  piedi  e  colle  mani  ; 

e  in  cui  il  Folengo  si  è  mostrato  veramente  grande.  Perchè  appunto 
uno  strano  accozzo  di  qualità  disparatissime  produce  un  grande  con- 
trasto nel  suo  personaggio  prediletto,  e  dal  contrasto  s' ingenera  una 
ironia  evidentissima  in  tutta  l'opera. 

Nella  figm-a  di  Cingar  invero  tal  contrasto  è  grandissimo,  essendo 
egli  dotato  di  tutto  quanto  di  bene  e  di  male  poteva  fornirgli  la  ci- 
viltà e  la  barbarie  dell'età  sua;  essendo  il  briccone  più  astuto,  da 
prendere  in  trappola  Zambello,  Tognazzo,  Berta,  Lena  {Maccher.,  III-IV). 
i  birri,  il  popolo  sciocco  e  devoto  di  Cipada,  suo  centro  d'azione  {Mac- 
cher.,  VI-X)  ;  essendo  ora  bandito,  ora  truffatore  ;  mariuolo,  sanguinario, 
volgare  e  spregevolissimo  tal  fiata  {Maccher.  cit.),  ballerino,  teologo 
{Maccher.,  Vili),  astronomo,  filosofo,  dotto  in  ogni  ramo  dello  ìqì- 
\)\\q  {Maccher.,  XIW-ILIN  e  segg.)  tal'altra;  essendo,  in  una  parola,  il 
personaggio  più  comico  del  dramma.  «  Sicché  col  Folengo  non  solo  si 
ritorna  al  Pulci,  ma  gli  elementi  burleschi  e  comici  acquistano,  per 
opera  sua,  tanto  spirito  eh'  ei  rimane  il  prototipo  di  quanti  vennero 
dopo  e  scrissero  in  maniera  burlesca  della  cavalleria  »  ('). 


Qual'  è  dunque  dei  due  il  tipo  più  compiuto  artisticamente,  se 
l'uno  è  quasi  estratto  dall'altro?  Quale  il  più  perfetto?  E  che  cosa 
v'  ha  messo  di  suo  il  poeta  maccheronico  nella  concezione  del  Cingar? 
Bisogna  soddisfare  a  queste  domande  e  vedere  quali  altri  elementi  con- 
corrano alla  formazione  della  comicissima  figura  merliniana,  oltre  quelli 
rilevati  dalla  biografia  di  Margutte.  Anche  questi  è  un  personaggio 
comico  assai  dal  suo  primo  apparire  nel  poema  fino  alla  morte  origi- 
nalissima ed  ha  un  carattere  bizzarro,  grottesco,  multiforme  ;  però  la 
storia  delle  sue  gesta  la  fa  per  intero  lui  stesso  al  suo  compagno 
Morgante,  il  quale  no  resta  meravigliato,  e  la  meraviglia  e  lo  stupore 
si  comunicano  centuplicate  al  lettore  curioso,  sicché  noi  sappiamo  delle 
sue  bravure  quel  tanto  ch'egli  racconta  in  maniera  espositiva  e  piaoe- 

(')  ZuMBiNi,  Corso  di  lezioni  lU-ttuto  neU'SG. 


-  234  - 

yolissima.  Invece  il  Cingar,  a  prescindere  dal  fatto  che,  pur  non  es- 
sendo originale,  pieno  coni'  è  di  qualità  originalissime,  presenta  mag- 
giore sviluppo  d'azione,  egli  raramente  espone  o  racconta  le  sue  gesta, 
ma  è  sempre  in  azione,  come  il  primo  personaggio  del  dramma,  come 
l'Ulisse  che  dirige  la  fittissima  tela  degli  avvenimenti,  come  il  più 
lepido  e  il  più  vario  ad  un  tempo  dei  caratteri  folenghiaui,  come  l'anima 
insomma  del  poema  eroicomico.  Inesauribile,  coni'  è,  di  sali,  di  facezie, 
di  motti  arguti,  desta  grande  interesse  nell'animo  del  lettore  dal  terzo 
al  venticinquesimo  canto  e  parecchi  canti  non  s'occupano  che  esclusi- 
vamente di  lui;  laddove  Margutte  entra  in  iscena  dopo  svoltisi  i  più 
numerosi  ed  importanti  avvenimenti  del  poema,  ai  quali  naturalmente 
non  prende  parte,  entra  in  iscena  verso  la  line  dell'azione  e  non  v'  è 
fatto  comparire  dall'autore  che  in  due  canti  appena  (in  parte  del  XVIII 
e  in  tutto  il  XIX). 

Il  Margutte  del  Pulci  agisce  una  o  due  volte  (nell'episodio  del 
furto  commesso  a  danno  di  un  oste  e  in  quello  gaio  e  ridicolo  della 
sua  morte  singolarissima);  le  altre  volte  narra  e  narra  sempre  il  resto 
delle  sue  avventure  o  dei  suoi  casi.  E,  se  qualche  momento  entra  in 
azione,  somiglia  ad  un  attore  che  venga  fuori  per  un  minuto  sulla 
scena,  dia  un  brevissimo  ed  efficacissimo  saggio  della  sua  abilità, 
e  dopo  si  ritiri  ad  un  tratto  dietro  le  quinte,  fra  gli  applausi  degli 
spettatori,  lasciando  un  pubblico  insoddisfatto  e  curioso  di  più  larga 
rappresentazione. 

Il  poeta  maccheronico,  al  contrario,  sa  trovare  occasione  d' intro- 
durre il  suo  Cingar  in  ogni  scena,  sicché  la  vita  e  l'opera  di  questo 
eroe  da  commedia  non  le  conosciamo  dalla  narrazione  che  ne  fa  lui 
stesso,  0  il  poeta  per  lui  o  per  bocca  degli  altri  personaggi,  ma  da 
quello  che  l'eroe  opera  e  compie  come  parte  integrale  dell'azione,  come 
attore  degli  episodi  più  attraenti  ;  per  modo  che  lo  vediamo  muoversi 
sotto  i  nostri  occhi,  muoversi  sempre  e  senza  posa;  per  modo  che  l'ab- 
biamo ognora  presente  a  noi  stessi,  non  come  persona  astratta  e  nota 
per  fama  o  per  istoria,  ma  come  persona  viva,  reale,  umana,  perfetta- 
mente umana  o  resa  tale  dal  genio  sommo  del  valoroso  artista  del  Ciu- 
(jut'cento. 


Oltre  a  ciò,  come  s' è  accennato,  nella  formazione  del  carattere 
importantissimo  del  Cingar,  è  un'  infiltrazione  di  elementi  estranei,  in 
certa  maniera,  alla  biografia  di  Margutte,  dei  quali  non  si  può  non 
tener  molto  conto.  Il  primo  è  un  personaggio  cavalleresco  e  nel  con- 


-  235  — 

tempo  improntato  a  sentimenti  popolari  più  che  il  secondo;  però  cosi 
confuso  con  gli  elementi  romanzeschi  originari  che  non  è  agevole  sce- 
verarli per  potere  rievocare  le  subite  modificazioni  e  ricostruirne  intera 
la  figura  duplice  di  cavaliere  e  di  monello  astuto,  che  ne  fa  ogni  giorno 
delle  sue  e  di  tutti  i  colori. 

Riconosciamo  però  agevolmente  e  senza  dubbio  eh'  è  una  fignra 
bilaterale,  a  due  facce  come  le  medaglie  :  riguardato  dall'  una  si  riat- 
tacca a  tutta  la  serie  degli  erranti,  riguardato  dall'altra  si  riattacca 
a  molti  e  vari  tipi  della  letteratura  popolare. 

Considerato  il  Cingar  sotto  questo  secondo  aspetto,  di  monello 
scaltro,  pieno  di  lacciuoli  a  gran  dovizie,  non  è  nuovo  nella  letteratura 
popolare,  invece  è  antico  assai;  e  la  novità  consiste  solo  nell'averne 
il  Folengo  usato  per  il  primo,  dopo  il  cantor  di  Morgante,  e  di  averlo, 
meglio  di  ogni  altro,  forse,  saldato,  tanto  bene  col  tipo  consuetudi- 
nario dell'  eroe  romanzesco,  del  paladino  medioevale,  da  formarne 
un  terzo  tipo,  che  non  è  né  l'uno,  né  l'altro,  tipo  misto  e  ridicolo 
davvero  di  cavaliere  popolare  e  plebeo.  Insomma  la  seconda  metà  di 
Cingar,  esprimiamoci,  se  ci  è  lecito,  in  questo  modo,  è  un  tipo  costante 
e  fisso  di  contadino  astuto,  somigliantissimo  al  Campriano  delle  fiabe 
popolari,  col  quale,  se  non  deriva  da  lui  direttamente,  ha,  direi,  di 
comune  la  marca  di  fabbrica.  Ambedue  ripetono  la  loro  origine  da  un 
modello  tradizionale  di  furberia,  appartenente  a  tutti  i  luoglii  nel  prin- 
cipio del  secolo  XVI:  a  Mantova  ('),  a  Firenze  col  nome  di  D.  Fur- 
bino;  e  a  tutte  le  Nazioni  altrcsi.  Lo  stesso  tipo  è  in  Germania,  ove 
è  chiamato  Eihirn  più  comunemente,  e  in  Lituania  Tschutis,  e  in  Da- 
nimarca ii  piccolo  Klaus,  e  in  Norvegia  il  piccolo  Pietro,  e  nelle 
verdi  PJrinni  il  piccolo  Fairly,  e  in  Iscozia  Domhnul:  in  Borgogna 
Jean  Bét,  in  Guascogna  Capdarmere,  in  Lorena  Jean  o  René  o  Riche- 
deau,  e  spesso  è  privo  di  nome  (-).  Che  se  poi  vogliamo  andare  più 
oltre  ancora  e  collegare  le  fonti  degli  elementi  costitutivi  del  Cingar 
di  Merlin  Cocai  colle  fonti  del  Campriano  contadino,  che  il  poeta  imitò 
in  più  luoghi  e  che  il  Kòhler,  non  conoscendo  redazioni  orientali,  fa- 
ceva risalire  al  Medio  Evo.  si  può  collo  Zenatti,  invece,  far  rimontare 
ad  epoche  e  regioni  più  remote  questa  specie  di  persouiticazione  uni- 
versale della  monelleria.  Essa  vive  in  Asia  anche  fra  i  tartari  Kirghisi 

(')  Vicentini,  Fiabe  mantovane,  n.  Vi.  Loescher,  1870. 

(')  Scelta  di  curiosità  letterarie,  disp.  200,  p.  xlviu  6  sepp- :  cfr.  pure 
(JuERiNi,  Vita  di  G.  C.  Croce,  Bologna,  Ziuiiclielli,  1878;  Orient  und  occident 
del  1864,  t.  Il,  p.   180   e  segg. ;  Romania,  ii.  10,  anno    li,  1887  a  Ciuites   popii- 

liiirt's  lorniiiis  ". 


I 


-  236  — 

della  Siberia  meridionale,  dove  ha  nome  Esbigaeldi,  tra  i  Santàli  del- 
l'ludia,  dove  si  chiama  Gouva  e  nd  Bengala  (')  E  in  essa,  cogli  ele- 
menti trasportati  dall'Oriente  in  Italia,  è  molto  probabile  che  il  Fo- 
lengo, con  la  stia  testa  balzana,  quantunque  ricca  d'  ingegno  e  di 
invenzioni,  abbia  voluto  informare  il  suo  Cingar,  rivestendolo  dei  ca- 
ratteri del  nuovo  ambiente.  Non  abbiamo  prove  sulìicieuti  per  avvalo- 
rare r  ipotesi,  ma  chi  mediti  le  relazioni  tra  lo  imprese  di  Cingar  e 
la  storia  di  Campriano,  specie  nel  racconto  maccheronico  del  miraco- 
loso coltello  di  S.  Bartolomeo  e  della  resurrezione  di  Berta  (-);  chi 
mediti  le  relazioni  di  Cingar  con  tutti  i  modelli  di  furberia  delle  fiabe 
popolari;  chi  pensi  che  le  tiabe  popolari  del  Medio  Evo  si  collegano 
all'Oriente,  venute  tra  noi  in  quei  tempi  in  cui  apparve  quella  mera- 
vigliosa fioritura  di  novelle  e  racconti  delle  letterature  buddistiche, 
che  passarono  dall'Asia  in  Europa,  specialmente  nell'età  di  mezzo, 
mercè  le  crociate  e  i  rapporti  dell' Italia  colle  popolazioni  del  levante 
e  cogli  Ebrei  in  particolare;  e  più,  chi  guardi  che  venature  della  stra- 
potente fantasia  orientale  si  scorgono  in  tutto  il  poema  di  Merlino, 
ove  mercanti  della  Giudea  entrano  in  azione  con  nomi  orientali,  e  che 
perfino  il  nome  del  personaggio  di  cui  ci  stiamo  occupando  attesta 
reminiscenze  orientali  o  popolari  (^),  si  persuaderà  che  la  nostra  con- 
gettura acquista  un  gran  valore. 

Dall'esposizione  fatta  vogliamo  conchiudere,  riepilogando,  che  il 
carattere  dell'umoristico  personaggio  del  B'jldo  è  plasmato  in  massima 
parte  su  quello  del  poema  italiano,  con  infiltrazione  larga  di  elementi 
numerosi  che  si  trovavano  nelle  fiabe  popolari  del  Medio  Evo  e  che 
provenivano  dall'Oriente;  ha  l'embrione  quindi  nella  materia  del  Mor- 
gaiite  e  lo  sviluppo  fuori,  in  tutta  la  coltura  del  Medio  Evo  che  tra- 
montava e  dell'Età  Moderna  che  sorgeva. 


Il  Panurgo  del  Rabelais,  tipo  comico  immortale,  imitato  spesso 
dal  Molière,  ricco  di  frizzi,  d'arguzie,  di  sali  vivacissimi,  che  costi- 
tuiscono la  parte  più  umoristica  del  PaataijnLeU  è  una  riproduzione 
air  ingrosso  del  nostro  Cingar  e  della  parte  che  questi  compie  nel 
Baldo.  L'eroe  francese  rappresenta,  al  pari  dell'eroe  italiano,  l'unione, 

(')  Romania,  luopo  cit.,  p.  513  e  sejrp.  «  Illuslriizioiii  alla  novella  di  lìi- 
chedeau  »». 

(*)  Maccher.  cit. 

{^)  Ciii>,Mr   =  Zingar  =  zingaro. 


007 
—      X  -J  (      ■ — • 

la  sintesi  d'ogni  virtù  e  d'ogni  vizio,  d'ogni  volgarità  e  d'ogni  coltura. 
L'uno  e  l'altro  sono  un  impasto  di  bene  e  di  male,  di  colpii  e  di  atti 
magnanimi;  e,  mentre  sono  spregevoli,  conoscono  poi  ogni  lingua,  sanno 
ogni  scienza,  apprendono  qualunque  dottrina,  e  interpetrano  la  Bibbia, 
e  sono  peritissimi  in  astronomia,  e  si  dilettano  di  filosofare  con  Pla- 
tone ed  Aristotile,  e  accolgono  le  idee  della  riforma  con  Lutero,  ed 
hanno  eziandio  una  disposizione  singolare  per  il  ballo,  per  la  musica 
e  per  tutto  ciò  che  adorna  la  persona  ingentilendo  il  cuore.  Tutti  e  due 
sono  l'anima  del  racconto  nelle  rispettive  epopee. 

Che  il  personaggio  del  poema  francese  tragga  la  sua  origine  dal 
famigerato  personaggio  del  poema  di  Merlin  Cocai  è  provato  dall'ana- 
logia degli  elementi  sostanziali  del  loro  carattere,  e  dall'identità,  quasi 
di  molte  situazioni,  e  dalla  somiglianza  di  molte  avventure  e  di  mol- 
tissimi episodi:  quello  della  tempesta  e  della  successiva  paura  che 
rende  comicissimi  tanto  Cingar  che  Panurgo,  quello  delle  pecore  but- 
tate in  mare  e  seguite  dal  rimanente  del  gregge  della  successiva 
zuffa  coi  pastori,  e  d'altri  ancora  che  attestano  la  più  stretta  paren- 
tela fra  le  due  concezioni.  Il  Panurgo  non  ha  forse  quanto  il  Cingar 
tanta  parte  nell'azione,  ma  è  molto  più  lepido.  Con  lui  l'umorismo 
francese,  il  cosidetto  panlagruelisme  arriva  al  non  plus  ultra. 

Ma  esaminiamo  più  da  vicino  l'affinità  dei  due  eroi-pulcinella, 
se  ci  si  passa  il  vocabolo.  Non  mi  sto  a  fermare  sui  confronti  parti- 
colari, ne  ritraggo  pochi  importantissimi.  Una  delle  gravi  disgrazie 
nella  quale  era  incorso  Cingar  era  stato  l'acquisto  di  una  moglie  in- 
fedele, degno  compenso  veramente  e  giusta  punizione  per  chi  n'avea 
fatte  tante  delle  sue,  per  chi  avea  tradito  l'amicizia  di  tanti  mariti  I 
p]bbene,  l'avventura  principale  della  vita  di  Panurgo  è  che  voleva  ma- 
ritarsi, ma  temeva  di  divenir  becco  lui  che  aveva  sedotto  in  gran 
numero  le  uiogli  altrui  ;  ond'egli  consulta  maglii,  astrologhi  e  lo  stesso 
gran  dottore  Pantagruel  par  decidersi:  e  tutto  ciò  è  di  una  comicità 
meravigliosa,  festevolissima  {Pani.,  liv.  111.  chap.  IX-XIII). 

Ci  vorrebbe  uno  studio  vastissimo  per  provare  le  molte  rassomi- 
glianze delle  avventure  capitato  ai  personaggi  che  cerchiamo  di  rav- 
vicinare; ed  abbiamo  in  animo  di  farlo  quando  avremo  raccolto  tutti 
gli  elomenti  delle  nostre  ricerche  e  potremo  ritornare  sull'argomento 
con  maggior  calma  e  con  maggiore  abbondanza  di  mezzi,  ohe  purtroppo 
oggi  non  ci  son  dati  (').  Ma  proseguiamo  per  ora  nell'esame  parziale 

(')  Anche  perchè  invano  da  ilodici  anni  rechunianio  una  sedo  Juvc  si  possa 
mettere  a  protìtto  una  biblioteca  o  un  archivio! 


-  238  - 

di  alcune  scene.  Come  ho  detto,  una  delle  più  belle  è  nel  capitolo  nono, 
quando  Panurgo  prende  consiglio  da  Pantagruol  intorno  all'opportunità 
d'ammogliarsi  o  di  rimaner  celibe.  Il  loro  dialogo  è  comicissimo.  Pa- 
nurgo gli  espone  il  suo  disegno  non  senza  titubanza,  temendo  di  tro- 
varsi a  disagio  nello  stato  coniugale;  ma  poi  si  ricorda  a  un  tratto 
del  passo  della  Bibbia  i^  Vae  soli  "  e  muta  d'opinione  come 

<iuei  cl)e  disvuol  ciò  che  volle 

E  per  nuovi  pensier  cangia  proposta. 

Quindi  comincia  a  spitterare  ragioni  prò  e  cantra  la  vita  coniu- 
gale :  da  un  lato  teme  d'esser  fatto  becco,  d'essere  probabilmente  bat- 
tuto un  giorno  dalla  futura  sposa,  e  di  tanti  altri  guai  che  si  trae 
seco  il  matrimonio  ;  dall'altro  enumera  i  bisogni  che  ha  l' uomo  d'as- 
sociarsi una  compagna,  della  prole,  degli  eredi,  della  felicità  che  ne 
consegue.  Dopo  sirtatte  ed  opposte  considerazioni  rimane  in  uno  stato 
di  perplessità  curiosissimo;  ed  il  peggio  si  è  che  enumerando  egli  via 
via  i  vantaggi  e  gli  svantaggi  del  matrimonio,  il  savio  consigliere 
Pantagruel  ora  approva  e  ora  disapprova;  accrescendo  a  mille  doppi 
lo  stato  di  perplessità  di  Panurgo,  che  resta  nella  più  triste  e  ridicola 
indecisione.  Allora  entrambi  ricorrono  alle  sorti  virgiliane  ed  omeriche: 
s'aprono  a  caso  le  opere  del  gran  Mantovano  e  d' Omero  e  s' interpe- 
trano  i  passi  che  capitano  loro  sott'occhio  e  che  Pantagruel,  a  render  più 
comica  la  scena,  chiarisce  sempre  sfavorevolmente,  affermando  che  Pa- 
nurgo sarà  inevitabilmente  becco  e  bastonato.  Quindi  ricorrono  anche 
ai  sogni  e  ad  altro  (').  Ebbene,  sfogliando  le  pagine  del  Baldo  vi 
si  trova  una  scena  villereccia  e  un  lungo  dialogo  fra  Tognazzo  e  Berta 
(indettata  da  Cingar),  a  proposito  delle  donne  di  Cipada,  nel  quale  si 
riscontra  in  germe  il  dialogo  accennato  tra  Pantagruel  e  Panurgo  sui 
vantaggi  e  gli  svantaggi  del  matrimonio  e  che  serve  a  vie  meglio  raf- 
forzare la  nostra  tesi. 


Riesce  difficile  tener  dietro  a  tante  fantasticherie  che  fanno  girar 
la  testa,  ma  da  mille  altri  passi  risulta  evidente  la  parentela  tra  il 
personaggio  dell'epopea  maccheronica,  quello  dell'epopea  italiana  del 
Pulci  e  quello  dell'epopea  francese  del  Rabelais.  Potremmo  aggiungere 
che  la  parentela  cresce  se  volgiamo  lo  sguardo  ad  un  altro  personaggio 

(')  ZiiMiuM,  Niijioli,  Corso  di  lez.  cit. 


—  239  — 

protagonista  di  un  altro  poema,  al  Don  Chisciotte  del  Cervantes,  che 
la  mancanza  di  tempo  non  ci  permette  di  esaminare  e  confrontare. 

Sicché  Margutte,  Cingar  e  Panurgo  sono  come  altrettanti  punti 
di  una  serie  progressiva,  altrettanti  cavalieri  della  stessa  natura,  di 
uno  stess' ordine  e  di  una  stessa  razza.  Il  processo  biologico  dell'uno 
finisce,  quasi,  dove  quello  dell'altro  comincia;  debbono  quindi  consi- 
derarsi sempre  indissolubilmente  legate  queste  tre  tipiche  figure,  le 
più  lepide,  le  più  comiche,  le  più  umoristiche  insieme  tra  i  personaggi 
del  Morgante,  del  Baldo,  del  Paniagruel. 

Ed  aggiungendo  ad  esse  quella  ancora  più  lepida  del  Don  Chi- 
sciotte, si  vedrebbe  meglio  non  solo  l'affinità  tra  i  personaggi  indicati, 
ma  fra  le  varie  epopee  delle  tre  letterature  neolatine;  in  maniera  da 
potere  affennare  che,  se  vicende  politiche  divisero  per  molti  secoli  i 
popoli  d'  Europa,  vi  fu  qualcosa  al  disopra  della  storia  che  ne  tenne 
sempre  stretti  e  concordi  gli  animi;  e  da  poter  conchiudere  che  perfino 
nel  periodo  fatale  delle  preponderanze  straniere  e  nell'età  del  mag- 
giore contrasto  tra  Francia  e  Spagna  per  la  conquista  d' Italia,  quando 
pareva  non  esistere  altri  rapporti  fra  le  tre  sorelle  latine  che  quelli 
di  dominatrici  e  dominata,  l'arte,  suprema  antesignana  della  fratel- 
lanza dei  popoli,  le  univa  in  nome  del  bello  che  non  ha  patria  e  non 
ha  confini. 


XX. 


PER  L'«  AUTOBIOGRAFIA^    E  PER  I   -  COSTITrTI 
DI  SILVIO  PELLICO 
E   PER   UNA   RECENTE    RIABILITAZIONE. 

Comunicazione  del  prof.  Do.menico  Chiattone. 


Subito  dopo  la  morte  di  Silvio  Pellico  fu  agitata  dai  biografi  una 
questione  assai  importante  per  lo  studio  della  vita  del  Saluzzese,  ed 
è:  s'egli  avesse,  o  no,  lasciato  alcune  memorie  autobiogì^afi,che  «atte 
a  rettificare  molti  fatti  e  a  raddrizzar  molti  giudizi  "('). 

Fin  d'allora  s'iniziò  quella  doppia  corrente  di  -  fanatici  "  (^)  non 
ignoti  all'autore  delle  «  Mie  Prigioni  «  :  «  coloro  che  si  credono  libe- 
rali, desiderando  alla  cieca  rivolte  plebee  ed  irreligione  —  e  coloro 
che  si  credono  santi,  desiderando  alla  cieca  persecuzioni  in  nome  di 
Dio  " .  Da  una  parte  il  padre  Bresciani  nella  «  Civiltà  Cattolica  »  (^) 
annunciava  l'antica  esistenza  di  queste  importanti  memorie  *.  scritte  per 
ribattere  certe  sentenze  di  Piero  Maroncelli,  da  cui  i  nemici  del  Pel- 
lico stesso,  avevano  tratto  un  grande  argomento  per  infierire  contro 
di  lui ..."  ;  e  sui  ricordi  di  una  lontana  lettura  del  manoscritto  ita- 
liano, ne  tracciava  la  tela  in  una  breve  relazione.  Silvio  Pellico  aveva 
dato  <»  a  leggere  il  manoscritto  secretamente  al  suo  confessore,  il  quale, 
desiderando  eziandio  il  mio  giudizio,  diedeme  (lo)  per  pochi  giorni  a 
rivedere  sotto  il  sigillo  del  più  severo  secreto,  il  che  io  attenui  gelo- 
samente      Ivi  parla  con  un  candore  di  stile  ineffabile  della  sua 

prima  puerizia;  delle  orazioni  che  gli  facea  recitare  la  mamma;  delle 
sue  divozioncelle  .  . .  etc.  etc. . .  .  " .  «  Ma  la  parte  più  grave  di  quella 

(')  P.  Giuria,  Silvio  Pellico  e  il  suo  tempo.  Voghera.  (Jiitti.  1854,  p.  229. 

(')  L.  Caimnkri-Oipriam,  Lettere  di  Silvio  Pellico  iilla  Donna  Gentile.  \io\\\%. 
Soc.  Edit.  Dante  Alii,'hieri,  1901.  Lettera  del  12  niairsrio  lSr.4.  p.  122. 

(')  Cfr.  Civ.  Catt.,  ser.  2",  voi.  IX.  p.  12:  I.  IJinikui.  Della  vita  e  della 
opere  di  S.  Pellico,  voi.  II,  pag.  238  e  !>egir. 

Sezione  HI.  —  Storia  delle  LetleralMre.  lO 


-  242  — 

vita  preziosa  si  è  dove  si  apre  la  sorgente  de"  suoi  guai  politici,  e  ci 
spiega  il  mistero  delle  Mie  prigioni,  ove  si  lagna  della  iagiustisia 
degli  uomini:  imperocché  in  quella  vita  dimostra  apertamente  ch>^/j 
non  fu  mai  della  scelta  de'  carboiiari,  sebbene  i  Tribunali  austriaci 
avessero  in  mano  documenti  autentici  che  egli  vera  ascritto  ". 

Io  credo  che  l'intento  del  padre  Bresciani  nel  ricordare  quella 
famosa  autobiografia  ^  scritta  in  italiano  -  fosse  solo  questo:  iniziare 
una  possente  tradizione,  fatta  di  vaghi  accenni  orali,  di  testimonianze 
di  amici,  di  frasi  colte  a  volo,  che  esaltando  la  «  seconda  vita  "  ve- 
nisse a  distruggere  lentamente  le  ricordanze  della  «  prima  " .  quando 
nel  cuore  del  giovane  carbonaro  —  poiché  egli  lo  fu  (') —  era  un  pal- 
pito per  le  sciagure  della  patria  dolorante  sotto  il  giogo  dello  stra- 
niero. Palpito  che  non  s'interruppe  mai;  checché  dicano  i  fanatici 
della  prima  specie,  che  declamano  sulla  falsariga  degli  Stecchetti  senza 
leggere  quelle  lettere,  dove  il  Saluzzese  raccomandando  ad  un  Gene- 
rale alcuni  giovani  arruolati  —  nel  '48  —  li  incita  alla  fede  nei  grandi 
destini  della  patria  nostra  (*). 

Luigi  Ghiaia  alla  notizia  data  dalla  Civiltà  Cattolica  e  da  Giorgio 
Briano  neìY Artnonia  (1854,  2  febbraio)  disse  inesatta  questa  affer- 
mazione, in  una  sua  commemorazione  del  Saluzzese  scritta  nel  1854 
nella  divista  contemporanea  (^). 

Sorse  allora  il  Giuria  che  ribattendo  le  dichiarazioni  del  Ghiaia 
scriveva  in  una  nota  ad  un  suo  articolo  pubblicato  swW Amico  della 
famiglia:  «  In  morte  di  Silvio  Pellico  »  (e  riordinato  pel  noto  vo- 
lume «  Silvio  Pellico  e  il  suo  tempo  "  ):  «  Non  posso  affermare  che  queste 
Memorie  esistessero  quando  Pellico  venne  a  morte,  perchè  io  non  era 
tra  li  esecutori  testamentari;  ma  posso  bensì  affermare  che  esistevano 
nel  1887,  perchè  non  solamente  le  ho  vedute  e  toccate,  ma  uè  intesi 
a  legger  gran  parte  dalla  bocca  stessa  di  Pellico  ;  anzi  mi  ricordo  che 
avendogli  chiesto  quando  intendeva  pubblicarle,  rispose:  dopo  la  mia 
morte.  Erano  molti  quaderni  in  foglio,  e  a  giudicarne  della  mole, 
avrebbero  formato  un  volume  simile  a  quello  delle  Mie  Prigioni  yi{^). 

Strani  questi  testimoni  oculari,  che  tutti  arrivano  con  una  novella 
di  aggiunta!  Giorgio  Briano  nel  suo  opuscolo  -  Della  vita  e  delle  opere 

(')  (ìiunfjono  a  projKi.sito  le  note  se;,'rete  austriache,  che  si  pubblicano  in 
questo  stesso  articolo. 

(*)  Archiino  di  Si.  di  Milano.  Autografi  S.  I'. 

(3)  (Jfr.  Rivista  Contemporanea  di  Sienzc,  Lettere,  etc,  etc,  voi.  I,  a  ji.  -164  ; 
Varietà. 

(♦)  I'.  Gii  RIA.  oj..  cit.,  |.j).  229-230. 


—  243  — 

di  Silvio  Pellico  »(')  va  più  in  là  nei  ricordi  e  ci  narra  come  l'autore  della 
Francesca  avesse  «  pure  steso  un  libro  di  Memorie  sue,  intitolato  le 
Visite,  col  quale  sotto  il  nome  anagrammatico  di  Olivis.  egli  dipin- 
geva la  sua  vita  dopo  il  carcere,  e  diceva  a  me,  cui  da  quando  a 
quando  leggeva  brani  di  quest'opera,  che  l'avrebbe  poi  fatta  precedere 
da  una  notizia  della  sua  vita  prima  delle  Prigioni,  lasciando  cosi 
oltre  ad  una  solenne  storia  letteraria  di  quei  tempi,  quella  compiuta 
della  sua  vita  ». 

Più  tardi  Don  Ponte  nell'  Uailà  Cattolica  (^)  affermava  la  testi- 
monianza orale  che  «  Pellico,  per  consiglio  della  Marchesa  Barolo,  a 
fine  di  non  dar  occasione  ad  altre  dicerie,  desse  alle  fiamme  »  il  ms.; 
ed  ultimamente  Ilario  Kinieri  nel  2°  volume  del  suo  lavoro  sul  Pellico 
pubblicava  due  capitoli  di  un  frammento  della  Storia  della  sua  vita  {^). 
che  il  Saluzzese  lasciò  fra  gli  altri  suoi  mss.  al  fratello  Francesco,  e 
che  ora  conservasi  negli  archivi  della  Civiltà  Cattolica.  Capitoli  senza 
alcuna  importanza  storica,  e  per  cui  ci  vien  voglia  di  dimandarci  se  essi 
invece  che  la  lezione  definitiva  della  vera  Autobiografia  non  siano  stati 
piuttosto  i  primi  abbozzi  della  vera,  che  pur  frammentariamente  esiste, 
SCRITTA  IN  FRANCESE  (per  quauto  il  Bresciani  la  ricordasse  in  ita- 
liano; se  pure  questi  non  rammentava  semplicemente  i  cap.  pubblicati 
ora  dal  Kinieri,  per  quanto  abbastanza  varianti  dalla  sua  narrazione) 
ed  annoverata  fra  i  cimeli  del  Pellico,  in  quella  vetrina,  che  è  con- 
servata gelosamente  dal  Municipio  di  Saluzzo  nella  storica  Casa  Ca- 
vassa,  e  che  il  Rinieri  non  potè  esaminare  prima  della  pubblicazione 
dell'opera  sua. 


Non  sembra  vero:  questi  cimeli  di  Casa  Cavassa  destarono  fino 
a  ieri  ancora  delle  curiose  leggende.  Così  vi  fu  chi  fantasticando  rin- 
tracciò l'impronta  di  stille  di  pianto  o  di  baci  d'amore  della  vene- 
zianina  adolescente  sbirra  su  ogni  pagina  di  quella  Bibbia  -^  muto, 
ma  verace  testimonio  di  tante  ambasce,  di  tante  lacrime,  di  tanta 
virtù ..."  di  quella  Bibbia,  che,  a  farlo  a  posta,  non  potè  mai  essere 
quella  dei  •'Piombi  »   e  dei  primi  anni  dello  «  Spielberg -(^). 

(')  G.  lìxiXKìiO,  Della  vita  e  delle  op.  di  Silvio  Pellico,  Torino,  presso  l'Uftìcio 
generale  d'aniuinzi,  1854,  p.  26. 

C")  Cfr.   Un.  Cattolica,  31  gennaio  1884. 

(')  I.  RiN'iERi,  op.  cit.,  voi.  II.  p.  372  f  sesrg. 

(*)  Cfr.  Cimeli  Patriottici,  in  Picc.  Arch.  Stor  dell'antico  Marchesato  Ji 
Salasso,  voi.  II,  p.  325. 


—  '241  - 

In  un  ansrolo  della  vetrina  è  un  logoro  berretto:  ed  ecco  clii  vide 
in  esso  il  berretto  da  prigioniero  dello  Spielberg  !  E  chi  sa  quali 
altre  fantasie  sul  modesto  copricapo  -  di  cui  l'ottimo  mio  fratello  Silvio 
Pellico  (così  scrive  la  Giuseppina)  di  compianta  e  venerata  memoria 
si  serviva  allorché  veniva  passare  qualche  u^ioruo  a  Chieri  !  » 

Per  Y Autobiografia:  c'è  chi  fruga  e  non  la  trova.  .  .  .  fra  un 
centinaio  (al  più!)  di  carte. 

A  consolazione  di  questi  biogratì  oggi  mi  è  dato  portare  una  pre- 
ziosa notizia:  Y Autobiografìa  del  Pellico  non  fu  l)ruciata  o  stracciata 
interamente  ;  ma  essa  esiste,  e  per  quanto  solo  in  frammenti,  questi 
son  quanti  bastano  a  darci  una  chiara  idea  di  che  cosa  fosse  real- 
mente questo  prezioso  manoscritto;  non  semplice  sdilinquimento  in 
sospiri  e  in  tenerezze,  ma  concisa,  serena  e  severa  narrazione  dei  fatti, 
che  occuparono  quegli  anni  venturosi  della  vita  del  Saluzzese,  prima 
ch'egli  ascendesse  da  forte  il  suo  calvario. 

Io  non  andrò  indagando  per  quali  ragioni  veramente  queste  Me- 
morie fossero  prima  dettate  e  poi  stracciate;  certo  l'Autore  stesso 
deve  essersi  persuaso  tardi  al  sacrifizio,  quando  forse  urgeva  la  tem- 
pesta «li  tante  calunnie  fra  martire  e  martire,  di  tanti  reciproci  rin- 
facciaraenti  di  viltà  e  di  debolezze,  destate  da  quelle  prime  miserevoli 
pubblicazioni  dell'Andryane,  che,  con  poca  carità  verso  quella  nazione 
che  pur  aveva  amato  e  per  cui  aveva  tanto  sofferto,  ebbe  il  torto  di 
iniziare  le  prime  dolorose  «liatribe,  su  cui  scesero  più  tardi  gli  italiani 
stessi  a  continuare  l'opera  malaugurata,  —  fondando  le  accuse  sulle 
passate  invidie  e  sulle  recenti  passioni. 

i.  Vi  sono  ragioni  per  non  pubblicare  sinora  l' intera  mia  Vita 
(la  quale  io  aveva  intenzione  di  pubblicare  sin  dal  1835,  come  vedrassi 
dalle  carte  qui  unite)  "  così  scrive  il  Pellico  nel  verso  del  primo  foglio 
di  queste  sue  Memorie. 

Furbo  e  straordinariamente  equilibrato,  quest'uomo,  che  aveva 
una  meravigliosa  perspicacia  all'adattamento  «lell'ambiente,  sentì  la  ri- 
pugnanza di  ogni  puerilità  di  disputa?  Onorato,  venerato  da  tutti  — 
e  pili  specialmente  dagli  stranieri  —  cosciente  di  questo  universale 
tributo  (li  stima,  che  gli  veniva  rivolto,  non  volle  egli  trascinare  nella 
questione  in  cui  si  eran  logorati  i  D'Andryane,  i  Solerà,  i  Pallavicino 
e  lo  stesso  Gonfalonieri,  il  suo  nome,  ch'ei  sentiva  puro  ed  immune 
d'ogni  colpa?  Alla  Donaa  Gentile,  la  fida  e  buona  Quirina  Magiotti- 
Mocenni,  cui  lo  scarcerato  dallo  Spielberg  comunicava  mese  per  mese 
le  impressioni  or  dolci  or  melanconicamente  tristi  della  nuova  libertà. 


—  245  _ 

il  15  luglio  1884  egli  annunziava:  -  Ho  -critto  una  mia  rila  che  per 
ora  non  vedrà  la  luce  •>  {'). 

Checché  si  dica,  io  penso  non  soltanto  al  quadro  politico  Piemon- 
tese dopo  il  1833,  quando  le  paure  di  tante  coscienze  (fatte  reazio- 
narie alla  ruina  dei  nuovi  ideali,  spenti  iiell'apatia  della  folla  e  per  vo- 
lere dei  governanti)  potevano  influire  sulla  mite  anima  del  povero  Pel- 
lico, accettato  in  queste  terre  subalpine,  dopo  il  decreto  d'espulsione 
da  ogni  dominio  austriaco;  ma  penso  a  tante  vergognose  delazioni. 
non  ignorate  dal  Saluzzese,  quando  nel  carcere  di  San  Marco  egli  ap- 
prendeva dal  Maneo,  dal  Caporali,  dal  Casali  e  da  altri  detenuti,  coi 
quali  poteva  discorrere  (-),  con  strani  nomi  appellativi  di  animali  —  le 
ignominie  del  Foresti,  del  Solerà  e  Compagni ....  che,  ora  liberi,  trin- 
ciavan  giudizi  sul  terzo  e  sul  quarto,  *.  mandando  »  secondo  che  li  premeva 
il  desiderio  di  nascondere  le  antiche  vergogne.  Ed  allora  m" immagino 
quell'anima,  che,  nella  calma  evangelica,  dopo  i  dieci  anni  di  segrega- 
zione dal  mondo,  ritìorisce  —  nella  virtù  atavica  —  a  quel  sovrumano 
misticismo,  che  s'esprime  ad  ogni  momento,  in  tutti  i  sensi,  in  ogni 
parola,  in  ogni  azione,  e  sempre  così  insistentemente  da  renderci  pen- 
sierosi (e  forse  ....  più  ancora,  se  credessimo  a  certe  bistrattate  teorie 
di  scienza),  e  mi  chieggo  come  mai  in  quel  corpo  intristito  e  gramo 
la  mente  —  che  quasi  quasi  s'  è  adattata  a  credere  che  la  commu- 
tazione della  pena  da  prima,  la  liberazione  ora  sieno  tutta  bontà  e 
generosità  della  Sacra  Cesarea  Maestà  Regia  Apostolica  '.  —  possa 
ancora  concepire  un  altro  sentimento  che  non  sia  di  amore  universale. 

Ma  se  su  certe  cose  egli  avesse  parlato,  avrebbe  rotto  certamente 
la  volontaria  consegna;  ond'è  che,  dinanzi...  al  pericolo,  s'impose  il 
silenzio. 

Oh  !  se  tutti  le  avessero  comprese  quelle  ragioni  :  oltre  che  sa- 
rebbe svanito  il  doloroso  spettacolo  di  odi  fra  gente  che  pure  aveva 
diviso  un  giorno  gli  ideali  e  le  pene,  sarebbe  mancato  il  primo  fomite 
ad  altri  rancori  più  tardi  ! 

Così,  e  per  tali  cause  giunsero  a  noi  quei  frammenti  di  Autobio- 
grafia, che  pubblicherò  nel  loro  carattere  in  appendice  al  mio  pros- 
simo volume  sul  Pellico;  oggi  non  tralascierò  di  dire  che  essi  sono 
scritti  IN  FRANCESE,  al  coutrario  di  ciò  che  vide  o  non  vide  il  Bre- 
sciani. 


(')  L.  Capinkui-Ou'riam,  op.  cit.,  \\  125. 

C)  Cfr.  Costituti  (2,  ;^)  di  Pietro  l'ietro  Caporali,  in  Processi  Carbonari  in 
Arch.  Segreto  di  St.  di  Milano,  Busta.  VI  (n.  47  e  sepg.). 


-  246  — 

h' Autobiografìa,  come  ci  resta,  si  divide  in  capitoli,  che,  pur 
distendendosi  su  pagine  lacerate  (delle  quali  alcune  mancano  d' una 
buona  parte)  non  impediscono  la  visione  del  connesso  del  discorso. 
Peccato  che  manchino  numerosi  fogli,  che  non  mi  fu  dato  di  rinvenire. 

In  quelli  che  restano  la  narrazione,  sui  ricordi  che  tornano,  non 
procede  oscura,  ma  rapida  e  concisa,  in  un  francese  abbastanza  cor- 
retto. 


S"  aprono  i  frammenti  sulle  memorie  di  quella  sincera  amicizia 
che  legava  il  Pellico  ad  Ugo  Foscolo  —  il  mentore  benigno  del  gio- 
vane Saluzzese,  cui  preparava  con  le  note  correzioni  (dove  brilla  lo 
spirito  buono  di  ironia)  coi  consigliati  tagli  al  copione,  il  trionfo  com- 
pleto della  Francesca  da  Rimini.  Anche  qui  son  le  ricordanze  che 
poi  formano  argomento  della  poesia  Le  Chiese,  e  l'autore  si  dilunga 
a  parlare  del  carattere  tiero  del  suo  amico,  che  non  dimenticò  mai,  e 
sul  conto  del  quale  non  ebbe  mai  a  ricredersi  —  come  anche  affermano 
le  lettere  alla  Donna   Gentile,  pubblicate  dalla  Capineri-Cipriani.  — 

Nei  capitoli  che  seguono  son  ricordati  i  vincoli  di  affetto  fra  il 
Pellico  stesso  ed  il  Porro  ;  i  discorsi  politici  che  fra  loro  si  tenevano 
ai  famosi  ".  pranzi  classici  ^ ,  dove  non  aveva  timore  d' intervenire  il 
Bubna,  che  consigliava  il  giovine  poeta  «  allo  studio  delle  relazioni 
fra  l'Austria  e  l'Italia  "  portando  una  nota  di  conciliazione,  e  dicendo 
li  comment  l'Italie  fraternisant  avec  nous  "  avrebbe  avuto  tutto  da 
guadagnare. 

Il  mite  Bubna  s'illudeva!  Ma  egli  avrebbe  voluto  •  non  pas  un 
livre  servile,  mais  un  livre  qui  puisse  vous  faire  honneur  " ,  e  in  quelle 
sue  parole  era  <•  un  douce  ton  d'affection  " .  Forse  il  generale  austriaco 
che  non  era  ignaro  delle  segrete  intese  di  questi  spiriti  bollenti  di 
libertà,  prevedeva  il  sacrificio  del '21,  e  più  volte  aveva  consigliato  la 
prudenza  al  Pellico.  -  Oui.  je  serais  prudent  «  questi  prometteva:  t*  je 
suis  poète  "  e  il  suo  ideale,  soggiungeva,  non  era  nel  campo  della  po- 
litica, ma  in  quello  più  tranquillo  dell'arte. 

Vane  promesse!  Il  viaggio  a  Venezia  non  fu  certo  per  un  ideale 
d'arte;  ben  lo  provano  le  carte  segrete  esistenti  negli  Arciiivi  di  Stato 
di  Milano,  dalle  quali  traspare  che  Silvio  Pellico  stesso  ammise  lo 
scopo  recondito  della  gita  sul  battello. 

A  pag.  loo  è  narrata  con  commoventi  parole  la  morte  del  povero 
Edoardo.  In  nessim  luogo,  come  qui,  abbiamo  interessanti  particolari  sul 
doloroso  episodio  di  Lorentecchio,  il  ricordo  del  quale  sempre  vivo  alla 


—  247  - 

memoria  dell'autore,  getta  nell'animo  suo  un  senso  di  scoraggiamento. 
di  apatia,  per  cui  è  obbligato  a  tralasciare  per  alcun  tempo  ogni  la- 
voro, trascurando  un  incominciato  romanzo. 

Seguono  sette  fogli  quasi  interamente  stracciati,  ma  non  senza  che 
si  possa  intravvedere  l'argomento  dei  capitoli,  che  insistevano  sul  do- 
lore della  morte  di  Edoardo  ;  dando  poi  alcune  notizie  sul  poema  II 
Cola  de  Rienzi,  che  ora  è  conservato  negli  archivi  della  Civiltà  Cat- 
tolica. 

L'autore  parla  quindi  delle  sue  aspirazioni  letterarie,  del  suo  fa- 
ticoso lavoro  nella  compilazione  del  Conciliatore,  dell'amicizia  sua 
col  De  Bréme,  di  cui  già  ebbi  a  discorrere  (').  e  pel  quale  egli  si 
ferma  a  considerare  il  carattere  dei  Piemontesi  di  fronte  agli  italiani 
tutti;  anzi,  su  questo  argomento  doveva  compilare  un  volume  in  col- 
laborazione coll'amico,  che  però  veniva  rapito  da  prematura  morte. 

Ma  nell'ambiente  in  cui  viveva,  Pellico  non  poteva  astenersi  dal 
far  della  politica,  —  e  noi  sappiamo  come  egli  la  facesse  volentieri.  — 
Nei  capitoli  che  seguono,  ma  che  purtroppo  sono  anche  i  più  fram- 
mentari, si  parla  più  particolarmente  di  questo  interessante  argomento. 
Ivi  si  fa  cenno  di  spie,  ed  entra  in  campo  una  donna  greca  rivolu- 
zionaria, di  cui  finora  non  si  avevan  notizie,  la  quale  fu  per  la  propa- 
ganda a  Parigi,  a  Venezia,  e  a  Milano,  dove  conobbe  il  Pellico,  che 
fu  meravigliato  per  la  sua  imaginazione  e  per  il  suo  grande  entu- 
siasmo (■-). 

L'autore  doveva  averci  dato  più  ampie  notizie  di  lei  in  questi 
capitoli,  che  si  movimentano  in  un  dialogo  drammatico,  per  ciò  che  ci 
lasciano  ancora  scorgere  le  povere  vestigia  del  racconto  nei  mutili  fogli. 

Intanto  giunge  a  Milano  Piero  Maroncelli,  che  è  subito  stretto 
al  Saluzzese  dai  vincoli  della  più  cordiale  intimità,  non  soltanto  perchè 
li  riuniva  l'entusiasmo  per  l'arto  e  la  poesia,  ma  anche  perchè  li  ac- 
comunava l'amore  clie  entrambi  avevano  per  Carlotta  e  Gegia  Mar- 
chionni  (3). 

Pellico  dedicò  un  intero  capitolo  a  questa  prima  conoscenza  col 
Forlivese,  con  Eomagnosi  e  con  Laderchi  ;  ed  è  qui  appunto  che  il 
Saluzzese,  dato  bando  momentaneamente  a  tutte  le  antiche  paure,  prese 

(')  Cfr.  La  u  Francesca  da  Rimini  •'  ili  Silrio  Pellico  e  i  suoi  correttori. 
Saluzzo,  tip.  Bovo  e  Baccolo,  1001. 

(*)  Non  la  confondo  con  la  nota  donna  dello  inoniorle  del  Vannuoci.  a  ri- 
jfuardo  del  Foresti. 

(3)  Son  conociuste  le  relazioni  fra  Maroncelli  e  l'ellico,  e  fra  qnesti  due  e  le 
cuijine  Marcliionni. 


—  248  — 

la  pernia  e  si  decise  a  parlar  di  politica.  Purtroppo  le  paure  torna- 
rono, ed  oggi  gli  scarsi  franunenti  non  ci  permettono  che  poche  conget- 
ture »  Maroncelli  était . .  .  à  Naples,  où  presque  ....  eutrait  dans  la 
Socié[té]  . . .  pour  faire  venir  ces  . . .  Les  statuts  ne  vinrent .  . .  ". 

Ma  anclie  le  modeste  ipotesi,  parmi,  non  saccordauo  con  le  di- 
chiarazioni e  i  ricordi  del  Bresciani  I 

Nel  frattempo  a  Torino  il  De  Breme  è  moribondo  ;  al  suo  capez- 
zale corre  l'amico  fidato,  e  \k  «  oh  combien  je  serais  reste .  . .  [en] 
renoncent  a  Milan...  «;  ma  qui  lo  chiamavano  gli  impegni,  ed  egli 
dovette  ritornare  pieno  di  tristezza,  quasi  presentisse  l'eterno  distacco 
dai  suoi  genitori  I 

A  Milano  la  politica  occupava  oramai  tutte  le  menti,  e  non  è 
chi  non  conosca  tutto  il  secreto  lavorio  di  queste  anime  ardenti,  so- 
gnanti la  libertà  da  ogni  giogo  straniero.  Pellico  è  avvisato  ancora  una 
volta  confidenzialmente  dal  Bubua,  ma  oramai  è  troppo  tardi  :  il  viaggio 
a  Venezia  era  combinato  e  doveva  farsi! 

Pigliarono  parte  ad  esso  oltre  che  il  Pellico  e  il  Porro,  il  Gon- 
falonieri, i  due  noti  inglesi  e  Vincenzo  Monti.  Dalle  deposizioni  del 
Pellico,  che  devono  essere  inserite  ne'  suoi  CoslitiUi,  e  per  cui  io  posso 
citare  qui  una  nota  segreta  e  riservata  della  polizia  austriaca,  «  Pel- 
lico e  Porro  erano  in  quel  momento  già  carbonari  ;  Pellico  aveva  con 
sé  il  catechismo  e  il  quadro  carbonico,  nell'  intenzione  di  trovar  dei 
proseliti  tanto  a  Venezia,  quanto  nelle  altre  città  del  Regno  Lombardo- 
Veneto,  per  dove  credeva  nel  suo  ritorno  di  passare  ". 

Vincenzo  Monti  che  aveva  fiutato  il  vento  infido  di  questo  viag- 
gio, all'  ultimo  momento  avrebbe  voluto  rinunziare  ;  ma  il  Pellico  lo 
incoraggiava  :  »  avez-vous  peur?  «  senza  pur  narrargli  quelli  che  il  poeta 
chiamava  «  les  prc'tendus  mystères  de  notre  voyage  « .  Ma  non  era  il 
Monti  che  si  poteva  persuadere:  «  il  n'est  pas  défendu  .  .  .  qu' ici  l'on 
ne  trame  pas  .  .  .  » . 

A  Venezia  il  Pellico  ammirò  le  innumeri  bellezze,  compose  dei 
versi,  e  più  fu  colpito  dallo  splendore  e  dalla  sontuosità  dei  palazzi. 
-  Je  tìxai  avec  long  temps  '  le  cupole  dei  Piombi  -  brùlées  par  le 
soleil  ":  di  quei  Piombi,  dove  egli  poco  dopo  doveva  essere  tratto  pri- 
gioniero di  Stato,  per  non  uscirne  se  non  per  pena  maggiore. 

1  frammenti  si  chiudono  col  racconto  del  ritorno,  dopo  del  quale, 
r  incarcerazione  e  i  processi. 


249  — 


IL 


Alessandro  Luzio  ha  già  portato  un  notevole  contributo  di  fatti 
alla  dilucidazione  di  ogni  intrico  nella  storia  de' processi  del  "21.  col 
suo  ultimo  volume  su  Antonio  Salvotti  ('),  ed  ora  si  propone  di  riparlarne 
in  un  nuovo  lavoro,  annunziato  dalla  tipografia  editrice  di  L.  F.  Cogliati. 

Ma  io  non  so  se  anche  in  quest'  ultima  sua  opera  l'egregio  autore 
riuscirà  a  portare  l'ultima  parola,  specie  per  ciò  che  riguarda  piìi  da 
vicino  il  Saluzzese. 

I  lettori  non  hanno  bisogno  eh'  io  qui  ricordi  l'aspra  battaglia 
combattutasi  su  questo  nome. 

Dacché  le  volgari,  inconsiderate  ironie  degli  Stecchetti  gettarono 
il  ridicolo  su  ogni  cosa  più  sacra,  potremo  noi  meravigliare  se  un 
Guerrini  cercasse  di  beffare  atrocemente  l'operoso  compilatore  del  Con- 
ciliatoreì  Ma  l'anima  provò  uno  strazio  quando  nelle  recenti  polemiche 
si  videro  degli  assennati  titubare  nella  determinazione  del  carattere 
del  Saluzzese  della  prima  vita. 

Si  lasciò  che  altri  —  per  contrasto  agli  antichi,  ignominiosi  giu- 
dizi —  gettasse  il  fango  su  tutta  quella  nobile  coorte  dei  martiri 
der21,  per  poter  dimostrare  che  Silvio  Pellico  non  era  nell'anima  joa- 
triota,  ma  trascinato  dai  compagni  a  quello,  che  per  loro  fu  sogno 
paj^esco  di  gioventfi,  per  noi  è  il  primo  e  santo  tentativo  della  reden- 
zione d'Italia. 

Ebbene,  per  quanto  il  Luzio  abbia  tentato  di  incamminarci  per  la 
via  diritta  della  verità,  continua  acerba  la  diatriba:  e  ciò  solo  perchè 
non  si  possono  vedere  gli  atti  del  processo,  e  i  famosi  Costituti  di 
Silvio  Pellico  che  si  conservano  negli  archivi  segreti  del  Ministero 
dell'  Interno  in   Roma  (*). 

F  pure  i  70  atiai  sono  passati! 

Quali  sono  le  ragioni  di  questo  divieto,  che  si  oppone  come  in- 
sormontabile barriera  all'indagine  serena  e  severa  dello  studioso?  Mi 
fu  detto  un  giorno  che  vi  sono  dei  motivi...  giuridici:  non  li  com- 
prendo, ma  li  voglio .  . .  imaginare,  perchè  non  vorrei  credere  che  in 
Italia  si  tenesse,  da  chi  è  alla  somma  delle  cose,  offuscata  la  verità 
storica,  per  una  causa  . . .  politica  ! 

(')  A.  Luzio,  A.  Salvotti  e  i  processi  ilei  Ventuno.  Roma,  S.  Ed.  Dante 
Alisrhiori,  1001. 

(*)  Mentre  corrcfTfjo  le  bozze  a|iprendu  che  essi  sono  di  nuovo  stati  traspor- 
tati a  .Milano,  al  loro  posto  nepli  Arch.  Segreti.  un\  sempre  sotto  sigillo. 


—  250  — 

Ma  il  segreto  dei  Costituti  è  oggi  un  po'  meuo  oscuro  di  quanto 
ancora  lo  possa  parere:  son  venute  ieri  le  dichiarazioni  del  giudice 
inquisitore  A.  Salvotti;  oggi  io  posso  portare  a  conoscenza  alcuni  nuovi 
documenti,  che  il  Luzio  non  vide,  e  che  ancora  sono  inediti,  i  quali 
possono  dirci,  in  qualunque  modo,  tino  a  qual  punto  possa  andare  la 
pretesa  responsabilitìi  del   Pellico  e  del  Maroncelli. 


Stranezza  dei  giudizi  umani  I  Parrebbe  che  quanto  più  un  edilizio 
storico  venga  osservato  da  vicino,  ne'  suoi  minimi  particolari,  tanto  piìi 
perda  di  quella  attrattiva,  che  da  lungi  presenta  all'occhio  di  chi  lo 
guardi,  nel  gioco  delle  luci  e  nelle  sfumature  dello  ombre.  Eppure, 
più  noi  ci  addentriamo  nel  difficile  labirinto  delle  Note  segrete  au- 
striache, dei  frammenti  di  rapidi  Costituti',  più  noi  fissiamo  lo  sguardo 
alla  figura  morale  di  Silvio  Pellico,  più  tace  il  sogghigno  e  l'ira  Stec- 
chettiana;  più  quella  risplende  di  simpatia  e  più  le  sue  tinte  s'avvi- 
vano di  santo  patriottismo. 

Sfogliando,  anche  rapidamente  il  volume  dei  Pì^otocolli  riferentisi 
al  processo  Pellico  e  Maroncelli,  ed  esistente  nell'Arciiivio  di  Stato  di 
Milano,  noi  troviamo  in  buon  numero  le  prove  della  fermezza  morale 
del  carattere  del  Saluzzese  :  ivi  è  detto  come  egli  per  sette  mesi  in- 
teri si  mantenesse  nella  più  assoluta  negativa;  e  lo  stesso  presidente 
conte  Gardani  chiama  le  deposizioni  del  Pellico  «  in  nube,  attk  solo 
A  SALVAR!-:  ».  t  derivanti  dall'obbrobrio  d'una  denuncia  sempre  ripu- 
gnante ad  Ita  anima  sensibile  e  delicata  ". 

Lo  stesso  Antonio  Salvotti,  parlando  di  questa  nobile  figura,  ebbe 
a  scrivere:  -  lunga  ed  ostinata  fu  la  lotta  che  Pellico  sostenne:  ma 
alla  fine  cadde  anche  lui  »(').  Ma  come  cadde?  È  qui  l' importante  che 
oggi  deve  e  può  essere  chiarito,  se  vogliamo  che  tacciano  gli  antichi 
berleffi.  che  purtroppo  ritorneranno  ancora  finché  il  Governo  ci  vieterà  di 
dire  l'ultima  e  decisiva  parola  coi  documenti  ufficiali  alla  mano,  sì  che 
se  ne  convincano  definitivamente  anche  coloro  che  sulle  traccie  dei  Guer- 
rini  vengono  gettando  l'apatia  e  l' ironia  sulle  cose  e  sugli  uomini  del  '21. 

Pellico  cadde,  ovvero,  disse  che  era  inscritto  nella  setta  anche 
il  Porro,  solo  quando  seppe  che  il  Porro  era  fuggito!  Lo  stesso  giu- 
dice inquirente  ci  dice:  «  Reso  sicuro  che  il  conte  Porro  non  poteva 
più  essere  danneggiato  si  arrese  '.  Il  Tangl  nella  Deutsche  Rundschau 
afferma  che  Pellico  parlò  solo  quando  ebbe  l'assicurazione  dal  Salvotti 
che  il  SU'»  benefattore  aveva....   i)rcso  il  largo!  Ma  forse  non  c'era 

(')  Cfr.  .\.  I-i/io,  in  Lettura,  inajrgio  lOo). 


-  251   - 

bisogno  di  tanto  :  chi  ci  può  negare  che  Pellico  stando  alla  finestra 
a  San  Marco,  e  discorrendo  coi  compagni  di  sciagura,  coi  quali  si  par- 
lava «  dell'origine  del  loro  arresto  "  e  degli  altri  camerati,  non  sia 
venuto  in  un  argomento  tanto  interessante,  e  non  abbia  pensato  ad 
informarsi? 

Silvio  Pellico  adunque  cadde  da  forte  I  Ecco  la  catastrofe  del 
dramma,  che  ci  vien  chiarita  a  poco  a  poco  nel  suo  intimo  dalle  tre 
note  segrete  austriache,  da  cui  —  ancora  è  lecito  dire  —  non  viene 
intaccata  la  fama  del  Saluzzese,  e  le  quali  io  qui  pubblico  senza  al- 
cun commento  ('),  certo  come  sono  che  la  verità  ha  per  se  stessa  tal 
forza  da  bastare  da  sola  a  vincere  ogni  ostacolo  nel  suo  cammino  lu- 
minoso. 


{Arch.  di  St.  di  Milano,  Carte  segrete,  Presidenza  di  Governo,  voi.  LXII,  n.  109). 

NOTA  I. 

"  Il  processo,  che  occupava  ultimamente  le  cure  di  questa  Com- 
missione è  stato  di  già  nell'Agosto  assoggettato  alla  Superiore  deci- 
sione. Priva  conseguentemente  degli  atti  mal  potrebbe  la  CommissioDe 
con  tutta  precisione  esaurire  le  ricerche  da  codesta  Autorità  esternate 
nella  pregiata  sua  nota  21/25  spirante  N.  2. 

«  Quello,  che  però  puossi  affermare,  si  è,  che  i  nostri  rilievi  non 
ispargono  alcuna  positiva  sospicione  sopra  Pisani,  Dossi,  il  Marchese 
Benigno  Bossi,  l'Avvocato  Vismara,  il  De  Capitani,  il  De  Meester. 

«  Per  rispetto  all'Avv."  Mantovani  raccogliesi  dalle  deposizioni  dei 
detenuti  Maroncelli,  e  Pellico,  che  e  come  inquilino  del  Conte  Porro 
allorché  veniva  a  Milano,  e  conosciuto  pei  suoi  libernli  principi,  ^la 
giudicato  opportuno  per  essere  accolto  nel  loro  progetto  carbonico,  e 
che  anzi  erasi  stabilito  di  a  lui  appoggiare  più  direttamente  la  diffu- 
sione della  setta  carbonica  in  Pavia.  La  persona,  che  dovea  guadagnar 
Mantovani  alla  società  era  Porro.  Siccome  però  questi  concerti  ebbero 
luogo  in  sul  finire  dell'Agosto  1820,  e  Pellico  e  Porro  partirono  di 
Milano  per  Venezia  il  dì  2  Settembre,  donde  ritornarono  a  Milano 
r  8  di  Ottobre,  epoca,  in  cui  era  già  avve:iuto  l'arresto  di  Maroncelli 
susseguito  di  pochi  giorni  da  quello  di  Pellico,  la  Commissione  non 
ha  potuto  ottenere  maggiori  lumi  su  questo  proposito.  Se  però  sì  vi- 
lletta, che  Porro,  la  di  cui  complicità  rimase  per  lungo  intervallo 

(')  Non  vorrei  jrufistari'  al  lettore  la  prima  e  tremiina  impressione. 


-  252  - 

nascosta,  affidalo  dapprima  alla  negativa,  in  che  a  Milano  i  dete- 
nuti Pellico.  Maroncelli.  e  Laderchi  si  mantennero  costanti,  non 
cessava  dal  continuare  le  sue  piatiche,  siccome  emerge  alla  Commis- 
sione dalla  deposizione  di  un  suo  detenuto  ;  se  si  considera  alla  sua 
fuga,  che  avvenuta  prima  ancora,  che  in  Venezia  si  raccogliessero 
le  prove  della  sua  appartenenza  alla  Carboneria,  non  poteva  essere 
che  l'ertetto  della  consapevolezza  de'  suoi  posteriori  riggiri . . . 

•  JJi  Gonfalonieri  incorsero  nel  processo,  di  cui  questa  Commis- 
sione si  occupò,  moltissimi  cenni.  La  lettera,  che  Maroncelli  man- 
dava ai  settarii  di  Bologna  onde  informarli  in  sul  tìnir  di  Settem- 
bre p.  p.  del  suo  progetto  carbonico,  e  quindi  trarne  assistenza,  ed 
appoggio,  veniva  nominando  varie  persone  illustri  siccome  già  guada- 
gnate ai  suoi  piani,  e  fra  quelle  eravi  anche  Gonfalonieri.  Per  (juanto 
però  energiche  fossero  le  contestazioni  della  Commissione,  non  le 
venne  fatto  di  rilevare,  che  a  Gonfalonieri  fino  al  di  0  ottobre  1S20 
avesse  fatto  lo  invito  di  accogliere  ancor  esso  il  progetto  Carbonico. 
Però  egli  era  uno  di  quelli,  sulla  di  cui  adesione  si  riposava  sicuri 
in  vista  dei  principi  politici  dallo  stesso  notoriamente  abbracciati. 
Anch'egli  era  persona,  a  cui  non  si  poteva  con  verosimile  riuscita 
proporre  un  piano  tanto  pericoloso,  che  da  Porro  suo  amico  particolare. 
Anche  Gonfalonieri  è  quindi  uno  di  quegli  individui,  che  la  Commis- 
sione estimò  siano  stati  da  Porro  tentati  e  sedotti,  ma  anche  qui  non 
venne  a  lei  fatto  di  svolgere  e  condarre  piìi  innanzi  le  sospicioni. 

"  Le  lettere  ritrovate  presso  di  lui  dalla  Polizia  in  esecuzione 
della  nota  29  Aprile  an.  cor.  N.  133  di  questa  Commissione,  e  che 
si  suppone  siano  state  comunicate  a  codesta  Commissione,  le  avranno 
fatto  bastevolmente  apprezzare  le  massime  politiche  di  questo  soggetto, 
e  le  pericolose  estesissime  sue  relazioni . . . 

tìrmato:  Cardani  ». 


{Arch.  (Il  St.  di  Milano,  Carle  segrete,  Presidenza  di  Governo,  voi.  LXII,  n,  100). 

(Riservata). 

NOTA  II. 

"  Non  furono  ancora  abbassati  gli  atti  del  secondo  processo  Car- 
bonico stato  ultimamente  da  S.  M.  delìuito.  Epperò  non  può  la  scri- 
vente Commissione  corrispondere  tanto  prontamente  come  avrebbe 
d.'siderato  alle  ricerche  di  codesta  Autorit;ì  manifestate  nel  pregiato 
silo  foirlio  Ki  20  corr.  N.  2. 


—  253  — 

«  Mentre  però  si  riserva  appena  i  suddetti  atti  le  perverranno, 
di  esaurire  la  fatta  ricerca,  debbe  la  Commissione  interessare  codesta 
Autorità,  perchè  voglia  trascrivere  i  passi,  che  nei  suoi  atti  ricorrono 
sulle  strette  relazioni  del  Conte  Co  tifalo  aieri  col  Pellico,  onde  in 
questo  modo  possa  questa  Commissione  trarre  motivo  di  conoscere,  se 
queste  eventuali  emergenze  fossero  diverse  da  quelle,  che  aveva  an- 
ch'essa già  nel  suo  anteriore  processo  raccolte,  e  quindi  debba  forse 
sottoporre  il  Pellico  a  nuovo  esame  all'appoggio  delle  medesime. 

«^  Si  rese  già  noto  a  codesta  Commissione,  che  Confallonieri  ac- 
compagnò a  Venezia  Pellico  e  Porro  nel  viaggio,  che  fecero  sulla 
barca  a  vapore  ai  primi  di  settembre  1820.  Altri  compagni  di  viaggio 
erano  in  quello  incontro  i  due  Inglesi  Williams  e  Carreghad.  e  il 
poeta  Vincenzo  Monti. 

"  Risulta  dai  nostri  atti,  che  Confallonieri  si  recò  in  quella  stessa 
occasione  a  Trieste,  e  sembra,  che  separatosi  in  Venezia  da  Pellico  e 
Porro,  sia  ritornato  alla  patria  per  terra,  non  senza  aver  riveduto  in 
una  campagna  vicina  a  Venezia  l'uno  o  l'altro  dei  due  Inglesi  surri- 
feriti. 

"■  Pellico  e  Porro  erano  in  quel  momento  già  Carbonari,  e  ave- 
vano meditato  di  collegare  le  loro  fila  col  Piemonte.  Pellico  aveva 
con  sé  il  catecliismo,  e  il  quadro  Carbonico  coli' intenzione  di  trovar 
dei  proseliti  tanto  a  Venezia  quanto  nelle  altre  città  del  Regno  Lom- 
bardo-Veneto, per  dove  credeva  nel  suo  ritorno  di  passare. 

«  La  Commissione  era  persuasa,  che  caldi  com'erano  specialmente 
di  quei  momenti  Pellico  e  Porro  avessero  cercato  di  trarre  nel  loro 
progetto  il  Coiifallonicri,  e  che  allo  stesso  non  fossero  rimasti  stra- 
nieri i  due  Inglesi  suddetti  tanto  più,  che  emergeva  avere  il  Williams 
portato  a  Torino  un  opuscolo  sedizioso  invitante  gli  Italiani  a  scuotere 
il  giogo  sotto  il  quale  gemevano  ;  ma  ogni  contestazione,  ed  ogni  ecci- 
tazione riescirono  inutili.  Pellico  negava  d'avere  favellìi to  col  Co»- 
faUonieri,  e  cogli  Inglesi,  ma  non  sottaceva,  averne  forse  potuto 
parlare  al  primo  il  Porro,  tanto  più  che  dosso  non  aveva  tante  intimità 
collo  stesso  per  potergli  proporre  una  cosa  tanto  pericolosa,  e  della 
quale  allora  non  si  erano  gittati,  che  i  primi  fondamenti. 

«'Questa  risposta  di  Pellico,  la  strettissima  amicizia,  che  pas- 
sava fra  Porro  e  Confallonieri,  lo  entusiasmo,  di  cui  Porro  continuava 
ad  essere  animato  anche  dopo  lo  arresto  di  Pellico  e  Maroncelli,  e 
la  sua  fuga  avvenuta  in  un'epoca,  in  cui  alla  Commissione  non  era 
per  anco  riuscito  di  raccogliere  il  legale  indizio  della  sua  compli- 
cità, persuasero  la  Commissione  che  Porro  fra  i  proseliti,  ohe   tnnò. 


-  2ò4  - 

0  cercò  di  trovare  al  suo  piano  Carbonico  ])rimegofiasse  il  Gonfalonieri, 
e  che  fosse  egli  stesso  diventato  uno  dei  principali  promotori  delle 
lìle.  ciie  la  rivolta  del  Piemonte  avesse  ordito  in  questo  Regno,  e  pre- 
cipuamente nella  Lombardia, 

«  Mossa  da  questi  riflessi  la  Commissione  ha  costantemente  richia- 
mata l'attenzione  di  codesta  Autorità  sui  legami  che  debbono  aver  unito 
Oonfallonieri,  e  qualche  altro  suo  detenuto  al  fuggiasco  Conte  Porro, 
ed  è  per  questo  stesso  motivo,  che  ella  si  è  vista  nella  necessità  di 
diriggerle  l'anteriore  sua  Nota  10  corr.  N.  133,  della  quale  attende 
sollecito  riscontro. 

«  Qualora  pertanto  codesta  Commissione  non  avesse  escusso  Con- 
fallonieri  sul  viaggio  da  esso  fatto  a  Venezia  nei  primi  di  settembre  1820 
col  Porro  e  Pellico,  e  cogli  altri,  e  sulle  ulteriori  sue  direzioni  in 
quella  occasione,  potrebbe  non  senza  forte  speranza  di  qualche  utile 
risultato  diriggergli  le  analoghe  interrogazioni  ;  e  le  risposte  che  fosse 
per  dare  il  detenuto,  sapranno  suggerire  alla  destrezza  dello  inquirente 
la  norma  ulteriore  del  suo  contegno. 

-  Venezia  li  23  febbrajo  1822. 


.\1  Signor  Consigliere  Aulico  Francesco  Della  Porta 
Presidente  dell'I.  R.  Tribunale  Criminale 


«  Gardani  •' 


in  Milano. 


{Arch.  di  St.  di  Milano,    Carte   segrete,   Presidenza  di   Governo,   voi.  XXVII, 
n.  :j96). 

NOTA  III. 

«...  Gli  atti  di  questa  Commissione  formati  non  le  hanno  som- 
ministrato finora  alcun  cenno  sulla  Società  intitolata  Confederazione 
italiana  dalla  quale  risulta  essere  state  proparate  in  Lombardia  quelle 
tila  che  vi  doveano  predisporre  l'invasione  Piemontese,  e  la  conseguente 
rivolta. 

«  Questa  Commissione  desidera  però  di  conoscere  se  e  qual  fosse 
l'organismo  di  questa  nuova  Società,  se  e  quali  parole,  o  altri  segni 
di  riconoscimento  avesse  ella  adottato,  se  e  quali  gradi  vi  si  conosces- 
sero, ed  in  qual  modo  per  avventura  risulti  esservi  stati  aggregati  li 
fuggia.schi  Vecchio,  Mantovani,  e  Vismara  dai  quali  fu  quindi  portata 
in  Lombardia. 

«  Por  ciò  che  riguarda  i  desideri  manifestati  da  codesta  Autorità 
debbe  questa  Commissione  osservarle  : 


—  255  — 

1°  Che  Pellico  e  MaroncelU  sono  già  da  gran  tempo  tradotti 
al  loro  destino.  Tutto  ciò  che  dessi  avevano  deposto,  e  che  poteva 
giovare  alle  indagini  di  questa  Autorità,  la  Commissione  si  è  fatta 
sollecita  di  comunicarglielo.  Codesta  Cominmioae  debbe  cioè  convin- 
cersi, che  fèdo  all'epoca  del  loro  arresto  (seguito  in  sui  primi  di 
8bre  1820)  non  si  era  parlato  che  di  Carboneria.  In  quell'epoca 
non  aveva  Porro  peranco  conosciuto  i  progressi,  che  avevano  fatto 
le  Società  segrete  in  Piemonte,  ed  era  anzi  sua  intenzione  di  far 
esplorare  lo  stato  politico  di  quel  Regno  per  quindi  o  collegarvi  delle 
fila  (nel  caso  che  vi  avesse  trovate  diffuse  le  Società  segrete)  o  intro- 
durre anche  là  la  Carboneria,  di  cui  si  era  già  reso  l'Apostolo. 

«  La  Commissione  ristretta  nelle  sue  indagini  alle  cose  che  si 
erano  fino  a  quel  tempo  operate  non  ha  potuto  quindi  conoscere  che 
le  intenzioni  de'  fuggiaschi  Porro  e  Bonelli.  Però  persuasa  che  queste 
intenzioni  fossero  state  mandate  ad  effetto,  non  ha  mancato  di  renderne 
informata  già  prima  la  Polizia,  e  quindi  codest' Autorità. 

«  Spetta  a  codesta  Autorità  il  rilevare  se  forse  i  nostri  dete- 
nuti trattenuti  da  qualche  riguardo  non  avessero  svelato  appieno 
ogni  cosa.  Se  le  di  lei  investigazioni  la  condurranno  a  conoscere,  che 
i  piani  rivoluzionar],  di  cui  per  avventura  si  fossero  occupati  i  Lom- 
bardi rimontavano  ad  un'  Epoca  anteriore  allo  arresto  di  Pellico  e 
MaroncelU,  e  che  anche  costoro  erano  o  partecipi,  o  consapevoli,  ciò 
sarebbe  la  prova  manifesta,  che  a  fronte  di  lutti  gli  sfor:i  di  questa 
Commissione  non  le  era  riuscito  di  ritrarre  dal  labbro  di  quei  due 
condannati  quella  amplissima  confessione,  che  specialmente  per  ri- 
spetto a  MaroncelU  si  lusingava  la  Cotnmissione  d'aver  ottenuta 
spoglia  a/fatto  di  ogni  privato  riguardo. 

Ma  se  codesta  Commissione  avrà  invece  scoperto,  che  la  congiura 
orditasi  in  Lombardia  rimonta  ad  un'  Epoc^ posteriore  allo  arresto  dei 
due  predetti  Pellico  e  MaroncelU,  ciò  verrà  sempre  più  a  confermare 
la  opinione  della  Commissione.  Non  le  si  è  del  resto  sottacciuto,  che 
si  temeva  aver  voluto  Pellico  salvare  l'ex  Generale  Giuseppe  Lecchi, 
ed  il  Conte  Gonfalonieri,  in  quanto  che  cioè  si  poteva  sospettare, 
essere  costoro  stati  o  aggregati,  o  tentati  al  loro  progetto  Carbonico 
da  lui,  0  da  Porro  già  nell'Agosto  o  Settembre.  Ma  le  franche  pro- 
teste del  condannato  hanno  posto  un  limite  alle  ammonizioni  della 
Commissione  inquirente. 

"  Avendo  pertanto  codesta  Autorità  conosciuto  quali  erano  le  in- 
tenzioni di  Porro  per  rispetto  alla  Lombardia,  ed  al  Piemonte,  e  quali 
le  persone,  sulla  cui  adesione  ei  riposava  sicuro,  non  saprebbe  questa 


—  256  — 

L'oniiiiif^sione  somministrarle  alcun'altra  notizia.  Ciò  solo  criovi  accen- 
narle, che  cioè  ben  conoscendo  Porro  come  ogni  cospirazione  covata 
nel  segreto  a  nulla  riuscirebbe,  qualora  dessa  non  fosse  sostenuta  da 
popolari  tumulti,  aveva  già  nell'Agosto  1820,  parlando  contidouzialmente 
con  Pellico  delle  loro  criminose  speranze,  a  lui  confidate,  che  si  lu- 
singava di  trovare  un  grande  partito  nel  Comasco,  specialmente  nella 
classe  bassa,  e  nei  contrabbandieri,  che  all'uopo  Porro,  valendosi  delle 
sue  relazioni,  avrebbe  fatto  servire  ai  suoi  piani.  Non  sarà  forse  te- 
mierità  il  credere,  che  Porro  abbia  eseguita  questa  sua  idea  special- 
mente allora,  che  la  sperata  irruzione  delle  truppe  Piemontesi  doveva 
affrettare  i  colpevoli  a  preparar  (,li  elementi  materiali  della  meditata 
congiura.  Del  resto  se  codesta  Autorità  fosse  condotta  da"  suoi  atti  a 
chiedere  qualche  più  particolare  schiarimento,  e  che  questo  col  mezzo 
di  Pellico  e  Maroacelli  si  potesse  ottenere,  questa  Commissione  si 
attende  una  diretta  ricerca,  pronta  a  farla  tosto  esaurire  col  mezzo 
dell'Autorità  di  Briiiiua,  sotto  la  quale  oggi  stanno  i  due  condannati... 

«  Gardani  ". 
Venezia  8  maggio  1822. 

Al  SJ  Consigliere  Aulico  Della  Porta 

Presidente  dell'I.  \\.  Trib.''    Crim>' ,  e  della  Commissione  Speciale  in 

Milano. 


III. 

Di  fronte  a  questi  irrefragabili  documenti  che  ci  provano  con  alcuni 
nuovi  dati  di  fatto  l'onestà  di  Silvio  Pellico,  e  per  cui  io  mi  dimando 
sempre  piìi  meravigliato  le  cause  del  iioto  divieto,  sorge,  non  meno 
importante  un'  altra  grave  questione.  Antonio  Salvotti  stesso  ha  par- 
lato della  sua  relazione  di  una  lunga  e  acerba  lotta  che  il  Saluzzese 
dovette  sopportare  contro  di  lui  ;  a  me  sembra  che  non  debba  restare 
inerte  Y  indagine  severamente  scientifica  su  questa  interessante  parte 
del  processo:  quale  fu  il  contegno  deli  inquirente  in  tutta  questa 
lotta  ? 

Sulle  pretese  responsabilità  del  Pellico  deve  o  non  deve  entrare 
come  attenuante  o  come  aggravante  il  contegno  di  chi  poteva  »  o  con 
proììiease,  o  con  minacce,  o  con  frodi  corrompere  la  fede  n  del  Sa- 
luzzese? 

Se  noi  potessimo  leggero  in  quegli  atti  ulìiciali,  in  cui  son  regi- 
strate ad  una  ad  ima  lo  dimande  e  le  risposte  dell'  inquisitore  e  del- 


257 


r  inquisito,  assai  più  facile  troveremmo  il  nostro  compito  ;  mancandoci 
questa  agevolazione,  io  tenterò  di  vedere  quanta  ragione  abbia  il 
Luzio  nel  volerci  mettere  in  diversa  luce  la  figura  di  questo  giudice, 
che  passò  alla  tradizione  col  marchio  dell'  infamia,  e,  diciamolo  pure, 
coir  esagerazione  della  leggenda. 


Alessandro  Luzio  dagli  atti  ufficiali  —  a  lui  dati  di  ragione — 
uniti  colla  gran  copia  di  documenti  inediti  che  la  fortuna  gli  fece 
scoprire  in  una  villa  dei  Salvotti,  volle  giungere  ad  una  rumorosa 
conclusione,  che  pur  non  essendo  la  glorificazione  di  chi  fu  tino  a  ieri 
la  bestia  nera  dei  processi,  ne  vorrebbe  pur  essere  una  bella  e  buona 
riabilitazione,  nella  arguta  tesi  defensionale. 

Oggi  stesso  —  in  cui  m'  è  dato  recare  il  risultato  delle  mie  po- 
vere ricerche  —  questo  studioso  insigne,  che  nella  innata  modestia 
vuol  parere  preoccupato  solo  da  quello  clie  nella  realtà  storica  è  sem- 
plice ritratto,  non  è  più  come  ieri  baldo  e  tenace  al  suo  po-sto  avan- 
zato di  apologista.  Non  eh'  io  voglia  dire  che  1'  abbiano  smosso  alcuni 
volgari  insulti  dei  soliti  quaranto Hardt;  forse,  semplicemente,  alla 
sua  austera  coscienza  di  storico  sarà  apparsa  troppo  audace  1'  antica 
idea  di  stravincere,  così  come  egli  volle  fare  nel  noto  volume,  op- 
ponendosi audacemente  —  trincerato  dietro  alla  copia  di  tanti  do- 
cumenti ;  ferrato  di  tutta  una  salda  concatenazione  di  sillogismi  — 
alla  inveterata  e  forte  corrente  della  nostra  tradizione  italiana,  che, 
se  dobbiam  credere  alle  attestazioni  ultime  che  fra  linea  e  linea  ci 
porge  il  Tangl,  non  era  troppo  diversa  da  quella  dell'Austria  stessa 
—  per  quanto  questa  paumsameute  segreta. 

Ma  la  debolezza  della  posizione  del  Luzio  stava  più  specialmente 
nell'arme  da  lui  scelta  per  l'attacco  rumoroso:  egli  scendeva  in  campo 
con  i  diretti  risultati  di  una  auto-apologia,  che  il  Salvotti  —  sotto 
il  peso  delle  schiaccianti  accuse  che  gli  si  muovevano,  e  di  quella, 
che  a  una  testa  romantica  avrebbe  potuto  parere  la  punizione  di  Dio, 
nell'entusiasmo  ardente  infuso  nel  tìglio  per  la  causa  avversa  —  aveva 
affannosamente  dettato  anche  per  consiglio  di  qualche  suo  amico,  che 
non  poteva  decidersi  a  crederlo  la  famigerata  fiera  con  la  coda  agu::a. 

Oggi  l'archivista  di  Mantova  può  ben  dire  d'aver  passato  quahhe 
ora  e  qualche  giorno  fra    le  carte  degli  Archivi  di  Slato  di   Milano 
e  già  se  ne  irradia,  panni,  come  una  naturai  conseguenza,  una  nuova 
luce  dalle    sue  ricerche  e  dai  suoi    studi,  che  vengono    rapidi   ora. 

Seziono  111.  —  Storia  delle  Ldteraturt.  17 


—  258  — 

quando  a  quando  nel  fugace  giro  di  qualche  colonna,  e  verranno  pon- 
derosi domani,  a  ristabilire,  io  credo,  con  la  salda  base  della  realtà, 
quella  che  per  noi  fu  sempre  la  verace  tradizione  storica;  si  che 
(jnella  gloria  italiana,  che  per  un  momento  parve  offuscarsi  in  questo 
atfaunoso  principio  di  secolo,  e  con  la  quale  i  nostri  padri  circonfu- 
sero le  pili  belle  pagine  del  loro  riscatto,  torni  —  Dio  mi  guardi, 
se  io  sono  un  romantico!  —  a  brillare  sulle  sciagure  della  patria 
nostra. 


Alessandro  Luzio  incominciò  l'opera  sua  con  lo  scopo  preciso  di 
riabilitare  il  Salvotti  :  «  mirando,  cioè,  a  dimostrare  che  questi  fece 
puramente  il  suo  dovere  di  Magistrato,  senza  mai  ricorrere  a  mezzi 
illegali  ed  abbietti,  anzi  alleviando,  por  quanto  ora  in  lui,  la  sorte 
de'  prigionieri,  e  restringendo  il  numero  delle  vittime  " . 

Più  tardi  —  eran  passati  de'  mesi,  ed  «  oltre  all'ampio  mate- 
riale »,  che  egli  aveva  a  sua  disposizione,  era  venuta  tutta  la  luce 
defili  incartamenti  del  R.  Archivio  segreto  milanese  —  in  una  gè- 
niale  sua  conferenza  al  Castello  Sforzesco  di  Milano,  il  nostro  autore 
già  presentava  il  Salvotti  come  il  fiero  giudice,  nelle  confessioni 
«  estorte  coi  tormentosi  costituti  ". 

Ieri  solamente,  in  un  articolo  sul  «  Corriere  della  Sera  »  il  Luzio 
faceva  questa  preziosa  dicliiarazione,  che   si  lascia   leggere  attraverso 

il  nero  delle  parole:  Salvotti   rappresenta qualità    esecrande  e 

ammirevoli e  la    sua  glorificazione   «  è  tanto    lontana  dal   mio 

pensiero  che  il  documento  più  grave  contro  di  lui  lo  pubblico  io  " 

«  Molte  però  delle  iniquità  attribuitegli   sono  smentite ". 

Io  piglio  atto  della  parola  «  molle  » ,  e  vedo  delle  «  tulle  "  attri- 
buitegli quali  gli  siano  giu.stamente  riferite. 


Dopo  che  io  stesso  in  un'ampia  recensione  al  volume  del  Luzio 
sui  Processi  del  21  avevo  dimostrato  (')  tutta  la  mia  ammirazione  per 
la  finezza  arguta  del  critico,  pur  augurandomi  che  luce  piena  fosse 
venuta  da  un  severo  controllo  delle  dichiarazioni  apologetiche  coi  do- 
cumenti di  stato,  non  appaia  strano  se  non  mi  è  dato  oggi  accettare 
—  dopo  il  compiuto  controllo  —  i  risultati  a  cui  volle  e  vuol  per- 
venire lo  studioso  autore. 

(')  Cfr.  Picc.  Archivio  storico  dell'antico  Ma;  hesato  di  Saluzzo,  N.  1II-\1, 
voi.  2»,  Anno  I,  j).  367. 


—  259  — 

Egli  s' è  domandato  perchè  "  mai  non  dovrebbe  farsi  la  storia 
dei  processi  sui  documenti  anzi  che  sui  romanzi  «  ed  io,  ultimo  arri- 
vato a  cogliere  le  bricciole  di  Epulone  al  ricco  convivio  di  Milano 
—  son  più  di  200  i  volumi  di  quell'Archivio  segreto,  che  si  riferi- 
scono al  nostro  argomento,  torturati  e  dilapidati  da  archivisti  di  buona 
memoria  (ed  ultimo  il  Cantù)  e  dal  governo  stesso  —  io  non  posso 
che  approvare  la  «  felice  trovata  "  del  Nostro,  ed  apro  i  costituti 
di  Pietro  Ponzani,  nobile  novarese,  «  imputato  di  aver  cooperato  con 
altri  alla  rivolta  del  Piemonte  e  perchè  questa  si  estendesse  alla  Lom- 
bardia »,  tenuto  in  duro  carcere  preventivo  dal  maggio  del  1821  al 
settembre  del  '23,  senza  che  gli  fosse  estorta  —  malgrado  tutte  le 
iniquità  d'un  interrogatorio  tormentosissimo  —  una  sola  parola  com- 
promettente per  sé  e  per  i  suoi  compagni. 

La  più  splendida  apoteosi  di  questi  martirizzati,  la  quale  il 
D'Ancona,  non  per  sentimento  solo,  intravide  quando  diceva  della  fiducia 
eh'  egli  serba  nell'  incartamento  degli  interrogatori  di  tutti  i  proces- 
sati del  '21  ! 

Di  Pietro  Ponzani,  della  sua  famiglia  e  de'  suoi  costituti,  che 
sono  una  prova  luminosa  del  suo  forte  animo  di  cospiratore  piemon- 
tese —  anche  in  quella  tenacia,  che  sa  del  macigno,  nel  negare,  nel 
negare  sempre,  in  quella  baldanza  ad  accusare  a  viso  aperto  i  suoi 
giudici  tormentatori  —  dirò  più  minutamente  in  un  mio  altro  ca- 
pitolo {'). 

Ora  mi  basti  controbilanciare  i  giudizi  del  Luzio,  che  son  diretta 
conseguenza  del  primo  studio,  che  egli  fece  dell'  auto-apologia  del  Sal- 
votti,  con  certi  dati  di  fatto  che  mi  vengono  fuori  dal  citato  incar- 
tamento, esistente  negli  Archivi  di  Stato  di  Milano,  e  da  altre  carte 
segrete. 


L'autore  di  Antonio  Salvotti  e  i  jjrocessi  del  '2L  al  Cap.  XI 
si  propone  un  grave  quesito,  in  una  domanda  del  D'Ancona  stesso: 
«  la  questione  sta  tutta  qui,  se  il  Salvotti  fosse  solo  un  magistrato 
severo  ed  inflessibile,  com'era  del  resto  dover  suo o  so  nel  per- 
seguitare i  Carbonari  mettesse  un  impegno  particolare,  un  accanimento 

(1)  In  un  voi.  in  preparazione:  Informazioni  sugli  uomini  e  sulle  cose  del  '21 
in  Picmoyite. 


—  260  - 

personale,  sia  per  fanatismo  politicOj  sia  per  rnaggioì-mente  entrare 
nelle  grazie  de'  suoi  padroni. 

La  risposta  del  Liizio,  allo  stesso  cap.  fu  recisa  :  per  lui  «  posta 
in  questi  termini  la  questione,  non  può  essere  che  risoluta  a  favore 
del  Salvotti  -. 

Non  per  fanatismo  politico?  Ma  già  oggi  l'oratore  (')  ritorna  sui 
passi  anticlii  ;  e  nell'  articolo  del  "  Corriere  »  senza  pur  voler  smen- 
tire le  conclusioni  a  cui  prima  era  giunto,  scrive  chiaramente  :  "  Questo 
fatto  (d'essere  il  S.  stato  massone)  aggrava  la  colpa  fondamentale  e 
imperdonabile  della  sua  vita  d'aver  egli  —  giovane,  ricco,  pieno  d'in- 
gegno  —  servito  l'Austria  con  fanatico  zelo  ". 

Non  per  ambizioni  personali?  Rispondo  io  stesso  alla  domanda 
con  le  parole  medesime  del  Salvotti,  che  invocava  il  trasloco  e  la 
promozione  dovutagli,  raccomandandosi  giorno  e  notte  all'amico  Maz- 
zetti.  «  L'impiegato    stimabile    e    degno  non    può    essere  indifferente 

all'  idea  che  il  suo  voto  paia  ispirato  da  smanie  di  favori « . 

ma  intanto  pregava,  insisteva  che  si  perorasse  la  sua  causa. 

Il  Luzio  che  non  volle  sapere  sul  principio  di  alcuna  iniquità 
commessa  dal  liero  inquisitore  del  '21,  oggi,  dicendo  che  molte  attri- 
buitegli sono  smentite,  ammetterebbe,  parmi,  implicitamente  che  qual- 
cuna in  realtà  fosse  pure  stata  comp'ita. 

Nella  sua  prima  credenza,  a  persuasione  del  lettore,  egli  aveva 
voluto  giovarsi  del  bel  gioco  di  scarica  barile,  ed  aveva  trovato  degno 
obbietto  dell'ira  sua  un  altro  inesorabile  giudice  il  De  Menghin  o 
Menghini,  che  tino  al  24  Maggio  1822  era  stato  l'inquisitore  dei 
processi. 

Per  quanto  nella  sua  lettura  di  Milano  il  nostro  autore  dica  poi 
che  «  i  giudici  milanesi  erano  stati  di  manica  larga  «  francamente 
noi  gli  siamo  grati  che  prima  d'  allora  egli  avesse  messo  alla  gogna 
inesorabile  chi  «  per  una  strana  ingiustizia  della  leggenda  patriottica, 
è  passato  nella  storia  dei  processi  del  '21  più  con  lode  che  con  infamia  « 
l'esoso  Menghini,  il  manigoldo  dell'Austria,  artefice  delle  perfide 
suggestioni,  delle  quali   era   rimasta  vittima  la  tenerezza  figliale  del 

Pallavicino. 

Al  tempo  del  suo  ufficio  essendo  assessore  il  Pagani  —  degna  com- 
pagnia !  —  risalgono  i  primi  interrogatori  del  mentovato  Ponzani  di 
Novara. 

Da  quelli  e  dal  rapporto  di   più   tardi   costituti  è  perfettamente 

(')  Nella  sua"conferenza  al  Castello  Sforzesco. 


-  2G1  — 

provato  tutto  l'obbrobrio  di  certi  metodi  d' inquisizione  usati  prima 
ancora  che  venisse  a  Milano  il  Salvotti  e  descritti  dal  Gonfalonieri 
stesso,  sia  o  non  sia  nel  tetro  squallore  della  tana  allo  Spielberg,  al 
Capitolo  II  delle  sue   «  Memorie  « , 

Al  Ponzani  è  stato  mistificato  un  protocollo,  ed  ecco  con  qual  corag- 
gio egli  oppugni  la  menzogna  dell'  inquisitore  :  ^  È  vero  che  quel  proto- 
collo politico  mi  venne  preletto,  è  vero  che  io  dichiarai  di  confermarlo, 
e  mi  vi  ho  sottoscritto  ;  ma  tutto  ciò  io  faceva  '[)er  lo  stato  di  violenza, 
in  cui  mi  trovavo,  essendo  stato  trattenuto  in  quell'ufhcio  della  Polizia. 
fino  alla  mezzanotte,  e  costretto  a  pranzare  con  quelli  impiegati . . .  » . 

"  L'inesattezza  di  essi  (protocolli)  è  manifesta  imperocché  non 
sono  state  riferite  tutte  quelle  minute  interrogazioni  che  mi  si  face- 
vano, ed  alle  quali  solo  io  rispondeva,  cosicché  chi  legge  presente- 
mente quel  costituto  politico  debbe  supporre  che  io  abbia  fatto  quel 
primo  circostanziato  racconto  di  tutta  mia  spontaneità  ^  il  quale 
invece  era  venuto,  e  ben  differentemente,  dopo  una  lunga  discussione 
«  col  sig.  assessore  Pagani,  dal  quale  non  venni  urbanamente  trat- 
tato   »   mentre   «  io  ero  oppresso  dallo  spavento  ". 

La  triste  colnpagnia  si  raddoppia  :  Salvotti  non  é  più  il  solo 
condannato  dei  giudici  inesorabili  :  ma,  convien  affermarlo,  il  Salvotti 
ci  deve  essere:  e  non  rimane  per  nulla  estraneo  a  non  poche  brutture 
commesse,  anche  dopo  la  sua  nomina  di  inquirente  a  Milano. 

Se  il  Luzio  riuscì  a  provare  Valibi  di  quest'  ultimo  al  tempo  del 
commovente  episodio  dell'estorsione  delle  delazioni  del  Pallavicino, 
non  riuscirà  mai  a  negare  certi  fatti  dolorosi,  che  ancora  avvennero 
dopo  la  detta  nomina  del  Salvotti  stesso,  e  che,  fra  gli  altri,  ci  son 
riferiti  dal  Gonfalonieri  al  citato  capitolo,  e  confermatici  dai  docc.  e 
da  altre  narrazioni  (fra  cui  non  voglio  nominare  quella  del  D'Andyane). 

Il  Salvotti  appena  nominato  (ai  18  giugno  1822)  ordina  una  se- 
vera perquisizione  nelle  tane  degli  inquisiti  ;  e,  fra  gli  altri,  è  messo 
a  durissima  prova  il  Gonfalonieri,  cui  vien  tolta  una  misera  »i  tavo- 
letta di  lustro  "  la  quale,  prima  del  Salvotti,  gli  era  concessa,  ed 
ora  gli  é  negata  «  atteso  che  la  medesima  trovasi  atta  a  scrivere  » 
(Archivio  di  Stato  di  Milano  ('),  XXVIII,  n.  710).  Sentiamola  relazione 
dell'aguzzino  :  «  Dopo  ciò  passo  a  quella  [perquisizione]  personale  di 
esso  sig.  Gonfalonieri  (alla  presenza  del  gendarme  Caitti),  il  quale 
teneva  nella  tasca  del  Gillet  un  piccolo  pezzetto  di  canna  d'api.< 
colla  coperta  di   una   camiscia  di   cera,  che    nell'atto   della  perquisi- 

(')  Atti  della  Prcsiden::a  di  Governo,  H. 


—   '2.',2  — 


zioQtì  il  sig.  Gonfalonieri  credette  di  far  smaltire  la  medesima  canetta. 
}>erchè  prestamente  mise  ima  mano  nelle  tasche  del  lìilet  nel  tempo 
di  un  pretesto  di  far  chiudere  l'uscio  del  carcere,  lusingandosi  forse, 
che  nella  matio  non  si  facesse  attenzione « 

Né  si  parli  di  buoni  trattamenti  :  è  puerile  argomentazione  il  citar 

le  lettere  del  Pellico  annunzianti  al  babbo  suo  la  bontà  dei  suoi 

carnefici.  È  debolezza  umana,  che  solo  l'audacia  di  un  Ponzani  potè 
vincere,  lo  sperar  fino  all'ultimo  momento  nella  generosità  di  chi  pur 
ci  ha  tormentati  e  ci  tormenta,  nel  barlume  di  fede  che  non  la  sola 
malvagità  abbia  ad  imperare,  e  che  da  un  atto  di  sottomissione, 
senz'  essere  turpe  vigliaccheria,  possa  derivarne  una  miglior  condi- 
zione di  stato. 

Il  Salvotti  nella  sua  lettera  di  discolpa  al  Negri  ha  il  coraggio 
di  dire  che  Pellico  nelle  Mie  prigioni  «  non  parla  mai  del  tempo 
che  passò  in  inquisizione  «  oppugnando  così  la  più  luminosa  verità; 
poi  che  è  a  tutti  noto  con  quali  tristi  parole  il  povero  Saluzzese  rie- 
vochi «  gli  esami  tormentosi,  le  sempre  insistenti  paure  »  di  nuove 
terribili  sorprese,  al  Gap.  26  dell'op.  cit. 

All'  inquisitore  poi  torna  commodo  ricordare  i  doni  ai  suoi  tor- 
mentati al  tempo  degli  interrogatori ,  ma  il  Luzio  stesso  non  può  non 
lontanamente  intravedere  l' insidia,  e  «  l'esca  con  cui  lo  scaltro  giu- 
dice attirava  i  pesciolini  all'amo  " . 

Io  vengo  spigolando  di  sfuggita  nell'ampio  primo  volume  dei 
«  processi  del  '21  ^  dati  e  fatti,  che  possano  accertare  quanto  diflRcile 
fosse  la  causa,  per  la  quale  l'egregio  autore  ha  intrapreso  la  sonora 
battaglia,  condotta  con  quella  finezza  di  critica  e  con  quella  immensa 
copia  di  argomenti,  di  cui  la  sagacia  dell'A.  seppe  disporre,  e  dei 
quali  non  pochi  con  tutta  la  seducente  apparenza  della  verità. 

Ma  più  d'una  volta  il  Luzio  stesso  si  contraddice  a  distanza  di 
poche  pagine:  come  quando  atferma  che  il  Maroncelli,  più  d'ogni 
altro,  ha  intuito  il  carattere  del  Salvotti.  Ebbene,  sentiamo  che  cosa 
quegli  dice  nel  giorno  della  sentenza:  «  Reclamai  per  quanto  v'era 
di  più  sacrosanto  a  dichiarare  per  quali  altre  vie  aveva  raggiunto 
quel  luttuoso  termine  di  condanna  »  ma  il  Salvotti  si  rifiutò  ineso- 
rabilmente  di   dare   la   minima   soddisfazione  al  povero  partente  pel 

carcere  terribile  e  duro:    «  e    per  quanto  v'era  di    più  sacrosanto 

rifiutò   di  spiegarsi  " .   "  Quanto  a   me gli   perdono  se  ha  avuto 

coscienza  di  commettere  una  ingiustizia »  e  il  Luzio  sùbito  a  scri- 
vere, in  più  visibile  carattere,  una  pretta  incoerenza  del  suo  grafo- 
mane, che  soggiungo   «  ma  mi  pare  più  verosimile  eh'  ei  si  sia  fatta 


—  263  — 

una  giustizia  illusoria  e  che  noi  siamo  stati  sacrificati  ai  fantasmi 
dei  suoi  falsi  principi,  e  delle  deduzioni  terribili  che  s'è  creduto  au- 
torizzato a  tirare  da  una  legislazione  la  cui  prima  immoralità  consiste 
nell'aver  la  parola  tanto  lata,  tanto  vaga,  che  mentre  il  giudice  ma- 
ligno va  a  tulelarsi  sotto  quella,  il  giudice  di  debole  senno  vi  resta 
di  buona  fede  impacciato  » .  Ora  è  evidente  la  cosa  :  chi  per  ammet- 
tere la  buona  fede  del  Salvotti,  può  ritenerlo  un  giudice  di  debole 
senno,  dopo  tutto  quanto  il  Luzio  scrisse  sul  beli'  ingegno  di  questa 
acutissima  mente,  di  questo  fervido  lavoratore? 

Certo  a  me  pare  ch'egli  non  potesse  essere,  come  vorrebbe  il 
L.,  il  consolatore  dei  poveri  inquisiti,  e  colui  che  sempre  dettava  le 
espressioni  più  miti  a  loro  riguardo  nei  protocolli  ('),  dopo  quanto  s'è 
detto,  e  perciò  che  ancora  appare  in  questo  squarcio  di  «  voto  »  che 
stralcio  dal  Costituto  del  Ponzani  stesso,  e  che  il  Salvotti  dettò, 
anche  dopo  che  si  era  raggiunto  pel  processato  piemontese  la  piena 
assoluzione.  Si  veda  qual  sorta  di  benigna  forma  l' inquisitore  adoperi 
per  chi  gli  era  potuto  sfuggire  di  mano,  mercè  tutta  la  furberia  onde 
poteva  essere  armato  un  leguleio  di  spirito,  provato  alle  arti  insidiose 
della  legge  inquisitoriale,  e  mercè  ancora  quella  fermezza  di  carattere, 
che  fa  del  Ponzani  stesso  una  delle  non  trascurabili  figure  dei  famosi 
processi,  insieme  col  Pinzi  e  con  Silvio  Moretti. 

Prima  della  sentenza  d'assoluzione:  «Questo  inquisito  ha  un 
temperamento  facilmente  irritabile  e  una  immaginazione  che  si  esalta. 
Ha  dell'ingegno  e  della  fermezza  senza  essere  molto  disinvolto  ed 
urbano  " . 

"  Egli  spiegò  in  tutto  il  corso  della  sua  inquisizione  una  particolare 
ostinazione,  e  pareva  avesse  fermato  in  sua  mente  di  eccitare  lo  sdegno 
della  Commissione  per  quindi  sempre  più  tacciarla  di  inumanità  e  di 
barbarie . . .  Allorquando  veniva  chiamato  d' innanzi  la  Commissione 
mal  potendo  frenare  il  suo  interno  livore,  piangeva  ■>. 

Certo  non  a  questa  buona  raccomandazione  il  Ponzani  deve  la 
sua  libertà!  Ma  v'ha  di  peggio;  quand'egli  è  riuscito  a  salvarsi,  ecco 
che  cosa  gli  scaraventa  addosso  il  mite  (!)  inquirente  diventato  furi- 
bondo: «  Il  contegno  del  Ponzani  durante  la  inquisizione  è  stato  ri- 
provevolissimo, ed  egli  ha  costantemente  palesato  il  più  profondo  li- 
vore contro  la  Commissione.  Eijfli  si  latruò  di  trattamento  rigroroso  du- 


(')  In  questi  è  rejjistrato  con  qu;iiit;i  pertinacia  Salvotti  combattesse  il 
Tosetti,  che  voleva  liberare  Ifomairnosi  e  Arrivabeno.  Il  giudice  inquirente  votò 
sempre  per  la  carcerazione  prima  e  per  la  contlaiina  il"{)o. 


—  2G4  — 

rante  la  sua  detenzione,  e  gli  si  usarono  invece  tutti  i  ritjfiiaidi,  se 
iion-  che  una  volta  sola  fu  tenuto  a  pane  ed  acqua  [bel  riguardo  !] 
perchè  si  intratteneva  con  persone,  che  gli  stavano  di  rirapetto  in  vie- 
tato colloquio.  Eijli  si  lagnava  di  essere  stato  posto  in  carcere  cat- 
tivo quasicchè  la  Commissione  potesse  cangiarne  i  locali...". 

-  Pouzani  non  aveva  a  quel  che  sembra  altro  scopo  che  di  irri- 
tare la  Commissione  per  determinarla .  . .  ad  atti  di  rigore  ecc.  ecc. 
liitengo  dunque  che  un  tale  Inquisito  d'altronde  sommamente  in- 
disialo di  essere  stalo  degli  operosi  cospiratori  [ed  era  già  venuta 
la  sentenza  d'assolutoria]  e  le  cui  risposte  riboccavano  di  ritrattazioni 
di  reticenze  e  fallacia,  non  debba  essere  più  tollerato  a  godere  dei 
vantaggi  di  un  Governo,  che  egli  ha  sempre  insultato,  e  che  perciò 
lo  si  debba  espellere  da  questo  paese  »  Milano  il  3  settembre  1823, 
dott.  Antonio  Salvotti,  relatore. 

Ma  ormai  si  comprende:  questi  era  stato  portato  ad  un  più  mite 
trattamento  verso  coloro,  che  aveva  fatto  sue  vittime,  e  che  era  riu- 
scito a  far  cantare  per  poter  estender  sempre  più  le  reti  del  processo, 
ed  aumentarsi  la  benevolenza  dell'Imperatore. 

Sentiamo  quanta  degnazione:  «  L' Arese  è  raccomandabile  alla 
grazia  sovrana,  perchè  colle  sue  confessioni  aveva  somministrati  gra- 
vissimi argomenti  per  abbattere  le  ostinazioni  ai  Confalonieri,  ecc.  '•. 
Il  D'Ancona  scrive  che  il  Salvotti  dovè  più  di  una  volta  deplo- 
rare in  cuor  suo  che  nella  patria  di  Beccaria  non  fosse  più  possi- 
bile applicare  la  tortura.  Ma  se  il  Salvotti,  oppone  il  Luzio,  avesse 
avuto  di  così  bestiali  appetiti,  gli  articoli  329,  3(33,  3(35  del  codice 
penale  austriaco  gli  avrebbero  fornito  il  mezzo  per  appagarli  subito. 
Ecco  in  sostanza  che  cosa  essi  ordinano:  se  il  diportamento  del 
carcerato  fosse  caparbio  e  dissobbediente,  se  egli  si  volesse  far  parere 
impazzito,  o  se  si  contenesse  maliziosamente  in  modi  impetuosi  ed 
insultanti,  dovrà  il  medesimo  essere  punito  in  un  modo  proporzionato 
al  suo  fallo,  o  con  bastonate  o  con  digiuno  a  pane  ed  acqua  per 
un  giorno — 

Che  questi  articoli  fossero  applicati  alla  crudezza  del  digiuno 
}>ol  Ponzani  ('),  noi  già  sappiamo  dalla  stessa  dichiarazione  del  Sal- 
votti: e  clie,  per  ciò  fare,  il  giudico  severo  richiedesse  il  parere  del 
medico  non  parmi  sempre,  quando  si  consideri  il  miserrimo  stato  di 
salute  di'l  Ponzani,  assalito  nel  corso  dell'  istruttoria  da  violenti  attacchi 
di  vomito,  e  da  svenimenti  angosciosi,  sicché  al  povero  inquisito  non 

e  )  K  ii'in  bolo  jicl  Ponzani,  ma  anche  per  altri. 


—  265  — 

rimaneva  altro  che  invocar  presto  «  la  fine  .  .  .  giacché  preferirei 
una  condanna  alla  pena  ette  soffro  attualmente  »  e  la  rapida  »  con- 
sumazione del  sacrifizio  "  per  cui  si  facevan  parlare  anonimi,  si  ca- 
lunniavano altri  di  delazioni  vergognose,  non  mai  portate  alla  luce 
del  confronto,  per  quanto  il  Ponzani  si  macerasse  nell'animo  a  richie- 
dere la  prova  luminosa  del  fatto.  «  Veggo  che  mi  si  vuol  perdere  .  .  . 
dopo  quattordici  mesi  di  vera  segreta  ».  «  Io  so  che  sono  un  uomo 
condannato,  mi  si  dia  il  supplizio  e  così  avrò  terminato  questa  mia 
situazione  angosciosa  ».  «^  Mi  si  mandi  pure  al  supplizio,  o  in  qua- 
lunque fortezza,  ma  io  non  terrò  diverso  linguaggio  nella  mia  ferma 
fiducia^  che  sarebbe  inutile  la  mia  difesa  ». 

Oh  la  magnanimità  di  questo  fiero  carattere,  ben  degno  di  maggior 
fama,  che  ad  un  certo  punto  ha  il  coraggio  di  esclamare  sardonica- 
mente, di  fronte  alle  arti  del  Salvotti,  che  s'infrangevano  nella  fer- 
mezza della  sua  coscienza  adamantina  :  «  Dal  momento,  in  cui  col  sa- 
crifizio di  me  medesimo  non  ho  voluto  rispondere  in  ciò  che  riguardava 
la  mia  persona,  la  Commissione  può  ben  figurarsi  se  io  posso  risol- 
vermi a  parlare  degli  altri  ». 

Ecco  perchè  di  fronte  al  giudizio  dell'inquirente  egli  potè  sem- 
brare  «  riprovevolissimo  ». 

Ancora  alcune  poche  parole.  Il  Luzio  dice  in  una  nota  che  in  tutti 
i  costituti  che  ha  esaminato,  è  sempre  esattamente  indicata  l'ora  in 
cui  finirono  :  né  ha  mai  visto  che  la  durata  sorpassasse  le  quattro  o 
cinque  ore  o  che  essi  si  tenessero  di  notte.  Anche  in  questa  dichiara- 
zione ci  sono  delle  inesattezze  :  prima  che  giungesse  il  Salvotti  il  Pon- 
zani fu  interrogato  anche  di  notte,  e  già  noi  abbiamo  visto  quando. 

Dopo  il  1°  giugno  del  22  il  1°  costituto  del  Ponzani  stesso  (9  lu- 
glio 1822)  dura  quasi  sette  ore:  il  4°  (6  giugno  1823)  incominciato 
alle  10,30  è  troncato  perchè  il  costituto  s'interruppe  soprapreso  dal 
vomito;  il  6°  (il  22  agosto  1823)  durò  dalle  10,30  alle  6  e  un  quarto 
ininterrottamente. 


Ho  indugiato  a  bella  posta  a  traverso  la  ponderosa  materia  del 
primo  volume  del  Luzio  per  due  cause  speciali.  La  prima:  perchè 
finora  non  vidi  dei  critici  abbaiatori  (che  vollero  ripetere  le  viete  frasi 
reboanti,  nelle  sciabolate  alla  quarantotto)  chi  si  volesse  pigliar  la 
lena  di  scender  sul  terreno,  ove  l'egregio  autore  audace  li  invitava  con 
la  giusta  esclamazione:  -  Oh  perchè  non  dovrebbe  farsi  la  storia  dei 
processi  sui  documenti?  ». 


—  266  - 

La  seconda  causa  è  tutta  personale:  ma  a  me,  che  mi  vidi  ne- 
gati i  costituti  del  Pellico  per  strane  paure,  è  pur  cosa  dolcissima 
poter  gridar  forte  a  tutti  coloro  che  s'intimidiscono  a  certe  voci  corse 
di  delazioni  vergognose,  che,  intanto,  dai  costituti  di  un  piemontese 
non  vien  fuori  altro  che  una  luce  di  gloria  pei  martiri  del  '21,  e 
l'obbrobrio  pei  martirizzatori  :  lo  che  è  il  miglior  saluto  che  io  possa 
mandare  all'opera  che  il  Luzio  ci  annunzia,  nel  fervido  augurio  che 
essa  sia  per  essere,  se  non  Y ultima  parola,  la  più  equa  che  fino  ad 
ora  siasi  scritta  sui  processi  del  Pellico  e  del  Maroncelli. 


APPENDICE. 


Correggo  le  l>ozze  di  questa  comunicazione  dopo  le  mie  ultime 
fortunate  ricerche  negli  Archivi  segreti  di  Milano,  di  Vienna  e  di 
Briinn,  e  godo  nel  dichiarare  che  ogni  mia  affermazione  avrà  domani 
l'appoggio  di  nuovi  più  importanti  documenti  irrefragabili,  dai  Costituii 
stessi,  alle  molteplici  relazioni  dei  processi,  alle  lettere  riferentisi  al 
Pellico  e  al  Salvotti. 

Pel  primo  posso  affermare  ch'ei  fu  in  piena  forma  e  regola  ag- 
gregato alla  Carl)oneria  dal  Maroncelli,  avendo  per  testimonio  il  La- 
derclii  —  individuo  necessario  e  sufficiente  alla  recezione  —  e  si  ebbe 
il  suo  regolare  diploma  sul  quale  eran  notati  i  soliti  simboli  della  car- 
boneria, cioè  il  sole,  la  luna,  le  nubi,  un  lupo,  una  baracca,  una  croce 
e  delle  sferze.  Dalle  carte  austriache  apparirà,  chiaro  tutto  l'ardore 
giovanile  di  questo  neo-carbonaro,  che  non  fu  certo  un  semplice  Ira- 
scinato  dall'ambiente,  ma  un  cosciente  de'  suoi  atti  di  rivoluzione,  che 
avevan  carattere  di  spiccata  democrazia. 

Pel  Salvotti  :  sorgono  a  iosa  nuove  tristi  prove  ad  accusarlo  : 
a)  per  Vamhisione  sua,  parleranno  numerose  lettere  inedite  del  col- 
lega, giudice  Tosetti,  maleviso  dal  Salvotti  e  dal  Governo  per  la  sua... 
bontà;  h)  per  la  sua  responsabilità  nel  decretar  le  pene  ai  poveri 
inquisiti,  dirà  il  costituto  di  Girolamo  Lombardi  che  il  16  aprile  è 
castigato  «  col  digiuno  per  tre  giorni  a  pane  ed  acqua  »  separato  da 
ogni  compagno;  e)  pel  suo  metodo  d' interrogatorio  o  d' . . . .  estor- 
sione di  deposizionis  dica,  dica  questa  importantissima  lettera  :  e 
sia  un  lettore  che  non  senta  un  fremito  contro  il  giudice  terribile 
e  filtro,  a  cui  tutti  gli  Italiani  non  possono  che  augnare  1'....  oblio! 


—  267  — 

Anno  1823  -  F.  933  -  N.  11447. 

Arch.  della  I.  R.  Polizia  e  Censura.  —  Arch.  del  Ministero  dell'Interno 

Vienna. 
Eccellenza, 

In  seguito  ai  concerti  suggeritimi  dall'Eccellenza  Vostra  e  da  me  presi  col 
Sig.  Barone  Daiser  incaricato  d'affari  alla  corte  di  Torino  fu  la  Signora  Contessa 
Maria  Trecavalli  ricevuta  al  confine  di  Bufalora  la  mattina  del  giorno  16.  andante 
dal  signor  Cardani  attuare  addetto  a  questa  Direzione  generale  e  dallo  stesso  in 
buona  e  ben  difesa  vettura  condotta  e  direttamente  presentata  a  questa  I.  R.  Cora- 
missione  Speciale  di  I^a  Istanza.  La  signora  Contessa  si  lodò  del  modo  urbano, 
col  quale  fu  ricevuta  ed  accompagnata,  avendo  io  Botto  tale  rapporto  dato  al 
Sign.  Cardani  le  istruzioni  analoghe  i  desideri  espressi  nella  nota  del  suUodato 
Sign.  Barone.  Sottoposta  la  sign.  Trecavalli  a  costituto  fu  alle  5  pom.  del  giorno 
stesso  fatta  ricondurre  alla  sua  abitazione  sotto  custodia  della  Polizia.  Oggi  fu 
ricondotta  alla  Commissione  e  sembra  dalla  nota  testé  ricevuta  e  che  mi  onoro 
rassegnare  all'Eccellenza  Vostra,  che  in  tale  stato  abbia-  la  predetta  Dama  ad 
esservi  conservata  per  alcuni  giorni.  Durante  la  sua  dimora  nello  stato  d'arresto 
in  casa  le  fu  concesso  di  avere  una  donna  di  servizio  e  le  si  accordò  ben  anche 
di  consultar  il  di  Lei  medico  Sign.  Franzini  a  causa  di  convulsioni  alle  quali  va  sog- 
getta e  che  più  vivamente  ha  in  essa  eccitate  l'attuai  sua  posizione.  NelV istruire  che 
essa  fece  al  medico  lasciassi  sfuggire  di  bocca  che  il  giudice  Istruttore  Sign.  Consi- 
gliere di  Appello  Salvotli  fatti  ritirare  i  Consiglieri  Assistenti  con  marcato 
segno,  si  trattenesse  da  solo  con  essa  e  la  minacciasse  vivamente  nel  caso  non 
avesse  essa  deposto  quanto  lo  stesso  ritiene  essere  a  cognizione  sua. 

L'impiegato  presente  a  tale  dichiarazione  potè  bene  impedire  che  la  signora 
proseguisse  nel  racconto,  ma  non  potò  distruggere  le  cose  già  dette  e  sulle  quali 
ad  onta  del  divieto  fattosi  al  medico  ò  da  presumersi  che  verseranno  le  dicerie 
dei  curiosi.  Ho  creduto  perciò  necessario  di  comunicare  all'Eccellenza  Vostra  tale 
emergente  come  quello  appunto  che  potrebbe  esser  per  avventura  da  altri  ripetuto 
e  fors' anche  esagerato  nel  passare  com'è  di  costume  da  persona  a  persona. 

Milano,  il  18  Novembre  1822. 

Toresani  A  Sua  Eccellenza  il  Signor  Conte 

di  Strasoldo  Presidente 
dell'I.  R.  Governo. 


i 


XXI. 


ROLANDO  MARCHESE  DELLA  MARCA  BRETTONE    " 
E  LE  ORIGINI   DELLA  LEGGENDA    DI  ALERAMO('). 

Comunicazione  del  conte  Benedetto  Baldi  di  Vesme 


Assai  nota  è  la  leggenda  dei  primi  anni  di  Aleramo  marchese 
di  Liguria  occidentale,  di  cui  abbiamo  parecchie  relazioni  antiche  (-)  ; 
essa  per  sommi  capi  compendiasi  nella  seguente  narrazione. 

(')  Il  presente  studio  ha  uno  scopo  essenzialmente  isterico  e,  mentre  serve 
a  far  conoscere  al  Congresso  storico  internazionale  di  Roma  quali  siano  le  con- 
clusioni a  cui  siamo  giunti  in  un  lavoro  storico-genealogico  sulle  origini  delle 
stirpi  Sabauda,  Capetingia,  Aleramica  ed  Arduinica,  lavoro  di  pros-sima  pubblica- 
zione ed  intitolato  I  Principi  anqlo-sassoni  neW Impero  Carolinyio,  è  essenzialmente 
destinato  a  far  constatare  che  li  celebre  Chanson  de  Rjlland,  testo  di  Oxford,  ha 
valore  isterico  di  gran  lunga  maggiore  di  quanto  generalmente  si  ritenga.  Non 
intendiamo  perciò  addentrarci  nel  pelago  delle  questioni  filologiche  e  linguisti- 
che; ricerchiamo  esclusivamente  se  le  persone  licurdate  nella  Chanson  furono  o 
non  furono  uomini  in  carne  ed  ossa,  tutti  viventi  ai  tempi  della  fainosn  rutta 
di  Roncevaux  e  perciò  riteniamo  affatto  inutile  e  superfluo  il  far  precedere  o  se- 
guire il  nostro  istudio  da  una  ingombrante  ed  inutile  bibliografia  generale  della 
Chanson.  Così  eviteremo  il  rimprovero  di  non  aver  citata  qualche  introvabile  pub- 
blicazione per  nozze  o  di  non  aver  letto  le  copertine  dei  giornali  di  filologia  e 
di  letteratura.  Se  poi  saremo  condannati  per  questa  nostra  voluta  dimenticanza 
da  qualcuno  dei  fanatici  bibliogralizzaiiti,  non  ric"rreremo  in  ap[>ello  contro  la  sen- 
tenza perchè  nostro  scopo  non  era  di  fare  un  lavoro  completo,  esauriente  e  defi- 
nitivo sul  marchese  Rolando,  ma  di  provare  clie  deve  essere  esistita  una  ironaca 
della  fine  dell'ottavo  secolo  o  del  principio  del  nono  da  cui  largamente  ed  abba- 
stanza fedelmente  attinse  l'autore  della  prima  redazione  del  poema. 

(*)  Le  varie  redazioni  della  leggenda  d'.\leraino  trovansi  nella  Chronicon 
Jmaginis  Mundi  di  Fra  Jacopo  (Dei  Berlingieri)  da  .\cqui;  \\<:\V  Istoriti  d«rl  Mon- 
ferrato del  marchese  Galeotto  Del  Carretto;  nella  Cronnra  di  Salusso  di 
GioFKREDo  della  Chiesa  6  nella  anonima  Vita  antica  di  San  Guido  vescovo  lii 
Acqui,  edita  del  Moriondo  nei  Monumenta  Aquensia. 


—  270  — 

Un  giovane  principe  di  regio  sangue  partissi  colla  moglie  di  Sas- 
sonia in  pellegrinaggio  per  Roma;  giunto  a  Sezzè  nel  Monferrato,  la 
moglie  felicemente  si  sgravò  di  un  bambino,  Aleramo.  Non  potendo 
sospendere  il  loro  viaggio  ed  essendo  malagevole  il  trasporto  secoloro 
del  neonato,  lo  aflidarono  alle  curo  di  una  nutrice  da  cui  dovevamo 
ritirarlo  nel  viaggio  di  ritorno.  I  duo  coniugi  disgraziatamente  mori- 
rono amendue  di  peste  durante  la  loro  permanenza  in  Roma,  ed  Aleramo 
restò  abbandonato  e  povero  a  Sezzò.  lungi  dall'avita  Sassonia.  Ma  buon 
sangue  non  mente:  lo  sue  virtù  lo  fecero  ben  volere  da  certi  baroni, 
che  vollero  tenerlo  secoloro  quasi  loro  tìglio.  Adolescente  fu  col  padre 
adottivo  alla  Corte  del  sassone  imperatore  Ottone,  quando  questi  per 
la  prima  volta  scese  in  Italia,  e  là  talmente  di  sé  innamorò  Berta, 
figlia  dell'imperatore,  che  indussela  a  fuggire  seco  e  con  lui  di  sop- 
piatto ad  unirsi  in  matrimonio.  Per  iscansar  l'ira  imperiale  i  novelli 
sposi  si  nascosero  in  sui  monti  della  Liguria  nella  selva  Ardenna  (') 
ove  rimasero  per  sette  anni,  Aleramo  facendo  il  carbonaro,  Berta  ram- 
mendando i  panni  degli  abitatori  del  circonvicino  contado.  Da  Aleramo 
e  Berta  nacquero  più  tìgli  durante  il  volontario  esilio;  poi  per  una  serie 
di  fortunose  vicende  Aleramo  rientrava  nelle  grazie  dell'imperatore,  che, 
ratiticata  la  sua  unione  con  Berta,  lo  creava  marchese  della  Liguria. 

Simili  casi  meravigliosi  non  si  raccontano  pel  solo  marchese  Ale- 
ramo: uguale  leggenda  trovasi  per  Gerardo  di  Roussillon  duca  di  Vienne, 
divisa  però  in  più  parti  frammentarie  (-');  per  ricostituirla  compiuta- 
mente conviene  unire  i  dati  contenuti  nella  Vita  Sancii  Gei^aldi,  con 
quelli  che  trovansi  nelle  Chroniqiies  de  Savoye,  ove  Geraldo  si  tras- 
forma nel  noto  Beroldo,  (rcon  alcune  altre  notizie  racchiuse  uùWJIistoire 
de  Bourgogne  del  Fustailler,  certamente  desunte  da  antiche  leggende 
borgognone.  Altretali  cose  raccontansi  intorno  alla  nascita  di  Rolando, 

(')  E  da  notarsi  clie  in  tutta  la  catena  appenninica  ligure  non  esiste  traccia 
di  alcuna  selva  Ardenna  e  che  sono  soli  alcuni  moderni,  che  in  base  alla  Ictjpenda 
aflibbiarono  il  nome  di  Pietra  Ardenna  ad  un  monte  nel  territorio  albingaunense. 

(•)  Ciascuna  delle  varie  lep^j^ende  relative  a  Geraldo  di  Roussillon  non  la 
comprende  per  intero  ed  a  primo  aspetto  sembrano  affatto  dissimili,  perchè  cia- 
scuna di  esse  comprende  solo  una  parte  della  k-^'j^enda;  riavvicinandole  si  ottiene 
l'intera  lejjgenda  di  Aleramo.  È  da  notarsi  che  il  ricordo  delle  Ardennes  si  cristal- 
lizzò non  in  (ìlicrardo,  ma  bensì  sul  suo  cupino  il  conte  Bovo,  padre  di  re  Bo- 
sone.  Vedi  roiiPARDiN,  Le  royaume  de  Provence  sous  les  Carolingiens,  307-310,  ove 
si  dimostra  che  Bovo  padre  del  re,  detto  da  tutti  Bovo  conte  delle  Ardennes,  non 
fu  mai  Conte  delle  Ardennes  e  che  per  dii)piu  le  Ardennes  non  formarono  mai  un 
vero  comitato,  ma  che  invece  erano  poste  nel  comitato  di  Verdun,  i  cui  conti  sono 
;i  rju-i   <<  inpi   ben   Conosciuti. 


—  271  — 

l'eroe  di  Roncevaux  ('),  ed  una  eco  affievolita  di  tal  leggenda  riper- 
cotesi  nella  storia  sia  di  re  Ugo  il  Capeto  (-),  che  del  suo  congiunto 
Oddone  di  Parigi  re  di  Francia  {^).  È  questa  leggenda,  che  si  applica 

(')  La  leggenda  della  nascita  di  Rolando  trovasi  nei  Reali  di  Francia  e  deve 
derivare  da  un  antico  poema  francese  ora  perduto.  E  da  notarsi  che  in  questa 
narrazione  la  madre  di  Rolando  ha  nomo  Berta,  come  la  moglie  di  Aleramo  e 
come  l'antica  figlia  di  re  Cariberto,  mentre  si  sa  che  la  madre  di  Rolando  aveva 
in  realtà  altro  nome. 

(")  Vedi  al  riguardo  il  noto  poema  flues  Capez  ed  i  notissimi  versi  di  Dante. 

(*)  Si  hanno  traccie  di  queste  leggende  sin  dal  decimo  secolo  nelle  cronaca 
di  ViTiCHiNDO  DI  CoRVEi  c  di  RiCHERio  DI  Relms  in  cui  SÌ  fa  il  sassone  Vitichindo 
avo  di  re  Oddone  e  lo  si  fa  venire  povero  e  fuggiasco  in  Fiancia  di  Sassonia.  Piii 
chiare  ancora  ed  evidenti  traccie  trovansi  nella  Vita  Sancii  Megingaudi  martiris 
in  cui  tra  altri  ricordi  leggendarii  è  positivamente  affermato  che  il  conte  Megingaudo, 
cugino  di  Oddone  di  Parigi  re  di  Francia,  discendesse  in  linea  maschile  dai  re  del 
Kent.  BoLLANDiSTi,  Acta  sanctorum  februarii,\l,  192:  "  Insignis  martyr  Christi 
«  Meyngoldus  de  nobili  prosapia  Francorum  et  Anglorum  originem  duxit,  nobilitas 
«  insigniorem  adauxit  titulum ....  Mater  eius  fuit  soror  regia  Arnulphi,  qui  in 
"  imperatorem  benedictus  a  Formoso  papa,  regni  et  imperii  statam  Consilio  sa- 
u  pienti  ordinavit  et  strenue  rexit.  Cuius  probitatem  Hugo  rex  Anglorum  certa 
«  relatione  percipiens  ....  Quia  vero  rex  Arnulphus  carebat  liberis,  unicam  ger- 
«  inanam  regi  Angloium  ^Hugoni  desponsavit . .  . .  Accepta  igitur  rex  Hugo  cele- 
«  briter  uxore,  genuit  filium,  qui  vocatus  est,  suscepto  baptismate,  Meyngoldus; 
«  filiam  quoque  genuit,  que  Adheles  est  nuncupata:  hanc  patre  concedente,  accepit 
«  in  coniugem  Oswaldus  rex  Nordanumbrorum,  qui  instinctu  sponsae  suae  se  totam 
«  Christianitati  adijciens,  prò   culto  fidei  et  prò   defensione   patriae,  inito    contra 

«  gentiles  praelio,  martyr  occubuit Quia  vero,  sicut  dictum  est  supra,  Im- 

«  perator  non  habcbat  liberos,  voluit  ad  tempus  delectari,  uti  et  confortari  prae- 
«  sentia  et  alloquio  nepotis  sui  Meyngoldi,  velut  mos  est  inter  nobiles  suorura  pro- 
«  bitatem  haeredum  iijtelligere  et  experiri.  Misit  igitur  nuntios  ad  regem  Hugonem 
«  prudenti  legatione  instructos  et  honestis  raoribus  adornatos,  ut  in  utruque  et 
«  mittentis  et  suscipientis  commendaretur  devotiunis  affectus.  Assensit  Hugo  et 
«  filium  suuni  Meyngolduni,  Richardum  ((uoque  de  Oswaldo  et  filia  sua  Adheles 
«  genitum.  Imperatori  Arnulplio  cum  incredibili  apparatu  misit  n.  Si  osservi  che 
il  re  s.  Osvaldo  mori  nel  642  ed  aveva  sposato  una  nipote  di  s.  Eitelbercht  re  del 
Kont  e  di  Berta  figlia  di  re  Cariberto;  perciò  in  «  Hugo  »  (in  antico  anglosassone 
«  Aid  »  ed  "  Eitli  n)  si  raffigura  Kitelbercht  vero  progenitore  di  Megingaudo  ed  il 
cugino  Riccardo  che  con  lui  viene  in  Francia  ò  s.  Riccardo  lo  spodestato  re  del 
Kent,  che  si  rifugia  in  Francia  presso  i  cugini  in  sul  finire  del  settimo  secolo  e 
muore  a  Firenze  di  ritorno  da  un  pellegrinaggio  a  Roma.  Dunque  nel  duodecimo 
secolo,  quando  fu  scritta  la  Vita,  era  tuttor  vivo  il  ricordo  della  discendenza  di 
Megingaudo  dai  re  anglosassoni  del  Kent  e  della  sua  parentela  col  re  s.  Riccardo. 
Si  noti  poi  che  risulta  in  modo  certo  ch'egli  era  nipote  dell'imperatore  Arnolfo  e 
di  Oddone  di  Parigi  re  di   Francia. 

L'origine  sassone  di  Roberto  il  Forte  duca  di  Francia,  padre  di  re  Oddone, 
ci  è  pure  attestata  da  Adrevaldo  monaco  di  Flel'ry,  che  scrisse  nel  nono  secolo, 


a  tante  persone  diverse,  un  semplice  motivo  leggendario  tratto  da  rac- 
conti di  origine  orientale,  od  un  ricordo  affievolito  di  qualche  antico 
fatto  istorico,  che  col  trasmettersi  per  tradizione  orale  si  trasformò  e 
si  modificò?  Non  esitiamo  a  rispondere  che  sola  la  seconda  ipotesi  è 
la  vera. 

Circa  il  560,  Etelberto,  figlio  primogenito  di  Ermenrico  re  del 
Kent,  che  per  una  lunga  serie  di  avi  discendeva  da  que'  Sassoni,  che 
pei  primi  invasero  la  Gran  Brettagna,  si  era  recato  in  Francia  alla 
corte  di  Cariberto  re  di  Parigi.  Il  re  Cariberto  aveva  unica  figlia  le- 
gittima. Berta,  ed  i  due  principi  in  breve  reciprocamente  s'innamora- 
rono perdutamente;  ma  Berta  eia  cristiana  ed  Etelberto  idolatra, 
perciò  il  re  di  Parigi  negò  il  suo  consenso  all'unione  dei  due  principi. 
Qua  tace  l'istoria,  ma  soccorre  la  leggenda,  che  è  pur  avvalorata  da 
alcuni  indizi  storici  :  Berta,  posto  in  non  cale  il  divieto  del  re,  si 
foce  rapire  dal  giovane  principe  sassone  e  sotto  mentite  spoglie  stet- 
tero nascosti  in  una  foresta  fino  al  giorno  —  qui  ripiglia  il  suo 
interrotto  filo  l'istoria  —  in  cui  Cariberto  diede  finalmente  il  tanto 
desiderato  consenso.  Fu  imposto  ad  Etelberto  che  permettesse  alla 
moglie  l'esercizio  della  religione  cristiana  e  le  fu  dato  per  cappellano 
un  vescovo  oriundo  di  Francia. 

Precorrendo  a  quanto  sono  in  procinto  di  dimostrare  nei  miei 
Principi  franco-sassoni  nell'impero  Carolingio  di  prossima  pubbli- 
cazione, pregiomi  presentare  in  rapido  riassunto  a  questa  dotta  assem- 
blea le  conclusioni  a  cui  vengo  in  tale  mio  lavoro  ('). 

Aleramo  prima  conte  di  Acqui,  poi  marchese  di  Liguria,  proge- 
nitore in  Piemonte  dói-marchesi  di  Monferrato,  di  S'aluzzo,  di  Ceva,  di 
Incisa,  del  Bosco,  di  Occimiano,  ecc.  ;  nel  regno  delle  Due  Sicilie  dei 
conti  di  Gravina,  di  Butera  e  di  Policastro;  Roberto  il  Forte  duca 
di  Francia  Neustria,  padre  di  Oddone  conte  di  Parigi  e  re  di  Francia 
e  proavo  di  Ugo  il  Capeto  capostipite  della  terza  stirpe  regia  di  Francia; 
liolando  marchese  della  marca  di  Brettagna;  san  Guglielmo  primo  mar- 
cliose  di  Septimania,  poi  abate  di  Gelonne;  Almerico  suo  cugino,  figlio 


come  osserva  il  monaco  Aimoino  autore  della  seconda  jiarlc  dei  Miracula  sancii 
lìeneJicli  fM.  0.  H.  Script.  IX.  374):  «  Obstitit  primo  cornm  saevis  conatibus 
u  liùòerlus  Andeffavensis  comcs,  sax  onici  (/cneris  vir,  cui  jìcr  id  Iccorum 
u  a  rcfje  suinma  rerum  delegata  fuerat,  adnileiitibus  sibi  proeminenlissimis  Neu- 
u  striae  viri,  It^iinulfo  atquc  Lamberto,  Mi  eUtquentisxiwux  niirtor  Adrevaldus  priori 
«  refert  libro  n. 

(')  L'intero  manoscritto    è    pressocliò  ultimato    e  sjicro  di  poterlo  dare  alle 
stampe  entro  il  prossimo  anno  nella  Biblioteca  della  Società  storica  subalpina. 


-  273  — 

di  Chancor  conte  dell'Argovia,  che  crediamo  sia  il  prototipo  del  leggen- 
dario Aimeri  de  Narboiine;  i  conti  di  Grange;  i  conti  di  Provenza; 
i  conti  del  Valentinois;  i  baroni  di  Baux,  di  Rians;  i  duchi  d'Aqui- 
tania,  conti  di  Poitiers  ;  i  baroni  di  Bourbon  e  di  Coucy  e  parecchi 
altri  personaggi  e  parecchie  altre  stirpi,  discendono  per  linea  diretta 
maschile  da  Cariberto  secondo  figlio  del  re  sassone  Etelberto  re  di  Kent 
e  della  franca  regina  Berta,  che  si  stabili  in  Francia  per  raccorvi  l'ere- 
dità materna,  e  questa  lunga  genealogia  si  documenta  in  modo  certo 
con  carte,  cronache  e  vite  di  santi. 

Il  ricordo  di  questa  origine  della  terza  famiglia  di  Francia  per- 
durò a  lungo  ;  Giovanni  Bodel,  scrivendo  alla  fine  del  XIII  secolo  la 
Chanson  de  Saisne,  riassumeva  cosi  l'istoria  di  Francia  prima  di 
Carlomagno  (')•  H  primo  re  fu  Clodoveo  padre  di  Floavant,  Floavant 
commise  l'errore  di  maritare  la  sua  figlia  Eloisa  al  sassone  Bru- 
namont,  i  cui  discendenti,  all'estinzione  della  stirpe  di  Clodoveo,  ri- 
vendicarono la  corona  di  Francia,  quali  eredi  della  figlia  di  Floavant. 

Dubitiamo  però  che  Giovanni  Bodel  ripetesse  cose,  che  aveva  tro- 
vato scritte  in  altri  poemi  d'assai  più  antica  data  e  che  egli  riportava 
senza  rendersi  conto  del  loro  preciso  significato,  perchè  da  Brunamont 
e  da  Eloisa  la  discendere  non  Ugo  Capeto,  ma  Carlomagno. 

Scendendo  poi  ad  alcuni  particolari,  il  marchese  Aleramo  era  figlio 
di  Guglielmo  conte  d'Acqui  ed  aveva  per  avo  Aleramo  conte  del  Vexin, 
discendente  da  un  conte  Guglielmo,  fratello  di  Roberto  il  Forte  duca 
Francia,  e  dall'istesso  ceppo  discendono  i  signori  di  Marie  e  di  Boves, 
d'onde  i  potentissimi  baroni  di  Coucy.  I  Coucy  sono  perciò  i  prossi- 
miori  congiunti  collaterali  degli  Aleramici  e  gli  Aleramici  sono,  tra 
varie  stirpi  discendenti  da  Cariberto  di  Kent.  quella  clie  è  più  pros- 
sima alla  terza  Casa  di  Francia.  Ciò  spiega  la  ragione  per  cui  gli  Ale- 
ramici sin  dalla  metà,  dell'undicesimo  secolo  cooperassero  coi  Normanni 
alla  conquista  del  regno  napoletano,  essendoché  i  conti  del  Vexin,  loro 
prossimi  congiunti  e  coi  quali  conservano  legami  di  amicizia,  alloi-a 
erano,  abbenchè  non  Normanni,  tra  i  più  fidati  amici  e  consiglieri  del 
duca  di  Normandia.  Berta,  madre  di  Cariberto  conte  di  Laou  ed  ava 
di  Berta,  moglie  di  re  Pipino,  fondava  nei  primi  anni  dell'ottavo  secolo 
la  badia  di  Priinim  nella  foresta  delle  Ardennes,  sua  proprietà:  la 
regina  Berta  sua  abiatica  fondava  a  Priimni  nel  702  una  seconda 
badia  a  cui  incorporava  quella  fondata    un  cinquaiit'anni  prima  dalla 

(*)  Tutte  queste  notizie  .sulla  Chamon  di  Saisne  furono  ilcilottc  àAV Ihitun-c 
poétique  de  Churlemcu/ne  del  compianto  Gasto.n  I'.vris  (p.  2>'l). 

Sezione  111.  —  Sloria  delie  LeKeratHre.  1*^ 


—  274  — 

sua  ava  :  orbene  questo  conte  di  Laon.  che  pur  esso  discendeva  da  Ca- 
riberto  di  Keut  e  da  Berta  di  Parigi,  era  il  proprietario  della  selva 
delle  Ardennes,  che  figura  sia  nella  leggenda  di  Aleramo,  che  in  quella 
di  Gerardo  di  Roussiìlou. 

11  tiglio  primogenito  di  re  Etelberto  e  della  regina  Berta  succe- 
dette al  padre  sul  trono  del  Kent;  uno  dei  suoi  discendenti,  il  re 
san  Riccardo,  che  aveva  sposato  Adele  figlia  di  Teodorico  re  di  Bor- 
gogna, fu  cacciato  in  sui  primi  anni  dell'ottavo  secolo  dall'Inghilterra 
da  alcuni  suoi  cugini.  Esule  si  rifugiò  colla  famiglia  nell'Austrasia 
francese  verisimilmente  nelle  vicinanze  del  luogo  ove  poi  sorse  Priimra 
presso  i  suoi  consanguinei,  discendenti  di  Cariberto  di  Kent;  poi,  per 
isciogliere  un  antico  voto,  si  recò  pellegrinando  a  Roma  ;  nel  ritorno, 
caduto  improvvisamente  ammalato,  sen  moriva  il  7  febbraio  722  a  Lucca, 
ove  trovava  sepoltura  ('). 

Nelle  avventure  di  re  Etelberto  e  di  Berta  —  si  noti  il  nome 
della  regina,  che  ricompare  intatto  in  tutte  le  leggende  —  troviamo 
il  principe  sassone,  il  matrimonio  contrastato,  la  fuga  ed  il  successivo 
perdono;  nelle  avventure  di  re  Riccardo  troviamo  invece  le  Ardennes, 
la  cacciata  dal  regno    per   opera  di  un   rivale  fortunato,    cacciata  for- 

(')  Nel  6G4  morì  Ercheniperto  re  del  Kent  lasciamlo  da  Sesburpa  figlia  di 
Te  Lotario  duo  fi^li,  K^berto  e  Lotario;  E^rberto,  il  primot^eiiito,  gli  succedeva  e 
moriva  nel  073  lasciando  due  figli,  Edrick  e  Widred.  Lotario,  loro  zio,  sotto  colore 
<]i  tutela,  s'impadroniva  della  corona  di  Kent.  Dieci  anni  dippoi,  essendo  Riccardo 
suo  figlio  arrivato  al  quindicesimo  anno,  allora  maggiore  età  dei  sovrani,  gettata 
la  maschera,  Lotario  ]>iimdeva  Riccardo  quale  suo  collega.  Rdrick,  fuggitosi  dal 
Kent,  inijtlora  il  soccorso  di  Etliehvach  re  di  Sussex  suo  parente,  ed  entrato  con 
un  esercito  sconfigge  Lotario,  che  muore  di  sue  ferite  nel  085.  lliccardo  è  obbli- 
gato a  rifugiarsi  in  Francia  presso  i  suoi  cugini,  che  possedevano,  tra  le  altre  loro 
proprietà,  la  foresta  delle  Ardennes,  ma  non  è  escluso  che  egli  restasse  ancora 
parecchi  anni  in  Inghilterra  fuori  del  Kent,  probabilmente  nell'  Essex,  perchè  la 
.sua  madre  fu  sorella  di  Offa  re  dell'Essex  t-  figlia  del  re  Sigher.  Lilraprese  il  viaggio 
per  l'orna  nel  721  e  mori  a  Lucca  nel  ritorno  il  7  febbraio  722,  ove  fu  sepolto 
nella  chiesa  di  san  Fridiano,  lasciando  da  sua  moglie  Adita,  figlia  di  re  Teodo- 
rico in,  sposata  circa  il  085,  parecchi  figli  tra  cui  Alberico,  Megingaudo,  san  Vu- 
nebaldo,  san  Willibaldo  e  santa  Walpurga.  E  da  Riccardo  IL  figlio  di  Alberico, 
che  discendono  e  il  conte  Bovo  padre  di  re  IJosone,  e  Gerardo  duca  di  Vienne  viceré 
di  l'rovenza.  Era  dell'istcssa  stirpe  san  Bonifacio,  arcivescovo  di  Magonza,  l'apo- 
stolo della  (ìermania,  morto  il  5  giugno  75.")  e  fondatore    della   badia   di    Fulda. 

Da  Alberico,  oltre  i  più  sopra  ricordati,  discendono  parecchi  altri  personaggi 
tra  cui  minzioncremo  quell'Alberico,  che  fu  prototipo  di  Auhry  le  /iourtjuirjnon,  e 
quel  duca  .Alberico,  che  spos^  Edgiva  figlia  «li  Edoardo  I  re  d'Inghilterra,  sorella  di 
Ogiva,  moglie  ili  Carlo  il  Semplice  re  di  Francia,  e  di  Editta  moglie  di  Ottone  I 
re  di  Germania. 


—  -275  — 

malmente  ricordata  nella  leggenda  di  Beroldo- Gerardo  nella  sua  re- 
dazione savoina  e  nella  leggenda  di  Oddone  di  Parigi,  il  pellegri- 
naggio a  lloma  e  la  morte  prima  del  ritorno  in  patria. 

È  evidente  che  l'unica  leggenda  di  Beroldo,  di  Aleramo,  di  Od- 
done, di  Rolando  deriva  dalla  sovrapposizione  del  personaggio  storico 
di  Riccardo  su  quello  di  Etelberto  e  dell'amalgama  in  uno  delle  varie 
avventure  successe  ai  due  re  anglo-sassoni  in  due  memorabili  occasioni 
e  perciò  che  le  stirpi,  che  conservarono  tali  tradizioni  e  che  col  solito 
procedimento  di  cristallizzazione  leggendaria  le  attribuirono  al  "  loro 
più  antico  antenato  allora  noto,  debbono  necessariamente  discendere 
dal  sassone  Etelberto  re  del  Kent  e  dalla  franca  Berta  di  Paricri. 

Già  vedemmo  chi  fossero  i  discendenti  dal  loro  tìglio  Cariberto, 
ed  ora  ci  si  para  innanzi  a  noi  la  lunga  schiera  dei  discendenti  dello 
spodestato  re  san  Riccardo.  Senza  entrare  ora  in  troppi  particolari  os- 
serveremo che  da  s.  Riccardo  discendono,  tra  altri,  Liutvardo  conte  di 
Fesensac,  padre  di  Gerardo  detto  di  Roussillon,  prima  conb.'  di  Parigi 
€  poi  duca  di  Vienne,  e  di  Berlione,  capostipite  dei  visconti  di  Vienne, 
dei  conti  di  Firenze  (Ademari,  Contalberti,  ecc.),  dei  conti  palatini  di 
Lomello,  ecc.  ;  i  tre  fratelli  Megingaudo  primo  duca  di  Sassonia  pel  re 
Carlomagno,  sant'Engelberto  prima  duca  della  Neustria  Marittima,  poi 
abbate  di  Saint-Riquier  de  Centulle,  e  Riccardo  il  Vecchio,  duca  pur 
esso  della  Neustria,  che  la  Chanson  de  Roland  ricorda  più  volte  col 
nome  di  Riccardo  duca  dei  Normanni  (la  Normandia  è  l'antica  Neustria 
Marittima);  nipote  di  costoro,  nato  da  un  loro  quarto  fratello  di  cui 
ignoriamo  il  nome,  è  l'Enrico,  prima  conte  di  Auriate,  poi  duca  della 
Liguria  ed  in  ultimo  duca  e  marchese  del  Friuli  ('). 

(')  Questa  è  una  delle  più  convincenti  prove  che  la  stirpe  saband.i  abbia 
])er  capostiiiite  Bosone  re  di  Provenza:  Enrico  mori  senza  lasciar  discendenza  e 
la  sua  eredità  passi»  ai  suoi  nipoti  fìf,'li  di  En<relberto.  Quando  Arduino  e  Rug- 
giero, figli  del  conte  Oddone,  dovettero  abbandonare  dopo  il  ripudio  della  regina 
Ansgarde  la  Neustria  francese,  si  rifugiarono  in  Piemonte  nel  comitato  di  Au- 
riate, ove  erano  le  terre  ereditate  dal  loro  avo  il  conte  Nitordo  nipote  del  duca 
Enrico  ;  e,  quando  neirundeciino  secolo  Umberto  II  conte  di  Savoia  j)atteggiò  con 
Asti  pel  riaciiuisto  dell' eredità  della  contessa  Adelaide,  egli  doiin.  quale  compenso, 
pili  terre  del  comitato  d'Amiate.  Troviamo  inoltre  che  nel  XII  secolo  i  di  Ber- 
nezzo  si  professavano  vassalli  «  ab  antiquo  «  dei  Savoia  ;  orbene  il  conte  Artwido, 
per  mezzo  del  conte  Bovo  avo  di  re  Bosone,  era  fratello  del  conte  Nitardo  e  nipote 
del  duca  Enrico,  che  fu  conte  d'Auriate  e  perciò  questi  possessi  comuni  ai  Savoia 
ed  agli  Arduiiiici.  che  hanno  la  comune  origine  in  questo  conte,  che  visse  nella 
Bectuida  metà  dell'ottavo  secolo,  possono  solo  essere  passati  ai  Savoia  per  mezzo 
del  re  Bosone.  (Vedi:  Garotto,  Asti  e  la  politica  sabauda  in  Italia,  11,  nota  (';. 
in  Biòl.  Soc.  stor.  sub.,  Mem    Vili). 


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Da  s.  Engelberto,  o  meglio  dal  conte  Nitardo,  lo  storico,  suo  tìglio, 
discende  la  famiglia  dei  conti  di  Auriate  e  di  Torino,  marchesi  in 
Italia,  da  cui  nacque  la  celebre  contessa  Adelaide  moglie  di  Oddone  I 
conte  di  Savoia  ;  da  Artwido,  od  Arduino  (trovasi  il  nome  scritto  nelle 
duo  forme)  secondo  tìglio  di  Eugell»erto,  derivano,  oltre  a  conti  di  Pon- 
thieu  in  Normandia,  il  famoso  Riccardo  il  Perfido,  che  tanta  parte  ebbe 
nelle  dissensioni  tra  Lotario  e  Lodovico  il  Pio,  ed  il  conte  Bovo  o  Bo- 
vino, abbate  laico  di  Gorze,  notissimo  nei  romanzi  di  cavalleria  qual 
Bovo  di  Antona  —  il  romanzo  di  Bovo  deriva  per  la  massima  parte  dalle 
avventure  del  re  s.  Riccardo  (')  —  ed  avo  di  Bosone  re  di  Provenza. 
Da  re  Bosone  nacque  l'imperatore  Ludovico  il  Cieco,  dall'imperatore 
sortirono  i  loro  natali  Carlo  duca  di  Vienne,  Bosone  conte  della  Savoia, 
avo  del  conte  Umberto  1  il  Biancamano  (-)  Amedeo,  Rodolfo  e  GuifTredo. 

e)  Circa  le  avventure  di  Bovo  li'Aiitona,  ricordo  delle  avventure  di  san 
Riccardo  re  del  Kent  suo  proavo,  confronta  la  prima  parte  della  favolosa  Vita 
Sancii  jìfeyni/oldi,  la  Vita  sancti  Richardi  regis,  e  L'art  de  vérifier  les  dates  — 
Kois  de  Kent. 

(»)  Esiste  la  prova  diplomatica  che  il  conte  Bosone  fosse  fratello  del  duca 
Carlo  e  che  fosse  padre  del  conte  Umberto  il  Vecchio  di  Savoia-Belley,  non  esiste 
quella  che  lo  dimostri  padre  del  conte  Amedeo,  quegli  che  tutti  i  più  moderni 
e  più  autorevoli  istorici  di  Casa  Savoia  ci  affermano  con  buon  fondamento  padre 
del  conte  Umberto  il  Biancamano;  ma  ciò  è  questione  di  poco  momento  e  poco 
importa  quale  fosse  il  nome  del  padre  del  Biancamano  quando  si  può  provare  che 
l'avo  fu  il  conte  Bosone,  il  bisavo  l'imperatore  Ludovico  ed  il  trisavo  il  re  di 
Provenza  Bosone,  che  fu  pure  avo  di  Amedeo  conte  del  Sacro  Palazzo  di  Lorena 
pel  re  di  Germania  e  di  tirrena,  Enrico  I  l'Uccellatore.  Le  prove  sono  numerose 
assai  e  tra  loro  affatto  indipendenti,  desunte  dai  possessi,  dalle  tradizioni  leggen- 
darie, dalle  parentele  e  dalle  tradizioni  antiche;  noi  ne  citeremo  qua  due  sole  di 
passata.  Circa  il  1010  moriva  Umberto  conte  di  Vienne,  del  Salmorenc,  ecc.,  figlio 
del  duca  Carlo  primogenito  di  Ludovico  il  Cieco,  non  lasciando  alcuna  discendenza. 
Da  GuifTredo  visconte  di  Savoia,  fratello  del  duca  Carlo,  nacque  Fredeburga  sposa 
di  Guigone  d'Albon  :  Fredeburga  ed  i  suoi  figli  ereditarono  il  Comitato  di  Grenoble 
e  l)retesero  alla  successione  del  comitato  di  Vienne;  i  conti  di  Savoia  ereditarono 
i  comitati  di  Belley  e  del  Salmurenc  e  pretesero  pur  essi  alla  successione  a  quello 
di  Vienne;  la  lotta  tra  i  Savoia  e  gli  Albon  pel  Viennese  perdurò  per  l'intiero 
XII  e  buona  parte  del  XIII  secolo;  ciò  ò  prova  che  i  Savoia  si  ritenevano  al  i)ari 
degli  Alb'.n  j.arenti  del  conte  Umberto  di  Vienne  in  uno  di  quei  gradi  contem- 
plati dai  capitnlari.  Inutile  osservare  che  la  donazione  dei  comitati  di  Vienne  e 
di  Salmorenc  alla  regina  Ermengarda  e  la  sua  successiva  d'inazione  alla  Chiesa 
viennese  è  sfacciata  falsificazione  della  seconda  metà  del  XII  secolo.  Ecco  ora  la 
seconda  prova.  Umberto  il  Rinforzato  scrivendo  a  sant'Anselmo  arcivescovo  di 
Canterbury  lo  chiamò  suo  consanguineo  e  sant'Anselmo  rispondendo  asserisce  che 
il  ricordo  dell'unita  delle  due  agnazioni  era  ricordo  antico  di  famiglia;  ora  nuovi 
documenti  provano  in  modo  indubbio  che  la  madre  di  sant'Anselmo  (sant'Anselmo 


277  — 


Da  GuifìFredo  derivano  i  conti  di  Xeiifchatel,  i  Baugé,  i  Thoyre-Villars, 
i  Faiicigny,  i  Corbel,  i  Clermont  (Dauphiné),  i  Monthel-fjntremonts,  i 
Varax,  i  Virieu,  i  La  Palu-Varembon,  i  Vienne,  i  Blonay,  gli  Orons. 


dall'infanzia  fu  presso  la  famiglia  materna  ove  fu  adottato  qual  figlio  da  uno 
dei  suoi  zii)  discendeva  in  linea  diretta  maschile  da  Guiffredo,  che  un  documento 
ineccepibile  dice  in  tutte  lettere  figlio  dell'imperatore  Ludovico.  Sono  perciò  san- 
t'Anselmo ed  il  conte  Umberto  il  Kinforzato  che  nei  primissimi  anni  del  secolo  XII 
ci  attestano  l'origine  bosonica  della  stirpe  sabauda.  «  Suo  reverendo  et  charissimo 
u  Urabrto  corniti  et  marchioni,  Anselmus  servus  Ecclesiae  Cantauriensis,  fidele 
«  servitium  cum  orationibus.  —  Litteras  a  dignatione  vestra  mihi  directas  magno 
«  gaudio  suscepi,  quoniam  honore  et  amore  et  opulentia  bonae  voluntatis  plenas 
«  inveni.  Quantus  enim  mihi  est  honor  cum  vestra  celsitudo,  cuius  se  komines 
«  (jaudent  esse  parentes,  mei  dignatur  dicere  me  sibi  ET  consanguimtate  copu- 
«  LARI  ".  Dal  contrapposto  che  sant'Anselmo  fa  tra //arerai i  e  consanguinei  vedesi 
«he  per  consanguineità,  pure  dal  conte  riconosciuta,  intenda  comunanza  di  stirpe, 
«ioè,  origine  da  un  comune  progenitore. 

Il  eh™"  signor  Giorgio  de  Manteyer  volle  in  due  suoi  recenti  scritti  soste- 
nere che  l'origine  dei  Savoia  sia  in  un  conte  Uberto  vivente  nel  X  secolo  (Uberto 
discendeva  da  Guarnieri  conte  di  Troyes  e  per  conseguenza  da  Bosone  il  Vecchio 
duca  della  Borgogna  Giurana,  che  riconosce  per  primo  antenato  Adalgiso  maestro 
<li  palazzo  di  re  Dagoberto),  che  possedeva  terre  nel  Viennese  e  nel  Salmorenc,  tra 
«ui  Tolvon,  e  ciò  basandosi  sulle  omonimie  e  sul  fatto  che  i  Savoia  possedettero 
nel  Viennese  e  nel  Salmorenc  e  fu  loro  signoria  la  terra  di  Tolvon.  Ma  Tolvon 
passò  per  eredità  di  Teobaldo  arcivescovo  di  Vienne  a  re  Rodolfo  III,  che  ne  potè 
disporre  a  favore  del  nipote  —  la  madre  del  Biancamano  era  sua  sorella  — ;  ma 
i  beni  del  Viennese  e  del  Salmorenc  dei  Savoia  si  spiegano  più  ovviamente  col- 
l'eredità  di  Ludovico  il  Cieco  e  di  Umberto  figlio  di  Carlo  duca  di  Vienne.  Inoltre 
Umberto  conte  e  Teobaldo  arcivescovo  erano  figli  di  un  conte  Ugo  che  il  24  giu- 
gno 936  ottteneva  la  terra  di  Albon  in  dono  dal  suo  parente  Ugo  re  d'Italia:  Alboii 
passò  per  una  figlia  del  conte  Ugo,  sorella  del  conte  Uberto,  ad  un  Guigone  suo 
marito,  avo  di  Guigone  di  Albon,  primo  conte  di  Grenoble  nel  1011,  e  figlio  di 
altro  Guigone  viv.  889,  che  per  mezzo  di  un  Rostagno  II  viv.  870,  873  ed  882 
discendeva  da  Rostagno  neir8-13  visconte  di  Vienne  pel  conte  Engelbotone  II,  suo 
fratello  ;  se  Uberto  avesse  lasciato  discendenza,  Teobaldo  non  avrebbe  fatto  suo  eredo 
il  re  e  la  terra  di  Albon  non  sarebbe  ])assata  per  donne  in  altra  famiglia  perché 
le  successioni  femminili  erano  allora  solo  permesse  quando  non  vi  fossero  eredi 
diretti  maschili.  Da  Riccardo  conte  di  Troyes  fratello  del  conte  Ugo,  primo  signore 
di  Albon,  deriva  la  celebre  famiglia  dei  conti  Teobaldi,  che  più  tardi  furono  conti 
della  Champagne  e  di  lUois.  Quanto  narra  al  riguardo  della  origine  di  questi  conti 
RiCHERio  monaco  di  Rheims  ò  pretta  leggenda  e  non  è  diflicile  cosa  rintracciare 
i  fatti  istorici  che  in  essa  sono  adombrati.  (La  battaglia  vittoriosa  contro  i  Nor- 
manni è  ricordo  della  rotta  loro  inflitta  il  6  dicembre  925  a  Chaumont-en-Bassigny 
in  cui  perde  la  vita  il  conte  Guarnerio  che  capitanava  i  Borgognoni;  l'origine  bassa 
attribuita  al  capostipite  dei  conti  di  Blois  è  in  relazione  alla  fuga  del  conte  Kii- 
cardo  nel  0;*>8  presso  i  Normanni  con  cui  convisse  parecchi  anni;  ecc.).  Dall'istess  . 
stipite  derivano  pure  i  signori  di  Coligny,  i  conti  di  lìethel  ed  i  conti  di  Ginevra. 


—  278  - 

i  Compey,  i  Tournou  (Viennois).  i  Tournon  (Savoia),  i  Une,  i  Lucinge, 
i  viscouti  di  Chambery,  i  Miolaiis,  i  La  Cliambre,  i  Challant,  i  Chà- 
teauneuf,  i  Montmajeur,  i  Gcrbais,  i   Seyssel,  ecc.  (')  e  la  regina  Ei- 

(')  Questa  tlcrivazione  delle  fiimiglie,  che  ebbero  il  vi.scontado  :  La  Chambre, 
Miolans,  Saiiit-Sixt,  Chambery.  Challant,  Montmajeur,  ecc  ;  la  ministralia:  Chaumont, 
Seyssel.  Avressiou,  Chevelu.  Gerbaix,  ecc.;  il  m.-irescialato  :  Baupes  et  Man'chal 
rami  ili  Miolans;  la  senescalcia:  Sechal,  ramo  di'i  La  Chambre,  e  tutte  le  altre 
cariche  in  delefra  dei  conti  dì  Savoia  nei  comitati  di  Savoia,  Morienna,  Belley,  Sai- 
morene,  A«'sta,  Chablais  e  Tarentasia,  tutte  da  un  unico  ceppo,  che  visse  circa  la 
metà  del  X  secolo,  ci  dice  che  il  capo  stipite  della  stirpe  comitale  sabauda,  cui 
era  indissolubilnu-nte  leirata  «luest'altra  stirpe  viscomitale,  acquista  questi  comitati 
solo  dalla  metà  del  X  secolo.  L'essere  poi  questo  capo  stipite  dei  visconti  sabaudi 
il  figlio  ultrogenito  dell'imperatore  Ludovico  il  Cieco  e  fratello  certo  del  conte  Bi- 
sone,  padre  di  un  conte  Umberto  (la  paternità  di  questo  conte  Umberto  è  iu  caria 
tuttora  inedita)  è  nuova  prova  da  aggiungersi  alle  precedenti  della  derivazione  dei 
Savoia  dal  conte  Bosone  figlio  dell'imperatore  Ludovico  il  Cieco.v  Se  cosi  non  fosse, 
come  mai  i  Savoia  avrebbero  scelti  i  propri  visconti  ed  i  pro]iri  ufficiali  comitali 
tutti  nella  famiglia  regia  di  Provenza  e  per  comitali  clie  origiiiarianieiile  facevano 
parte  di  tale  regno? 

Da  Bosone  duca  della  Borgogna  Transiurana  erano  nati  il  duca  Uberto  l'Ab- 
bate, Teutberga  moglie  di  re  Lotario  II  e  la  madre  di  re  Bosone.  Il  duca  Uberto, 
causa  il  ripudio  di  sua  sorella  Teutberga,  resosi  apertamente   ribelle  al  re.  dopo 
lunga  guerra  era  ucciso  in  battaglia  da  Corrado  conto  di  Auxerre  nell'  86t    ed  i 
suoi  beni  confiscati.  Però  grazie  all'intervento  di  papa  Adriano  Lotario  il  24  no- 
vembre 8G8  restituiva  alla  regina  le  seguenti  terre,  già  proprietà  di  suo  fratello  e 
di  suo  padre:   u  In  pago  Gratianopolitano,  Bcllicensi  |>cri</o  Bellinsia],  in  Mauria- 
«  nensi  [scritto  Mauriacense],  lanevense  |scr/f/o  laiiucnsel,  Lausonense,  Anasiense, 
u  Savogensi  [scritto  Scut^isi],  nec  non  in    pago  Lugdunensi   villas   quorum  sunt 
u  haec  vocabula:  Cavurnum  (Cavornay,  pafjo  di  Losanna),  I/tfiiiningum  (Lkmenc, 
u  par/O  di  Savoia),  Novalicium  (La  Novalaise,  paf/o  di  Belley),  Mariacum  (Saint- 
tt  Jean-de-Mairienne,  ;yrtvo  di  Morienna),  Aquis  {Aik,  pago  di  Annecy),  Ariacum 
«  {Hery-sur-Alhy,    pago    di  Annecy).  Sugenadum   (Skvnod,   presso   Alhy,  pago 
u  di  Annecy),  Princiacnm  (Pringv,  pago  di  Annecy)  et  Montem   Sancti  Martini 
u  (Mont-Saint-Martin,  pago  d' Annecy),  Anersiacum  (Annixv),  Belmontem  (Beau- 
"  MONT,  presso  Ternier,  pago  di  Ginevra),  Talgurium  (Tailloirks,  pago  di  An- 
u  necy),  Ducziadum  (Doussard,  pago  d" Annecy),  Marlindum  (Marlens,  pago  d'An- 
-  necìi),  Virilgum  (Virv.  pago  di  Ginevra),  Durercum  (Dorchks,  presso  Seyssel, 
u  pago  d' Annecy),  Toducium  (TiiAnes,  pago  d' Annecy),  Columnam  (Collonoe,  pago 
u  di  Ginevra),  Holtingum  (Hoi.tinge.n,  pago  di  Lausanne),  MmWmiìcnm  (Monta- 
«  o.MEU,  pago  di  Lione),  et  quidquid  ex  ipsis  rebus  in  Grosona  (Groisv-km-Bornes, 
"  pago  d" Annecy)  sitae  sunt  ».  La  regina  di  Lorena  morendo  lasciava  erede  il  suo 
nipote  il  re  Bosone,  che  il  6  novembre  G79  donava  alla  badia  di  Tournous:  «  in 
a  comitatu  Genevensi  cellam  que  vocatur  Talgeria,  que  etiam  dicata  est  in  honore 
tt  Sancte  Marie  (Saintk-Marie-de-'J'ai.loirks)  et  curtem  Caldatis  (La  Chaix),  cur- 
u  tem  etiam  Marlandis  (Marle.ns),  curtamque  Verilico  (Virv),  .ac  curtem  Tudesio 
"  (Thònes)  et  villam  Ariaco  (Hery-sur-Ai.hv)  n:  tutte  comprese,  ad  eccezione  della 
Chaux,  nella  donazione  dell'SCS.  Cosa  ne  fu  delle  altre  terre  :  Cavornay,  Lemenc, 


—  279  — 

mengarda,  seconda  moglie  di  Rodolfo  III  re  di  Borgogna.  La  Cronaca 
perciò  di  AiUeeombe  e  le  Aiicieaiies  Chroniquex  de  Savoie,  che  fanno 
di  Umberto  I  il  Biancamano,  capostipite  della  Casa  di  Savoia,  un  ram- 
pollo del  sassone  principe  Beroldo,  cioè  di  Gerardo  di  Roussilon  duca 
di  Vienne  e  viceré  di  Provenza,  ci  dicono  cosa  sostanzialmente  vera  in 
quanto  re  Bosone  discendeva  da  avi  di  sangue  sassone,  ed  in  quanto 
tanto  il  re,  quanto  il  duca,  furono  rampollo  di  un  unico  ceppo  e  tra  loro 
congiunti  da  istrettissima  parentela,  per  cui  clii  discendeva  da  re  Bo- 
sone era  in  realtà  della  stirpe  e  del  sangue  del  duca  del  viennese;-  le 
ricordate  cronache  ci  danno  perciò  colle  loro  antiche  tradizioni  una  nuova, 
inaspettata  conferma  dell'origine  bosonica  della  Casa  di  Savoia  (').  Dal 


La  Novalaise,  Saint-Jean-de-Maurienne,  Aix,  Seynod.iPringy,  Mont-Saint-Martin, 
Annecy,  Beaumont,  Doussard,  Dorches,  Collonge,  Holtingen,  Montaorniea  e  Groisy- 
eii-Bornes  ?  È  evidente  che  dal  re  devono  essere  passate  all'imperatore  Ladovico 
suo  figlio  e  dall'  imperatore  ai  suoi  figli  e  discendenti  ;  orbene  Cavornay  passa 
alla  regina  Eìmengarda,  che  si  fa  restituire  dal  marito  re  Rodolfo  III  di  Borgogna 
tra  le  altre,  le  seguenti  terre  state  confiscate  sul  duca  Carlo  e  sul  suo  figlio  Umberto: 
Aix,  Annecy  e  Lemenc  ;  La  Novalaisk,  Saint-Jean-de-Maurienne  furono  dei 
conti  di  Savoia;  Beaumont  fu  in  ogni  tempo  dei  J/en^Ao»,  Mont-Saint-Maktin 
dei  Monthoux,  Collonge  dei  Faucigny,  Holtingen  dei  conti  di  Neufchàtel,  Dor- 
ches dei  Seyssel,  Doussard  e  Sf.ynod  dei  Dayng  e  Groisyen-Bornes  dei  Clets 
e  Menthon,  Monthoux,  Faucigny,  Seyssel,  Duing,  Clets  ed  i  c^nti  di  Neufchàtel 
sono  certamente  tutti  discendenti  da  Guiffredo,  figlio  di  Ludovico  HI  il  Ciecu  ed 
avo  paterno  della  regina  Ermengarda.  Inutile  ricordare  che  anche  tutte  le  proprietà 
della  regina  Ermengarda:  Aix,  Annecy,  Chambery,  Miolans,  Albigny,  Neufchàtel, 
Rue,  Arins,  Vienne,  Yvonant,  Conflans,  Lucinge,  Bellevaux,  Bonne,  Filinge,  ecc.  ecc. 
passarono  tutte  ai  vari  suoi  cugini  germani.  E  pertanto  certo  che  la  famiglia  dei 
visconti  dei  conti  Sabaudi  fosse  l'erede  di  re  Bosone  e  di  Teutberga  regina  di  Lo- 
rena. Aggiungeremo  ancora  che  Amedeo  conte  di  Savoia-Belley,  cugino  di  Umberto 
il  Biancamano,  nel  1032,  alla  morte  di  re  Rodolfo  ITI,  mentre  Oddone  di  Cham- 
pagne si  faceva  proclamare  re  di  Borgogna,  si  proclam''"  re  di  Provenza  a  Vienne 
e  battè  moneta;  abbiamo  una  sua  moneta  e  ci  son  carte  viennesi  datate  dal  suo 
effimero  regno.  Se  egli  non  fosse  disceso  in  linea  maschile  da  re  Bosone,  come 
mai  avrebbe  potuto  osare  ciò  ? 

(■)  Le  cronache  più  antiche  veramente  non  dicono  Beroldo  padre  di  Um- 
berto I  il  Biancamano;  affermano  invece  che  da  Beroldo  derivano  i  Savoia  e  gli 
Albon;  ciò  concorda  cun  «luaiito  si  notò  precedentemente  circa  la  disputa  della 
eredità  del  duca  Carlo  il  Costantino  tra-  i  Savoia  e  gli  Albon.  (.Questa  afferma- 
zione, elle  ra])presenta  una  tradizione  antica  leggendaria  in  Savoia,  ricordo  che 
la  stirpe  di  Savoia  traesse  il  suo  seme  dalla  stirpe  d'onde  usci  Geraldo  di  Rous;- 
sillon  duca  di  Vienne  e  vicerò  di  Provenza  pel  re  CatIo  il  Fanciullo,  è  forse  la 
prova  migliore  e  la  più  inoppugnabile  dell'origine  bosonica  del  conte  Umberto  I. 
Alcuni  dati,  che  saranno  da  noi  esposti  nell'annunciato  nostro  scritto  /  Principi 
Anglo-Sassoni  nell'Impero  Carolingio,  ci  dimostrano  che  Gerardo  ed  il  re  Bosone 


—  2S0  — 

conte  Ludovico,  figlio  di  Amedeo  conte  del  Sacro  Palazzo  di  Lorena 
pel  re  Enrico  1"  Uccellatore,  discendono  le  stirpi  dei  conti  di  Bar,  di 
Montbelliard,  ecc.  nella  Lorena  ed  i  conti  di  Loos  nel  Luxemburgo. 
Da  Riccardo,  figlio  terzogenito  di  Carlo  duca  di  Vienne,  derivano  gli 
ultimi  conti  di  Metz,  la  casa  ducale  di  Lorena  e  la  attuale  famiglia 
imperiale  d'Austria. 

Possiamo  pertanto  concludere  in  modo  sicuro  clie  la  leggenda  di 
Aleramo  e  lo  altre  leggende  .similari  ricordano  antichi  eventi  storica- 
mente certi,  in  parte  avvenuti  nel  sesto  ed  in  parte  nell'ottavo  secolo 
e  concludendo  far  osservare  la  istraordinaria  vitalità  della  tradizione 
orale,  che  per  un  sì  lungo  volgere  di  secoli  conservò  il  ricordo  di  tali 
fatti  memorabili. 

Un  notevole  esempio  di  tale  persistenza  tradizionale  lo  abbiamo 
pure  nella  Chanson  de  Rolaad,  che  in  modo  indiretto  si  collega  colla 
questione  or  ora  trattata  in  quanto  gran  parte  dei  personaggi  in  essa 
ricordati,  appartengono  in  un  col  protagonista  alla  schiatta  del  sassone 
re  s.  Etelberto  (•),  se  pure  la  Chanson,  come  è  nostra  convinzione,  non 
ha  per  fonte  un'antichissima  cronaca,  ora  perduta,  contemporanea,  o 
quasi,  della  battaglia  di  Roncisvalle,  in  cui  perde  la  vita  il  celebre 
paladino  di  Francia.  Perciò  in  questa  seconda  parte  della  nostra  comu- 
nicazione cercheremo  di  far  vedere  che  la  Clianson  ha  molto  maggior 
valore  istorico  di  quanto  generalmente  si  ritenga,  perchè,  abbenchè 
redatta  solo  circa  la  seconda  metà  dell'undicesimo  secolo,  alla  distanza 
di  ben  tre  secoli  dagli  avvenimenti  in  essa  descritti,  non  il  solo  ri- 
cordo della  rotta  di  IWncevaux,  successa  il  15  agosto  778,  e  della  av- 
venutavi morte  di  Rolando,  derivano  da  fatti  storicamente  certi,  ma 
eziandio  tutti  i  personaggi  cristiani,  ricordati  nel  poema,  debbono  de- 
rivare da  fonte  coeva,  perche  tutti  furono  persone  realmente  esistenti 
e  contemporanei  alla  famosa  battaglia. 


I 


non  solo  furono  san^'ue  ili  unica  stirpe,  ma  stretti  congiunti,  per  cui  le  Chroniques 
de  Savoye,  dicendo  Umberto  Biancamano  di  sangue  sassone  e  della  stirpe  di  Be- 
roldo,  dicono  cosa  sostanzialmente  vera  e  confermano  con  tradizione  antica  l'ori- 
^'inebosonica,  perchè  Bosone  avea  jK-r  avi  i  re  anglosassoni  ed  apparteneva  all'istessa 
stirpe  che  Beronldo. 

(•)  Appartengono  alla  discendenza  di  sant' Ktelberfo  re  del  Kent  i  seguenti 
personaggi  ricopiati  nella  Chanson:  1°  Il  marchese  Ilolando  ;  2"  11  duca  GiofTredo 
d'.\njou;  3°  Teodorico  suo  fratello;  4"  l.'iccardo  il  Vecchio  duca  di  Normandia  ; 
5"  Enrico  suo  nipote;  6°  Gerardo  conte  di  h'oussillon  ;  7"  Anselmo  di  Magonza; 
8°  Il  conte  Nibelongo  ;  9°  Il  duca  Teodorico  e  forse  10°  Guglielmo  di  Blaive, 
se  questi  si  identifica,  come  dubitiamo,  col  più  noto  san  Guglielmo  di  Septimania; 
sono  dieci  su  cinquanta,  cioè  un  quinto  dei  personaggi  ricordati. 


—  281  — 

Questa  antica  fonte,  che  naturalmente  nulla  ha  che  vedere  colla 
favolosa  Chroìiique  de  Turpin^  dovette  essere,  a  nostro  avviso,  o  un 
antichissimo  poema  o  meglio  una  cronaca,  perchè  il  poeta  in  un  punto 
ricorda  espressamente,  come  sua  fonte  una  cronaca  o  meglio  una  carta 
contenente  l'elenco  dei  caduti,  forse  un  «  obitus  «  collettivo,  allora  esi- 
stente in  un  convento  di  Laon(');  escludiamo  le  canzoni  popolari  su 
Roncisvalle  ricordate  sin  dai  primi  anni  del  nono  secolo,  perchè  non  ci 
sembra  verisimile  che  simili  canzoni  potessero  ricordare  tante  persone 
storielle  quante  ne  ricorda  la  Chanson. 

Senza  l'aiuto  di  una  memoria  contemporanea,  come  mai  avrebbe 
egli  potuto  ricordare  cinquanta  persone  viventi  nel  periodo  750-800 
ed  attribuire  loro  esattamente  i  titoli  e  le  cariche,  che  ebbero  in  vita? 
Che  il  popolo  ricordi  i  nomi  delle  persone  più  salienti  e  le  tramandi 
oralmente  ai  posteri,  ciò  può  ammettersi  facilmente;  ma  non  può  am- 
mettersi ciò  per  un  numero  così  considerevole  di  persone,  anche  per 
quelle  che  in  tutto  il  poema  sono  ricordate  una  volta  sola. 

Noi  ci  atteniamo  alla  Chanson,  testo  di  Oxford,  servendoci  delle 
due  edizioni  del  Gauthier  e  del  Miiller,  che  salvo  in  un  punto  in 
cui  Lorenese  diventa  per  errore  di  lettura  Lorenzo  (-),  coincidono  per- 
fettamente pei  nomi  dei  personaggi. 

Nella  Chanson  sono  ricordati  prima  della  battaglia  (■'):  1.  il  re 
Carlo;  2.  il  marchese  Isolando;  3.  il  conte  Uliviero:  4.  il   duca 

(')  Questa  antichissima  cronaca,  o  questo  antichissimo  documento,  è  formal- 
mente ricordata  nei  seguenti  versi  della  Chanson: 

V.  2095.  (^0  dist  la  Geste  e  cil  ki  el"  camp  fut, 

Li  ber  seinz.  pur  ki  Deus  fait  vertuz 
£  list  la  cartre  el'  inustier  de  Louiii. 

Noi  cerchiamo  di  dimostrare  in  questa  seconda  parte  delia  nostra  comunica- 
zione al  Cung-iesso  storico  che  questa  carta  di  Laon  è  esistita;  che  l'autore  della 
Chanson  l'aveva  sott'occhi  e  che  la  segui  con  sufficiente  fedeltà. 

(*)  Vedi  versi  3022  «  Gibuins  e(l)  Lorains  «  e  3469  «  Puis  ad  occis  Gebuin 
el  Lorain  »  (ed  Muller\  mentre  il  Gauthier  legge  u.  Lorenz  n  trasformando  l'epiteto 
in  una  persona. 

{^)  L'edizione  (Jauthier  da  noi  seguita  è  La  Chanson  de  Roland,  texte  cri- 
tique  par  Lkon  Gaithikr  (Tour  ed.  !Mame,  1875)  e  quella  di'l  ^liilI.T  è  quella  di 
Gottinga  del  18G3. 

Sino  alla  battaglia  di  Roncisvalle. 

1°  Re  Carlo,  passim. 

2°  K.dlanz.  v.  101,  l!»!.  251,  277,  286.  ecc.;  li  «luens  h'ollanz,    191:  Kul- 
lanl  li  marchis,  630. 


—  282    - 

Sansone;  5.  il  conte  Ansegiso;  (3.  il  duca  Gioffredo  d'Aujou,  por- 
tastendardo di  Frauda;  7  ed  8.  i  due  conti  Guarino;  9.  Oggero  il 


3"  Oliver,  v,  101,  176,  255,  324,  54G,  G72. 

4°  Sansun  lì  dux,  v.  105. 

5°  Anseis-  li  fiers,  v.  105, 

G«  Gefreid  d'Aiijou  le  rei  punfanuner,  v.  lOG. 

7°  ed  8°  Geriiis  et  Gerers,  v.  107,  171. 

9"  Le  due  Oger,  v.  170. 

10°  L'arcevesque  Turpin,  v.  170;  Turpiii  do  Keius,  2G4. 

11°  e  12°  Richard  li  velz  e  sun  ne|vuld]  Heqri,  v.  171. 

13"  De  Gascuignc  li  proz  quens  Acelin.  v.  172. 

140  Q  150  Tedbald  de  Rein  e  Milun  sun  cusiii,  v.  173. 

16<»  Guenes,  v.  178,  217,  eco,;  li  quons,  233;  (,'0  «list  RoUanz:  (,'0  ert 
Gucnes,  iiiis  parastre,  v.  277. 

17°  e  18°  Dous  de  vos  cuntes  al  paì'en  tramesistes  -  L'un  fut  Basan  e  li 
altres  Basilies,  v.  207,  208;  Basilies  ne  sis  frercs  Basant,  290. 

Ili»  Neimes,  v.  230;  li  dux,  243,  24G. 

20"  Baldervin  (fi.£jlio  di  Gano  tuttora  infante),  v.  296,  312-fl  314,  363. 

21°  Sun  (di  Gano)  uncle  Guinemer,  v.  348. 

22°  E  Pinabel  niun  (di  Gano)  arai  e  mun  per  v.  363. 

Durante  la  battaglia  di  Roncisvalle. 

Li  quens  Rollanz,  v.  707,  74-3,  ecc;  ^  2259-2396. 
Guenes  li  quens,  v.  721,  743,  ecc. 
Oger  de  Denemarche,  v.  749. 
Neimes,  v.  774:  Dux  Neimes,  831. 

2.3"  Oliver,  v.  79^1017,  1027,  ecc.;  fils  a  l'bon  cuntc  Renier  -  Ki  tint 
la  marche  de  Genes  desur  nier.  ^^■ 

Gerins  e  li  proz  quens  Gerers,  v.  12G1,  1269,  1379-1380;  >I<  Gerins,  1575- 
1579;  >ì<  Gerers,  1580. 

24°  Otes,  V.  795,  1287;  ^p  2189. 

250  Berenger,  v.  795,  1304;  y^  1581;  li  quens,  2405. 
Sansun,  v.  70G,  1275;  li  riche  due  Sansun,  1531;  )^  1.^30-1534, 
Anseis  li  veills,  v.  796,  1281;  li  quens  15G0;  vj^  155G-1561, 

2G°  Gerart  de  Koussillon  li  fiers,  v^.  797;  le  veill,  2189  e  2409;  vp  1806. 

27"  Li  guascunz  Engelers,  v.  797,  1289;  de  Burdele,  1399;   >■!<  1494-1498. 
Li  arcevesque  Turpin,  v,  799,  1124,  ecc.;  y^  2442. 

28"  e  29"  Li  quens  Gualters,  v.  800,  803,  807,  809;  Gualter  dell' Hura, 
2047;  li  iiiez  Droun  al  viell,  2048;  ^  2076. 

80"  Guiun  de  Seint  Antonie,  v.  1581;  >-I^  1581, 

31°  Un  riche  due  Austoire  -  Ki  tint  Valence  e  l'unur  sur  le  Rosne, 
V,  1582-1.585;  ►!■<  1.582. 

32°  Aude  (sorella  d'Uliviero  e  jìromessa  sposa  di  Rolando),  v.  1719-1721. 

83°  Bes^run  (mastro  della  cucina  di  re  Carlo),  v.  1817-1819. 

34°  Bevon,  Jul  ert  sire  de  Beine  e  de  Digun,  v.  iy91-l?<94;   ^I-<  1891. 

35"  e  36"  Ivoirie  et  Ivon,  >^  v.  1895. 


—  283  — 

Danese,  duca  dei  Bavari;  10.  Turpino,  arcivescovo  di  Rheims  ;  1 1.  Ric- 
cardo il  Vecchio,  duca  di  Normandia;  12.  Enrico  suo  nipote;  13.  Az- 
zoLiNo,  conte  di  Guascogna;  14.  Teobaldo,  conte  di  Rheims;  lo.  il 
conte  MiLONE,  cugino  del  conte  Teohaldo;  16.  il  conte  Gano,  il  tra- 
ditore; 17  e  18.  i  due  fratelli  conti  Basino  e  Basilio;  19.  il  duca 
Naimo;  20.  Baldovino,  tiglio  di  Gano  e  fratellastro  di  Rolando  ;  21.  il 
conte  Guaimaro,  zio  di  Gano;  22.  Pinabel  di  Sorrence,  parente  di 
Gano.  Durante  la  battaglia  di  Roncisvalle  oltre  a  parecchi  dei  prece- 
denti   figurano  o  sono    ricordati:  23.  Ranieri,  marchese    di  Liguria, 


Battaglia  di  Saragozza. 

37"  Gebuin,  v.  2432,  2970;  Gibuiris  e  (1)  Lorains,  .3022,  3109;  ►X^  3109. 
38°  Otun,  V.  2432;  Otun  le  marchis,  2971;  de  Bretuns...  le  seigneur  d'els 
apelent  il  Oedun,  3031. 

Tetbalt  de  Reins,  v.  2433,  2970. 

Cunte  Milun,  v.  2433,  2971. 

Naimes  li  dux,  v.  2882;  Naimon  li  due,  3008,  3-343,  ecc. 

Li  queiis  Acelin,  v.  2882. 

39"  Gefrei  d'Aiijou  e  sun  frere  Tierri,  v.  2883,  3093,  3534. 
40°  Jozerau  de  Provence,  v.  3007;  li  quens,  3023,   .3007,  3.53-5    (capitana 
con  Goiselmes  i  Pittavini  ed  i  Frisoni). 
41°  Antelme  de  Maience,  v.  3008. 
42°  Rabe,  v.  3014;  li  quens  Rabels,  3343,  3352  e  seg. 
Guinemaii,  v,  3014,  3348,  3360;  li  quens,  3348;  >J<  3464. 
Li  quens  Oger  li  Daneis,  v,  3033-3531,  ecc.  (capitana  i  Bavaresi). 
48°  Le  cunte  Nevelun,  v.  3057. 

44°  Goiselmes,  v.''3067  (capitana  con  Jozeran  i  Pittavini  ed  i  Frisoni  . 
4-5°  e  46*  Rembalde  e  Hanion  de  Galice,  v.  3073  (capitanano  i  Fiainniinglii  ed 
i  Frisoni). 

47°  Tierris  li  dux  d'Argonc,  v.  3083,  3534  (capitana  i  LonMi-si  ,.,1  i  r..,r- 
gognoni). 

48°  Hermans  li  dux  de  Trace,  v.  3042  (capitana  gli  Aleniauiui 
Richard  li  velz  (capitana  i  Normanni),  v.  3050  ;  vp  3470. 

Castigo  di  Gano. 

49°  (^0  est  Loewis il  est  mes  fils  (di  re  Carlo)    v.  3715. 

Aide,  V.  3708. 

(inenes,  b.  3735,  ecc. 

Pinabel  del  Castel  de  Sorence,  v.  3783,  ecc.  ;  >-X-<  3920. 

Tierri  lo  frere  dam  (toifreit,  v.  3806,  ecc.  ;  frorc  tiofrei  ci  un  due  aiigevin,  381l>. 

Oger  de  Danemarclic,  v.  3856,  3937. 

Naimes  li  dux,  v.  3937. 

Geifrei  d'Anjou,  v.  39.38,  3806,  3819. 

50°  Villalnie  de  lUaive,  v.  3938. 


-  284  - 

padre  di  Uliviero;  24.  Oddone;  2'^.  Berengario;  26.  Gerardo,  conte 
del  lioussillon;  27.  Angelerio,  conte  di  Bordeaux;  28.  il  conte  Gual- 
tieri dell' Hnm;  29.  Drogone  il  Vecchio,  zio  od  avo  del  conte  Gual- 
tieri; 3<).  Gl'ido  di  Saint  Anthoine:  M.  Eustokgio,  duca  di  Vienne 
e  conte  di  Valence;  32.  Alda,  sorella  di  Ulivieri  e  promessa  sposa 
di  Rolando;  33.  Begone,  mastro  della  cucina  di  re  Carlo;  34.  Bovino, 
signore  di  Beino  e  di  Dijon;  35.  IvoRio;  36.  Ivone.  Nella  susse- 
guente battaglia  di  Sarragozza:  37.  il  conte  Gebuino  il  Lorenese; 
38.  Oddone,  marchese  della  marca  di  Brettagna:  39.  Teodorico,  fra- 
tello di  Giolf  redo  d'Anjou  e  cugino  di  Rolando  ;  40.  Giosseramo,  conte 
di  Provenza;  41.  Antelmo  di  Magonza;  42.  il  conte  Rahel;  43.  il 
conte  NiHELUNGo;  44.  Gauselmo;  45.  Ramhaldo;  46.  Aimone  di 
Galizia:  47.  Teodorico,  duca  d'uArgunz";  48.  Ermanno  duca  di 
Tracia.  Durante  il  castigo  di  Gano:  49.  Lodovico  il  Pio;  50.  Gu- 
glielmo di  Blaives.  Di  questi  cinquanta  personaggi  sono  trapassati 
prima  della  battaglia  di  Roncisvalle  i  seguenti  quattro:  (17)  il  conte 
Basino;  (18)  il  conte  Basilio;  23.  il  marchese  Ranieri;  (24)  Dvogone 
il  Vecchio;  ne  morirono  durante  la  battaglia  diciassette  :  (2)  Rolando; 
(3)  rliviero;  (4)  Sansone;  (5)  Anse(/iso;  (7  ed  8)  i  due  fratelli  Gua- 
rino; (24)  Gitone;  (10)  Turpino;  {2h)  Berengario;  (26)  Gherardo; 
(27)  Angelerio  ;  (28)  Gualtieri;  (31)  Emtorgio  ;  (30)  Guido  ;  (34)  Bovo; 
(35)  loorio  e  (36).  Ivone;  morirono  nella  battaglia  di  Sarragozza  tre: 
(11)  Riccardo  il  Vecchio;  (21)  Guaimaro  e  (37)  Gebuino, 

La  completa  identificazione  di  tutti  questi  cinquanta  personaggi 
sarebbe  opera  interessante  assai,  ma,  data  l'eccessiva  scarsità  di  do- 
cumenti contemporanei,  ci  è  giocoforza  il  limitarla  a  sola  parte,  però 
considerevole  di  essi  —  29  e  forse  31  su  50  — ;  però,  come  l'iden- 
tificazione nostra  si  estende  a  parecchie  delle  persone,  che  sono  ricor- 
date nel  poema,  anche  una  sola  volta,  quali  semplici  comparse,  ci 
sembra  che  si  debba  concludere  che  anche  le  altre  persone,  clie  sono 
ricordate  nel  poema,  furono  persone  che  realmente  vissero  a  que'  tempi  e 
che  ora  ci  sono  ignote  per  la  ora  lamentata  scarsità  di  fonti  contem- 
poranee; anzi  non  è  impossibile  che  col  tempo  ed  ampliando  le  ricer- 
che se  ne  possano  identificare  ancora  alcuni  altri,  come  non  escludo  che 
già  qualcuno  di  questi  nltimi  possa  essere  stato  identificato  in  altro 
precedente  studio.  Siccome  il  mio  attuale  assunto  si  riduce  esclusiva- 
mente a  dar  prova  che  l'autore  del  Roland^  ebbe,  scrivendo,  sottocchio 
un  testo  contemporaneo  a   cui    abbastanza    fedelmente  (')  si    attenne, 

(')  Diciamo  ft/jf/fistanza  fedelmenti'  perdio,  mentre  i  nomi  dei  personajjgi 
son<)  storici  e  storica  <■  la  rottii  di   Roiici.svallc,  il  poeta  non  jiarla  del    concorso 


—  285  - 

poco  importa  se  l' identificazione  si  estenda  per  ora  a  lutti  o  solo  alla 
maggior  parte  dei  personaggi  ricordati.  A  tale  iscopo  basterebbe  pro- 
vare che  Goffredo  d'Anjou,  Riccardo  di  Normandia,  o  meglio  di  Neustria 
Marittima,  Enrico  suo  nipote,  Angelerio,  Nibelungo  e  Gerardo  di  Rous- 
sillon  sono  assolutamente  coevi  di  Rolando,  perchè  essi  sono  precisa- 
mente le  persone,  che  si  pretendono  vissute  lunghi  anni  dopo  ed  in- 
truse nel  poema  per  gloriola  locale. 

Riprendiamo  partitaraente,  esaminandola,  la  serie  dei  cinquanta 
personaggi  cristiani  ricordati  nella  Chanson  dando  ad  essa  un  doppio 
numero  progressivo  di  cui  il  primo  corrisponde  all'elenco  più  sopra  ri- 
portato ed  il  secondo,  tra  parentesi  quadre,  indica  la  serie  delle  per- 
sone identificate  : 

1.  [1°]  Re  Carlo.  —  11  re  Carlomagno. 

2.  [2°]  Il  marchese  Rolando.  —  È  ricordato  presente  ad  un 
placito  regio  del  772  per  la  badia  di  Lorsch  (^)  (Laurhiseim)  in  cui 
re  Carlo  dichiara    che  Almerico   figlio  del  conte  Chancor,  quegli  che 


dei  ribelli  Guasconi  alla  battaglia,  esagera  il  numero  dei  Saraceni  e  fa  vendicare 
immediatamente  da  re  Carlo  la  patita  sconfitta  colla  battaglia  di  Saragozza, 
mentre  l'autore  della  Vita  Illalodoivici  imperatoris  afferma  che  la  rotta  di  Ronci- 
svalle  era  ai  suoi  tempi  tuttora  invendicata.  Però  quest'ultima  affurmazione  po- 
trebbe forse  essere  contradittoria  solo  in  apparenza.  L'autore  della  Vita  parla 
solo  dei  Guasconi  ed  artatamente  tace  dei  Saraceni  e  cerca  di  ridurre  la  grande 
sconfitta  ad  una  semplice  avvisaglia  di  retroguardia  e  perciò  non  essendo  susse- 
guita la  punizione  dei  Guasconi,  egli  poteva  diro  tuttora  inulta  la  morte  di  Ro- 
lando, mentre  il  poeta,  tacendo  dei  Guasconi  e  ricordando  solo  la  battaglia  contro 
i  Mauri  di  Spagna,  poteva  descriverne  la  punizione.  I  testi  arabi  sono  espliciti  al 
riguardo;  furono  essenzialmente  gli  Arabi  gli  autori  della  rotta.  Pel  concorso  degli 
Arabi  alla  rotta  di  Roncisvalle  vedi  G.  Paris,  Léc/endes  du  moyen-dge,  p.  3  e  seg. 
(2)  M.  G.  H.,  Script.  XXI,  341.  Chronicon  Laureshamense:  u  Karolus  gratia 
Dei  rex  Francorum,  vir  illustris,  veniens  ad  nos  Haristollio  palatio  vir  venerabilis 
Gundelandus,  abba  de  monasterio  Lauresliam  ....  nobis  innotuit  qu^d  homo  aliquis, 
nomine  Heimericus  de  ipso  monasterio  calumnias  generare  voluisset,  dura  diceret 
quod  suus  pater  Cancor  eum  de  ipso  monasterio  vestitura  dimisisset.  Et  ipse  Gun- 
delandus presens  astabat  et  causam  in  omnibus  denegabat,  dum  diceret  quod  avia 
ipsius  Ileimcrici,  nomine  ìVillisivinda,  vel  genitor  suus  Cancor  (/ennano  suo 
dorano  liuodi/anyo  archiepiscopo  tradidisset  et  contirmasset  et  talem  oartam  nobis 

exinde  protulit  ad  relegendum Tunc  nos  una  cura    fidelibus    nostris  idest: 

Hagino,  Rothlando,  Wichingo,  Frodegario  comitibus,  nec  non  et  vassis  nostris 
Theodorico,  Bertlialdo,  Albwino,  Frodberto,  Guiitlimaro.  . .  .  taliter  visi  fuiraus  ju- 
dicavisse,  ut  de  hac  causa  onini  tempore  ipso  abbus  habeat  evindicatuni  atque  cli- 
tigatum  et  sit  illis  in  pustmodum  ex  hac  re  sublata  oausatio  i  —  marzo  772.  — 
(In  corsivo  le  persone  ricordate  nel  poema,  cioè  :  il  marchese  Rolando  {\\°  2)  JfeO' 
dorico  fratello  di  GioflVedo  d'Anjou  fn''  39)  e  Bovin'>  ''i   Dìì.>m  h,'  :>nV 


-  286  — 

nelle  Cfumsons  de  geste  è  conosciuto  quale  Aimeri  de  Narbonae  (0, 
non  ha  alcun  diritto  di  proprietà  sulla  badia,  stata  fondata  dalla  sua 
ava  Willisnnda,  vedova  del  conte  Roberto;  con  Rolando  è  presente 
Teodorico  suo  cugino,  pin-e  ricordato  nella  Chanson.  Rolando  è  pure 
ricordato  da  Kginardo  nel  seguente  modo  (■'):  «  In  quo  proelio  Ekki- 
hardus  regiae  niensae  praepositus ....  Anselmus  comes  Palatii  et 
Hruolandas  Britlanici  limitis  praefectus,  cura  aliis  compluribus  in- 
tertìciuntur  " . 

3.  //  conte  Uliviero.  —  Notissimo  nelle  Chansons  de  geste, 
che  lo  fanno  conte  di  Genova,  poi  nelle  redazioni  più  tarde  per  asso- 
nanza trasformata  in  Genève:  in  relazione  perfetta  col  nostro  poema, 
che  ta  Ranieri  suo  padre  duca  del  ducato  del  Littorale  d' Italia  ;  per- 
fettamente ignoto  come  personaggio  storico,  probabilmente,  per  l'unica 
regione  che  non  esiste  più  per  le  devastazioni  saraceniche  del  X  se- 
colo alcuna  carta  ligure  dell'  Vili  secolo. 

4.  //  duca  Sansone.  —  Siamo  costretti  a  porlo  per  ora  tra  gli 
ignoti,  abbenchè  ci  sia  per  noi  certezza  di  sua  esistenza,  della  quale 
in  questo  istante  non  possiamo  dare  alcuna  prova  per  lo  smarrimento 
accidentale  della  scheda  ove  erano  notate  le  relative  fonti. 


(')  Pretendiamo  che  questo  Aiinerico  si  debba  identificare  con  il  celebre 
Aimerico  di  Narbonne  per  la  seguente  ragione:  Chancor,  suo  ))adre.  conte  in  Ale- 
inannia  era  fratello  del  duca  Tcodorico  padre  di  san  Guglielmo  di  Gelonne  duca 
di  Septiinania  e  percii'v^a  cugino  germano  del  santo  duca;  ora  le  leggende  dicono 
precisamente  che  Aimerico,  primo  cunte  di  Narbnnna  dopo  4»-«onquista  di  tale  città 
sui  Saraceni,  era  prossimo  parente  del  duca  (ìnglielmo  a\i  Cor  Nez,  che,  come  è 
notissimo,  si  identifica  col  figlio  del  duca  Teodorico.  A  ciò  si  aggiunga  essere  cosa 
già  allora  frequento  che  si  scegliessero  tra  i  parenti  del  duca  provinciale  i  conti 
dei  singoli  comitati  componenti  il  ducato  e  Narbonne  era  nel  ducato  di  Guglielmo; 
inoltre  questo  Aimerico  per  la  via  della  sua  trisava  paterna  era  pure  stretto  con- 
giunto di  re  Carlo.  Noto  incidentalmente  che  i  poemi  fanno  il  duca  (ìuglielnio  conte 
di  Orange,  non  perchè  egli  abbia  mai  governato  tale  comitato  o  preso  parte  alla 
conquista  di  Orange  sui  Mauri,  ma  bensì  perchè  è  cosa  ornai  diplomaticamente 
certa,  e  da  noi  sarà  in  breve  provata,  che  i  conti  dell' Orange  dell' XI  e  XII  secolo 
discendano  jier  diretta  linea  maschile  dal  predetto  san  Guglielmo,  e  che  perciò, 
sapendosi  ai  tempi  in  cni  si  scrissero  tali  ])oenii  questo  duca  essere  l'abavo  dei 
conti  d'Orange,  es.si  attribuissero  all'antenato  la  titolatura  fropria  dei  i)roiiipoti. 
Aimerico  fu  fratello  di  Emnlifrl..  visc.ivo  di  Wornis  (M.  G.  II.  Script.  XXI.  SòS, 
Chr.  Laures.). 

(•)  EiNARiii,  Vita  Knriiu,  :»  in  .M.  (i.  H.  Script.  Il,  418.  Seguiamo  jiei  nome 
del  gran  siniscalco  l'itrfofjrafia  da  4  H  e  13  3  ]terchò  è  confermata  dal  suo  u  obitus  n 
che  si  riscontra  nell'obituario  di  Fulda  e  perchè  egli  fu  avo  di  altri  Kinardi,  che 
vissero  circa  la  nata  del  IX  secolo. 


I 


—  287  — 

5.  Il  conte  Ansegiso.  —  Il  Nyrop  (')  volle  riconoscere  in  An- 
segiso  Anselmo  conte  del  Sacro  Palazzo  di  re  Carlo,  che  Eginardo 
attesta  morto  a  Roncisvalle,  e  lo  considera  una  deformazione  di  «  Aii- 
selmus  »  per  una  intermedia  forma  A/iseus.  Ciò  non  è  inverisimile, 
ma  non  è  perfettamente  certo;  perciò  preferiamo  lasciare  il  conte  An- 
segiso tra  i  personaggi  tuttora  non  identificati,  abbenchè  questa  forma 
intermedia  compaia  nel  noto  carme  De  prodicioìie  Gueno/iis.  Anselmo 
conte  del  Sacro  Palazzo  era  fratello  del  duca  Teodorico  —  n"  47  — 
e  zio  paterno  di  Aimerico. 

6.  [3°]  GiOFFREDO  Duca  dell' Anjou,  portastendardo  di  Fran- 
cia, —  Quest'ultima  qualifica  è  forse  un'aggiunta  del  poeta,  che  ve- 
dendo neirXI  secolo  i  conti  dell'Anjou  gonfalonieri  ereditari  di  Francia, 
attribuì  pure  tale  qualità  a  questo  più  antico  conte  angioino;  ma  ciò 
non  toglie  nulla  alla  reale  esistenza  del  conte  Giotfredo  nella  seconda 
metà  dell' VITI  secolo.  Egli  infatti  è  ricordato  vivente  in  carte  della 
badia  mettense  di  Gorze  del  762  e  del  770  (-),  ed  è  da  notarsi  al 
riguardo  che  non  vi  è  da  meravigliarsi  che  un  conte  angioino  figuri 
in  Metz,  poicliè  è  noto  che  re  Carlo  riempì  l'intera  Francia  di  conti 
austrasiani  e  perchè  la  badia  di  Gorze  fu  in  quei  giorni  fondata  dal 
vescovo  di  Metz  san  Crodegango,  che  sappiamo  con  certezza  prossimo 
congiunto  sia  del  marchese  Rolando,  che  di  Teodorico  duca  di  Frisia, 
padre  di  san  Guglielmo  duca  di  Septimania.  Perciò  un  cugino  ger- 
mano di  Rolando,  come  secondo  la  Chaason  sarebbe  Giotfredo  e  per 
conseguenza  un  cugino  di  san  Crodegango,  dovè  naturalmente  essersi 
occupato  della  nuova  badia  di  Gorze. 

Il  Giotfredo  poi,  vivente  nel  762-770,  deve  realmente  essere  stato 
xjonte  dell'Anjou,  come  vuole  il  poema,  perchè  l'Anjou  faceva  parte 
della  marca  retta  da  Rolando  e  perchè  nel  IX  secolo  furonvi  lunghi 
e  accaniti  conllitti  pel  comitato  di  Nantes  e  per  la  marca  di  Bret- 
tagna tra  i  discendenti  del  conte  GiotlVedo  ed  i  discendenti  del  mar- 
<jhese  Guido,  che  reggeva  la  marca,  già  di  Rolando,  in  sul  primo  prin- 

(')  Nyroi>,  Storia  dell'epopea  francese,  101  nota  (?).  Traduzimio  italiana  di 
E.  Gorra,  Firenze. 

(")  Mettensia  II,  Cartulaìre  de  Vablaye  de  Gorze,  22,  n-*  10.  È  da  no- 
tarsi elio  l'editore  sospetta  doU'autenticità  di  questa  carta,  nta  senza  fondamento, 
come  dimostreremo  nei  nostri  Principi  Franco-Sassoni.  Si  noti  al  riguardo  che 
san  Crodegango  vescovo  di  Metz,  fondatore  di  Gorze,  fu  cugino  germano  del  conte 
Ruberto,  avo  di  Almerico,  che  san  Crodegango  era  in  realtà  per  via  femminile  .stretto 
congiunto  della  famiglia  carolingia  e  che  il  duca  Teodorico  è  detto  dai  cronisti 
<;ontemj)oranei  jiarente  di  re  Carlo.  La  seconda:  ibidem  32,  n*»  13. 


—  288  - 

cipio  del  IX  secolo  e.  si  noti,  i  vari  contendeuti  basavano  le  loro  pre- 
tese sui  diritti  acquisiti  dai  loro  predecessori  ('). 

Dunque  il  duca  Gioffredo  conte  dell' Anjou  ricordato  nella  Chanson 
(le  Rollaiil  non  è  un  personaggio  del  decimo  o  dell'undecimo  secolo, 
ma  una  persona  che  visse  realmente  nell'ottavo  secolo. 

7°  [4°]  ed  8°  [5°].  I  due  conti  Guarino  {Gerla  et  Geriers).  — 
Per  determinare  chi  essi  fossero  bisogna  procedere  per  via  d'elimina- 
zione, perchè  in  sulla  fine  dell'ottavo  secolo  sonovi  in  Francia  parecchi 
conti  di  tal  nome,  che  sembrano  tutti  parenti  tra  di  loro  e  discendenti 
da  Guarino  conte  di  Parigi  nel  settimo  secolo,  fratello  di  san  Leodegario 
vescovo  di  Autun  dal  GàO  al  2  ottobre  678,  che  validi  indìzi  ci  fanno 
presumere  discendenti  da  un  ramo  collaterale  della  famiglia  regia 
merovingia  (*). 

Vissero  a  quei  tempi:  1°.  Un  conte  Guarino,  fratello  del  conte 
Guido,  poi  marchese  di  Brettagna:  si  deve  escludere  perchè  Guido 
nel  798  (^)  in  unione  ai  suoi  ligli  Lamberto  —  poi  conte  di  Nantes, 
il  capostipite  dei  duchi  di  Spoleto,  —  /i'é^m;^  probabilmente  r«Ervis 
de  Mes  "  padre  di  «  Garin  le  Loherin».  — "Wolfrido  ed  Adalmanno 
faceva  alla  badia  di  Hornbach,  fondata  nel  701  del  loro  proavo  il 
conte  Guarniero,  una  donazione  pel  riposo  dell'anima  di  «  germani  ;nei 
Warini  comitis  s;  se  il  conte   fosse   morto    nel   778,  non   si   sarebbe 


(')  Senza  indugiarci  a  citare  le  numerose  fonti,  basti  rimandare  il  lettore 
al  volume  secondo  dell'ai:/  de  vérifier  les  dates,  ove  sono  ricordate  le  guerre  e 
le  contese  tra  i  discendenti  di  Gioffredo  e  di  Lamberto  ed  &\\&'Gkronique  de  Nantes 
edita  da  René  ]\Ierlet. 

(*)  La  discendenza  di  san  Guarino  conte  di  Parigi,  tra  cui  notiamo  i  duchi 
di  Spoleto,  i  marchesi  d'Ivrea,  i  conti  di  Biandrate,  di  San  Martino,  di  Valperga, 
di  Masino,  di  Bardi,  i  conti  di  Borgogna,  di  Hohenstaufen,  di  Hohenzollern,  d'onde 
Tattuale  famiglia  imperiale  di  Germania,  i  re  di  Castiglia  e  di  Leon,  gli  impera- 
tori Enriciani,  i  conti  gutdfi  d'Altorf,  ecc.,  ecc.,  fu  da  noi  illustrata  neW Inti'odu- 
zione  alle  Carle  sparse  dell' Ipporediese,  letta  nel  Congresso  storico  piemontese  del 
1900  e  di  imminente  pubblicazione.  Noteremo  a  questo  proposito  questa  serie  cu- 
riosa di  risultanze  genealogiche:  Guglielmo  imperatore  di  Germania  è  il  legittimo 
discendente  della  prima  stirpe  regia  di  Francia  ed  ha  forse  origine  comune  con 
la  seconda  famiglia  regia,  la  Carolingia;  Vittorio  Emmanuele  III  re  d'Italia  è  il 
discendente  dagli  inglesi  re  del  Kent,  cioè  dalla  ])rima  stirpe  regia  anglosassone  ; 
Edoardo  re  d'Inghilterra  discende  da  un  fratello  di  Ratchis  re  d'Italia  ed  appar- 
tiene perciò  alla  famiglia  regia  langobarda;  Francesco  Giuseppe  imperatore  d'Au- 
stria e  Vittorio  Emmanuele  III  re  d'Italia  hanno  origine  comune  in  Ludovico  III 
il  Cieco  imptratore  dei  Komaiw,  re  d'Italia  e  di  l'rovenza,  ed  il  ramo  primogenito 
della  famiglia  ;•  rappresentato  dalla  Casa  d'.\ustria. 

C)  Cniioi.i .  /lurirjines  liipontinac  historiae,  1,  87. 


I 


—  289  — 

atteso  sino  al  798  a  far  tale  donazione  in  suo  suftVagio.  2.  Un  secondo 
conte  Guarino  è  ricordato  in  due  carte  della  badìa  di  Fulda  del  765 
e  del  780  (');  forse  s'identifica  col  precedente,  certamente  non  può  es- 
sere morto  a  Pioncevaux.  3.  Guarino  conte  del  Lobdengaw,  figlio  del  fu 
conte  Guegelenzone,  ricordato  in  carta  di  Fulda  del  765  col  secondo 
Guarino  ('),  in  altra  carta  della  badia  di  Lorsch  del  795  e  nel  Chro- 
nicon  Laure^hameuse  in  unione  al  conte  Chancor,  il  padre  di  Aime- 
rico  di  Narbonne  (•^).  Anche  questo  conte  Guarino  non  può  essere 
morto  con  Rolando.  4.  Guarino  conte  del  Turgaw  in  Allemania,  per- 
secutore di  sant'Otmaro  abbate  di  San  Gallo  e  messo  col  conte  Ruo- 
tardo  della  R.  Camera  in  Allemania.  è  ricordato  in  più  carte  sangal- 
lensi  dal  754  al  764  {^);  era  già  sostituito,  come  conte  del  Turgaw 
nel  774  dal  conte  Adelardo  (''),  ma  ciò  non  prova  che  fosse  trapassato, 
perchè  deve  essere  stato  rimosso  dal  suo  governo  in  conseguenza  dei 
mali  trattamenti  da  lui  inttitli  al  santo  abbate.  Deve  essere  uno  dei 
due  conti  Guarini,  che  nel  762  assistono  alla  seconda  fondazione  della 
badia  di  Pnimm,  fatta  dal  re  Pipino  e  dalla  regina  Berta,  e  crediamo 
che  il  conte  del  Ttirgaw  sia  uno  dei  due  conti  Guarini  morti  a  Roucisvalle. 
5.  Il  secondo  deve  essere  Giiariiio  conte  del  Sundgaw  in  Alsazia  — 
se  pur  questo  non  è  il  nuovo  governo  avuto  dal  conte  del  Turgaw. 
quando  fu  rimosso  dall'Ali  emania  (*^),  —  che  è  ricordato  vivente  nel  769 
e  nel  771  (~).  Se  poi  si  i^j tiene  che  il  conte  del  Sundgaw  sia  unica 
persona  col  conto  del  Turgaw,  resta  sempre,  pel  secondo  conte  Guarino 
cercato,  il  secondo  conte  Guarino,  che  intervenne  nel  762  alla  fonda- 

(')  ScHANNAT,  Traditiones  fuldenses,  11,  n.  21,  anno  7G5  e  33,  n.  64,  ami"  780. 

(")  ScHANNAT    Trad.  fuldenses,  11,  ii.  21.  anno  765. 

V)  Ghron.  Laureshumeiise  ad  an.  780  in  M.  G.  H.  Script.,  XXI,  343;  ibid.,  347 
e  Cod.  Tradit.  Lauresham.,  n.  281;  ibid.,  35.j  e  361,  Chron.  Lauresh.,  carta  del 
4  novembre  794  di  IJichilde  sorella  di  Ainierico  e  diploma  di  Ludovico  il  Pio  a 
favore  di  Lorsch  del  22  gennaio  823. 

{*)  Hkrgott,  Genealoi/ia  dihlomatica  auijustae  gentis  Habsburgicae  ed  in 
(ioLDAST,  Rerum  Alamanni  e  ariLui  scriptores.  Vedi  pure  Vita  S.  Otmari  abbai  is 
Sancti  Galli  in  Boli.a.nuisti,  Afta  Sanctorum  Ortobris,  VII,  p.  II,  858. 

C)  Hergutt,  op.  cit.,  II,  8,  n.  XIV. 

(")  Ci  nasci'  questo  dubbio  dal  fatto  clu-  i  due  persecutori  di  sant'Otmaro 
furono  i  conti  CJuariiio  e  Crotardu,  ambedue  Messi  della  Fi.  Camera  in  Aleinania, 
e  che  dopo  il  708  i\oi  troviamo  in  Alsazia  conti  sia  un  Guarino  che  un  Cr<>tardo. 

('j  Anno  769  iu  Dom  UorguKT,  liec.  llist.  de  France,  V,  715;  anno  771, 
Annales  Einardi  ed  Annales  f^aurissenses  in  M.  G.  H.  Script.,  1,  148  e  141'. 
ove  è  detto  conto  del  ropio  del  defunto  re  Carlomanno.  L'Alsazia  era  parte  di 
questo  Re<,'no.  Su  questo  conte  Guarino  vedi  pure  Art  de  véri/ier  les  dates. 
Ili,  73. 

Stìiioiitì  111,    -  Storia  little  Letterature.  19 


—  290  — 

zione  di  Priimm  (').  Ecco  la  lista  dei  presenti:  «Ego  Pippinus  et 
conjux  mea  Bertrada.  S.  7  Karoli  tìlii  [sui]  consentientis.  Signum  )$<  Ka- 
rolimanni  tilii  sui  consentient,  S.  7  Genebaudi  episcopi.  S.  7  Gauloni 
episcopi.  8.  7  Fulcarici  episcopi.  S.  7  Adalfredi  episcopi.  S.  7  Vulfranni 
episcopi.  S.  7  Megiugaudi  episcopi.  8.  f  Berthelini  episcopi.  S.  7  Basini 
episcopi.  S,  7  Wioinadi  episcopi.  S.  >J(  Droconi  comitis.  S.  f  Theotardi 
coniitis.  8.7  W.Miisi  comitis.  S.  7  Welanti  comitis.  S.  >$<  Gangultì  co- 
mitis. 8.  )$<  Gerhardi  comitis.  S.  ^  Froamed  comitis.  8.  ^  Wallarii 
comitis.  S.  >$<  Horloini  comitis.  S.  >J<  Gumberti  comitis.  8.  )5<  Raculfì 
comitis  S.  )$<  Wmììsi  comitis  »  (*). 

9.  [6°]  Oggiero  //  Danese,  duca  dei  Bavari.  —  Chi  fosse  Oggiero 
e  perchè  avesse  il  sopranome  di  Danese  egregiamente  dimostrò  il 
sig.  prof.  Renier  in  un  suo  recente  studio  (3),  ripeteremo  con  lui  che 
egli  si  identitìca  pienamente  col  conte  Oggiero  marchese  della  marca  di 
Dania,  vissuto  nella  seconda  metà  dell'ottavo  secolo. 

10.  [7°]  TuRPiNO  arcivescovo  di  Rheims.  —  L'arcivescovo  Tilpino, 
perfettamente  contemporaneo  —  Sedè  sulla  cattedra  remense  dall'au- 
tunno 753  al  2  settembre  794  (•')  —  è  l'unica  vera  difficoltà  che  si  può 
sollevare  contro  la  nostra  tesi. 

L'arcivescovo  morì  il  2  settembre  794,  non  potè  perciò  soccom- 
bere il  15  agosto  778  a  Roncevaux,  come  vuole  la  Chanson.  La  con- 
trudizioue  è  patente;  ma  non  sarà  questa  una  delle  soliti  confusioni 
ed  il  nome  del  notissimo  arcivescovo  non  si  sarà  esso  sostituito  a  quello 
meno  noto  di  alti:^  pi'^lato  morto  sul  campo  di  battaglia?  0,  meglio, 
non  sarà  questa  una  licenza  poetica  dell'autore  per  aveie  occasione  alla 
stupenda  e  commovente  descrizione  della  sua  morte?  Abbiamo  indizio 
che  così  sia  dalla  cronaca  del  pseudo-Turpino,  che  Gaston   Paris   (^) 

(')  Mabillon,  Annales  ordinis  S.  Benedicti,  II,  705. 

(•)  I  nomi  in  corsivo  sono  di  altre  persone  ricordate  nel  poema,  cioè:  Dra- 
ifone  (N.  20),  Teobaldo  (N.  14),  Gherardo  (N.  2(;),  Basino  (N.  17)  e  Gualtieri  (N.  28). 

(')  Memorie  Accad.  Scienze,  Torino,  serie  II,  voi.  XLI.  Il  prof.  Renier 
{Ricerche  sulla  legr/enda  di  Uggeri  il  Danese  in  Francia)  giustameljtp  lo  iden- 
tifica con  un  u  Autcharius  »  fedele  di  Carlomanno  e  ribelle  a  Carloniagno  di  cui 
Tullima  memoria  risale  al  774  (p.  .340-;ìll);  perù  non  crediamo  che  questo  sia 
r  Otrpero  il  Danese  della  Chanson  e  riteniamo  invece  che  si  debba  identificare 
coirOL'j:ero  duca  di  Dania,  cioè  duca  della  marca  Danese,  die  nel  77b  ristaurù 
il  monastero  di  San  Martino  di  Colonia,  pure  ricordato  dal  Uknieb  (ibid.,  396). 
Non  è  impossibile  che  i  due  personaggi  ne  formino  un  solo;  se  sono  distinti,  il 
primo  è  certamente  il  prototipo  del  leggendario  Uggeri,  mentre  il  secondo  è  quello 
ricordato  nella  Chanson  de  Roland. 

(*)  Gams,  Series  Episcoporum,  G08. 

(*)  G.  I'auis,  De  pseudo-Turpino  dissertatio. 


—  291  — 

dimostrò  scritta,  a  partire  del  capitolo  sesto,  ai  tempi  in  cui  il  futuro 
papa  Callisto  era  arcivescovo  di  Vienne  sulla  falsariga  dei  poemi  ca- 
vallereschi allora  noti.  Se  la  redazione  del  poema  di  Rolando,  nota  a 
Vienne,  avesse  dato  Tarpino  morto  nella  battaglia,  il  monaco  viennese, 
scrivendo  la  cronaca,  non  avrebbe  attribuito  all'arcivescovo  il  suo  parto 
letterario.  Probabilmente  l'arcivescovo  prese  parte  alla  battaglia  e  vi 
fu  ferito  gravemente;  ciò  spiegherebbe  la  duplice  versione. 

11.  [8°]  Riccardo  //  Vecchio,  duca  di  Normandia.  —  Se  alla 
parola  Normandia  in  uso  nell'undecime  secolo  si  sostituisce  Neustria 
Marittima,  cioè  il  nome  che  portava  la  provincia  normanna  nell'ottavo 
e  nono  secolo,  noi  troveremo  che  il  duca  Riccardo  il  Vecchio  fu  real- 
mente un  contemporaneo  di  Rolando,  e  non  ci  deve  stupire  che  uno 
scrittore  dell'undecimo  secolo  usasse  il  nome  di  Normandia  invece  del- 
l'equivalente Neustria  Marittima,  perchè  voleva  farsi  capire  dai  suoi 
contemporanei.  Il  duca  Riccardo  il  Vecchio  era  fratello  di  Megingaudo. 
primo  duca  di  Sassonia  dopo  la  conquista  Franca,  e  di  sant'  Engelberto, 
primicerio  di  re  Pipino,  duca  della  Neustria  Marittima  ai  tempi  di 
re  Cario  e  poi  abbate  di  Saint-Riquier  (>).  Egli  è  ricordato  dal 
conte  Nitardo  suo  nipote,  quale  uno  dei  principali  personaggi  della 
corte  di  Carlomagno  e  segnò  nel  777  il  testamento  di  san  Fulrado 
abbate  di  Saint- Denis.  Egli  é  detto  il  Vecchio  per  distinguerlo  da  altri 
due  conti  suoi  omonimi  vissuti  l'uno  alla  fine  dell'ottavo  ed  al  prin- 
cipio del  nono  secolo,  e  l'altro  ai  tempi  di  Lodovico  il  Pio;  il  primo 
suo  nipote,  il  secondo  figlio  del  conte  Arduino  e  per  conseguenza  suo 
pronipote.  Il  primo  ricordo  di  Riccardo  il  Giovane  è  del  787  (-).  Il 
duca  Riccardo  il  Vecchio  non  ha  pertanto  nulla  a  che  vedere  coU'omo- 
nimo  duca  dei  Normanni. 

12.  [9"]  Enrico,  nipote  del  duca  Riccardo.  —  Egli  è  uno  dei  per- 
sonaggi più  noti  del  regno  di  Carlomagno,  perchè  s' identifica  coli' Enrico, 
che  prima  fu  conte  d'Auriate,  poi  duca  della  Liguria  (Littoralia  maris) 
e  finalmente  marchese  dell'Italia  Neustria  o  Friuli  (^).  Inutile  citare 

(')  Sant' Engelberto  suo  fratello  è  antenato  diretto  di  re  Bosone  e  del  conte 
Biancaniano;  rimandiamo  ai  Principi  An(f Io-Sassoni  nell'impero  carolingio  la 
documentazione  completa  delle  notizie  relative  al  duca  Riccardo  il  Vecchio,  ai 
suoi  fratelli  ed  ai  suoi  nepoti;  osserveremo  solo  che  è  ricordato  in  Nithardi  I/ist. 
in  M.  G.  H.  Script.,  lì,  290  e  nel  testamento  di  S.  Fulrado  in  D.  Felibikn,  Ilist. 
de  Vabbaye  royale  de  S}  Denis,  Preuves,  pasr.  xxxvni,  pag.  N.  LVI. 

(*)  Gesta  Abbattm  Fontanellensium  in  M.  G.  H.  Script.,  II,  290. 

(')  Osserveremo  solamente  che  e<jli  cello  zio  conte  Ricciurdo  segna  nel  777 
al  già.  ricordato  testamento  di  san  Fulrado  abbate  di  Saint-Denys,  (Edito,  oltreché  in 
DoM  Felibien,  in  D.  Mabillo.n,  Ada  SS.  Ordinis  S.  tìcnedicti  saec,  II.  ii.  309). 


ooo   


tutte  le  carte  ed  i  passi  dei  cronisti,  che  lo  ricordano;  osserveremo 
solo  che  l'identiticazione  s' impone  pel  seguente  fatto.  Dal  conte  Nitardo, 
tìglio  del  duca  Engelberto,  discendono  quei  due  fratelli  Arduino  e  Rug- 
giero, che  nella  seconda  metà  del  IX  secolo  si  rifugiarono  in  A  urlato 
per  isfuggire  le  persecuzioni  dei  discendenti  del  conte  Giotl'redo  d'Anjou, 
e  che  furono  gli  antenati  dei  marchesi  in  Italia,  conti  di  Torino;  dal 
conte  Artwido  discende,  per  re  Bosone,  il  conte  Umberto  1  il  Bianca- 
mano.  Enrico  duca  e  marchese  del  Friuli  non  lasciò  alcuna  discendenza 
diretta,  perciò  le  sue  proprietà  dovettero  passare  ai  suoi  più  piossinii 
congiunti;  egli  fu  conte  d'Auriate  ed  è  in  Auriate  che  si  rifugiano 
i  fratelli  Arduino  e  Ruggiero,  ed  è  nel  comitato  di  Auriate  che  i  conti 
di  Savoia  hanno  possessi  antichissimi,  che  in  parte  cedono  poi  al  comune 
d'Asti  uell'undecimo  secolo  (')•  Questi  possessi  nell'auriadese,  comuni 
ai  discendenti  dai  due  figli  di  sant'Engelberto,  mentre  sono  valida  prova 
dell'origine  bosonica  dei  conti  di  Savoia,  ci  dimostrano  che  l'eredità  del 
duca  Enrico  passò  ai  tigli  di  sant'Engelberto;  sant'Engelberto  era  fra- 
tello del  duca  Riccardo  il  Vecchio,  dunque  Enrico  duca  del  Friuli  fu 
realmente  nipote  del  duca  Riccardo,  come  vuole  la  Cliaiison  de  Rollaal. 
13.  AzzoLiNo,  co  ale  di  Guascogna.  —  Ignoto. 


Segnano  a  questo  testamento:  «Ego  Folradus  capahanus  subscripsi  in  Dei 
domine.  Maginarius  consensi  et  subscripsi.  S.  ^  Tcudrico.  Hamorado  >-J-<  con- 
sensi. Signum  ^X<  Viilfardo.  Signum  y^  Hadratto.  Signum  >J<  Gislamaro.  Sigiuiin 
>p  Hildrado  comite.  Signum  >-J-<  Baldulfo.  Signum  kJ-^  Khr<!>4one.  Signum  >^  Ilain- 
vico.  ^\gn\\m  y^  Anselmo  comite  palatii.  Signum  ^X^  Folrado.  Signum  >-J-<  H art goro. 
Signum  vp  Ilarihardo  comite.  Signum  vp  Ricgavio.  Signum  >J<  Teudulfo.  Signum 
>J<  Hildrado.  Signum  ^J<  Erleberto.  Signum  ^  Gundaccro  n.  Sono  ricordati  noi 
testamento  Riculfo  suo  padre,  Gausberto  conte  in  Alemania,  Bonifacio  e  Gualdrada 
KU"i  fratelli  e  sua  sorella,  Guido,  Adalungo,  2'eodorico,  il  conte  Clirodardo  ed  il 
fu  Ariberto  suo  congiunto.  I  nomi  in  corsivo  corrispondono  a  nomi  di  persone 
ricordate  nella  Chanson,  cioò:  Riccardo  il  Vecchio  duca  di  Neuskia  (n»  11),  En- 
rico d'Auriate  (n°  12),  Teodorico  fratello  del  conte  Gioffredo  (n»  30)  ed  Anselmo 
conte  del  S.  Palazzo  (n"  5).  Sul  conte  Enrico  vedi  G.  Barkxli,  //  primo  conte  co- 
nosciuto della  recfionc  Saluzzese  in  lìibl.  Società  storica  subalpina. 

(')  Quando  nei  primi  anni  del  secolo  XIII  i  conti  di  Savoia,  in  seguito  a  Sal- 
tato, cedettero  ai  marchesi  di  Saluzzo  la  superiorità  ed  il  possesso  di  quanto  loro 
restava  nell'Auradiese,  i  signori  di  Bernezzo  si  rifiutarono  di  prestare  omaggio  al 
marchese  e  si  ritirarono  nelle  terre  sabaude  preferendo  perdere  la  loro  signoria, 
che  sottomettersi  al  nuovo  signore,  e  ciò  è  motivato  nella  cai;la  contemporanea, 
che  ricorda  il  fatto,  dall'essere  i  Bernezzo  vassalli  ab  immemorabili  dei  Savoia. 
Vedi  Gahotto,  Asti  e  la  politica  Sabauda  in  Italia  ai  tempi  di  Gugliemo  Ven- 
tura, 11  nota  (2). 


—  293  ~ 

14.  [10°]  Teobaldo,  conte  di  Rheims.  —  Un  primo  Teobaldo,  figlio 
di  Giotfredo  duca  degli  Allemanni  nato  circa  il  710,  ricordato  negli 
Annales  mettenses  ('),  ribelle  a  re  Pipino  nel  745  e  fatto  prigioniero 
nel  746  ;  potrebbe  ciò  malgrado  essere  il  conte  remense  perchè  è  noto 
che  re  Carlo  circa  il  750  graziò  completamente  quanti  avevano  proso 
parte  alla  rivolta  degli  Svevi.  Un  secondo  Teobaldo  figura  a  quei  giorni, 
ma  non  può  identificarsi  col  conte  di  Rheims,  perchè  morto  nel  741  (*); 
egli  era  figlio  di  Grimoaldo,  maggiordomo  dei  re  Childeberto  II  e  Da- 
goberto  III.  LFn  terzo  Teobaldo  è  ricordato,  ma  disgraziatamente  senza 
citazioni  di  fonti,  dal  Da  Bouchet,  La  vérilable  origine  de  la  Maison 
de  Fraiice  {^)  ;  egli  era  nipote  del  precedente.  Riteniamo  che  qua 
debba  trattarsi  del  figlio  del  duca  degli  Allemanni  perchè  è  detto  cu- 
gino di  Milone,  e  questo  Milone  era  imo  Svevo,  avvocato  della  ale- 
manna badia  di  San  Gallo. 

15.  011°]  Milone,  cugino  del  coale  Teobaldo.  —  Milone  era  avvo- 
cato della  badia  di  San  Gallo  nell' Argovia  ;  egli  è  ricordato  dal  monaco 
Ratperto  nei  Casus  Sancii  Galli  all'  anno  759  insieme  a  Guarino 
conte  del  Turgaw  ed  a  Ruotardo  conte  dell'Aargaw,  messi  della  regia 
Camera  in  Allemannia,  come  uno  dei  dilapidatori  della  nascente  ab- 
badia  (^).  Egli  è  pure  ricordato  in  due  carte  della  badia  di  Saint- 
Denjs,  una  del  755,  l'altra  del  759  (^). 


e)  Annales  Mettenses  in  M.  G.  H.  Script.,  l,  328-329. 

(*)  M.  G.  H.  Script.  Meroving.  II,  325.  Liber  historiae  Francorum,  e.  51. 

(')  Du  Bouchet,  La  véritahle  origine  de  la  Maison  de  France.  È  ila  no- 
tarsi che  se  il  libro  del  Du  Boochet  è  inquinato  di  documenti  e  di  notizie  false 
allo  iscopo  di  provare  che  la  terza  Casa  di  Francia  derivava  da  un  ramo  secon- 
doc^enito  dei  Carolingi,  non  v'era  alcun  interesse  ad  intessere  nella  crenealorria 
questo  Teobaldo,  perchè  non  è  né  da  lui,  né  da  alcun  suo  fratello  che  esjli  fa 
discendere  il  duca  Roberto  il  Forte;  è  perciò  sonnnanit'nte  verosimile  che  la  sua 
notizia  relativa  a  questo  secondo  Teobaldo  dipenda  da  fonte  storica  genuina,  ora 
perduta.  Forse  però  egli  si  riferisce  al  conte  Teobaldo  (Theudaldus  comis)  di  cui 
è  memoria  in  Felibien,  op.  cit.  Preuves,  p.  XLIII  N'  LXIII  e  LXIV  amendue  del 
797;  alla  seconda  è  presente   Teodorico  (n°  39). 

(■')  Ratperti,  Casus  Sancti  Galli  in  ]\I.  G.  H.  Script.,  II,  03:  ù  759.  Syd'>nius 
Costantiensis  praesul..  ..  instigantibus  praefatis    coniitibus  coepit  inquirere  mona- 

sterium  nostrum quiòus,  ut  illi  solatio  essent,  beneficia  promissit  atque  donavit. 

Warino  vidicelet  Vina  et  Turinga  et  Engi  ;  Ruadhardo  vero  .-Vntolvinga  et  Uzinhaha. 
Milani  autem  advocato  ipsius  monasterii...  sextanj  villani,  quae  lleinibach  nancu- 
patur  contraditit  ». 

(*)  D.  Felibien,  llisioire...  Ahbaye  de  S'  Denys.  Preures,  XXIV.  n.  \X\V. 
Diploma  di  re  l'ipino  dal  18  luglio  753  in  cui:  «  una  cum  [dures  nostris  tìdelibus: 
id  sunt  .Uilonc,  llelmengaudo,  Hildegario,  Clirotard<>,    Dro.inne,  Baugulfi'.  «ìislo- 


—  294  — 


16.  //  conte  Gano,  il  traditore',  20.  Baldovino,  suo  figlio-, 
•Jl.  GuAiMARO,  mo  jìn;  22.  Pinabel  de  Sorrence,  suo  cugino.  — 
Rappresentano  la  famiglia  di  Gano  (Weuilo  o  Guinegiso .?)  e  non  ci 
fu  dato  di  trovarne  traccia  in  alcun  documento;  forse  debbonsi  ricer- 
care fuori  di  Francia  tra  i  personaggi  langobardi,  clie  si  sottomisero 
a  re  Carlo  all'epoca  della  conquista  d'Italia;  in  tale  congettura  il 
tradimento  di  Gano  si  connetterebbe  alla  nota  ribellione  dei  duchi 
langobardi  e  Gano  avrebbe  corcato  di  far  annientare  l'esercito  di  Carlo 
a  Koucisvalle,  o  por  dar  modo  ai  Langobardi  di  insorgere  vittoriosa- 
mente, 0  per  vendicare  la  rotta  di  re  Desiderio.  Egli  è  da  notarsi  in 
questo  ordine  d' idee  che  i  Reali  di  Francia  pongono  l' infanzia  di  Ro- 
lando in  Italia,  e  ciò  potrebbe  avere  per  base  un  ricordo  tradizionale 
storico.  Questa  è  pura  congettura  e  come  tale  la  presentiamo  allo  studio 
di  persona  di  noi  più  competente.  Osserveremo  però  che  nel  XII  e 
XIII  secolo  esistette  una  leggenda,  che  fa  derivare  i  conti  di  Cham- 
pagne della  stirpe  di  Blois  dalla  famiglia  di  Gano. 

17  e  18.  Idue  fratelli  conti  Basino  e  Basilio.  —  Sono  ignoti; 
ma  non  appartengono  direttamente  al  poema,  perchè  qua  episodica- 
mente ^  accenna  ad  altra  nota  canzone  ;  possono  perciò  rappresentare 
un'  intrusione  fatta  dall'  autore  della  Chanson.  Ad  ogni  buon  fine  ricor- 
diamo che  alla  fondazione  di  Priimm  nel  76l*  (')  figura  il  vescovo 
Basino,  che  forse  è  il  prototipo  del  conte  Basino  dell'  omonimo  poema. 
19.  [12°]  Naimo,  duca.  —  Altro  personaggio  isterico:  Aimone  duca 
(di  Baviera?)  è  ricordato  nella  vita  S.  Virgilii  episcopi  Saltsburgensis 
e,  si  noti,  come  nella  Chanson.  «  Heimo  comes  «  -^d  alcune  altre  per- 
sone sono  dette  "  viris  valde  senibus  atque  veracibus  ".  Questo  conte 
pertanto  —  i  duchi  allora  sono  frequentemente  detti  conti  nelle 
carte  — ,  che  visse  ai  tempi  di  san  Virgilio,  morto  il  27  novembre  780, 
stava  in    località  non  troppo  distante  da    Salzburg  (*).    Egli   è   pure 


bario,  Leulhfredo,  Rauhaume,  Theuderico,  I^Iairanario,  Nithado,  Wallhario,  Viilfario 
et  Vuicberto  comite  palati  nostro  visi  sumus  judicasse  ».  Ibidem,  XXVIII,  n.  XLI. 
Diploma  di  re  Pipino  del  30  ottobre  759  con  cui  si  obbliga  Gerardo  conte  di  Pa- 
rigi a  restituire  alla  badia  i  «  tbebmea  "  di  Paripi:  "  Tunc  illis  judicatum  fuit  a 
Vuidonc,  Raulcone,  Milane,  Helmen<raudo,  Hothardo,  Gislehario  vel  reliquia  quam 
plurcs  8CU  et  Vuicberto  comite  palatii  nostro  ».  I  nomi  in  corsivo  sono  di  altre  per- 
sone ricordate  nella  Chanson,  cioè:  Dragone  in"  20),  Teodorico  (n»  39),  Gualterio 
(n"»  28)  e  Guido  (n°  80). 

(«)  Vedi  nota  (')  a  pap.  290. 

(•)  Mahili.<.n,  Ada  SS-  Ord.  Benedicti  Saec.  Ili,  ii,  284:  a  Haec  omnia 
Virtrilius  epi.scoi)Us  (Salzbursensis  ►!•<  27  novembre  780)  a  viris  valde  seiiibu.s  atque 
v.r:i.ibu8  perquisire  stiiduit,  pasti-risque    ad    meraoriam    scripta    dimisit.  Quidam 


—  295  — 

ricordato  in  un  diploma  di  Carlomagno  del  775  per  la  badia  di  Saint- 
Denys  ('). 

23.  Kanieri,  marchese  di  Liguria,  padre  di  Uliviero.  —  Igooto  ; 
vale  per  Ranieri  l' osservazione  già  fatta  per  Uliviero. 

24.  [13°]  IL  conte  Oddone.  Egli  fu  conte  di  Worms  e  come  tale 
è  ricordato  in  più  carte  del  756  e  del  757  della  badia  di  Fulda  (*); 
circa  il  770  egli  era  stato  sostituito  in  Worms  dal  conte  Azzo  di  cui 
si  hanno  memorie  dal  772  al  788  (^)  e  non  conosciamo  a  quale  go- 
verno fosse  nel  frattempo  stato  traslato.  Questo  conte  Oddone  è  Tavo 
di  Unroco  duca  e  marchese  del  Friuli  e  perciò  l' antenato  dell'  impe- 
ratore Berengario  I. 

25.  [14°]  Berengario.  —  È  ricordato  in  una  carta  della  badia  di 
Fulda  ("')  e  deve  essere  figlio  del  precedente,  perchè  il  nome  Beren- 
gario ripetesi  insistentemente  nei  vari  rami  della  famiglia  del  conte 
e  marchese  Oddone  sin  dalla  fine  dell'  ottavo  secolo. 

26.  [15°]  Gerardo,  conte  del  RoiissiLlon.  —  A  primo  aspetto  il 
ricordo  del  conte  Gerardo  nella  Chanson  de  Roland  costituisce  la  più 
grande  difficoltà  alla  nostra  tesi,  perchè  il  Gerardo  di  Roussillon  dei 
poemi  cavallereschi  si  identit^ca  con  Gerardo  prima  conte  di  Parigi, 
poi  duca  di  Vienna  nel  nono  secolo  (^)  ;  ma  la  difficoltà  è  solo  appa- 
rente, in  quanto  che  il  Gerardo  conte  del  Roussillon  del  Rolland  è 
persona  affatto  differente  dal  Gerardo  duca  di  Vienna,  che  anzi  l'epi- 
teto di  Roussillon  dato   ordinariamenie  al   secondo  proviene  dalla  so- 


vero  ex  eis  qui  ista  illi  discerunt ...  et  isti  laici  \J^o  Comes,  Immin  Comes,  Heimo 
Comes,  Gerhardus  judex,  Sigibaldus  judex,  Anno,  Eber,  Rudlocli,  Salaho,  Johannes, 
Egilolf,  omnes  isti  nobiles  et  veraces  viri  fuerunt. 

e)  Felibien,  op.  cit.  Preuves,  XXXVI,  n.  LUI.  28  lucrlio  77.5,  diploma  di  re 
Carlo  in  confeniia  di  placito  regio:  «  proinde  iios  taliter  una  cum  tìdelibus  nustris 
id  sunt:  Ghoerardo,  Bernardo.  Radulfu,  HiKkrado,  Ermenaldu,  Hebroino,  Theu- 
doaldo,  Agmone  comitihus,  Hiiltberto,  Launibirtu.  Haerterico  et  Anselmo  coimte 
palacio  nostro  ve!  reliquis  quam  pluris  visi  fuimus  judicasse  ". 

(')  iScHANNAT,   Traditiones  Fuldenses,  2.  n.  IV;  3,  n.  VI:  4.  ii.  VII;  5,  n.  X. 

(»)  ScHA.NNAT,  Traditiones  Fuldenses,  20,  n.  XXXVIII;  27,  n.  LII;  36, 
n.  LXXIII;  37,  n.  LXXIV;  37,  n.  LXXV;  e  40,  n.  LXXIX. 

(*)  ScHANNAT,  Traditiones  Fuldenses,  282,  n.  25.  Forse  anche  295,  u.  16  e  31. 

(■■')  Esiste  splendida  monografia  su  Gerardo  di  Roussillon  in  Revue  historiquf, 
anno  3°  (1878),  voi.  Vili,  di  A.  Longnon,  intitolata  Gerard  de  RousmlloH  dans 
rhistoire;  però  non  assentiamo  a  tutto  ciò  che  l'autore  dice  sulla  famiglia  di  <ì.>- 
rardo,  ])erchè  egli  confuse  parenti  di  sua  moglie  con  parenti  paterni  del  duca  di 
Vienne  e  perchè  dando  fede  ad  alcune  carte,  pi'i  dimostrate  false,  attribuì  «rronea- 
mente  Gherardo  alla  famiglia  d'Alsazia  con  cui  nulla  aveva  che  vedere.  La  genea- 
logia di  Gherardo  sarà  da  noi  assodata  e  rettificata  nei  PrÌHcipi  f /?"  ->- '^  m«/)mi. 


—  •2l'G  — 

vrapposizione  e  fusione  in  uu'  unica  persona  di  due  ben  distinti  per- 
sonaggi. Il  Gerardo  del  RrAancL  prima  conte  del  Koussillon  ('),  poi 
di  Parigi,  nel  759  è  obbligato  a  restituire  a  Saint-Denvs  i  mercati 
parigini;  figura  nel  762  quale  teste  alla  fondazione  della  badia  di 
Priimm,  nel  775  col  conte  Naimo  e  un  altro  conte  segna  un  diploma 
di  re  Carlo  per  la  badia  di  Saint-Denvs,  e  segua  nel  777  il  testa- 
mento di  san  Fulrado  abbate  di  Saint-Denvs  (');  egli  era  l'avo  pa- 
terno del  suo  omonimo  duca  di  Vienne. 

27.  [10°]  Engelerio.  conte  di  Bordeaux.  —  Personaggio  pochis- 
simo noto,  ma  della  cui  esistenza  non  si  può  dubitare;  Engelerio  non 
figura  in  altri  poemi  ;  egli,  al  pari  del  conte  Nibelungo  (n.  42)  serve  di 
splendida  riprova  alla  nostra  tesi  :  una  persona  non  vicina  agli  avveni- 
menti non  avrebbe  potuto  inventare  i  nomi  dei  due  conti  Angelerio  e 
Nibelungo  affatto  insoliti. 

Il  conte  Engelerio  è  ricordato  vivente  l'Il  dicembre  770  in  carta 
inserita  nel  Chroaicoii  Laureshamense;  ivi  leggesi  tra  i  testi:  «  Si- 
gnum  Angilgeri  comitis  "  (^). 

28.  [\1°~\  Il  conte  Gualtieri  de  l'IIam.  —  Non  sappiamo  d'onde 
questtr  conte  prenda  il  suo  soprannome;  è  però  persona  vivente  ai  tempi 
di  Rolando,  egli  è,  quale  nipote  di  Tassilone  duca,  di  Baviera  e  ma- 
rito della  contessa  Hadenburch,  ricordato  all'anno  745  nella  vita  di 
san  Virgilio  vescovo  di  Salzburg(');  egli  figura  nuovamente  nel  758 
in  diploma  di  re  Pipino  del  18  luglio  a  favore  della  badia  di  Saint- 
Denvs  (^)  e  nella  già  ricordata  carta  di  fondazione  di  Priimm  del  762. 

e)  Veramente  nessun  documento  eontt'iiiiiorain'o  lo  due  conte  ili  Roussillon 
e  dal  753  almeno  (Felibikn,  op,  cit.  Preuves,  XXIV,  n.  XXXV:  «  Gairehardus  co- 
mis  Parisii  n  accusato  di  aver  tolto  i  reJdiii  del  mercato  ]>;iṛrino  ai  monaci  di 
Saint-Denys)  figura  come  conte  di  Parigi  ;  ma  il  soprannome,  die  resta  indisso- 
lubilmente legato  al  suo  nome,  ci  dice  chiaramente  che  per  alfun  tempo,  subito 
dopo  la  conquista  fattane  dal  re  Pipino,  egli  debba  essere  stato  conte  del  Kous- 
sillon. In  ogni  caso  è  certo  che  tale  sovranorae  non  ha  alcun  fondamento  isterico 
pel  secondo  conte  Gerardo  di  Parigi,  poi  duca  di  Vienna. 

(•)  Vedi  note  («)  p.  290,  (»)  p.  201,  (')  p.  295  e  (')  p.  298. 

e)  Chronicon  Laureshamense  in  M.  G.  H.  Script.,  XXXI,  r?.'>l.  Egli  è  il 
primo  antenato  della  seconda  famiglia  d'Anjou,  d'onde  uscirono  i  Plantageneti  re 
d'Inghilterra.  Egli  è  quel  conte  Angelerio  cui  si  riferiscono  le  leggende  ricordale 
nelle  Gesta  Consulum  Andegavensium. 

{*)  Maiiii.lon,  Aria  Snnctorum  ordinis  S.  Benedicti  saec.  II,  ii,  281.  «Cella 
quae  dicitur  Ottinga,  temporibus  domini  Pipini  regis  (et),  Tassilonis  ducis  nepos 
(slamp.  nepotis)  Guntherius  quidam  romes  in  pago  Cliiemingen  in  propria  hereditate 
sua  construxit  ecclesiam...  convocatique  illuc  S.  Virgilium  eodem  anno  quo  ad 
episcopiam  ordinabatur  (cioè  nel  745)...  uxor  cius  Hadeburch  . . .  ". 

(')  Fklihikn,  Ilistoire  de  Vabbaye  di  .S"'  D''ny^.  Preuvcs,  XXIV.  n.  X.\X\'. 


—  297    - 

Però  non  si  esclude  che  i  due  Gualtieri  del  745  e  del  753  rappresen- 
tino due  persone  distinte  e  che  qui  sia  questione  del  secondo. 

29.  [18"]  Drogone  il  Vecchio.  —  Egli  è  indicato  incidentalmente 
per  specificar  meglio  il  conte  Gualtieri  suo  nipote  :  questo  Drogone  il 
Vecchio  è  forse  il  celebre  Drogone  duca  di  Champagne  prossimo  con- 
giunto del  re  Pipino?  o  quel  Drogone  che  col  Gualtieri  figura  nei  due 
diplomi  del  18  luglio  753  (^)  per  la  badia  di  Saint-Denys  e  del  13  ago- 
sto 762  per  Priimm  (^)  ?  Se  i  due  conti  Drogoni  vanno  riuniti  in  unica 
persona  e  perciò  qua  si  tratti  del  duca  di  Champagne,  riescirebbe  in- 
teressante il  ricercare  quale  sia  la  discendenza  del  conte  Gualtieri  suo 
nipote,  perchè  si  tratterebbe  di  un  finora  ignoto  ramo  della  stirpe  ca- 
rolingia. 

30.  [19°]  Guido  di  Saint- Anthoine.  —  Era  zio  di  Guido  marchese 
della  marca  di  Brettagna,  vivente  nei  primi  anni  del  nono  secolo  e 
discendeva  da  san  Guarino  conte  di  Parigi  nel  VII  secolo  i'-^). 

Egli  è  ricordato  oltreché  nel  testamento  di  san  Fulrado  abbate 
di  Saint-Denys  del  777  (^)  in  un  diploma  di  re  Pipino  del  759  (^) 
ed  in  un  secondo  del  768  {^)  ;  è  da  notarsi  che  nel  diploma  del  759 
figura  con  Guido  un  Milone,  clie  forse  va  identificato  col  già  ricordato 
Milone  avvocato  della  badia  di  Saint-Gali. 

31.  EusTORGio  duca  di   Vienne  e  conte  di  Valence.  —  Ignoto. 

32.  Alda,  promessa  sposa  di  Rolando.  —  Ignota. 

33.  Beqone,  mastro  della  cucina  di  re  Carlo.  —  Questo  non 
deve  essere  un  personaggio  isterico  ed  il  poeta  deve  aver  inventato  il 
suo  nome  pel  bisogno  del  poema  perchè  è  poco  verisimile  che  una  cro- 
naca antica  ricordasse  un  mastro  della  cucina  regia;  trovansi  però  nel 
VII,  Vili  e  IX  secolo  più  Begoni. 

34.  [20°]  Bovino  di  Beine  e  di  Dijon.  —  E  ricordato  In  di- 
ploma di  re  Carlo  per  Lorsch  del  772  {")  e  nel  necrologio  di  Fulda  (''); 
egli  è  probabilmente  un  antenato  femminile  del  conte  Bovino,  padre 
di  re  Bosone  e  di  Riccardo  il  Giustiziere  duca  di  Borgogna. 


(')  Vedi  documento  citato  in  nota  precedente. 
(«)  Vedi  Nota  (')  a  p.  290. 

<■')  Ter  la  sua  parentela  col  marchese  Guido  di  Brettagna  vedi  la  ricordata 
nostra  Introd.  alle  carte  sparse  deW  Eporediese  di  prossima  pubblicazione. 

(*)  Felibien,  Ilist.  de  Vahbaye  de   S'  Denys.    Preuves,  XX.WIII,  n.  I.VI. 

(*)  Fembien,  op.  cit.  l'reuves,  XXVIII,  n.  XLI. 

(")  Felibikn,  op.  cit.  l'reuves,  XXX,  n.  XLIV. 

(')  Vedi  nota  (")  a  p.  285. 

C)  ]\r.  G.  H.  Script.  XIII,  IGO.   Ann.    nec.    l-'uldcnscs:    a  All'win  cnu-s -. 


—  298  — 

35  e  36.  /  conti  Ivorio  ed  Ivone.  —  Ignoti. 

37.  //  conte  Gebuino  il  Lorenese.  —  E  ignoto.  È  però  da  no- 
tarsi che  in  Lorena,  in  sulla  fine  del  IX  ed  in  principio  del  X  secolo, 
trovasi  una  famiglia  comitale  in  cui  frequentemente  ripetesi  il  nome 
Gebuino,  perciò  non  è  né  impossibile,  né  inverosimile  che  sia  esistito 
un  altro  più  antico  conte  Gebuino  loro  antenato. 

38.  [21*']  Oddone,  marchese  della  marca  di  Dettagna.  —  Il  mar- 
chese Oddone  è  ricordato  quale  immediato  successore  di  Rolando  ed 
antecessore  di  Guido,  viv.  798  ed  801,  nel  governo  della  marca 
brettone  ('). 

39.  [22*^]  Teodorico,  fratello  di  Gio/fredo  conte  dell' Anjon.  — 
Egli  è  ricordato  in  due  carte,  l'una  della  badia  di  Saint-Denys  dell'  8  lu- 
glio 775  (-)  e  l'altra  della  badia  di  Lorsch  del  770  (»);  forse  le 
due  carte  si  riferiscono  a  due  diversi  Teodorici  rispettivamente  zio  e 
nipote;  vi  sono  altri  ricordi  del  se^iior  Teodorico;  la  carta  del  770, 
ove  figura  Teodorico,  è  l' identica  ove  figura  il  marchese  Rolando.  Fi- 
gura pure  nel  testamento  di  san  Fulrado  abbate  del  777  (*). 

-.40.  [23"]  GiossERAMO,  conte  di  Provenza.  —  Il  suo  nome  col 
titolo  di  conte  è  ricordato  in  carta  provenzale  della  seconda  metà  del- 
l'ottavo secolo. 

41.  [24°]  Antelmo  di  Magonsa.  —  E  persona  nota:  era  figlio 
del  duca  Teodorico  e  fratello  di  san  Guglielmo  di  Gelonne,  duca  di 
Septimania  (^).  Da  Roberto  suo  figlio  nacque  il  duca  Roberto  il  Forte 
padre  di  re  Oddone. 

(•)  y\.  G.  H.  Dipi  I,  104  11.  18.  «  l'roinde  iios  taliter  una  cura  fidelibus  nostris 
idest  Haginone,  Teudeberto,  Reraedio,  Garehardo,  Fulgario,  Bovilone,  Walcherio, 
Kauchingo  et  Ermenaldo  comite  palati!  nostro  n. 

(*)  Fklibien,  op,  cit.  Preuves,  XXIV,  n.  XXXV. 

(»J  M.  G.  H.  Script.,  XXXT,  351. 

(*)  Felibif.n,  op.  cit.  Preuves. 

(*)  È  ricordato  nel  testamento  del  duca  san  Guglielmo  (De  Vie  et  Vaisettk, 
flistoire  du  Languedoc,  3"  ed.  Il,  Preuves,  65-08)  ed  è  l'antenato  diretto  del  duca 
Roberto  il  Forte  capostipite  conosciuto  della  terza  Casa  di  Francia.  Che  Roberto 
il  Forte  duca  di  Francia  Neustria   sia  rainpullo  della  stirpe   di  Aquitaiiia.  donde 
USCI  San  Guf,'liclnio  di  Gelonne  duca  di  Soiiliinunia,  il  notissimo  GuErlielnio  d'Orange 
u  au  Cor  Nez  »  dei  poemi  cavallereschi,  è  detto  in  tutte  lettere  da  Abbone  il  Curvo 
nel  suo  De  bellis  Parisiacae  urbis  (M.  G.  H.  Script.  II,  900,  libro  secondo  versi  537 
a  547.  Le  parole  tra  parentesi  [. . .]  sono  le  glosse  originali  interlineari  poste  dal- 
l'autore stesso  che  visse  in  sulla  fine  del  IX  secolo): 
Consul  Ademarus,  regi  copulatas  eidem 
Progenie,  cuius  memini  [sic.  Ademari].  Proserpina  dudura 
Huic  ccBsit,  cuncos  dum  profligavit  Odonis 


299  — 


42.  Il  conte  Rabel.  —  Ignoto  ;  ma  forse  nome  mal  letto  ;  forse 
da  leggersi  Rabol  o  RavoL  (^). 

43.  [25°]   Il  conte  Nibelungo.  —  Egli  era  conte  della  Madrie 
ed  in  questa  qualità  donò  il  23  marzo  788  alcuni  beni  alla  badia  di 


Umbra  fugat  stellas,  Adcmarus  ab  agmine  [sic.  Oddonis]  vitas, 

Dormit  Odo,  consanguineus  [sic.  Ademarus]  sua  pr^terit  arma. 

Astra  micant,  primas  [sic.  rex]  vigilat,  sed  et  avolat  ipsa 

Regia  mox  consanguinitas  [sic.  Ademari]  de  sanguine  laeta  [sic.  fertilis] 

Talia  cur  siquidera  recinam  cum  gesserit  olim  ? 

Nam  libuit  regi  dare  propugna  e  ula  fratri 

Eotberto  Pictavis,  Ademaro  taraen  haud  sic  [sic.  libuitj 

Nempe  sibi  9epit  [sic.  Pictavos]. 
Dunque  gli  antenati  di  Ademaro  conte  di  Poitiers  sono  pure  gli  antenati  di  Oddone 
re  di  Francia,  figlio  di  Roberto  il  Forte  ;  ma  Ademaro  nacque  da  Imraone  conte 
di  Poitiers  figlio  del  conte  Bernardo,  fratello  di  San  Guglielmo  di  Gelonne,  come 
sarà  da  noi  a  suo  tempo  dimostrato  contrariamente  all'opinione  di  E.  Mabille 
in  Ld  Royaume  d'Aquitnine,  dunque  Roberto  il  Forte  discende  pur  esso  dal 
duca  Teodorico  padre  di  san  Guglielmo.  Inoltre  Oddone  conte  d'Orleans,  zio  pa- 
terno di  Roberto  il  Forte,  è  detto  cugino  di  Bernardo  duca  di  Septimania,  figlio 
di  san  Guglielmo,  dall'autore,  detto  comunemente  l'Astronomo,  della  Vita  Ulu- 
dowici  imperatoris:  «anno  829.  Denique  Heribertus  Bernardi  frater  luminum 
«  ammissione  multatus  est  contva  votum  imperatoris,  ffodo  consobrinus  illius, 
«  armis  ablatis,  exilio  deportatus  » .  (M.  G.  H.  —  Script.  II,  633j.  Non  inutile 
notare  che  Eriberto  porta  tale  nome  in  ricordo  di  Cariberto  re  di  Parigi  padre 
di  Berta  regina  del  Kent  (esiste  la  serie  dei  Cariberti  od  Eriberti  intermedii)  e 
che  padre  del  duca  Teodorico  ed  avo  di  san  Guglielmo  fu  quel  Roberto  conte 
del  Reingaw,  che  fu  attivo  ambasciatore  tra  Pipino  il  Breve  ed  il  Papa  e  la  cui 
vedova  Killiswinda  nel  762  fondava  la  badia  di  Lorsch  ;  che  il  duca  Teodorico, 
cugino  di  Carloniagno  (vedi  Eginardo),  fu  fratello  di  Nibelungo  conte  d'Autun, 
d'Anselmo  conte  del  S.  Palazzo,  di  lldeprando  e  di  Cancor  conte  del  Bris^aw, 
padre  di  Almerico  conte  di  Narbonne  ;  che  san  Crodegango  vescovo  di  ^ft-tz, 
discendente  da  altro  conte  Roberto  sposo  di  una  sorella  di  Pepino  d'  Heristell.  fu 
cugino  del  conte  Roberto  ;  e  finalmente  che  questo  Roberto,  padre  del  duca  Chil- 
deprando  «  germano  «  di  Pipino,  discende  in  linea  maschile  da  Cariberto,  secondo 
figlio  del  re  di  Kent  sant  Etelberto,  che  si  stabili  in  Francia  per  raccogliervi 
l'eredità  del  suo  avo  materno  Cariberto  re  di  Parigi. 

I  moderni  scrittori  francesi  fanno  padre  di  Roberto  il  Forte  Guglielmo  conte 
di  Blois,  fratello  di  Oddone  conte  di  Orleans  e  di  Aleramo  I,  prima  Conte  di  Tours 
poi  marchese  della  Maria  Ispanica  e  conte  di  Barcellona:  ciò  contrasta  coi  dati 
dei  cronisti  contemporanei,  che  dicono  "Roberto  stabilito  in  Neustria.  nato  in 
Austrasia  da  padre  Austrasiano  e  di  sangue  Sassone,  mentre  il  comitato  di  Gaglielmo 
era  nella  Neustria;  Guglielmo  era  zio  paterno  e  non  padre  del  duca  ed  il  padre 
suo  Roberto,  regio  vasso  e  non  conte,  visse  nella  regione  Maguntina. 

(')  Non  ù  impossibile  che  a  lui  si  riferisca  questo  passo  di  Ebirharm 
monachi  Fuldknsis  Suììimaria  Traditionum  veterum:  t^  Ravoìt  comes  tradidii 
«  Sancto  Bonifatio  in  Altheimere   marca,    in  i>ago  Wingarteibe,  Ilub.is    XII    ouni 


l?00  — 


La  Cioix-Saint  Leufroy  posta  nella  diocesi  di  Evreux  ('),  Basterebbe 
la  esistenza  di  questo  ^  Nibelongus  coiues  "  a  darci  prova  che  l'autoro 
della  Chanson  aveva  sotf  occhi  uell'XI  secolo  una  lista  di  nomi  di 
personaggi  dell' Vili  e  che  la  seguiva  fedelmente. 

44.  [21)"]  G.\nsELMO.  —  Egli  è  l'antenato  dirotto  di  Gausberto 
conte  del  Maine  ed  è  ricordato  nell'istoria  della  traslazione  delle  reli- 
quie di  san  Mauro  (-);  molto  probabilmente  era  figlio  o  fratello  di 
GiotTrt'do  d'Anjou;  sposò  Adeltruda  da  cui  ebbe  Gausberto  abbate  di 
Saiut-Maur-des-Kosses  e  di  Saint-maur-sur-Loire  e  lloricoue  conte  del 
Maine,  che  circa  l'SOO  sposò  in  prime  nozze  Kotruda  figlia  di  Carlo- 
magno  0  di  Ildegarda  e  nell'Sll  Blichilda.  Gauselmo  sembra  pure  fra- 
tello di  Abbono  conte  di  Poitiors  dal  778. 

45.  [27°]  Rambaldo.  —  È  ricordato  vivente  il  17  settembre  711 
con  Roberto  conte  di  Reiugaw  avo  di  san  Guglielmo,  con  Teodorico 
poi  duca  della  Frisia  e   con  Crodegango    futuro   vescovo  di  Metz  (3). 

4(3.  Aimone  (//   Galisia.  —  Ignoto  al  pari  dei  procedenti. 

47.  [29°]  Il  duca  Teodorico.  È  una  delle  persone  più  note  dei 
tempi  dei  re  Pipino  e  Carlo;  era  prossimo  congiunto  per  donne  coi 
Carolingi!  e  fu  padre  di  san  Guglielmo  di  Gelonne,  duca  di  Septimania. 
È  ricordato  da  tutti  i  cronisti  contemporanei  e  morì  in  una  spedizione 
contro  i  Sassoni. 


«  adiacoitiis  suis  et  in  Indi  Biiteiilifiin  uiiaiii  curteiii  et  XII  jiitrera"  in  Schannat 
oji.  cit.  298. 

("j  \)v  'QovcHfL-r,  La  vèr itable  origine  de  la  Maison  (hrFrance.  rreuves,  223. 
Sono  suoi  parenti  il  conte  Nibelungo  figlio  del  duca  Ildeprando,  cugino  germano 
ttgennanus»  di  Carlo  Martello, Nibelungo  conte  di  Autun,  fratello  del  duca  Teodorico, 
del  conte  Chancor,  di  Ildeprando,  di  Anselmo  conte  del  ^^acro  Palazzo  e  di  Eri- 
berto,  ed  nn  terzo  Nibelungo  conte  di  Nevers  vivente  788  ed  818.  Non  è  impos- 
sibile né  inveri.simile  clic  il  conte  di  Mudrie  ed  il  figlio  di  Ildeprando  sieno 
un'unica  persona. 

(*)  Boi.LANDisTi,  Ada  Sanctorum  lanuarii  I,  1054  e  seg.  //istoria  trans- 
lationis  sancii  Mauri  abhatis  e  Doms  De  Vie  et  Vaissrttk  //istoire  du  Lan- 
f/uedoc  (.3*  ediz.)  II,  215. 

(=•)  1).  Kkmbien,  //istoire  .  ..  Abhaye  Saint  Denys  l'reuvcs  XXII  N.  XXXIII 
Donazione  del  17  .settembre  741  di  Carlo  Martello  maestro  di  Palazzo  alla  badia 
dionisensc  in  cui  segnano:  «  Signum  Inllustro  viro  Karlo  majorim  domus,  qui 
«hanc  epistolani  donationis  fieri  rogavit.  t  S.  Hadberti  comitis.  S.  Raygauhaldi. 
«  comitis.  S.  Salaconis  comitis.  S. .  inlustris  matrone  Sonechildis  consentientis. 
«  S.  fjrifoni  filii  sui  consentientis.  S.  Hroderici.  S.  Adalbaldi.  8.  Deodati.  S.  Heli- 
«  noberti.  Audoenus  capellanus  subscripsit.  Ego  Tìnniderirus  sub6crii)si.  Croth- 
u  gangus  (»/  futuro  vescovo  di  Metz)  jussus  hauc  epistolani  donationis  rccognovi". 
Teodorico  s'identifica  col  duca  Teodoriro  CS.    171. 


—  301  — 

48.  Ermanno,  duca  di  Tracia.  —  Ignoto. 

49.  [29°]  Lodovico,  figlio  del  re  Carlo.  —  Lodovico  il  Pio, 
figlio  primogenito  dell'  imperatore  Carlomagno, 

50.  Guglielmo  di  Blaives.  —  Iguoto,  se  pure  non  è  una,  finora 
non  avvertita,  incarnazione  giovanile  di  Guglielmo  au  Cor  Nez  di  Septi- 
mauia;  ci  viene  tale  dubbio  osservando  che  Rolando  ha  nel  poema 
relazioni  col  luogo  di  Blaives,  e  che  Rolando  era  certamente  prossimo 
congiunto  del  duca  Guglielmo. 

Riassumendo  :  nel  poema  sono  ricordate  50  persone  :  di  queste 
una  è  invenzione  poetica,  Begone  il  cuoco;  e  due.  Basino  e  Basile, 
sono  solo  ricordate  per  incidenza  senza  alcun  legame  colla  storia  di 
Roncisvalle;  delle  altre  47,  o  non  se  ne  ha  ricordo,  o  sono  contempora- 
nee alla  rotta  di  Roncisvalle;  di  queste  50  persone,  29  si  identificaronp 
compiutamente  e  forse  questo  numero  può  salire  a  32  se  realmente 
Ansegiso,  come  volle  il  Nyrop,  si  identifica  coll'Anselmo  conte  del 
S.  Palazzo  di  re  Carlo,  morto  realmente  a  Roncisvalle,  se  vi  è,  come 
riteniamo,  prova  dell'esistenza  del  duca  Sansone,  e  se  Guglielmo  di 
Blaives  è  Guglielmo  di  Septimania.  Temendo  però  solo  conto  dei  29  nomi 
accertati,  riuscimmo  pei  tre  quinti  circa  di  tutti  i  nomi  ricordati  nel 
poema  a  dar  prova  che  fossero  nomi  di  persone  contemporanee  alla  bat- 
taglia; è  perciò  evidente  che  i  rimanenti  sono  eziandio  personaggi  isto- 
riai, che  finora  non  si  poterono  identificare  solo  per  l' istraordinaria 
scarsità  delle  carte  anteriori  al  IX  secolo,  tuttora  esistenti.  Ne  consecfue 
che  tutte  le  persone  ricordate  dalla  Chaason  sono  rigorosamente  iste- 
riche e  viventi  nella  seconda  metà  dell' Vili  secolo  e  che  perciò  il 
poeta  ebbe  realmente  sott'occhi  una  cronaca  od  una  carta  contempo- 
ranea, 0  quasi,  della  battaglia,  che  non  può  essere  altra  che  quella 
da  lui  ricordata  come  esistente  a  Laon. 

Da  questa  constatazione  ne  viene  una  conseguenza  importante  per 
la  storia  di  Rolando;  anche  le  notizie  sulle  sue  parentele  debbono 
essere  esatte  e  perciò  egli  era  realmente  tìglio  di  una  sorella  di  Car- 
lomagno ed  era  cugino  dei  due  fratelli  Teodorico  e  Giotfredo.  Teodo- 
rico poi  da  altri  dati,  che  ora  per  non  portar  troppo  in  lungo  la  nostra 
comunicazione  trascuriamo,  ma  che  riporteremo  e  vagliereiuo  nell'  an- 
nunciato nostro  scritto,  risulta  cugino  del  duca  Teodorico,  bisavo  del 
duca  e  marchese  Roberto  il  Forte,  ceppo  della  Casa  di  Francia  e  perciò 
del  conte  Anselmo  abavo  del  marchese  Aleramo;  ne  consegue  che  tra 
Rolando  ed  Aleramo  correva  una  stretta  parentela  e  che  amendue  furono 
tralci  di  unico  stipite  e  che  perciò  l'identità  delle  leggende  di  Ale- 
ramo e  di  Rolando  dipende  da  ciò  che  amendue  si  riferiscono  agli  ideu- 


—  302  — 

tici  fatti  giìi  da  noi  ricordati,  il  matrimonio,  cioè,  di  Ethelberto  re  del 
Kent  con  Berta  di  Parigi  e  la  fuga  in  Francia  del  re  san  Riccardo. 
È  da  notarsi  poi  che  nella  leggenda  di  Rolando  esiste  pure  un  ricordo 
della  sua  origine  inglese  nel  soprannome  di  Angliers  —  Anglante  — , 
cioè  l'Inglese,  dato  a  Miloue  suo  padre. 

Questa  serie  di  constatazioni  ci  conduce  anche  ad  un  altro  risul- 
tato :  Rolando,  quando  morì  a  Roncisvalle,  era  un  giovane  al  più  sui 
venticinque  anni;  che  lo  si  dipinge  promesso  sposo,  il  suo  padrigno 
Gauo  ha  tuttora  vivo  uno  zio,  il  suo  fratellastro  Baldovino  è  un  fan- 
ciullo, la  sua  madre  è  sorella  di  re  Carlo  e  perciò  non  potè  essere 
nata  prima  del  785.  Egli  perciò  dove  essere  nato  circa  il  752  ed 
essere  stato  nominato  marchese  dallo  zio  circa  il  770  appena  toccati 
i  diciott'anni,  non  per  altro  perchè  di  sangue  regio  e  perchè  suo  ni- 
pote prediletto. 

Egli  è  pertanto  evidente  che  il  mondo  carolingio  s' impressionò 
così  profondamente  alla  notizia  della  morte  di  Rolando  non  perchè 
egli  fosse  un  gran  debellatore  dei  nemici  dell'  impero,  ma  perchè  con 
lui  moriva  il  più  prossimo  e  più  diletto  congiunto  del  re.  Ne  conse- 
gue che  tutte,  o  quasi,  le  imprese  di  Rolando  debbongli  poi  essere 
state  attribuite  in  epoca  posteriore  per  legittimare  la  sua  fama  quando 
non  bastava,  o  si  era  affievolito  nella  folla,  il  ricordo  dello  stretto 
legame  di  affezione  e  di  parentela,  che  lo  legava  all'  imperatore. 

Resterebbe  a  vedersi  se  egli  fosse  tiglio  di  un  conte  Milone,  come 
vogliono  la  massima  parto  dei  poemi,  o  di  un  Teodorico,  come  vuole 
l'antico  poema  di  Aiqi'.in,  ma  di  ciò  in  altro  luogos  osserveremo  solo 
che  nelle  ricordate  carte  del  753  e  del  759  figura  un  Milone  tra  i 
fedeli  di  re  Pipino,  e  che  in  esse  è  pure  ricordo  di  un  Teodorico  a 
questo  Milone  contemporaneo. 

In  ordine  poi  alla  Chanson  è  ancora  da  notarsi  che  sia  per  Ge- 
rardo di  Roussillon  che  per  Uggeri  il  Danese  il  Gerardo  e  1'  Uggeri 
ricordati  nel  poema  sono  rispettivamente  l'ex-conte  del  Roussillon,  conte 
di  Parigi,  ed  il  marchese  delhi  Marca  di  Dania,  mentre  il  Gerardo  e 
r  Uggeri  degli  altri  poemi  nulla  hanno  che  vedere  nò  col  Roussillon, 
ne  colla  Dania;  ciò  proverebbe  un  successivo  processo  di  adattazione 
dei  personaggi  degli  altri  poemi  per  riattaccarli  a  quelli  contenuti  nella 
Chanson  e  dimostrerebbe  l'antichità  della  sua  redazione  primitiva. 


i 


XXII. 

LETTERE  DEL  '300  IN  VOLGARE  PADOVANO. 
Comunicazione  del  prof.  Vincenzo  Crescini. 


Il  dialetto  padovano^  cittadinesco  e  rustico,  richiama  l'attenzione 
dello  storico  sì  nel  rispetto  glottologico  e  sì  in  quello  lettei-ario.  Tre 
sono  i  lavori  più  notevoli  che  lo  riguardano: 

1.  A.  ToLOMEi,  Delle  vicende  'del  vernacolo  padovano,  nel   volume 

Dante  e  Padova,  Padova,  maggio  1865,  p.  331  segg.  ;  riprodotto 
nel  volume  postumo,  A.  Tolomei,  Scrìtti  vari,  Padova,  1894, 
p.   15  ^Qgg. 

2.  G.  J.  Ascoli,  Saggi  ladini,  Ladino  e  Veneto ,  Padova  e  Verona, 

p.  420  segg.  del  I  voi.  MY Archivio  Glott.  ItaL 

3.  E.  Lovarini,  Antichi  testi  di  letteratura  pavana,  Bologna,  1894, 

disp.  248  della  Scelta  di  curiosità  letterarie. 
Ricordo  altresì: 

1.  A.  Gloria,  Volgare  illustre  nel  1100  e  Proverbi  volgari  del  1200, 

Venezia,  1885,  dagli  Atti  del  R.  Istituto  Veneto,  t.  III,  s.  VI. 

2.  R.  Wendriner,    Die    Paduanische    Mundart    bei    Ruzante,    Bre- 

slau,  1889. 

Abbiamo  così,  per  tacere  d'altri  minori  contributi,  una  rappresen- 
tazione sommaria  estrinseca  della  storia  del  volgare  padovano;  una 
profonda  analisi  glottologica  ;  una  raccolta  di  testi  ;  cui  vanno  onore- 
volmente aggiunti  gli  antichi  materiali  spigolati  dal  Gloria  (massime 
i  proverbi  tramandatici  nel  Comp.endìuni  moralium  notabilium  di 
Geremia  da  Moutagnone)  e  la  monografia  linguistica,  accuratissima, 
del  Wendriner. 

Ben  fece  il  Lovarini  a  non  porre  in  capo  alla  sua  silloge  il  f.a- 
mento  che  mal  s'addimauda  della  sposa  padorana.  perchè  il  dialetto 
adoperato  in  esso  ci  trae  fuor  di  Padova,  almeno  in  quella  forma  che 


—  304  — 

ci  Oltre  rimica  redazione  conservata,  com'  ebbe  ad  avvertire  l'Ascoli 
(p.  421,  n.  1)('). 

I  monumenti  padovani  non  risalgono  dunque  più  in  su  dello  scorcio 
del  trecento  ;  e  ne  comincia  la  serie  conosciuta  da'  due  sonetti  scam- 
biatisi tra  Marsilio  da  Carrara  e  Francesco  Vannozzo  (Lovarini,  p.  1-3). 
Ma,  come  rilevava  tanto  bene  il  Tolomei,  tìn  dal  secolo  XIV  il  ver- 
nacolo rustico  dei  due  sonetti  andava  ben  distinto  dal  cittadino  (cit. 
voi.  Dante  e  Padova,  p.  340-43):  e  di  ricostituire  questo  di  fronte 
a  quello,  che  avri  più  tardi  così  brillante  fortuna,  abbiam  modo  ri- 
correndo a'  documenti  volgari  della  Corte  carrarese  e  delle  classi  mag- 
giori. Certo  assai  più  gioverebbe  possedere  schiette  testimonianze  del 
parlar  plebeo  e  contadinesco  per  la  analisi  glottologica  di  questo  come 
di  qualunque  altro  vernacolo;  ma  pur  nel  tentativo  di  innalzare  le 
forme  dialettali  a  dignità  aulica  e  letteraria  le  tracce  caratteristiche 
della  cruda  parlata  popolare  qua  e  là  tralucono  sempre;  ed  è  inoltre 
utile,  sotto  altri  rispetti,  esplorare  i  curiosi  fenomeni  dell'  ibridismo, 
che  ci  porge  il  volgare  cortigianesco  ne'  vari  centri  civili  della  valle 
del  Po.  Penetriamo  così  nell'  intima  storia  della  coltura  letteraria  in 
queste  nostre  regioni  settentrionali,  soggette  prima  alla  intluenza  fran- 
cese e  provenzale,  poi  a  quella  toscana. 

Nel  caso  nostro  è  bello  altresì  vedere  come  si  rilletta  1'  autonomia 
politica  padovana  entro  la  storia  del  padovano  vernacolo,  che  è  la 
lingua  utlìciale  dello  Stato  e  delle  classi  maggiori  tinche  duri  il  prin- 
cipato carrarese.  Più  tardi  la  città  dominante.  Venezia,  assimilerà  alla 
sua  propria  la  parlata  padovana;  e  dell'antica  iiMipendenza  rimarrà 
un  solo  vestigio:  il  dialetto  contadinesco,,  pur  oggi  così  caratteristico, 
così  padovano. 

L'Ascoli  (p.  421,  n.  1)  desiderava  che  i  dotti  di  Padova  fossero 
meno  avari  uell'olfrir  saggi  dell'antico  dialetto  della  loro  città.  Dopo 
la  bella  raccolta  Lovarini  il  lamento  sarebbe  men  giusto  ;  ma  quanti 
e  quanti  documenti  rimangono  ancora  ignoti,  che  potrebbero  tornare 
vantaggiosi  all'indagine  glottologica!  Io  sono  venuto  raccogliendo  un 
discreto  materiale,  e  lettere  e  gride  e  iastrumenti,  ecc.,  fonti  pub- 
bliche e  fonti  private,  da  cui  può  trarsi  copia  di  fatti  e  storici  e  lin- 
guistici sicuramente  non  disprezzabile. 

Ecco  intanto  da  un  codice  prezioso  della  Civica  padovana,  segnato 
H.   ]'.   13  IT),  contenente  lettere  autografe  indirizzate  via  via  ne' secoli 

CJ  \.  l,A//AiuNi,  Il  lamento  dellti  sposa  padovana,  ecc.,  Bologna,  1889,  estr. 
dal  Propugnatore,  N.  S.,  I,  2,  fase    S-d. 


—  305  — 

a  membri  della  famiglia  De  Lazara,  un  saggio  del  mio  materiale.  Si 
tratta  di  quattro  lettere,  che  vanno  dal  1379  al  1397.  Tre,  in  data, 
rispettivamente,  del  «  V  de  zenaro  1379  ",  del  «  23  de  mazo  1379  ", 
del  n  20  de  apnlle  1384  »,  provengono  da  Leone  De  Lazara,  che  stava 
allora  in  Ungheria,  a  Buda,  e  mandava  sue  nuove  al  proprio  padre. 
Bernardo,  a  Padova.  La  quarta  ed  ultima  è  di  un  altro  figlio  dello 
stesso  Bernardo,  Nicolò,  porta  la  data  24  dicembre  1397,  e  proviene 
da  Roma.  Sorprendiamo  in  questi  documenti,  che  arricchiscono  l'epi- 
stolografia volgare  italiana  del  medioevo,  l' intima  vita  di  una  nobile 
famiglia  padovana  sul  finire  del  trecento  :  né  mancano  le  allusioni  a 
fatti  pubblici.  J  De  Lazara  erano  legati  a'  Da  Canara;  e  Leone,  che 
scriveva  dall'  Ungheria,  aveva  per  i  De  Carrara  militato  contro  Ve- 
nezia :  sì  che  qui  ci  sia  dato  cogliere  uno  de'  rapporti  vari,  che  Pa- 
dova e  i  suoi  Principi  stringevano  all'  Ungheria  contro  il  comune  no- 
raico,  Venezia. 

I  due  De  Lazara  scrivono  nel  vernacolo  nativo,  in  modo  che  sieno 
queste  loro  lettere  un  buon  cimelio  del  padovano  del  trecento,  senza 
sforzi  e  artifici,  che  ne  alterino  troppo  le  schiette  sembianze. 

Mi  propongo  di  pubblicare  le  lettere,  corredandole  di  opportuni 
schiarimenti  d'ordine  storico  e  delle  debite  illustrazioni  d'ordine  lin- 
guistico. 

[Padova,  16  aprile  1904.  —  È  passato  un  anno  dal  Congresso 
storico,  al  quale  mandavo  la  promessa  del  mio  saggio  padovano:  ora. 
noi  rivedere,  in  bozze,  la  mia  nota  vanamente  promettitrice  dovrei  ar- 
rossire, se  non  mi  rinfrancasse  la  coscienza  di  non  aver  frattanto  but- 
tato via  il  mio  tempo.  Ma  quando  altri  lavori  saranno  stati  compili 
o  mandati  più  innanzi,  verrà  pure  l'ora  delle  comunicazioni  padovane. 
Vogliano  i  compagni  di  studi  essermi  adesso  larghi  di  cortese  indul- 
genza. V.  C.^. 


So^ioiio  111.  —  Sloiia  delle  ùeHeialnre,  'JO 


XXIII. 

LO    STUDIO    DELL'ARTE    DEL    PERIODO 
E  LA  STORIA  DELLE  LETTERATURE. 

Comunicazione  del  prof.  Giuseppe  Lisio. 


L'argomento  posto  all'ordine  del  giorno  avrebbe  dovuto,  fin  dal- 
l'anno passato,  formar  tema  di  discussione.  Io,  allora,  avrei  chiesto 
lume  su  la  mia  idea  ai  nobili  rappresentanti  della  critica  che  fossero 
qui  intervenuti.  Ma  il  libro  (')  in  cui  la  mia  idea  è  attuata,  ha  ormai 
visto  la  luce:  la  critica  italiana  e  straniera  se  n'  è  già  in  parte  occu- 
pata; la  discussione  in  gran  parte  è  fatta.  A  me  quindi  è  sembrato 
di  dover  rinunziare  a  svolgere  con  inutile  ampiezza  il  mio  tema;  e  mi 
restringerò  ad  una  modesta  nota. 

Quello  che  dal  mio  libro  e  dalla  critica  mossagli  risulta  [tra  i 
critici  ricordo,  honoris  causa,  il  nostro  vice-presidente  Hauvette],  si  è 
che  una  delle  prime  necessità  per  integrare  la  conoscenza  della  storia 
letteraria,  sia  appunto  l'analisi  della  forma,  eseguita  con  più  larghezza 
e  minuzia  che  non  si  usi,  mediante  l'accertamento  e  la  valutazione  dei 
fatti  stilistici,  e,  tra  questi,  de'  fatti  che  si  connettono  all'arte  di  for- 
mare il  periodo:  la  quale  arte,  massime  per  noi  Italiani,  risale  alle  più 
pure  tradizioni  del  classicismo.  A  me  sembra  che  il  ricercare  le  cause 
della  bellezza  e  della  commozione  estetica  nella  special  forma  di  cui 
la  mente  dell'artista  impronta  il  suo  pensiero  la  sua  imagine,  e  lo 
stabilire  quali  rapporti  corrano,  ad  esempio,  tra  il  metro  e  il  periodo, 
e  come  certi  effetti  risultino  o  dalla  collocazione  dello  parole  o  da' le- 
gami sintattici  preferiti,  ed,  in  tino,  il  risalire,  dove  si  possa,  alle  cause 
ed  agli  ambienti,  per  cui  si  svilupparono  queste  particolari  formae 
me/ilis;  siano  tutte   operazioni   critiche,  non  ui.'no    importanti,    quan- 

(')  G.  Lisio,  L'arte  del  periodo  nelle  opere  volgari  di  Dante  Alighieri  e  jV.' 
secolo  XIII.  Saggio  di  critica  e  di  storia  letteraria,  Boloarna,  Zanioliclli,  V?<^'2. 


—  308   - 

tunqiie  diverse  e  più  delicate,  che  la  ricerca  di  una  fonte,  di  una  data, 
di  una  motivazione  psicologica  nell'opera  di  uno  scrittore.  Lascio  da 
parte  l'utilità  che  da  simile  studio  deriva  ne'  rispetti  dell'educazione  ar- 
tistica e  del  raffinamento  delle  qualità  critiche.  Io  insisto  su  questo  con- 
cetto, che  i  fatti  estetici,  accertati  e  ragionati  cosi,  diventano  per  la 
letteratura  veri  fatti  storici,  e  ne  porgono  i  più  preziosi  elementi  di 
giudizio. 


Altrove,  notando  che  la  maggior  parte  de'  periodi  della  Divina 
Commedia  corrispondono  ad  una  o  a  due  terzine,  scrissi  già:  «  Si  vuole 
una  comparazione  plastica,  che  più  vive  faccia  balzar  le  imagini  di 
tante  migliaia  di  periodi-terzine  o  doppie  terzine,  quante  s"  incontrano 
per  il  poema  dantesco?  Chi  guardi  a'grandiosi  pilastri  del  Palazzo  del 
Podestà  in  Bologna,  ne  scorge  le  pareti  fregiate  di  più  che  duemila 
rosette  ^  d'un  largo  tutte  ",  «d'un  giro,  d'un  girare  "  e  tutte  tonde.  A 
prima  vista,  sembrano  foggiate  sul  medesimo  stampo:  aguzzando  gli 
occhi,  si  rivelano  tutte  disformi,  pur  lievissimamente,  di  disegno  e  di 
bellezza;  tanto  che  non  ne  troveresti  pur  una  che  somigli  all'altra. 
Sparsi  qua  e  là,  specie  in  alto,  vedi  rosoni  sempre  variati  nel  giro 
interno,  non  altrimenti  che  le  doppie  e  le  triple  terzine  di  certi  pe- 
riodi comparativi  o  deprecativi  " . 

Ed  un  mio  critico,  filosofo,  acutamente  sostenendo  che  da  osser- 
vazioni di  tal  genere  non  si  possono  trarre  né  leggi,  né  idee  generali, 
aggiunse  ('):  «Ora,  chi  voglia  conoscere  l'arte  cosparsa  nei  fregi  di 
quei  pilastri,  che  altro  può  fare,  se  non  rimirare  a  una  a  una  quelle 
più  che  duemila  rosette?...  Poiché  ogni  periodo  è  un  piccolo  orga- 
nismo artistico  a  sé,  é  una  piccola  opera  d'arte:  e  ogni  opera  d'arte 
porta  con  sé  la  sua  legge,  ha  una  particolar  bellezza  tutta  sua,  alla 
quale  non  può  competere  che  un'osservazione,  una  valutazione  critica 
del  tutto  particolare  e  propria". 

Ben  detto;  giustamente  osservato:  ma  mi  s' intenda  con  discrezione. 

Che  da  tutto  questo  si  possa  trarre  alcuna  legge  necessaria,  che 
determini  le  cause  e  i  procedimenti  di  simili  fatti,  credo  anch'  io  im- 
possibile. Precisamente  come  credo  impossibile  stabilire  alcuna  legge, 
se  non  sia  di  puro  ordine  fisico,  che  regga  di  necessità  lo  svolgersi 
de'  fatti   storici.  Ma  sono   sempre    possibili  idee  generali   di   critica  e 


(')  V.  (j.  r,KNTii,E,  Rassegna  bibliografica  della  Letteratura  Italiana,  peii- 
n.'ii..  1903. 


—  ."^09  — 

storia,  che  abbiano  la  forza  della  giustezza  se  non  della  necessità  ;  e 
son  sempre  possibili  larghe  osservazioni  di  probabili  cause,  e  sopra 
tutto  ricostruzioni  dell'imagine  estetica  presentata  dalla  forma  di  alcun 
grande  scrittore. 

Dopo  le  migliaia  di  particolari  analisi,  quando  sia  occorso  il  felice 
e  non  facile  connubio  tra  la  forma  dello  scrittore,  di  per  sé,  in  po- 
tenza, feconda  di  effetti,  e  l'animo  del  critico  capace  di  ridestarli  in 
sé,  si  può  da  ultimo  giudicare  del  maggiore  o  minor  valore  estetico 
di  un'opera,  secondo  la  quantità  e  l'energia  degli  effetti  suscitati. 

E  se  nelle  migliaia  di  analisi  ricorreranno  sempre  alcuni  elementi 
analoghi,  difficilmente  questi  non  saranno  derivati  da  una  causa  unica. 
Nel  caso  presente  di  tanti  periodi-terzine  riscontrati  in  Dante,  la  causa 
sarebbe  il  metro  prescelto  in  combinazione  con  l'abito  della  mente  già 
formato  alla  scuola  del  dolce  stil  novo,  per  cui  il  pensiero  si  soleva 
partire  quasi  sempre  esattamente  secondo  la  partizione  metrica.  Donde 
poi  rampollano  altri  mirabili  effetti  di  perspicuità,  di  concisione,  di  forza, 
la  cui  prima  radice  sta  senza  dubbio  nascosta  nello  spirito  del  poeta, 
ma  la  cui  via  per  venire  alla  luce,  fu  senza  dubbio  aperta  da  quel 
metro  e  da  quell'abito. 


La  luce  di  questo  pensiero,  concentrata  da  me  alcuni  anni  or 
sono  su  una  delle  opere  più  originali  e  vigorose  di  Niccolò  Machia- 
velli, sul  Principe  ('),  ed  ultimamente  su  le  rime  e  le  prose  delle 
Origini  e  su  le  opere  volgari  di  Dante  Alighieri,  mi  ha  come  illumi- 
nato, nel  campo  storico,  scabrosità  e  rientranze  che  prima  non  mi  appa- 
rivano 0  travedevo  soltanto  in  ombra.  Io  ho  quasi  toccato  con  mano, 
quasi  accostato  al  viso,  nell'età  delle  origini,  quelle  correnti  del  periodar 
francese,  dalle  forme  fisse,  chiare,  semplici  e  scarse,  e  quelle  classiche 
dalle  forme  più  complicate,  solenni,  sonore,  svariate,  e  tramezzo  parvenze 
di  stile  tutto  paesano,  sotto  cui  il  pensiero  balza  vivace,  ma  senza  im- 
peto sfrenato.  Ed  ho  mirato  il  consertarsi  di  tutto  questo  nel  dolce 
stil  novo,  ed  ho  seguito  a  passo  a  passo  nelle  rime  e  nelle  prose  di 
Dante  il  lento  assimilar  delle  forme  popolari,  bibliche,  classiche,  sco- 
lastiche, che  egli  getta  poi  nel  crogiuolo  ardente  del  grande  ingegno 
a  crear  forme  del  tutto  originali.  Originalità  che  spicca  tanto  più  for- 


(')  Vedi  nella  Introduzione  al  testo  critico  del  Principe  di  .V.  ,1/..  Kirenxe. 
Sansoni,  1899  e  per  il  coininento  al  tosto  scolastico  del  Principe  di  .V.  J/,  Fi- 
renze, Sansoni,  1900. 


-    310  — 

temente,  quanto  ma«,'gior  ricchezza  di  forme  periodiche  e  di  effetti  sti- 
listici esfli  accumulò,  quanto  più  evidente  e  stridente  appare  in  lui, 
e  nel  suo  modo  di  concepire  ed  esprimere,  il  contrasto  tra  il  periodar 
classico,  perfettamente  fuso  e  morbido  ed  ampio  e  sonoro  che  più  volte 
tentò  e  non  finì  mai,  ed  il  periodare  scolastico  e  popolare,  a  scatti 
potenti,  a  partizioni  brevi,  fatto  più  di  accostamenti  ideali  che  di  piena 
fusione. 

Dante  si  trova  su  l'orlo  del  Rinascimento,  e  meno  per  il  pensiero 
ohe  per  la  forma;  precisamente  come  il  Petrarca  sembra,  per  la  forma, 
irià  trovarsi  in  pieno  Rinascimento. 

Niccolò  Machiavelli,  considerato  da  questo  aspetto,  dalle  prime 
1,'randi  prose  alle  ultime,  dal  Principe  alle  Istorie  fiorenliae,  rivela  in  se, 
per  il  modo  ben  disforme  di  periodare,  lo  scrittore  fiorentino  e  popo- 
lare che  si  fa  a  poco  a  poco  italiano  ed  umanista. 

Nelle  prime  opere,  specie  nel  Principe,  par  che  il  pensiero  viva- 
cissimo pu<,^ni  con  la  composizione  e  si  ribelli  alle  sue  esigenze;  né 
sempre  vien  fuori  intero  e  fuso  con  i  precedenti  ed  i  conseguenti, 
cosi  che  l'espressione  sembri  treno  scorrente  su  rotaie  liscie.  E  nessuno 
meglio  che  il  Machiavelli  de'  trattati  politici  ricorda  lo  storico  Tuci- 
dide, quegli  che  fermò  l'imagine  dello  stile  attico,  prima  che  Isocrate 
lo  venisse  foggiando  ne"  più  rotondi,  sonori,  concatenati  periodi  creduti 
mai  dal  mondo  degni  di  ammirazione. 

E  nessuno  meglio  di  lui,  per  le  Istorie,  ci  rivela  la  rivoluzione 
formale  che  l'Italia  facea  subire  all'idioma  di  Toscana,  di  Firenze,  a 
tutti  i  dialetti,  domandone  la  espressione  liberamente  balzante  su  dal 
cuore  e  dalla  fantasia,  entro  il  comune  stampo  latino. 

Ma  io  non  voglio  ripetervi  inutilmente  le  molte  considerazioni 
estetiche  e  h.'  conclusioni  storiche  cui  son  pervenuto  per  questa  via  di- 
versa, e  mi  restringo  a  terminare  con  una  osservazione  che  io  credo 
nuova  e  che  a  voi,  spero,  confermerà  l'utilità  di  simili  studi  per  la 
storia  della  letteratura. 


Quella  specie  di  catena,  i  cui  vari  ani'lli  corrispondono  a'  noQìi 
del  Parini  e  dell'Altieri,  del  Monti  e  del  Foscolo  e,  se  pt^-nnettete,  del 
Carducci,  sembra  saldata  entro  sé  da  una  comune  caratteristica  for- 
male. Solitari,  in  disparte,  come  strappatisi  fuor  della  catena,  per  forza 
propria,  stanno  i  veri  geni  delia  nostra  letteratura  moderna,  il  Leo- 
pardi od  il  Manzoni.  Fuori  di  questi  due,  i  principali  rappresentanti 
dell'arte  nostra,  tutti  uniti  iifl  culto  del  classicismo,  dal  classicismo 


-  311   - 

traggono  la  miglior  parte  della  loro  forma  mentis.  E  questa  mi  sembra, 
per  la  maggior  parte  delle  opere,  si  atteggi  in  loro  difettosamente ,  come 
in  una  posa  gladiatoria  del  tutto  esteriore  ;  alla  qual  posa  essi  danno  ri- 
lievo con  un  vocabolario  ed  un  frasario  o  latineggiante  od  anche  lie- 
vemente arcaico. 

La  i^om  —  è  un  francesismo  il  mio,  ma  non  trovo  parola  italiana 
che  meglio  risponda  all'idea  —  la  ipo^a  è  parte  degna  d'essere  studiata 
e  approfondita  nella  letteratura,  massime  in  quella  contemporanea. 
Or  bene,  simile  amore  al  latinismo  ed  all'arcaismo  deriva  senza  dubbio 
e  dal  desiderio  di  distinguersi,  anche  per  esteriori  qualità,  sul  volgo, 
e  dallo  studio  che  quegli  scrittori  posero  ne'  classici  latini,  negli  italiani 
antichi.  Ma  tutto  questo  non  tolse  loro  di  riuscire  vivacemente  moderni,  se 
guardiamo  al  modo  di  periodare.  Il  periodo,  nel  Parini  e  nell'Alfieri,  nel 
Monti  e  nel  Foscolo,  e  nel  Carducci,  procede,  non  dico  sempre,  ma 
quasi  sempre,  agile,  svelto,  breve;  rade  volte  si  complica  in  giri  troppo 
sinuosi,  si  appesantisce  di  membri  troppo  infarciti.  E  lo  schema  perio- 
dico, se  si  eccettua  nell'Alfieri,  povero  di  atteggiamenti  formali,  riesce 
in  tutti  quanti  svariatissimo. 

A  che  si  deve  questa  specie  di  contrasto,  tra  una  parte  del  voca- 
bolario e  del  frasario  preferito,  e  la  prevalente  conformazione  periodica 
del  loro  pensiero?  Senza  dubbio,  all' efficacia  continua,  incalzante,  che 
.su  noi  Italiani,  in  genere,  e  su  quegli  autori  in  ispecie,  ha  esercitato 
la  moderna  letteratura  francese,  dalle  svelte  forme  tanto  simpaticlie. 
Fenomeno  questo  che  ne  ricorda  un  altro  ben  noto  ed  importante  nella 
prosa  delle  Origini.  Nel  Settecento,  forse,  il  nostro  studio  delle  forme 
francesi  era  servile.  Da  quando  il  Parlai  e  l'Alfieri  tornarono  ad  inse- 
gnarci libertà  ed  originalità,  il  nostro  studio  del  francese  si  è  fatto 
più   razionale,  più  libero,  ma  sempre  comune  ed  utile  è  rimasto. 

All'efficacia  della  nazione  sorella  su  di  noi  va.  naturalmente,  con- 
giunta l'efficacia  che  su  quegli  scrittori  esercitò  la  vita  moderna.  Essi 
vi  presero,  con  lo  spirito  almeno,  parte  attivissima,  e  ne  trassero  la 
principale  ispirazione.  Ora,  la  vita  moderna  non  sopporta  il  periodar 
lungo,  posato,  simmetrico. 

Molto,  troppo  dobbiamo  noi  Italiani  agli  stranieri,  Quanta  parto 
del  nostro  pensiero,  della  nostra  critica  è  tedesca!  Quanta  parte  del 
nostro  pensiero  e  della  nostra  forma  è  francese  I 

Un  saluto  di  gratitudine  e  di  reverenza  a"  nobili,  intellettuali  rappre- 
sentanti dell'una  nazione  e  dell'altra,  affratellati  qui  con  noi  nel  co- 
mune amore  agli  studi,  sia  perciò  la  miglior  conclusione  di  questa 
nota  modesta. 


XXIV. 

À  PROPOS  DES  ÉTUDES  COMPARÉES 
DE    LITTÉRATURES    MÈRI  DIOx\ ALES 

Comunicazione  del  prof.  E.  Martinenche. 


Je  ne  vìens  pas,  Messieurs,  voiis  faire  une  communication.  Je  desile 
seuleraent  vous  présenter  deux  ou  trois  observations  qui  n'aspirent  quau 
ménte  de  provoquer  d'utiles  répouses.  Si  les  Congrès  internationaui 
ont  le  grand  avantage  de  nous  fournir  l'occasion  d'écouter  de  doctes 
exposés,  ils  ne  nous  sont  pas  moins  profitables  quand  ils  nous'  permettent 
de  rencontrer  ceux  que  nous  ne  connaissions  que  par  leurs  livres  et  de 
nous  entendre  avec  eux  pour  des  études  analogues. 

Dans  la  section  d'histoire  des  littératures.  où  nous  sommes,  on  dis- 
tingue d'ordinaire  deux  groupes  principaux  :  les  littératures  du  uioyen- 
àge  et  les  littératures  modernes.  Or  c'était,  il  n"y  a  pas  bien  longtemps, 
une  sorte  de  lieu  commun  de  proclamer  que  les  premières  n'en  formaient 
qu'une  seule,  la  littérature  européenne  du  moyen-àge,  tandis  que  les 
autres  étaient  devenues  de  plus  en  plus  diversement  nationales.  Je  ne 
veux  pas,  bien  entendu,  discuter  ce  quii  y  a  dexagéré  dans  cette  idée. 
Je  constate  seulement  qu'elle  n'a  pas  peu  coiitribué  à  diriger  surtout 
vers  le  moyen-àge  les  études  de  littératures  comparées.  Il  semble  qu'au- 
jourd'hui  on  assiste  à  un  autre  mouvement.  On  se  préoccupe  davantage 
de  rechercher  et  de  préciser  Ics  relations  littéraires  des  différents  pays 
modernes.  On  s'aper^oit  mieux  que  les  frontières  n'ont  jamais  été  des 
barrières  infranchissables.  Après  avoir  fait  le  compte  de  ses  richesses. 
chaque  nation  se  demanda  ce  qui  doit  en  revenir  à  autrui.  ne  serait-ce 
que  pour  raieui  counaìtre  ce  qui  représente  lo  plus  pur  de  son  pro- 
pre  genie. 

On  a  déjà  pose  plus  d'un  jalon  sur  cette  route  nouvelle  ou  sim- 
plement  raoins  fréquentée.  On  conserve  eucore,  et  avec  raison.  la  dis- 
tinctiou  chère  à  M"'^'  de  Staél  entre  les  littératures  du  N'^rd  A  cA\i'> 


—  314  - 

dii  Midi.  Polir  m'eu  touir  ù  ces  dernières.  daiis  l'histoire  de  leiir  évo- 
lution  ou  a  assez  exactemeut  déterminé  les  périodes  esseutielles.  Nous 
connaissons  d'une  manière  moins  imparfaite  les  ópoques  où  l'Italie, 
r  Espagne  et  la  Franco  firent  sentir  les  unes  sur  les  autres  leur  influence 
successivement  prépondérante.  Mais  ces  iutluences  se  mélent  souvent 
entre  eiles,  couime,  par  exemple,  coUes  de  l'Italie  et  de  l'Espagne  sur 
la  littérature  franyaise  dans  le  premier  tiers  du  dix-septième  siede. 
Pour  les  étudier  et  les  déméler  plus  clairement,  peut-ótre  serait-il  ben 
de  recourir  à  une  espèce  d'entente  iuteruationale.  Dans  quel  esprit 
convient-il  de  la  faire?  Avec  quels  raoyens  pourrait-on  la  réaliser? 

Je  voudrais  d'abord  qu'on  se  dégageàt  d'un  sentiment  dangeroux 
et  d'une  idée  fausse.  Ce  sentiment,  c'est  une  sorte  d'orgucil  mal  com- 
pris  qui  nous  pousse  à  chercher  dans  l'étude  des  sources  étrangères 
d'une  Q?uvre  nationale  une  occasion  de  gloritìer  ani  dépens  d'autrui 
nutre  propre  genie.  Gomme  il  convient  de  commencer  par  son  jardin. 
qiiaud  on  a  des  pierres  à  jeter.  je  n'hésite  point  à  condamuer  l'attitude 
prise  si  souvent  par  la  critique  franyaise  du  dix-huitième  siede  et  d'une 
bonne  partie  du  dix-neuvième  à  l'égard  de  la  comedia  espagnole.  Il 
est  vrai  qu'elle  a  surtout  péclié  par  ignoraiice,  mais  elle  se  fùt  épargné 
bien  des  sottises  et  des  injustices  si  elle  ne  s'était  point  imaginé  que 
la  gioire  de  Corneille  et  de  Racine  serait  d'autant  plus  brillante  qu'elle 
jetterait  plus  d'ombre  sur  Lope  de  Vega  et  sur  Calderon.  D'autre  part, 
si  je  comprends  très  l)ien  que  l'Allemague  romantiquo  ait  beaucoup 
goùté  le  drame  de  l'Espagne  ea  son  àge  d'or,  faut-il  l'approuver  d'avoir 
cherché  non  pas  tant  à  en  faire  l'éloge  qu'il  en  tirer  une  critique  de 
notre  tragèdie  classique?  Pour  ne  citer  qu'un  exemple,  je  rappellerai 
la  plaisante  contradiction  de  M.  de  Scback  qui,  fante  de  renseigne- 
nients  biographiques  sm-  Diamante,  qu'il  vieillissait  étrangement,  ac- 
cordait  à  cet  Jfonrador  de  su  jìadre,  qui  n'est  qu'une  assez  mediocre 
copie  du  Cld,  autant  d'éloges  qu'il  avait  adressé  de  blàmes  au  premier 
chef-d'oeuvre  de  Pierre  Corneille.  Son  Histoire  de  l'art  et  do  la  litté- 
rature dramatiques  en  Espagne  n'aurait  rien  perdu  i\  ne  pas  se  changer 
à  la  moiudre  occasion  en  une  diatribe  contre  le  tiiéàtre  do  Corneille  et 
de  Racine.  On  croirait  vraiment,  à  le  lire,  que  la  tragedie  classique 
fran9aise  est  un  modèle  effroyablement  écrasant  et  que  le  drame  euro- 
péen  ne  sera  libre  de  tonte  honteuse  servitude  que  lorsqu'on  aura  en- 
seveli  sous  le  mépris  universel  une  forme  d'art  qui  eut  pourtant  sa 
raison  d'étre  et  sa  valeur!  Ce  n'est  pas  ce  sentiment  de  jalousie  Inter- 
nationale qu'il  faut  apporter  dans  l'étude  comparée  des  littératures. 


-  315  — 

Il  n'y  faut  pas  apportar  davantagc  cette  idée  fausse  qui  consiste 
à  attribuer  une  valeur  exagérée  aux  emprunts  les  plu3  insignifiants. 
On  ne  distingue  pas  assez  nettement  entre  les  imitations  qui  sont  des 
esclavages  et  les  créations  qui  furent  faites  en  partie  avec  des  mató- 
riaux  étrangers.  Direz-vous  qu'iine  statue  est  italienne  parce  quelle  a 
été  sculptée  dans  du  marbré  de  Carraie?  En  vérité,  on  se  fait  parfois 
de  l'invention  littéraire  une  idée  étrangement  naive.  On  n'invente  rien 
au  sens  absolu  du  mot,  on  ne  fait  que  se  souvenir.  Qu'on  se  souvienne 
de  choses  vues  ou  de  choses  Ines,  peu  importe,  pourvu  que  ces  sou- 
venirs  soient  une  occasion  de  révéler  l'amo  d'une  race  et  le  genie  d'un 
iiidividu.  Les  grands  maìtres  de  la  Grece  n'ont-ils  pas  sans  cesse  eiploité 
les  mOmes  légendes?  L'identité  de  leiu-  matière  a-t-elle  jamais  entravé 
leurs  diverses  personnalités?  Il  n'  est  pas  un  seul  sujet  de  fable  que 
La  Fontaine  ait  inventé.  Est-il  cependant  artiste  plus  originai? 

Ce  sont  là,  semble-t-il,  des  vérités  banales.  Elles  ne  le  sont  pourtant 
pas  autant  qu'il  le  faudrait.  Je  lisais  dernièrement  le  livre  de  M.  Huszàr 
sm  P.  Coraeille  et  le  théàtre  espagnol  (Paris,  1903).  L'auteur  n'ap- 
porta sur  cette  question  à  peu  près  aucun  document  nouveau.  11  n'a 
écrit  son  étude  que  parce  qu'en  sa  qualité  de  Hongrois  il  se  piqué 
dune  impartialité  supérieure.  Et  il  se  trouve  que  sa  thèse  et  les  dé- 
monstrations  par  lesquelles  il  essaie  de  l'établir  sont  d'une  partialité 
en  quelque  sorte  enfantine.  Tout  son  effort  tend  à  prouver  que  P.  Cor- 
neille  est  le  pére  d'un  théàtre  "  pseudo-classique  "  dont  les  héros  ne 
sont  ni  antiques,  ni  Pran9ais,  mais  à  moitié  Espagnols,  et  dont  les 
diverses  pièces  manifesteut  une  égale  absence  d'originalité.  J'ai  discut*^ 
ailleurs  (')  les  arguments  de  M.  Husziir  qui  retrouve  l'intiuence  de  la 
Coraedia  jusque  dans  la  manière  méme  dont  elle  ne  se  manifeste  pas  (-), 
mais  laissez-moi  redire  ici  combien  il  serait  fàche\ii  de  voir  les  études 
de  littératures  compardes  inesurer  la  personnalité  d'un  écrivain  à  la 
quantité  de  ses  prótendus  emprunts. 

Heureusement  une  connaissance  plus  complète  et  plus  penetrante 
des  littératures  méridiouales  de  l'Europe  moderne  ne  contribuera  pa> 
peu  à  nous  débarrasser  d'un  tei  préjugt'.  A  mesure  que  nous  seron^ 
mieui  informés,  nous  comprendrons  mieux  aussi  que  ces  littératures  se 
dégagent  naturellement  les  unes    des    autres  et  qu'elles  n'out   rien  à 

(')  Cf.  Revue  iVIlistoire  littéraire  de  la  France  (jiiuvier-iuars  1903)  et  Bui- 
letin  hispa7ii(jue  (avvil-juin,  lOOo). 

0)  Constat;int.  i)ar  exeinplo,  (ine  Curneille  evito  les  aparta,  -  il  n'est  pas 
iinpossible  «,  écrit  .Mr.  Huszàr,  »•  qu'il  ait  sonire  m  dranio  esp»fjnol  qui  e»  abuse  - 

(p.  230). 


—  Me  - 

s'eDvier  les  unes  aux  autres.  Nous  trouverons,  par  exemple,  chez  les 
tioubadours  proven9aux  l'origine  de  cette  préciosité  italienne  qui  nous 
t'splique  à  son  tour  une  partie,  et  non  des  moindres,  de  l'anivre  de 
iiotre  Pleiade.  De  raéme  nous  autres  Franjais  nous  n'aurons  aucuu 
.-iTupule  à  reconnaitre  la  dette  de  notre  roman  des  16®  et  17®  siècles 
«Mivers  r  Espagne  et  ses  Amadis  qui  vicnnent  eux-mémes  tout  d'abord 
de  Gaule,  En  somme,  dans  ce  qu'on  emprunte  à  l'étranger,  on  ne 
s'assimile  que  ce  qui  vous  convient,  et  on  le  fait  sien  en  se  l'assimi- 
lant,  t.  en  le  convertissant  en  sang  et  nourriture  ".  Il  serait  ridicule 
aii  début  de  ce  vingtième  siècle  de  chercher  dans  des  dtudes  iuter- 
nationales  à  satisfiùre  un  esprit  démodé  de  dénigrement  réciproque. 

Il  faut  chercher,  au  coutraire,  dans  des  sentiments  d'entente  cor- 
iliale  les  moyens  d'étudier  minutieusement  les  sources  étrangères  de 
nos  ceuvres  nationales.  Or  il  semble  qu'avec  de  la  bonne  volonté  de 
part  et  d'autre  on  pourrait  plus  d'une  fois  se  reudre  de  précieux  ser- 
vices.  Souvent  une  indication  qui  nous  est  inutile  peut  avoir  son  in- 
térét  pour  d'autres.  Je  suis  persuade,  par  exemple,  que  Le  gelosie 
fortunate  del  principe  Rodrigo,  qui  a  inspiré  à  Molière  son  Don  Garcie 
de  Navarre,  vient  elle-méme  d'un  originai  espaguol.  Il  est  possible  que 
dans  une  préface  d'une  édition  conteniporaiue  de  Cicognini  se  rencontre 
Mir  ce  poiiit  quelque  phrase  significative.  Je  n'ai  pas  besoin  de  dire 
que  ma  reconnaissance  est  acquise  au  savant  Italien  qui  voudrait  bien. 
si  elle  existe,  me  la  communiquer.  Qui  sait  méme  si  ce  rouseignement 
n'a  pas  été  déjà  donne?  Que  de  fois,  en  effet,  nous  cherchons  péni- 
blement  ce  qui  a  été  trouvé  à  notre  insù!  Je  ne  vous  étonnerai  sans 
doute  pas  en  vous  rappelant  qu'on  n'a  pas  toujours  le  temps  de  lire 
toutes  les  revues.  Mais  quel  moyeu  pratique  pourrions-nous  avoir  de 
mettre  à  protìt  une  mutuelle  complaisance? 

.Te  ne  crois  pas  qu'il  faille  songer  pour  le  moment  i\  recourir  Ji 
une  publication  speciale  comme  ce  Journal  de  littérature  comparée  qui 
est  imprimé  en  Amérique.  Son  programmo  est  trop  ctendu  puisqu'il 
embrasse  aussi  bien  le  Nord  quo  le  Midi,  et,  d'autre  part,  le  nombre 
de  ses  lecteurs  n'est  encore  assez  grand  ni  dans  le  nouveau  ni  dans 
l'ancien  monde  (').  Ne  vaudrait-il  pas  mieux  se  mettre  d'accord  pour 
choisir  en  Italie,  en  Espagne  et  en  Franoe  une  revue,  une  seule,  qui 
consentirait  volontiers  à  publier  une  sorte  de  questionnaire?  On  s'adres- 


(')  Je  crois  bien  qu'il  faut  faire  ù  peu  près  les  in<''iiios  ré.serves  pour  la  ^^«7- 
silirift  fÙT  vergleickende  Literatun/eschichte. 


—  317  - 

serait  à  Tune  ou  à  l'autre  de  ces  trois  publications  selon  l'origine  dii 
document  ou  du  renseignenient  demandé. 

Qiioi  que  vous  puissìez  penser  de  cette  proposition,  je  croi^, 
Messieurs,  que  vous  serez  d'accord  avec  moi  pour  reconnaitre  l'utilité 
d'une  syrapathie  réciproque  dans  Tétude  comparée  de  nos  littératurea 
nationales. 


INDICE 


PARTE    PRIMA. 
Verbali  delle  sedute ^ 


PARTE    SECONDA 


1).  Tema  di  discussione-. 

I,  D'Ancona  Alessandro   e    Fumagalli   Gilseppe,   Proposta  «li   una 

biobibliografia  italiana  (Relazione) ^ 

n.  Barbèra  coram.  Piero,  Per  la  proposta  di  una  bio-bibliografia 
italiana:  intorno  al:  «Nuovo  saggio  del  catalogo  ragionato  delle 
edizioni  Barbèriane  n  (Discorso) ^" 

2).  Comunicazioni: 

III.  Meyer  prof.  Paul,  Commemorazione  di  Gaston  Paris 23 

IV.  Harnack  dott.  Otto,  Goethe  und  die  Renaissance -'> 

V.  Piaget  prof.  Arthur,  Le    temps   recouvré,    poème  de  Pierre    Cha- 

stellain  compose  a  Rome  en  1451 '^' 

VI.  ZuccARO  prof.  Luigi,  Le  Colonie  provenzali  della  Capitanata.  .  .  45 
VIL  FoERSTER  prof.  W.,  Sull'autenticità  dei  Codici  d'Arborea  ....  53 
Vm.      Hallberg  dott.  E.,  Note  sur  la  Genèse   des  quatre   épopées    cbre- 

tiennes 

IX.  Mkyer  prof.  Paul,  De  l'expansion  de  la  langue  fran<;aise  en  Italie 

pendant  le  moyen-àge  . ^' 

X.  Jablonowski  W.,  La  letteratura  polacca  contemporanea     ....     105 

XI.  Croce  Benedetto,  Per  la  storia  della   critica  e   storiografia  lette- 

varia '^'t 

XII.  Lisio  prof.  Giuseppe,  Note  Ariostesche ^'^' 

XIII.  Flamini  prof.  F.,  Di  alcune  inosservate  imitazioni  italiano  in  poeti 

francesi  del  cimiuccont-» **'^ 


—  320  — 

Pao. 

XIV.  Drjob  prof.  Ch.\rles,  Nota  per  servire  alla  sturia  degli    esuli   Ita- 

liani in  Francia  sotto  Luigi  Filippo 173 

XV.  ^Iaddalen.k  prof.  E.,  Lessing  e  Tltalia 183 

XVI.  ZuccARO  prof.  LriGi,  Victor  Balaguer,  l'autore   dei  "  Recuerdos   de 

Italia  n 195 

XVII.  Galletti  prof.  Alfredo,   Del  concetto  scientifico  della  critica  let- 

teraria     205 

XVIII.  Li  ISO  prof.  F.  I'.,  Di  un  commento  inedito  alla  Divina  Commedia, 

fonte  dei  più  antichi  cumincntatori.  •     .     , 219 

XIX.  Tancredi  prof.  dott.  Giovanni,  Il  Margotte  del  Pulci,  il  Cingar  del 

Folengo  e  il  Panurgo  del  Rabelais 227 

XX.  Chiattone    prof.    Domenico,  Per  T  «  Autobiografìa  »  e   per  i  «Co- 

stituti n  di  Silvio  Pellico,  e  per  una  recente  riabilitazione  .     .     .     241 

XXI.  Baidi  di  Ves.me  conto  Benedetto,  Rolando  marchese  Della  Marca 

Brettone  e  le  origini  della  leggenda  di  Aleramo 269 

XXII.  Crescim  prof.  Vincenzo,  Lettere  del  '300  in  volgare  padovano .     .     21*7 

XXIII.  Lisio  prof.  Giuseppe,  Lo   studio   dell'arte    del   periodo  e   la   storia 

delle  letterature  .- 301 

XXIV.  Martinknche  prof.  E.,  A  propos  des  études   comparées   de   littóra- 

tures  méridionales 307 


I 


I 


D  International  Congreas   of 

3  Historical   Sciences,   Rome, 

A2  1903 

1903  Atti  del   Congresso 

v,4.  internazionale  di  scienze 

storiche 


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